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jueves, 5 de noviembre de 2026

Capitolo VI. Letteratura profana: epica, bretone, classica. Novelle. Favole. Storia.

Capitolo VI.

Letteratura profana: epica, bretone, classica. Novelle. Favole. Storia.

Roman de Gerard de Rossillon, Girart de Roussillon, illuminated manuscript, c. 1450

§ 1. Una delle idee fondamentali del libro del Fauriel (1) è che la patria della grande epopea feudale-cristiana del Medio Evo sia stato il mezzodì e non il settentrione della Francia. (1 : Hist. de la poés. prov. I (cap. 9.12), II (24-30), III (31-37).)
A questa idea egli, e prima di lui il Raynouard, era spinto dalla considerazione che numerosi poemi narrano lotte reali o supposte, tra Cristiani e Mori, la cui scena è il Sud della Francia o anche il Nord della Spagna: pareva strano che il paese che vide quelle guerre e i cui abitanti erano più d'ogni altro interessati nell'esito di esse, non le celebrasse con canti epici. Si scioglieva la difficoltà ammettendo che la Provenza avesse avuto una ricca serie di poemi ora perduti, de' quali i poemi francesi rimastici non sarebbero che traduzioni o rifacimenti.
L'ipotesi è stata combattuta e definitivamente distrutta. Vediamo in qual modo, e che cosa si è ad essa sostituito. Dal fatto che l'azione di un poema si svolge in una data regione, non ne viene di necessità che il poema stesso debba essere di quel paese: a questa stregua l'Iliade sarebbe troiana, e la Chanson de la Croisade siriaca. D'altra parte non si nega che le lotte del secolo VIII e IX tra Cristiani e Mori abbiano vivamente interessato i Provenzali al pari dei Francesi. Vittorie come quella di Carlo Martello a Poitiers (a. 732) e sconfitte come quelle di Roncisvalle (a. 778) e di Villedaigne sull'Orbieu (a. 792) (1) dovettero certo commuovere tutti i Cristiani, e noi abbiamo precise testimonianze di canti popolari, appunto del mezzodì della Francia, che celebravano il glorioso sconfitto di Villedaigne; ma questi canti non hanno dato luogo a poemi: il germe è morto prima che si sviluppasse la pianta. 
(1 : Vedi la nota in fine del capitolo.)
Nessuna ragione infatti potrebbe spiegare la perdita assoluta di tutta una letteratura epica, se questa avesse esistito.
Ma v'è di più: le ricerche del Meyer e del Rayna (2) conducono alla conclusione che non solo un' epopea nazionale in Provenza non ha esistito, ma che essa non avrebbe potuto esistere.
(2 : P. M., Recherches sur l'Ep. fr. 1867; Rajna, Origini dell'Ep. Firenze, 1884. La questione è magistralmente riassunta in: Gautier, Les Épopées fr. I2 (1878) p. 129-46, e in: Nyrop, St. dell'Ep. franc. pag. 148-57 traduz. ital. Firenze 1886.)
L'epopea medioevale neo-latina è nata dalla fusione dello spirito germanico in una forma romana; ora dal basso Rodano al golfo di Guascogna l'elemento germanico fu talmente e così presto sopraffatto dal romano che si può dire che esso sia mancato del tutto: epperò non si potè svolgere quella forma letteraria che da esso prendeva l'anima e la vita.

§ 2. In circostanze affatto diverse si trovò la parte orientale della Francia del Sud ossia la Borgogna merovingia. Quivi i Burgundii avevano una tradizione epica propria, a trasformare la quale, ma nel tempo stesso a mantenerla viva, concorsero la vicinanza con la Francia propriamente detta e le relazioni politiche tra i due paesi. Gli eroi borgognoni rappresentano la opposizione all'autorità regia francese, e la Borgogna figura nell'epopea come un paese ribelle, perchè tale essa fu in realtà. 
E non solo politicamente ma anche linguisticamente la Borgogna (confr. Cap. II § 1) costituiva un territorio ben definito. Ad onta di ciò, e perchè mancò l'indipendenza nazionale, e perchè il tipo linguistico non era abbastanza distinto e nessun dialetto borgognone assurse a tipo letterario, e più di tutto per la forte attrazione che doveva esercitare la grande epopea del Nord, i prodotti epici borgognoni si confusero e si fusero con quelli della Francia. Un solo monumento ce ne è pervenuto, ed è il poema di Girart de Rossillon.

Ne abbiamo quattro manoscritti, sui quali e sulla loro classificazione vi è un dotto studio del Meyer. (1 : In Jahrbuch, XI 121.) 
Il risultato, per noi importante, è che i due più antichi e certamente più vicini all'originale, sono appunto scritti in un dialetto intermedio tra la lingua d'oïl e d'oc, mentre gli altri due sono stati modificati così che uno s'avvicina di più al francese, l'altro al provenzale. Questa canzone di gesta comprende circa 10.000 decasillabi con cesura dopo la sesta, in serie monorime, e fu composta verso il 1150. Il confronto tra essa e una agiografia latina: Vita nobilissimi Comitis Girardi de Rossellon, scritta da un monaco di Pothières verso la fine del secolo XI, mostra che probabilmente vi fu un poema ancora più antico. Questo Girardo, le cui imprese sono quasi interamente favolose, s'ha da identificare con quello che fondò le abbazie di Pothières e di Vézelai e che visse sotto Carlo il Calvo: che poi questo pio fondatore di abbazie sia lo stesso Girardo, duca di Provenza, che tra l'860 e l'870 figura spesso nella storia di Francia è una presunzione probabile ma non sicura. (1 : Tutte le indicazioni sulla vita e sul poema, si raccoglieranno da: A. Stimming, Ueber der prov. Girart von Rossillon, Halle 1888, e in: Romania, XVI, 103, XVII 637.)
La tela del poema si narra in poche parole. Carlo Martello, qui messo a torto invece di Carlo il Calvo, cerca di prendere il castello di Rossiglione difeso da Girart suo cognato e nemico. Dapprima questi vince, ma poscia la fortuna piega verso il re: una pace conclusa tra loro non dura a lungo e Girardo del tutto vinto è costretto a fuggire, pietosamente accompagnato e consolato dalla moglie sua Berta. Stabilitosi in una piccola città si procacciano il vitto egli col vender carbone ed ella col cucire. Così vivono a lungo tranquilli, ma un giorno, assistendo ad uno splendido torneo, sono assaliti dai ricordi della vita passata. Tornano in Francia, e si riconciliano col re, e spendono le riacquistate ricchezze nella fondazione di molti pii istituti. È un poema di rara eccellenza di forma e di molto interesse per la storia della civiltà nei secoli XI e XII.
(N. E. Vecvos per miei l'estorn lo vilh Draugo : Chrestomathie provençale, Bartsch, Koschwitz, Wechssler, Ramón Guimerá Lorente.)

§ 3. Abbiam detto che del Girart vi è una redazione quasi del tutto provenzale. Questo non è un fatto isolato: tutt'altro. Negando al mezzodì della Francia l'anima epica e la popolare creazione di un'epopea nazionale, non si nega ch'ella assai per tempo e naturalmente prima dell'Italia e della Germania, abbia conosciuto e gustato i poemi francesi, e voluto imitarli. I giullari del Nord, ne abbiamo testimonianze fino dal secolo XI, trovavano sulle piazze della città di Provenza non minor folla di ascoltatori appassionati che nelle città francesi, ed è ben supponibile che essi avranno cercato in servizio dell'uditorio di provenzalizzare l'esposizione dei loro testi, come poi qui da noi li italianizzarono deplorevolmente. Così si spiega come fossero anche in Provenza popolari i nomi degli eroi e gli argomenti delle canzoni di gesta, e come ne siano numerosi gli accenni e i ricordi nei lirici provenzali. (1 : Vedi nota in fine del capitolo.)
Un poema del quale ci è rimasto una redazione provenzale è quello di Fierabras. Siccome la si trovò prima della redazione francese, così il Raynouard volle vedervi una prova della originalità epica di Provenza, e il Fauriel, che pure conobbe il testo francese, accolse l'idea e la difese. 
E invece perfettamente il contrario; (1 : Ogni indicazione sul Fierabras prov. si troverà in Gautier, op. cit. III-2, 389.) 
il testo in lingua d'óc, non è, dice il Gautier, che il poema in lingua d'oïl pronunciato alla provenzale, ed è di composizione posteriore; il testo francese fu scritto verso il 1200, ed è certo che ne esistette uno più antico, il provenzale verso il 1230-40. 
Il manoscritto, che contiene questo rifacimento occitanico, è nella biblioteca del principe di Wallerstein; consta di 5084 alessandrini assonanzati in serie monorime, ed è notevole che esso fu il primo dei testi epici di Francia che sia stato edito: lo pubblicò nel 1829 Emanuele Bekker a Berlino. L'argomento del poema, sfrondato dalle molte digressioni e lungherie, è questo: Carlomagno e il suo esercito sono in Ispagna: si presenta a sfidarli un terribile guerriero Saracino, Fierabras, quello stesso che prima aveva saccheggiato Roma e rapito le sante reliquie della Passione. La sfida è accettata dal paladino Olivieri; il quale vince non solo il corpo ma anche l'anima del suo avversario, perchè questi dopo la zuffa si fa Cristiano e vuol essere battezzato. Ma poco dopo il vincitore Olivieri insieme con altri baroni, è fatto prigioniero dal re degli infedeli, l'emiro Balante, padre di Fierabras e della bella Floripas. Per buona fortuna questa era innamorata di Guidone di Borgogna, uno dei cavalieri imprigionati da Balante: essa traverso mille difficoltà riesce a liberare felicemente dal carcere i cristiani e a sposare il suo amato. Balante che ricusa di convertirsi è decapitato: le reliquie della Passione sono rese a Carlomagno e il regno di Spagna è diviso tra Fierabraccia e Guidone di Borgogna. (N. E: Fiera + bras : braccia : brachium : brazo)
Il poema, oltre questa versione provenzale, ne ebbe in altre lingue, e merita veramente un posto cospicuo nella storia epica medioevale. 
Esso non ha però nulla di storico.
Non un rifacimento di poema francese, ma veramente originale di Provenza è il poema su Daurel e Beton. (1 : P. Meyer, Daurel et Beton. Paris 1880. Cfr. anche: Chabaneau, Rdlr, 1881 (3a serie VI) pag. 246-62.)
Il suo autore per altro mostra di averlo composto su reminiscenze di poemi nordici; esso è insomma un'opera d'arte provenzale in cui si riflette un genere letterario francese. Dal linguaggio parrebbe fosse stato composto tra Poitiers e Bordeaux; il manoscritto mutilo in fine, è in possesso di A. Didot, e contiene 2198 decasillabi assonanzati in serie monorime. L'argomento, che è assolutamente fantastico e non ha alcun nucleo storico, è in breve questo. Il duca Beuvon d'Hanstone era stato ucciso a tradimento dal suo amico Guion, il quale con violenza ne sposa la vedova Ermenjart. Guion, non contento di ciò vuole poi far morire il piccolo Beton, figlio dell'amico ucciso. Ma il fanciullo è liberato da un fedele giullare, Daurel, il quale raggiunto nella fuga dagli sgherri lo salva sacrificando il proprio figlioletto che egli fa credere Beton. Ambedue proseguono fino a Babilonia dove il giovinetto è allevato dall'Emiro. Questi, quand' egli s'è fatto adulto, gli dà la propria figlia Erimene in isposa e lo fornisce d'armi e di uomini coi quali Beton ritorna in Francia, riconquista le terre del padre e uccide l'assassino Guion. Come vedesi, benchè l'eroe sia genealogicamente collegato al ciclo carolingio, più che un poema è questo un romanzo d'avventura. La data della composizione si può porre tra la fine del secolo XII e il principio del XIII; l'autore si ignora.

§ 4. Questi sono i principali testi epici provenzali. Dei seguenti ci occuperemo più in breve. Di un poema del secolo XII intitolato Aigar et Maurin si sono conservati solo due fogli che in complesso contengono 1442 decasillabi a serie monorime, da cui non si può ricavare completamente l'argomento; per quanto se ne può giudicare, esso è sconosciuto alla Francia del Nord; vi si riferiscono invece alcune allusioni di lirici provenzali. (1 : Scheler, Aigar et Maurin. Bruxelles, Olivier, 1877. Gli accenni provenzali sono in Z. II 314, K. Bartsch.) 
In prosa abbiamo un racconto o cronaca della metà del secolo XIII detto Philomena. Questo nome sarebbe quello del preteso autore, un monaco del tempo di Carlomagno che sarebbe stato incaricato dall'imperatore stesso di scrivere le sue gesta contro Narbona e Carcassona. In realtà si tratta di una pia frode per esaltare la fondazione, le reliquie e i privilegi del monastero della Grasse. L'argomento è detto in poche parole: Carlomagno assedia Narbona e fonda nella valle magra l'abbazia della Grassa; il racconto si spezza poscia tra le memorie di questo convento e un'interminabile guerra contro i Saraceni.
Tre eserciti pagani sono successivamente sconfitti; infine Narbona è presa, un terzo della città è dato ad Aimerico, e l'abbazia della Grasse che aveva attraversate tristi vicende è da Carlomagno restituita all'antico splendore. L'autore, meno qualche imprestito alla cronaca del pseudo-Turpino e a poche tradizioni epiche, ha lavorato di fantasia e anche in modo punto artistico. (1 : Sui mss. di Philomena cfr. Gautier, op. cit. I2, 139. Di questo curioso racconto ci fu una versione in latino, pubbl. a Firenze nel 1823 da Seb. Ciampi, De gestis Caroli Magni ad Carcassonam et Narbonam.)
Un altro poema di cui abbiamo frammenti è intitolato Tersin o Romanzo d'Arles. Un manoscritto del secolo XIV ne conserva un brano in uno stato così deplorevole che si può dire intermedio tra la prosa e la poesia. 
Altri frammenti decisamente in prosa appartengono al secolo XV; ciò mostra che vi fu un poema che poi, come toccò a molti altri, fu desrimé cioè parafrasato in prosa. Esso si occupava delle guerre del re Tersin contro Carlomagno e delle leggende sulla conquista di Arles. 
(2 : Su Tersin, cfr. P. Meyer, Rom. I, 51, e Chabaneau, in Rdlr XXXII p. 473. Queste leggende su Arles non si trovano in poemi francesi; sono invece narrate nella Kaiserchronik, racconto tedesco della seconda metà del XII secolo, che non conobbe però il Tersin.) 
Il Meyer ha dimostrato che il nucleo del racconto è un avvenimento storico ma accaduto al tempo di Carlo Martello e non di Carlomagno.

§ 5. Se noi esaminiamo il complesso degli accennati poemi si vede che appartengono tutti all'epopea nazionale o ciclo carolingio, sia originali come il Girart de Rossillho, sia traduzioni dal francese come il Fierabras, sia opere d'arte su argomenti tolti da poemi francesi come il Daurel et Beton, sia infine opere fondate su tradizioni locali come l'Aigar et Maurin e il Tersin. Un'altra copiosa fonte di leggende e poemi fu nel Medio-evo la materia di Brettagna, cioè il ciclo del re Artù e della Tavola rotonda. 
I Bretoni (1) avevano conservato molte antiche tradizioni e racconti d'amore e d'avventure, di fate e d'incantesimi, in cui si ravvisano gli avanzi di una remota mitologia sfigurata e incompresa. 
(1 : Galles e Cornovaglia al di là, Piccola Brettagna al di qua della Manica. Riassunto dell'epopea bretone in G. Paris, Litt. fr. éd. 1890, pag. 86.)
Questi materiali accresciuti di tradizioni e leggende cristiane, (2) e variati all'eccesso dalla mobile fantasia dei poeti costituirono un fondo inesauribile di romanzi immaginosi e attraenti, i cui personaggi come Tristano, Lancillotto, Parsifal, e le dame Isotta, Ginevra e altre, diventarono ben presto modelli stereotipi del valore, dell'amore e della cortesia cavalleresca. (2 : Materia cristiana pare specialmente la leggenda del Santo Graal, Cfr. Birch-Hirschfeld, Die Sage vom Gral, Leipzig, 1877.)
Gli eroi brettoni non rappresentavano tradizioni nazionali e venerate che imponessero rispetto agli uditori e freno ai poeti: e però questi dettero libero sfogo al loro amore per i racconti meravigliosi e stupefacenti. 
La voga che questi romanzi e quelli di avventura loro assai somiglianti ebbero dal secolo XII al XVII è incredibile: e contro di questi, si badi, non contro i poemi di tradizione nazionale che egli ignorava, diresse il Cervantes la sua satira fine e pungente.
Di romanzi provenzali che si ricongiungono al ciclo brettone ce ne è rimasto uno assai lungo ed elegante, intitolato Jaufrè. (1 : Sui mss. di Jaufrè, cfr. Grundriss, p. 18. Indicazioni bibliografiche in: Monaci, Testi ant. prov. col. 2.)
Ne abbiamo due manoscritti e un frammento in un terzo; l'autore si ignora; la data della composizione è circa la metà del secolo XIII e più precisamente, secondo il Meyer e lo Stimming tra il 1222-32, ed è dedicato a un re d'Aragona, che è quasi certamente Giacomo I (1213-1276). Consta di circa 10.000 ottosillabi rimati a coppia.
(N. E. Se encuentra Jaufrè y Jaufré, dejaré Jaufrè.)

L'argomento non è facile da riassumere in breve. Jaufrè, fatto cavaliere dal re Artù, si obbliga a punire l'insolenza di Taulat che lo aveva insultato. Mentre va in traccia di lui, capita nel castello di Brunissenda di Monbrun e, manco dirlo, se ne innamora, ed ella di lui, sebbene per diverse circostanze vi sia ritenuto come prigione. Nel castello e in tutto il paese all'intorno gli abitanti sono soliti ogni quattro ore a innalzare un concerto di urla, di pianti e di grida di dolore; ma quando Jaufrè domanda il perchè di così strano costume, è battuto e insultato. 
Egli riesce a fuggire e giunge dopo varie avventure ad un luogo ove apprende finalmente ciò che voleva sapere; il castello apparteneva all'ottimo cavaliere Melian di Montmelier; il quale è prigioniero e terribilmente martirizzato appunto dal crudele Taulat; i suoi sudditi han fatto voto di lamentarsi così più volte al giorno finchè duri la prigionia del loro amato sire Melian. Come è facile immaginare, Jaufrè finisce per vincere Taulat e lo obbliga ad andare a chiedere perdono al re Artù; restituisce Melian ai suoi sudditi e ne ha in cambio la bella Brunissenda, con la quale, dopo qualche altra avventura maravigliosa, celebra pompose nozze. (1 : Di Jaufrè vi è forse un rifacimento spagnolo (Cfr. Giorn. di fil. rom. Fasc. 9, pag. 159). Oltre a Jaufrè, appartiene al ciclo bretone un frammento di traduzione dal francese del Roman de Merlin, in un solo doppio foglio di pergamena che faceva parte di un grosso e ricco manoscritto. Vi si narra l'episodio degli amori di Uter-pendragon e Ygerna e, dopo una vasta lacuna, la morte di Uter-pendragon. Quanto insomma è nelle pagg. 69-72, 85-87 del riassunto di P. Paris, in: Romans de la table ronde, Paris 1868-78, vol. 2. Il Merlin provenzale é in Rdlr, XXII 105, Chabaneau.)
Questi racconti, ad onta dei continui episodi, delle ripetute descrizioni e dei lunghi monologhi, non dispiacciono quando sono scritti con verseggiatura facile e con qualche eleganza di stile: se manca anche questo pregio la lettura ne è insoffribile.

§ 6. Tale è il caso del romanzo di Blandin de Cornoalha e Giot Ardit de Miramar, il quale non appartiene al ciclo Bretone, ma è un vero e proprio romanzo d'avventura e di fantasia. Il poeta entra bene in argomento: 
(2 : “In nome di Dio comincierò un bel canto e narrerò d'amore e di cavalleria e d'una franca compagnia di due cavalieri, buoni guerrieri di Cornovaglia, che vollero girar pel mondo e cercar avventure e l'un d'essi, mi valga Iddio, ebbe nome Blandino di Cornovaglia, e l'altro si fe chiamare Guidotto Ardito di Miramar.”)

En nom de Dieu commenzeray
Un bel dictat et retrayrai
D'amors et de cavalaria,
Et d'una francha compagnia
Che van faire dos cavaliers,
De Cornoaalha bons guerriers,
Che volgron per lo mond annar
E lur aventura cerchar
E lo un d'els, se Dieu me valha
Ac nom Blandin de Cornoalha,
Et l'aotre si fa appellar (l'autre)
Giot Ardit de Miramar;

ma il romanzo è assai insipido di forma e di contenuto. I due cavalieri, ora uniti ora separati, conducono a fine parecchie avventure, uccisioni di giganti, liberazioni di damigelle: e infine Blandin come gli era stato predetto da un uccello dotato di favella umana, libera con tre miracolose imprese da un sonno magico la bella Brianda. Ella, com'è naturale, appena sveglia si innamora del suo liberatore, e lo sposa dopo aver dato in moglie sua sorella Irlanda al compagno di Blandin. 
(1 : P. Meyer, Blandin in Rom. II 170. Sul ms. unico di Torino, cfr. Renier, in Giorn. stor. d. lett. ital. VI 476. Il romanzo: Guillem de la Barra fu pubb. da P. Meyer, Paris, 1868.)
Altro romanzo d'avventura è il Guillem de la Barra, scritto nel 1318 da un poeta della scuola tolosana, Arnaldo Vidal di Castelnoudari, dedicato a un nobile di Linguadoca chiamato Sicart di Montaut, e conservato in un manoscritto del marchese della Garde. Nella solita forma dei versi ottosillabi accoppiati racconta le poco interessanti avventure dell'eroe, che è suddito di un re della Serra oltre Ungheria. La novella è stata rifatta anche dal Boccaccio nel suo Decámeron (G.a II 8.a).

§ 7. Dai romanzi d'avventura alle novelle è breve il passo. La novella (in provenzale Novas al plurale) fu un genere letterario assai gradito nell'alta società provenzale, e di lì passò in Italia e in Catalogna. In Provenza essa conserva la forma poetica dei romanzi, cioè gli ottosillabi rimati a coppia. La più lunga è intitolata Flamenca ed è al tempo stesso uno dei poemi più spiritosi del Medioevo e di quelli che ci danno maggiori notizie sulla vita signorile della fine del secolo XII. Il manoscritto è nella Biblioteca di Carcassona ed è mutilo sul principio e alla fine, cioè proprio nei luoghi dove forse era detto il nome dell'autore; la novella è di 8087 versi e si può con grande probabilità fissare la data della sua composizione all'anno 1234. Il Meyer crede vedervi l'influsso della poesia francese. L'argomento, di pura invenzione, è questo: Flamenca, figlia del conte Guy de Nemours, è sposa al gelosissimo Archambaud de Bourbon il quale non le permette se non di andare alla chiesa del castello, alla domenica. Ma il bel cavaliere Guglielmo di Nevers si veste da chierico e accompagnando il sacerdote durante il bacio delle reliquie, può sussurrare la frase: Hailas (ahi lasso!). La domenica seguente Flamenca riesce a mormorargli: Que plains? (di che ti lagni?) e sempre con l'intervallo di una settimana, si stabilisce un dialogo direi quasi telegrafico: Mor mi (muoio); risponde Guglielmo. De qué?; D'amor; Per cui?; Per vos!; Qu'en pucs? (che poss'io farci?); Garir! (guarirmi); Consi (come?); Per gein (con astuzia): e così di seguito, finchè perfettamente accordatisi, i due amanti riescono a combinare un abboccamento che è credibile non sarà stato di semplici bissillabi. (1 : Flamenca fu pubb. da P. Meyer, Paris 1865.) 
Un buon poeta è Raimon Vidal di Besalu, della prima metà del XIII secolo: di lui ci restano due novelle: Il Castia-gilos (Castigo del geloso) che tratta il solito tema: l'amore di un cavaliere aragonese, Bascol de Cotanda, per Alvira moglie del geloso Alfonso di Barbastre. (2 : È di circa 458 ottosillabi a coppia. Pubblicata dal Mahn, Werke III 226.) 
L'altra intitolata Un giudizio d'amore, narra in 1397 ottosillabi la contesa di due donne che, con gli argomenti tanto cari alla scienza d'amore del Medioevo, si disputano un amante e la decisione è data dal cavaliere Messer Ugo di Mataplana. (3 : Cornicelius, So fo el temps c'om era iays, Berlin 1888. Pei Mss. cfr. Grundriss, p. 21.)
Un'altra breve novella di 300 ottosillabi a coppia è quella di Arnaut de Carcasse intitolata del Papagai (Papagallo). Il personaggio principale è infatti un papagallo di molta eloquenza il quale induce una bella ritrosa, alle voglie del di lui padrone, il giovane Antiphanor; e, perchè gli amanti non sieno disturbati nel giardino, egli incendia il castello col fuoco greco. Questa menzione e il nome del giovine fanno sospettare una fonte bizantina. (4 : Oltre le citazioni in Monaci, Testi ant. prov. col. VII, la novella é in Bartsch, Chrestomathie provençale 1875, p. 257. Data della composizione e ms. cfr. Z. II, 498, Bartsch. Altri papagalli parlanti, cfr. Romania XIX 109.) (N. E. Las novas del papagai. A. de Carcasses : zona de Carcassona.)

Arnaut de Carcasses, novas del papagai. Dins un verdier de mur serat

§ 8. Un genere narrativo che accenniamo solo per completare questa rassegna, è quello della favola. Esso non fu ignoto in Provenza, ma non ne abbiamo che meschinissimi avanzi. Una bella favola è quella in 70 ottosillabi a coppia di Pietro Cardenal che fiorì verso il 1230, appartenente a nobile famiglia di Puy nel Velay, celebrato autore di serventesi morali, e molto protetto da Giacomo I d'Aragona. Egli narra che in una città cadde una pioggia di tal natura che rese pazzi tutti i cittadini, tranne uno che dormiva in casa nel momento della pioggia e che perciò non fu toccato. Il giorno dopo tutti commettono stramberie, tranne quel solo che si meraviglia e che dagli altri è creduto pazzo e percosso e costretto a fuggire. La morale non è difficile: la città è il mondo, la pioggia è la cupidigia dei beni mondani, i pochi creduti pazzi quelli che non curando le vanità attendono alla saviezza e alla virtù. 
(1 : Mss. ed edizioni, cfr. Grundriss, p. 47. Pubb. anche nella Chrest. del Bartsch, p. 173.) (N. E. Una ciutat fo, no sai quals)
Oltre questa favola morale vi fu anche in Provenza una raccolta di favole esopiche di cui il Rajna trovò un breve frammento, di 43 versi, che contiene la fine della favola del Pavone e della Cornacchia e il principio dell'altra La mosca e la mula. La raccolta provenzale era la traduzione libera di una raccolta latina molto usata nel Medioevo col nome di Esopus. (2 : P. Rajna, in Romania III 291. Quanto alle favole, due raccolte ne ebbe la decadenza latina, Avianus e Romulus. Questo secondo non è che la parafrasi in prosa delle favole di Fedro. 
Il Romulus fu accresciuto poco dopo il 1000 di altre favole. Verso il 1150 un anonimo (Walter l'Inglese?) mise in distici i 3 primi libri del Romulus e intitolò il suo lavoro Esopus: fu questo il testo di due traduzioni francesi e, a quanto pare, di questa provenzale perduta. Cfr. G. Paris, Litt. fr. éd. 1890, p. 117.)

§ 9. Abbandoniamo ora la poesia narrativa epica o romanzesca, nella quale la fantasia e l'invenzione tengono se non tutto almeno la massima parte del campo, e vediamo i racconti di storia. (1 : Pel ciclo classico, v. nota in fine del capitolo alla rubrica imitazione dell'antichità.)
Ma, badisi, il concetto di essa nel Medioevo, almeno in lingua volgare, è affatto diverso dal concetto moderno. La storia, racconto dei tempi passati, è solo per la gente colta; epperciò essa nel Medioevo, fu senza eccezione, in latino; pel volgo, e intendo dire per chi non era del clero, erano storia indiscussa le canzoni di gesta e i racconti tradizionali dei giullari. Ma nel secolo XI le crociate, specialmente la prima (1096), che portarono tante migliaia di guerrieri lontani dalla patria, richiamarono l'attenzione di tutti sopra un fatto presente e interessante: i rimasti vollero sapere le eroiche imprese dei partiti; i ritornati vollero raccontare agli amici stupefatti le loro avventure; la storiografia in volgare data propriamente da quegli anni e da quegli avvenimenti.
Senonchè la forma narrativa cui era avvezzo il volgo era, lo sappiamo, quella del poema epico. E perciò i racconti storici volgari presero direi quasi fatalmente la veste poetica delle canzoni di gesta e a lungo andare, alterati inconsciamente e talora consciamente (1) dai giullari, ne ebbero anche il carattere e la poca o niuna credibilità.
(1 : Abbiamo testimonianze formali di giullari che fecero pagare alle famiglie l'onore di essere nominate nel racconto delle Crociate.)
Così noi abbiamo una serie di poemi semi-storici e semi-leggendari, i quali ora esamineremo. 
Il primo, e che pare avesse maggiore veridicità e una discreta ampiezza, ma che si è completamente perduto, è un poema sulla 1a crociata, di un cavaliere limosino, Gregorio Bechada. Fu composto per domanda di Eustorgio vescovo (1106-1137) di Limoges: di esso poema, dice Gottofredo di Vigeois che era: ingens volumen, composto materna lingua, rhythmo vulgari. (2 : Ogni indicazione sul Bechada, si avrà in Romania X 459 e 591. Il Bartsch (Grundriss, p. 5) erra chiamandolo Guglielmo.)
Un frammento di poema che si riferisce pure alla prima crociata è la così detta Chanso di Antiocha, la quale racconta la battaglia dei Cristiani contro i Saraceni davanti Antiochia il 28 giugno 1098. Il manoscritto è all'Accademia della Storia di Madrid e pare della prima metà del secolo XIII, ma il poema risale al secolo antecedente. Sebbene rimangano solo 707 versi dodecasillabi assonanzati in serie monorime, noi ne conosciamo quasi tutto l'argomento, perchè il poema fu utilizzato dal compilatore di una cronica spagnola del principio del secolo XIV, la Gran Conquista de Ultramar. Il frammento provenzale rimastoci incomincia a narrare come il re Corbaran di Persia vedendo uscire da Antiochia i battaglioni cristiani, da un certo Arloys se ne fa indicare i capi: ecco, per esempio, quel che riguarda Goffredo di Buglione:
“Arloïs” dis lo reis, “guarda no m'en mentir, 
Si tu es aüsatz de gabs e d'escarnir:
Qual es acquesta jens que vei aqu i venir? (aqui)
“Per fe” ditz Arloys, “aquo vos sai be dir:
So es dux Guodafre que vos ve evazir,
Q'eul conosc a sas armas e a so jens guarnir
...
Can lo dux pren sas armas e va las revestir
Si fa tota la terra desotz sos pes fremir,
De mai d'una peirada las ausiratz bruir;
E porta una spasa don sap aisi ferir
Anc no vi Sarrazi fort armar ni guarnir
Si pel sus de son elme li pot un colp ferir
Que entro els arssos nol veja tot partir,
Ja escut ni ausberc nol poirà colp sofrir.” 
(1 : “Arloigi, disse il re, sebben tu sei uso d'inganni e di scherno, guarda di non mentirmi ora. Chi è codesta gente che vedo qui venire? Per mia fè, disse Arloigi, io ve lo so ben dire. Codesti è il duca Goffredo che vi viene assalire, ch'io lo conosco alle sue armi e al suo bello abbigliamento... Quando il duca prende le sue armi e se ne riveste, fa sotto i suoi piedi fremere tutta la terra, e le udreste tinnire più lungi d'un tratto di pietra; e porta una spada di cui sa dar sì gran colpi ch'io mai non vidi Saracino così bene armato e difeso che se disopra dell'elmo lo possa colpire non lo squarci tutto fin dentro all'arcione, e nè scudo nè usbergo non varrà a ripararlo.”)

Il merito letterario di questo poema, a giudicarne da quanto ne abbiamo, è assai scarso. (2 : Pubb. in Archives de l'Orient latin, II 467, da P. Meyer. Si cfr. Romania XIV, 311 (P. M.) e XVII, 513 (G. P.).)

In condizioni molto peculiari ci è giunto un poema sulla Crociata contro gli Albigesi. Il manoscritto è a Parigi (La Vallière, 91): il Raynouard ebbe anche un frammento di un altro manoscritto. Questo poema di 9578 dodecasillabi a serie monorime, è opera di due autori contemporanei agli avvenimenti (1) e però può dirsi veramente storico. Il primo autore è un tale Guglielmo da Tudela, protetto dal conte Baldovino fratello del conte di Tolosa: Guglielmo, rimatore di professione, si mette nel 1210 a narrare in versi i fatti della crociata, ma senza profonda convinzione nè calore patriottico o poetico, e in un gergo in cui mescola secondo le esigenze della rima forme di Francia e di Linguadoca. 
(1 : Alcuno ne volle autrice una dama del Quercy, Dorimunda. Cfr. Malinowski, in Bull. de la Soc. des Études du Lot, VI (1880), p. 574, e Rdlr. 1880, p. 35.)
Egli si arresta al 1213; poco dopo il conte Baldovino è ucciso, di Guglielmo nulla si sa, e il poema resta incompiuto. Ma un anonimo, tolosano, protetto da Roger Bernart figlio del conte di Foix, seguita il poema col più ardente patriottismo per la sua Tolosa che aveva respinto i crociati e conduce la narrazione fino al secondo assedio di Tolosa (1218): qui si arresta a mezzo senza dire se ha finito o se voleva continuare. Questo anonimo, senza essere un corretto scrittore è però migliore dell'altro. Noi qui abbiamo dunque non un poema ma due pezzi di poema insieme saldati, i quali non differiscono solo per la lingua, ma anche moltissimo per lo spirito che li anima: il primo è tiepidamente benevolo, il secondo acerbo avversario dei crociati Francesi. Merita lode anche la forma che senza essere squisita è però fluida e scorrente; ma l'importanza maggiore del poema è di rappresentare vivi gli odii, gli esterminii, le lotte sanguinose e teologiche di quegli anni per la Provenza così tormentosi. Anche questo poema, come molti altri, fu parafrasato in prosa, e ne abbiamo un rifacimento prosaico che non deriva però, come credette il Bartsch, da un testo più completo del poema. 
(1 : Indicazioni bibliografiche in Monaci, Testi ant. prov. col. VII. )
Alla seconda metà del secolo XIII appartiene un racconto in alessandrini a serie monorime della Guerra di Navarra del 1276, composto da Guillem Anelier di Tolosa. Di costui si hanno anche alcune liriche. 
(2 : Il Meyer non crede all'identità dell' Anelier epico col lirico (Rom. I, 379), che è invece ammessa dal Suchier (Jäner Liter. 1877). La Guerra di Navarra è edita in: Collection de docum. inédits, Paris. 1856, da FR. Michel.)
Quest'opera assai prolissa è lungi dall'offrire, anche pel soggetto trattato, l'interesse della crociata Albigese. Un'altra relazione storica, in prosa appartenente al secolo XIII è il racconto della Presa di Damiata nel 1219 pubblicato nel 1877 dal Meyer, da quattro doppi fogli della Biblioteca dell'Arsenale, scritti al principio del XIV secolo; esso è forse un riflesso di un racconto francese. (3 : La Presa di Damietta è pubb. da P. Meyer nel vol. 38°. Bibl. de l'Éc. des Chartes. Per altri documenti provenzali (croniche, genealogie, ecc.) puramente storici e non letterarii, si cfr. Grundriss, § 40 e 54, 4, e Chabaneau; Appendice alle Biographies des Troub. Toulouse, Privat, 1885. Tra essi è importante il Libre de Memorias di Giacomo Mascaro di Beziers, specie di cronica che va dal 1247 al 1390.)

Nota. - Poemi provenzali perduti. - Gli accenni dei trovatori provenzali a poemi e storie cavalleresche sono così numerosi e importanti, che richiamarono di buon'ora l'attenzione dei dotti. Il Fauriel ne ha una lunga lista (III 453-515) che fu ancora arricchita dal Birch-Hirschfeld (Ueber die provenzal. Troub. des XII und XIII Jahr. bekannten epischen Stoffe. 
- Halle, Niemeyer 1878. - Recensioni: Rom, VII, 448; Z. II, 318; Literaturblatt f. roman. und germ. Philol. 1880, N. 1). Questi accenni provano all'evidenza la popolarità di certi poemi e romanzi, ma è raro il caso che si possa discernere se si riferiscono a testi francesi o provenzali. Sotto questo aspetto, le poesie provenzali più ricche di allusioni sono una di Guiraut de Cabreira e una di Guiraut de Calanson - (Bartsch: Denkm. pag. 88-101).
Epica Nazionale. - Alla epopea provenzale si è voluto riferire tutto quel ciclo epico (una ventina di poemi; 24 secondo Gautier) che si chiama Ciclo Narbonese o di Guglielmo d'Orange o Gesta di Garin de Monglane. Questo Guglielmo è da identificarsi con quello che era nel 790 conte di Tolosa: a Villedaigne nel 793, sebbene sconfitto, riuscì ad arrestare i Saraceni che minacciavano la Francia; nell'806 entrò nel chiostro di Gellona e vi morì nell'812 in odore di santità. Tutti i 24 poemi del ciclo narbonese sono in francese, ma gli argomenti, le descrizioni, i nomi degli eroi, il luogo dell'azione, le conoscenze geografiche, tutto accenna al Mezzodì. Sono essi rifacimenti o riflessi di canzoni provenzali? 
Molto probabilmente no; ma la questione non è ancora ben chiara. 
Il Rajna dubita che anche questo ciclo, come il Girart, sia Borgognone, il che soddisferebbe gli avversari ed i sostenitori, ma l'ipotesi avrebbe bisogno di ulteriori studi. - (Tutta la questione è vivacemente esposta in Gautier: Épopées franc., p. IV, p. 8. Cfr. anche Rajna: Origini, 534. 
- Nyrop: Storia dell'Epopea, p. 155. - G. Paris: Littérature fr. [edizione 1890], p. 62.) - (Per un poema su Rinaldo, vedi più oltre Ciclo bretone). Imitazione dell' antichità. - Ci si è conservato, come abbiamo visto al cap. 2° § 8 un frammento del Poema su Alessandro di Alberico di Besançon.
Sotto questa rubrica di imitazione dell'antichità poniamo alcuni titoli di opere, che propriamente non erano che traduzioni o rifacimenti di romanzi greci della decadenza o bizantini.
Dopo Alixandre fil Filipon (Alessandro figlio di Filippo) il già citato Guirautz de Cabreira (verso 1170) nomina Apoloine o Apollonio di Tiro. Questa storia pietosa assai nota nel Medio-evo è anche due volte accennata in Flamenca e ha un lungo ricordo in una poesia di Arnaldo di Marsan (fine XII sec.). Le versioni francesi sullo stesso argomento sono del XIII secolo; non è impossibile che l'Apollonio di Tiro abbia avuto una più antica redaz. provenzale; non v'è però niuno argomento che avvalori questa non negata possibilità.
Di origine greco-bizantina, ma piuttosto novelle che romanzi, sono Aucassin et Nicolette (a mezzo il secolo XII) e Floris e Blancaflor, testi francesi, di cui (Grund. pag. 5, 20) si è supposto gli originali provenzali, ma a torto. Più probabilmente ci fu in provenzale una traduzione del celebre Romanzo dei Sette Sapienti (origine orientale, trafila di traduzioni, greca, latina) celebre raccolta di novelle. Il Bartsch (Grundris, pag. 22) ne cita un manoscritto (provenzale?); lo Chabaneau (Revue des lang. rom. X, 105), ricorda la menzione che del romanzo fanno le Leys d'Amors e ammette la probabile esistenza di una versione provenzale.
Ciclo bretone e romanzi d'avventura. - Una serie di malintesi fece credere che il celebre trovatore Arnaldo Daniello avesse scritto un poema provenzale su Lancilotto e che questo fosse la fonte di un Lancelot tedesco composto nel secolo XII dal mastro-cantore Ulrico di Zatzikhoven. G. Paris (Rom. X, 478) ha dimostrato all'evidenza la falsità di questa credenza, e che Ulrico prese da un originale francese. 
(1 : Non certamente di A. Daniello, ma una traduzione provenzale del Lancelot francese pare che realmente abbia esistito. Cfr. Rdlr. XXII, p. 105 e seg.)
Allo stesso A. Daniello (ed è perciò che lo noto qui) si attribuì un poema sull' Arrivo di Rinaldo in Roncisvalle, ma anche questa è una fiaba. 
(Cfr. U. A. Canello: Vita di A. D. p. 36). Altro supposto romanzo provenzale del ciclo bretone sarebbe stato un Perceval o Parsifal; ne è fatta menzione da Wolfram di Eschenbach, che cita come una delle sue fonti: Kiôt... ein Provenzâl (confr. Grund., pag. 19). Un romanzo d'avventura e assai popolare pare essere stato quello sugli amori de Andrieu de Franza, perduto, che probabilmente era francese sebbene i maggiori accenni si trovino in poeti meridionali (Cfr. Paris: Litt. fr. [ed. 1890] p. 108 e Rom. XVIII, 473). Su una pretesa fonte provenzale del Daniel vom Blumenthal di Striker, poeta tedesco tra il 1230 e 1250, v. Grund., pag. 18. (N. E. Daniel von dem Blühenden Tal.)

Daniel von dem Blühenden Tal



Novelle. - Abbiamo prove sicure che molte novelle provenzali sono andate perdute. Di alcune, e assai graziose sebbene paiano piuttosto brevi aneddoti che composizioni di una certa lunghezza, conosciamo l'argomento, poichè esso ci è stato conservato dal nostro Francesco da Barberino il quale le riassume e le attribuisce a P. Vidal, a Miraval, a R. Jordan, a Raimbaut, e a Folquet. (Cfr. A. Thomas: F. da Barb. et la Litt. prov. en Italie au M., A., Paris 1883, pag. 114, 116, 129, 143). 
Di altri accenni che troviamo sparsi in altri poeti e autori noi non sappiamo, al solito, se si riferiscono a testi francesi o provenzali.

Wolfram von Eschenbach


domingo, 30 de noviembre de 2025

Prenh, Preing, Pren - Prepuci, Perpuci

Prenh, Preing, Pren, adj. f., du lat. praegnans, grosse, enceinte, pleine.

Pueys li laissa sa molher prenh

D' un girbaudo, filh de girbau.

Pierre d'Auvergne: Bella m'es.

Puis lui laisse sa femme enceinte d'un petit vaurien, fils de vaurien.

Que cornes una egua prenh.

Raimond de Durfort: Turcmalecs. 

Qu'il cornât une jument pleine. 

Sancta Maria fo prens del Sant Esprit.

Hist. de la Bible en prov., fol. 48.

Sainte Marie fut enceinte du Saint-Esprit.

ANC. FR. Une truye prains, laquelle fut... avortée de cinq gorretz. 

(chap. Una gorrina (truja) preñada, la que va sé... abortada de sing (sinc, 5) gorrinets.)

Lett. de rém., 1480. Carpentier, t. III, col. 378.

La montaigne estoit prains,

Si a geté grant plains,

Et puis a enfanté.

Ysopet, II, fables 34. Robert, t. I, p. 329.

(N. E. Esopo, Parturient montes, el parto de los montes. La fábula, muy breve, relata cómo los montes dan terribles signos de estar a punto de dar a luz, infundiendo pánico a quienes los escuchan. Sin embargo, después de señales tan asombrosas, los montes paren un pequeño ratón. La fábula, y la expresión "el parto de los montes", se refieren por lo tanto a aquellos acontecimientos que se anuncian como algo mucho más grande o importante de lo que realmente terminan siendo. Algo así como la declaración de independencia de Cataluña por Carlitos Puigdemont, Podiomontibus, Podio de monte.)

Cataluña ha sigut independén entre les 19:39:44 y les 19:39:52 del 10-10-2017

CAT. Prenys. PORT. Prenhe. (ESP. Preñada, Preñadas.) 

(chap. Preñada, preñades.)

2. Prenhat, s. m., foetus, portée.

Orites..., quant femna lo porta pendut, fai que no pot emprenhar, e, si tant es que enprenhe, ades gieta lo prenhat.

Trad. du Lapidaire de Marbode.

L'orite..., quand femme le porte suspendu, fait qu'elle ne peut concevoir, et, si tant est qu'elle conçoive, incontinent elle rejette le foetus.

(N. E. Y la gente comprando anticonceptivos, condones y pastillas, teniendo orites, orite; puede ser la pirita, que se asemeja al oro.)

orites, orite; puede ser la pirita, que se asemeja al oro

 

(chap. A Calandrino, Decamerón, li fan creure que está preñat a una de les sen (100) noveletes; Jornada Novena, novela tersera.
Pa preñat, pans preñats, en churís, rellenos, farsits; feto, fetos, lat. foetus.)

3. Prenheza, s. f., grossesse, portée.

Cabras... en mantas regios han layt ses prenheza.

(chap. (les) cabres... a moltes regions tenen (donen) lleit sense está preñades.)

Eluc. de las propr., fol. 242.

Chèvres... en maintes régions ont lait sans portée.

4. Emprenhar, Enpreinhar, Empregnar, Empreinar, v., engrosser, rendre, devenir enceinte, concevoir. 

Las femnas maridadas que se fan emprenhar en adulteri.

(chap. Les dones (fémines) casades (maridades) que se fan preñá en adulteri.)

V. et Vert., fol. 14.

Les femmes mariées qui se font engrosser en adultère.

Poc la pieuzela Maria...

Empregnar.

(chap. La pubilla María... va pugué quedás preñada.

Lo verbo empreñá en chapurriau vol di molestá, estorbá, etc.)

Brev. d'amor, fol. 84.

La pucelle Marie put... devenir enceinte.

- Féconder, fertiliser.

Fig. Ayga pluvial... entre totas aygas may util es ad emprenhar la terra.

Eluc. de las propr., fol. 150. 

Eau pluviale... entre toutes eaux est plus utile pour fertiliser la terre. Part. pas. Ieu o sai veramen

Qu' empreinatz n' a mais de cen.

(chap. Yo u sé (verdaderamen) veramen, que ne ha preñat mes de sen.)

Guillaume de Berguedan: Un sirventes. 

Je sais cela véritablement qu'il en à engrossé plus de cent.

Helizabeth qu' es emprenhada.

Los VII Gaugs de Maria. 

Élisabeth qui est engrossée.

CAT. Emprenyar. ESP. Empreñar (preñar). PORT. Emprenhar. 

IT. Impregnare. (chap. preñá : preño, preñes, preñe, preñem o preñam, preñéu o preñáu, preñen; impregná en un líquit.)

5. Enpregnatiu, Inpregnatiu, adj., fécondatif, fertilisatif, propre à féconder, à fertiliser.

Vent... de aybres enpregnatiu et nutritiu.

Virtut fecondativa et inpregnativa.

Eluc. de las propr., fol. 134 et 116. 

Vent... des arbres fécondatif et nutritif. 

Puissance fécondative et fertilisative.

(chap. Impregnatiu, impregnatius, impregnativa, impregnatives : fecundatiu, fecundatius, fecundativa, fecundatives; fertilisadó, fertilisadós, fertilisadora, fertilisadores. La merda del empreñadó aragonés catalaniste Ignacio Sorolla Vidal cagán daball de un olivé o una olivera del mas del Moliná de Peñarroija de Tastavins es mol fertilisadora.)

6. Reenprenhar, v., réengrosser, redevenir grosse, pleine.

Las cervias..., apres la part, manjan las herbas camo e sizolis; si reenprenho, el suc de las ditas herbas lor dona copia de layt.

Eluc. de las propr., fol. 245.

Les biches..., après la portée, mangent les herbes camomille et sison; si elles redeviennent pleines, le suc desdites herbes leur donne abondance de lait. (chap. Repreñá, torná a preñá, a quedás preñada. No sé si sizolis, sison es lo sisallo, sissallo.)

sisallá, sissallá, terreno aon abunde lo sisallo, sissallo :

7. Impregnacio, Enpregnacio, Enprengnacio, s. f., grossesse. 

Per razo de impregnacio. Eluc. de las propr., fol. 22.

Par raison de grossesse.

Alratica... prohibeys de cuoyt, de enprengnacio et de enfantamens.

Trad. d'Albucasis, fol. 35.

Alratica... préserve de coït, de grossesse et d'enfantement.

(chap. Himen. La vulva, vagina, chona de la dona no perforada, o forat menut. “Alratica est, ut sit uulua mulieris non perforata, aut sit foramen paruum”.

https://www.arabic-latin-corpus.philosophie.uni-wuerzburg.de/text/Albucasis_Chirurgia_la.xhtml#214_15 Universidad de Würzburg)

 

Prepuci, Perpuci, s. m., lat, praeputium, prépuce.

Si lo prepucis garda la drechura de la ley.

(chap. Si lo prepussio guarde la observansa de la ley; drechura : que es de dret. Se deuen referí a la circuncissió, la ley cristiana VS islámica.)

Trad. de l'Épître de S. Paul aux Romains.

(chap. Traducsió en ocsitá de la Carta de San Pablo, Paul, Pol, als Romanos o Romans. Cuan vach fé la comunió vach lligí un tros de la primera carta als Corintios, los de Corinto.)

Cuan vach fé la comunió vach lligí un tros de la carta als Corintios, los de Corinto

 

Si le prépuce conserve l'observance de la loi.

Del loc del perpuci.

Trad. d'Albucasis, fol. 29.

De l'endroit du prépuce.

CAT. Prepuci. ESP. PORT. Prepucio. IT. Prepuzio.

(chap. Prepucio o prepussio, prepucios o prepussios: lo cap de la sigala, polla, pene, la punteta o puntota, segons quí; lo que li chupe Natxo Sorolla, lo doctoret de sossiolingüística, al grillat de Manel Riu Fillat de Benavarre - Benavarri, professó de llengua castellana - en dialecte ocsitá catalá - a Tremp. Aixó ya no es inmersió lingüística, es baixá a la fossa de les Marianes a pulmó. Ya sabéu lo resultat.)


PRES

sábado, 30 de octubre de 2021

Fábulas en vers mallorquí. Tomás Aguiló Cortés

Fábulas en vers mallorquí

per

D. T. A. y C. (Don Tomás Aguiló y Cortés) 

Autor de la Rondaya de rondayas 

escritas en 1802.

Tomás Aguiló Cortés, Tomás Aguiló Forteza, fábulas, vers mallorquí, poesías fantásticas

Palma.

 

Imprenta de Trias. 

1840.

A nou dobbes. 

 

Es propiedad del editor.

 

 

(Nota del editor, Ramón Guimerá Lorente: 

Tomás Aguiló Cortés, padre de Tomás Aguiló Forteza)

 

 

Fábula I.

 

Es Lloro y es Pinsá.

 

A un llibre molt antig y molt arnat,

Plé de pols y brutó se troba escrit,

Qu' all no sé á quin lloch en temps passat,

Que ja de pur passat está florit,

(Pero lo mes segur, cuant fos mes prop,

Aloménos seria en temps d' Isop,)

Capitol vint y sis, fol cent y tants

Se conta el siguient cas y altres semblants.

El dia de cumpli añys de son reinat

Ab molta pompa celebrar volgué

S' Aguila, hermosa reina d'els aucells.

Luego per son imperi dilatat

De tal funció noticis estengué,

Y ets animals del aire los mes bells,

Sa tropa, sa noblesa, y cortesans

Acudiren contents als besamans.

Ella que los va admetre molt formal

Los concedí mil honras y favós,

Mostranse digne d' es poder real

Pues que tenia un cor tan generos.

Despues qu'amb un sarau los va cansar,

Essent axó en juriol, qui el temps no es fresch,

Per unes obsequi los volgué alegrar

Fentlos servir un abundant refresch.

Satisfets tots quedaren y contents, 

Cuant des mitx des tropell des concurrents 

Se va axecar un lloro presumit, 

Y demenant llecencia per parlar 

Un espécios discurs va comensar, 

Pensant que dava un rato devertid.

Ab elevat estil y gran primor 

Celebrá los progressos del reinat, 

De las antiguas tropas el valor 

Que desplegaren á un famos combat, 

Se destrucció total d'els inimichs, 

Se fama que adquiriren els majors, 

Fent que hey venguessen bé per molt de pichs 

De la Reina present els grans honors. 

Pero véu ab dolor qu'el seu discurs 

No meresqué s'aplauso des concurs 

Perque imitá es llenguatje racional; 

Cosa fonch qu'a los més va sebra mal, 

Y adhuc fonch judicada per algú 

Com á despreci d'es perlar comú. 

Feyan bo á no acabar sa festa en pau 

Cuant s’alsá d'els estrados un Pinsá, 

Y per fer quedar lluit aquell sarau 

Unas cuantas arietas va cantá 

Compostas á la moda del pais, 

Millor que si fos musich de Paris. 

Meresqué un palmateo general, 

Que enhoramala Pleyel ni Mozart, 

Pues encare que es cant fos pobre d'art 

Aument dava á sa gloria nacional. 

La Fontaine en frances, Fedro en llatí 

Escrigueran y Iriarte en castellá, 

Y si alguns pensaments los vull copiá

Será en es meu estil que es mallorquí; 

Perque es just y posat ab gran rahó 

Que aprecii son idioma cada autó. 

 

FÁBULA II.

 

Es Corp y sa Raboua. (rabosa)

 

Demunt un abre frondós, 

Mes content qu'un ca amb un os, 

Estava un Corp amb un tros 

De formatje ben gustós. 

Una Raboua tot just 

Allá es trobava aturada, 

Que si l'hagues convidada

Hauria admés de bon gust. 

Estava badant tant d'ui, 

Cercant á son mal remey, 

Y al instant per pillarley 

Trazá tot aquest embui: 

- Amich meu, com va la vida! 

Li digué astuta y gojosa, 

Sa teua persona hermosa 

Está ben sana y lluida.

No sé jo cap animal 

De cuants ne volen per l'aire

Sense fe á ningun desaire, 

Que puga dir que te igual. 

¿Qué no's axí com t'ho dich? 

Ni es pago real tant pintad, 

Ni es cisne tant celebrad, 

Des seu blancor jo m'en rich. 

¿Que mes se pot desitjar? 

Una habilidad tan sols 

Het falte perque tu vols; 

Si aprenguesses de cantar... - 

Inflat es Corp de aquests vents 

Volgué cantar un pasatje, 

Pero caiguentli es formatje 

S'altre l'ampará en ses dents. 

Perque de mi no s'ofengue 

Qui es paga de elogis vans, 

Digues que li bes las mans, 

Y si es agut que m'entengue.

 

Fábula III.

La Güátlara. (gualla : codorniz : codorniu)


Per un camp de rostoy ben descuidada

Una Güátlara hermosa pasturava, 

Y cuant la pobre ménos s'ho pensava 

Se veu dins uns filats embolicada. 

Mesquineta de mí! clama enfadada, 

Cuant alegra ha poch temps que jo cantava, 

Y sa crüel fortuna hem preparava 

Sa meva perdició tant desastrada. 

¿Y per qué tan sensible desventura?

Per un granet de blat ¡Oh cuán funesta 

Y cara ha estat sa meua golosina!

¿Es desgraciad aucell fonch perventura

Es primer que tengué sort com aquesta? 

¡A cuants causa un sol gust semblant rüina

 

Puigdemont, Cigüeña, Cigonya, Es Llop y sa Cigüeña.

FÁBULA IV.

Es Llop y sa Cigüeña.

 

Ab grans bascas de mort, prop de s'ultim suspir 

Estava un fiero Llop molt proxim á morir, 

Perque un os travessad dedins sa gargamella

Li causa mil dolors, y tant ja l'atropella,

Que per tenir present un hábil cirugiá 

Donaria es caxal mes robust y mes sá. 

Amb un conflicte tal pensen los circunstans 

De que cada'u aprov de posarhi sas mans, 

Intentant acertar sa perillosa cura, 

Y guañant bons doblés tenir fama segura; 

Peró per mala sort véran á sen revés 

No ser dignes des nom ni credit de barbés. 

Sa Cigüeña despues arriscantse atrevida, 

Esposá á gran perill no ménos que la vida, 

Pues passant el seu coll dins sa boca des llop, 

En tanta prontitud com si fos beure un glop, 

En so bec tragué s'os ab tanta habilidad 

Que tot aquell concurs quedá molt admirad. 

Es professor content demána sa propina, 

Pero es Llop l'envesteig, y si la m’andavina 

Es bossinet mes gros sería estat s'oreya. 

Sa Cigüeña callá, que ja venir s'ho veya, 

Perque molt be sabia es proverbi que diu: 

Rentar es cap á s'ase y perder es llexiu; 

Pero escrigué aquest cas á llibres reservats 

Perque sigue consol á qui serveig ingrats

 

FÁBULA V.

Sa galina d'es ous d'or.

 

Dins son corral una dona

Hey tenia una galina

Que cada dia sens falta

Un ou tot d'or li ponia. 

Contenta sa bona jaya 

Callava y los componia 

Arreu dins una cistella, 

Sense dirhó á sas amigas. 

Ja may volgué averiguar 

Si era sort ó bruxaria, 

Y pensava que en tal cas 

En es fregir ja heu veuria. 

Are be pensau vosaltres 

Si prest sa faria rica 

En tant bona truita d'ous 

D'or macis, y frechs del dia. 

Pero tota aquella pausa 

Pareig que no li cumplia 

Com si fortuna tan gran 

Encare fos poca dicha, 

Y volent ferse opulenta, 

Com diuan d'una envestida,

M'agáfa s’animalet 

Y resol darli d'espina, 

Creguentse que dins s'ouera 

Hey tendria alguna mina 

Que rebenteria amb or 

Y serian unas Indias. 

Sens mes calco li obri's ventre 

Cuidadosa l'hey registra, 

Y cuant ja no te remey 

Conex sa seua avaricia. 

Es malanats codiciosos, 

En els qui res assacía 

Fomentan una passió 

Que sovint los arrüina. 

Y si no basta es meu credit, 

Un refranc tenc qui heu esplica: 

Qui tot ho vol tot ho pert; 

Y qui s'hen riu que s'hen riga.

  

FÁBULA VI.

Es Llop y es Ca.

 

Escoltaume, bona gent, 

Si un cuento no molt recent 

Voleu que vos referesca. 

Per prénder un poch la fresca

Vá sortir des bosch de Nitria 

Un Llop just com la mort de Itria, 

Tan magre, flach, y primet 

Que no s'aguantava dret. 

Topá per sort ab un Ca

Qui s'esclatava de sá,

Tant bó, tant gras, y tant redó. 

Qu’ era un gust es mirarlo. 

- Ola mon amo! jo estrañy 

Es veuret de tan bon añy, 

Cuant jo qui som mes valent 

No tench ni per una dent, 

Y es tanta ma desventura 

Que tota aquesta figura 

Sols consisteix en pell y ossos. 

- Oh! saps que hey pos de bons trossos, 

Tot d'una es ca respongué 

En casa de un cavallé 

Ahon serveisc de criat! 

Allá m'estich regalat 

Que res mes pug desitjá, 

Vengan ossos, venga pa, 

Y mentras que la gent gruñy 

M'afich bossi com es puñy, 

Y axi em pos de lo milló 

Un ventre com un tambó. 

Com som Fumat, y va el resto, 

No dexaria aquest puesto 

Per estar de bona gana 

Amb el gran Duc de Toscana. 

Si volguesses un consey, 

Jo trobaria remey 

Perque en casa de 's Seño

Het señalassen racció 

Perque guardasses sa casa. 

Creume, cuy aquesta vasa, 

Y veurás per dirla vera 

Que estás millor qu’ un prevera. 

- A tot axó hey vench a bé, 

Es magra Llop respongué, 

Que are per poré menjá 

En faré y tot hermitá. - 

Los dos parteixen rebents, 

De tanta amistad contents 

Aguardant bona ocasió 

Es Llop d'omplirse es serró 

Despues de tants de trabais, 

Y lo que feu de badais 

Arribarho á fer de rots. 

Mentras davan salts y bots 

Per casualidad notá 

Que demunt es coll des cá 

Se pell estava escorxada, 

Y li digué: Camarada, 

Qu'es axo? demunt s'espatla

Una nafreta hey tens. Patla 

¿Que ja rebentas de gras? 

- Dex anár, jo no en fas cas, 

En tenir se gripia plena, (la segunda i no tiene puntito)

Poch mal en fa se cadena.

- Cadena dius y no es res? 

Are veig que tu estás pres. 

Confus es llop esclamá: 

Adios trossos, adios pa, 

Que en es bosc men vaig tot dret. 

Val mes patir fam y sed 

Que veurerse regalad 

Y no tenir llibertad. - 

Es llop no volgué estar prés 

Y en veritad feu molt bé, 

Que un qui llibertad no té 

No pot prender gust en res. 

 

 

FÁBULA VII.

Es cassador y es cans.

 

Jau cussas, vatlotequi; 

Apretau, ala vellaca, 

Are es dins aquest claper, 

Are es dins aquesta mata. 

Jas Llesta, jas Falaguera, 

Un coní es com una cabra. - 

Axí per devertiment 

Un cassador s'esbravava, 

Per veurer corre sas cussas, 

Ja que venia sens cassa.

Es cans correns com uns locos

No se plañian sas camas, 

Per entre matas y rocas 

Tot heu miran y repassan, 

Fins que ja cansats y morts 

Es cassador los diu basta. 

¿No veis que no heyá coní, 

Ni heyá llebra, ni heyá ravas? 

D'aquest modo es reya d'ellas, 

Cuant per una enramada 

Los surt correns una llebra, 

Y es cassador luego esclama: 

Are si que va de veras, 

Creis que vos engan encara. 

¿Qué no la veis que pareix 

Un llamp en lo prest que passa? 

Empero ellas el s'escoltan 

Just com si fossen de mabra. 

Qui sense ningun profit 

Sol mentir cada paraula. 

¿Cuant diga la veritad 

No l'han de enviá noramala?

 

FABULA VIII.

S'asa y es porc.

 

S'ase enveja tenia en es tossino

Cuant contemplava es diferent destino 

Que los havia dat es fort empeño 

D'un opulent pajes que era son dueño. 

- Aquesta si que es vida regalada 

Dormir fins á las nou. S'ensegonada 

No li manca ja may. Ell tots es dias 

Van á qui li fará mes moxonías. 

Ja el tenim ajagut. Ell no trabaya 

¿Y jo em contentaré ab un poch de paya, 

Despues qu'he duit en es graner s’oliva? 

Despues de haverme fet suar sang viva? 

Despues que m'esfondraren sas costellas, 

En somadas de fems ó be d'astellas, 

Y em señalaren fortament sas ancas 

Ab cuatre o cinc mal esporgadas brancas? 

Are un poquet de paya? Axo es justici? 

¡Ó quina mala paga á mon servici! - 

 

Pero al veurer sa gent arromangada, 

Ab un cañom devant, y tota armada, 

Qui á sa soll se encamina molt resolta, 

Mal, digué, á matarlo s’hen van tal volta, 

Y si aquí d'un porc gras sa dicha para 

Venga paya y garrof, venga per are.

Aquells que gosan d'una vida ociosa 

No es just que tengan mort feliz y honrosa. 

Es trabay es de tots; fará mes vasa 

Qui mes trabayará; creis pues un asa.

 

FÁBULA IX.

La cirvia ó cera y el lleó. 

 

Saltant parets y marges encalsada

De cassadors famosos una cirvia, 

Per boschs y comellás, per plá y muntaña, 

Ab mes velocidad q'un llamp corria. 

Cualsevol qui la ves creg que sens dupta 

Un dimoni té en cada peu diria, 

Y treguent sempre forsas de flaquesa 

Sols no dexa señal aquí hon trepitja, 

Y suant, tanta gota no s'atura

Fins que té per defensa una garriga. 

Allá s'está pern'alta, recobrada 

D'es susto sens preveure una desditxa. 

Fonc el cas que dins una oscura cova 

Tapada d'espinals un lleó vivia, 

Y en s'horrible furor que al mon espanta, 

Envesteix á la pobre fugitiva, 

Y ja en sas seuas dents y ja en sas unglas 

A mí hem sap greu que per dissort funesta 

Perdés tan prontament sa seua vida, 

Perque ab son propi engañ escalivada 

Algunas bonas reglas donaria 

En es qui per fujir de alguna pena 

Dins uns perills majors se precipitan.

 

FÁBULA X.

Sa cigüeña, sas ocas y sas grullas.

 

En llágrimas dels uis, estava contemplant 

Son camp tot destrossat, un llaurador mirant 

Com sas cigüeñas y ocas juntament ab sas grullas 

No li dexavan mes que un pareyet de fullas. 

Es pobre llaurador casi desesperat, 

Desitjos de dar castig á n'aquesta maldad, 

Estén un bons filats, y en el mateix moment 

Ets agressors dins ells cauen incautament. 

Indignad des furor que el seu geni li anima ,

Sense ningun remey la mort luego els entima, 

Sa seua autoridad li dicta gran rigor 

Pues diuen que era batle, o almenos retgidor; 

Empero sa cigüeña li diu molt humilment: 

- Mirme ab uis de piedad que jo som innocent. 

Voste coneix molt bé que sense perjudici 

Al seu sembrat y camp li fas gran benefici,

Pues de cuchs y serpens li neteig fruits y grans 

Perque el vengue á bon preu y tot diners contans. 

- Axo no importa res ni tampoc m'hen oblig 

Jo te trobada á tú junta ab mon inimich 

Amb ell acabarás, infeliz los teus dias. - 

Pues cuidado en fugir sas malas compañias.

 

FÁBULA XI.

Es dos amichs y s' Onso.

Desperten a un onso pardo que hivernáe a la Cova de la Dona de Beseit.

 

Per entre una arboleda 

Dos amichs sen anavan 

En bona compañía

Sense espasa, pistola ni cap arma. 

Y vatequí qu'es temen

Que los surt al encuantra 

Un Onso molt ligero 

Que deválla correns de sa muntaña.

Un per salvar la vida 

S'enfila dalt un abre,

Y s'altre tot d'un pronte

Millor remey no troba que sa maña.

S'arrisca á la ventura,

Y sense badar barras

S'ajeu, no's mou, ni's mena, 

Es beu s'alé esperant qu'axó li valga.

S'Onso ferós arriba, 

Luego li fa capada, 

De cap á peus l'ensuma, 

Y pensantse qu'es mort se gira y passa.

Tot d'una es dos s'aplegan 

Y despues de dar gracias 

A sa bona fortuna

De haverlos tret tant bé de s'encallada.

- He reparad que s'onso, 

Un amich digué á s'altre, 

Et parlava á s'oreya, 

¿Voldrásme dir quíns cuentos te contava? 

- Que dets amichs men riga,

Perque en tení un soscaira 

Ells se posan á cobro,

Y dexan s'altre es mitx de sa dansada. 

 

FÁBULA XII.

Es dos galls barayadissos. 

 

Jo m'estich ben segur que chalaria 

Qui hagues vist un combat de galls inglesos,

Que en es corral tengueren s'altre dia. 

Tots dos ben atrevits, tots dos encesos, 

Indignats se pegaren, de manera 

Que parexia estavan molt ofesos. 

No fonch una espolsada sa quimera, 

Perque de esclips y esclops ni hagué á balquena, 

Y si llest era un s'altre més heu era.

Pero es cap y la fi en sa cresta plena 

De picadas y sanch un s'enretira 

Y acotat á un racó no's mou ni's mena, 

Y luego s’altre que triunfant se mira

De sa victoria seua sen avana,

Y á cantarla gojos tot d'una aspira.

Pero per mala sort una milana,

Que feya prop d'allá sa torniola,

No li dexa gosar sa gloria vana.

El sent, el pilla, l'arrebata y vola,

Y es seu rival quedant sens ploma alguna

Señor des galiner, prest s'aconsola 

Agrait á lo inconstant de sa fortuna. 

 

FÁBULA XIII.

S'águila y sa tortuga.

 

Quí creurá cosa igual, 

De esser tant general 

Es desitx de volar, que sens reparo 

Me atrevesc á promete que es ben raro 

Qui no n'ha sabut may, 

Y tenint temps y espay 

No tenga ganas de jugar per l'aire, 

Y no heu provás si no temes desaire? 

Per are no dig mes 

Sino que aquest esces 

Arribá fins y tot á sa tortuga: 

(Axó es lo mes estrañ que dir se puga). 

En el mateix moment 

Que aquest mal pensament 

Li passa p’es cervell, se desconsola 

Veent qu'hen volan tants y ella no vola. 

Y sens mes aguardá 

A s'águila esplicá 

Es seu desitx y estravagant manía 

Confiada en que á volar l'enseñaria. 

- Mira, diu, sols que hem dons 

Un parey de llisons 

Segura volaré, y en está alsada 

Que vengan es mes llests á darme unglada. - 

Sa reina dels aussells 

Luego aquests cascavells 

Vol treureli des cap, y li dejecte 

Amb evidents rahons es seu projecte. 

Ella plena de grins 

Porfia y torna, fins

Que ja cansada de semblant quimera, 

S'águila donarli bon chasco espera. 

La pren, axeca es vol

Pareix qu'es prop des sol,

Y dient á sa tortuga: estás contenta, 

La dexa caure y s’infeliz rebenta. 

Si are tengues remey 

Tal volta per consey 

Daria á cualsevol esta advertenci. 

Preniu parer de aquell qui te prudenci.

 

FÁBULA XIV.

Es milá.

 

Un milá que en sa vida en feu petjada, 

Pitjor que carn de chincha trist es veya,

Pues ferit de una flecha envenenada 

Escaparsen de aquella ja no creya. 

Prop de sa pell mirava sa ruxada, 

Y des cástigs del cel ja no s'hen reya, 

Que comensava á fer farina blana, 

Perque anava á la mort de mala gana.

S’últim baday casi en es bec tenia,

Y amb uns termes semblans parlá á sa mare: 

- Preniu ets atapits, correu, feis via, 

Acudiu en es déus, mirau si encare 

Tendrá remey sa meua malaltía, 

Ó bé si cualcun d'ells per mí es declara, 

Pues que ja hem veig devant la mort funesta, 

Y es corps que de sa meua carn fan festa. 

- Si altre medi no tens estás volad, 

Li respongué sa mare, axó es justici, 

Cóm vols que alcans salud per un malvat 

Que no ha dexat passar per alt cap vici? 

Cuánta víctima haurás arrebatad 

De devora s'altar des sacrifici? 

Y are tú com del cel esperas res 

Si á qui het pot ajudar tant l'has ofes!

 

FÁBULA XV.

Es pastors y s'onso.

 

Un onso per mala sort 

Va caure en mans de pastors, 

Y á pur assot es traidors

El me dexaren per mort.

Empero pes seu conort

Altre pastor el trobá, 

Y compatit el curá

Com si fos estat son fill, 

De modo que des perill 

Dins de poch temps escapá. 

Llibert de sa malaltía 

En es xots envesteig s’onso, 

Just y fet un rey Alfonso 

Que en es moros envestia. 

Ne devora cada dia 

Ab sa furia mes rabiosa 

De sa guarda numerosa 

De tot alevos pastor; 

Pero des seu protector 

Ni sa cabra mes roñosa. 

Guardet d'anutjar ningú

Maldament no sigan fieras

Que no li faltarán maneras 

Si vol venjarse de tú. 

S'ofensor no dorm segú, 

Tement sempre sa venjansa, 

Perque de vetlar no's cansa 

Aquell qui es sent agraviat, 

Y per fat ó per salat, 

Ó prest ó tart ell l'alcansa.

 

FÁBULA XVI.

Sa llebra y es gorrió. 

 

Pasturava descuidada, 

Es mitx de s'herba abundosa, 

Una llebra desgraciada

Cuant se veu arrebatada 

D'una águila poderosa. 

¿No eras tú sa qui corrias

Poc temps ha per aquest camp 

Que parexias un llamp? 

Que en vengan de cans, dirias, 

Y qui es mes llest que s'arramb.

Posei cametas amigas, 

¿Per qué no escapas correns? 

Poc vals tú per mes que digas. 

Y cóm no els han de fer figas 

Á tal casta de valents? 

Axí sense compassió 

La m'insultava un gorrió, 

Cuant mes ligero que es vent 

El m'arrebata un falcó 

Qui el despadassa al moment. 

Tú qu’insultas atrevit 

Al infeliz afligit, 

Y lo miras ab cor dur 

Del poderos oprimit, 

Pregunt ¿estás tú segur?

 

FÁBULA XVII.

Sa lletera. 

 

Mes q'un Pasco de contenta

Va sortir una lletera 

Molt airosa y falaguera, 

Garbosa, llesta y llaventa. 

Una gerreta de llet 

Duya á vendre cuidadosa, 

Y estava tota gojosa 

Tenint son conta fet. 

Per llevar es cansament 

Y entretenir es camí 

Comensa á esplicar axí 

Son alegre pensament. 

Aquesta llet, gastos nets, 

Em treurá mes de vint sous 

Amb ells pug comprá cent ous 

Que m'han de fer cent pollets.

Cent galinas al present 

Com cent galls d’indi tendré, 

Per á Nadal las vendré, 

Y compr un porc al moment.

Menjant á no pore mes 

Dins pocs temps engrexerá, 

Y qui el me voldrá comprá 

Ha de escopí bons doblés.

Luego hem pos á negociá, 

Y en lleva un poc en es bec 

Arrib á aplagá un talec 

Que no'l puga sospesá.

Dient axí tant s'entrecuita

Que tropessa la pobreta 

Y li caigue sa jerreta, 

Riquesa per hont m'ets fuita! 

Es qui fa contes tot sol 

Sens tenir á Deu present 

Fabrica torres de vent, 

O cassa aucellets al vol. 

Jo sempre hem recordaré 

D'un adagi qui fa vasa, 

Y diu, q'un contas fa s'asa, 

Y s'altre el fá es traginé. 

 

FÁBULA XVIII.

Es cavall.

 

Diuen que no es conegut 

Es bé fins que l'han perdut: 

Es proverbi heu diu axí 

Y també heu diré jo aquí. 

Se refereix que un cavall 

Servia sense traball 

Á un capitá de Dragons, 

Y pos luego massions 

Que ningun d'aquell pais 

Li guañava de feliz. 

De gras es pel li lloia, 

Ordi tant com ne volia: 

Que es señor en propis mans 

Ni donava per istans. 

Ninguna pena passava 

Perque es señor l’estimava 

Basta prou fos andaluz. 

Finalment no dig res pus 

Sino qu'estich persuadit 

Que en so Babieca del Cid 

No s'hauria baratat 

Un cavall tan regalad; 

Pero el duya cap per terra 

Sa por d'anar a la guerra. 

Per fogir d'aquest temor 

Volgué mudar de señor, 

Y sense prende parer 

Es posa bax des poder 

D'un traginer de garrot. 

Comensá á tastar s'assot 

Que no havia tastat may, 

Sols no li davan espay 

De menjar un poc de paya. 

Li parexia rondaya 

S'antiga felicidad 

Cuant es veya maltractat, 

Consumit tot el seu grex, 

A cada anca un bon esquex,

Sa pell que li caya a trossos, 

Y per tot mostrant ets ossos: 

A tal miseri passá 

Que encare s’imaginá 

Que millorava de sort 

Cuant arribá á caure mort. 

Tú qui estás demunt sa lluna 

¿Per qué vols altra fortuna? 

Si la que tens no te agrada 

Vivint á la regalada 

Per algun poc de molesti, 

Serás com aquesta besti 

Que sortí d'un bon estat 

Per passar á un desgraciat. 

Deu hem conserv mon señor 

Per no caure amb un pitjor. 

 

FÁBULA XIX.

Sa geneta y sa cigüeña.

 

Una geneta rica y poderosa 

Parlava ab sa cigüeña, y com qui riga, 

Fingint una parrola cariñosa 

Li deya aquestas espressions: amiga, 

Vuy dinarás ab mí, no het dig res mes, 

Veurás si sé gastar es meus doblés.

Sa cigüeña admet gustosament 

Aguardant una sopa ben cumplida, 

Pues s'amiga era coch molt escelent 

Y en el art de cuinar tan instruida 

Que poria defiar sa garrullada 

Dels mes hábils autors de la panchada. 

En tota sa talent d'una semmana 

Á hora corresponent hey comparex, 

S'assegué en taula, despertá sa gana; 

Pero per be que mir no descubrex 

Mes provisió de boca que un gran plat 

Ple de sémola clare y de picat. 

Confusa sa cigüeña ab tal present 

Va quedar com es gat del pare Cañas, 

Perque es seu bec tan llarc es instrument 

Per uns efectes tals molt curt de mañas; 

Y á la fi es resolgué per aquell dia 

Á fe un dijuni mes des que volia. 

Cap en coua girá sense paraula 

Per tornarli es jornal molt impacienta, 

La convida á la fi, l'entra a sa taula 

Y una gustosa salsa li presenta; 

Pero dins un barral de boca estreta, 

Que no hey puga entrar es cap la tal geneta. 

No vulgueu sabrer cosas que no fassa 

Sa burlada geneta, lo que tresca, 

Empero cuant mes fa mes se embarassa 

Ni pot trobar cap medi que servesca 

Sens parlar ni motar partex correns 

Ni torca-bocas vol ni escura-dens. 

Si t'imaginas que ningú té arbitre 

Per burlarse de tú, enganat vius: 

¿Qui sab si tal vegada es mes balitre 

Aquell matex des qui confiat te'n rius? 

Alerta pues, t'ho dig axí com jeu, 

Tú trobarás sabata de ton peu. 

 

FÁBULA XX.

Sas duas ratas. 

 

Duas señoras ratas tragineras, 

Molt llestas de tots modos y maneras, 

Una pajesa y s'altra de ciutad

Se toparen per sort dins un forat. 

Luego de have acabat es cumplimens 

En aquella ocasió corresponens, 

Digué sa ciutadana á sa pajesa: 

Sí no sí, has de venir á sa despesa 

Que en una casa teng de sas mes ricas, 

Allá has de veurer tú si jo fas micas, 

Beranarás en mí sense fatiga 

Y podrás dir que het som coral amiga. 

Acaba en semblants termes, y tantost

Foren, y no sé com, dins un rabost 

En el cual sa abundanci y simetría 

Casi indicaren qu'era de novía. 

No heyá que pensarse que sa pajesa 

Aquí tengués escrupol ó peresa, 

Ni ceremonis fes de empagaida 

Cuant de bon grat s'amiga la convida, 

Pues llevonses tenia á son alou 

Cuxots tant de tossino com de bou, 

Á mes d'altres menjars tan esquisits, 

Que no es golos qui no sen llepa es dits. 

D'un pot de confitura, á un de mantega 

Saltan alegras que amb aquella vega

Pensen treurer sa pancha de mal añy; 

Y en veritad que axó no es gens estrañy, 

Pues hey havia tant de companatje 

Que á una gustosa pessa de formatje 

No li arrambaren solament es nas,

Y encare que d'Olanda, tant de cas 

En feren ellas com si fos de fust. 

Mentras passavan totas duas gust, 

Sa pajesa es resol ben advertida

Á no testar verduras en sa vida, 

Y cercar un semblant alocament: 

Cuant per desgraci veis aquí que sent 

Un cert renou de claus... obrin sa porta... 

Aquí si que pensá quedarse morta,

Pero es recobra un poch y pren es llis 

Per un amagatay y un passadis, 

Y s'atropella, y corre tan velos 

Que sols á s'altra no li diu adios. 

Y totd'una de espassat es susto crech 

Que estimá mes es seu antig soseg, 

Pues esclamá: no vuy mudar costums, 

Valen mes sa quietud y es meus llegums.

 

FÁBULA XXI. 

Sa cigala y sa formiga.

 

Cantant una cigala

Va passar tot s'estiu 

Sense fer provisions 

Ni son graner omplir. 

Cuant se trobá á s'ivern 

Conex s'animal trist 

Que sense mes remey 

De fam s'ha de morir. 

Per sortir de s’apuro 

Met llevar fonch precis 

Un aumutet de blat (aumut : almut : almud) 

En es seu bon vesí, 

El que era una formiga 

Qui te un graner molt ric. 

De lo que replegava 

Traginant dia y nit. 

Sa bona de cigala 

Li esplica es seu desitx 

Empero sa formiga 

Molt resolta li diu: 

- Amiga, ten pacienci 

Que jo no et pug servir, 

Que lo que he replegat 

Heu he mester per mí, 

Tú te estavas ociosa 

Cuant es mitx des perill 

Jo suáva carregada 

Mes que un mul de tragi; 

Pues si haguesses fet feina 

No het veurias axí. -

Pererosas cigalas 

De viurer apreniu 

D'una pobre formiga, 

Animal tan petit 

Que de ser laboriosos 

Enseña á mes de mil. 

 

FÁBULA XXII.

S'asa y es cavall.

Digauli que es codolada

Ó com voldreu, 

Solament que m'escolteu

Cuatre paraulas. 

Callau un poch, escoltáulas, 

Vamos al cas. 

Per destino ó per acás 

Pensava un asa, 

(Y perdonenme que á casa 

Axi l'hey diuen) 

En so regalo que viuen 

Alguns cavalls, 

Que no s'han de criar calls 

Ni escorxeduras 

Per menjar bonas mesuras 

D'ordi y civada. 

En sa testa acalorada 

De tal quimera 

Esclamá d'esta manera: 

Qui heu pot pensar 

Que no hey haje bossi car, 

Ni res demés, 

Ni gust que valga doblés 

Sempre que es tracte 

De presentar bon recapte 

En es cavall?

Encara volen que call? 

Axò es rahó, 

Que el tracten com un seño, 

A totas provas? 

No li plañan sas garrovas 

Cost lo que cost, 

Heu gastarán tot mes tost. 

May veu s'assot 

May li assanten es garrot; 

Si cau pes dret 

A lo mes llarg tasta es fuet. 

Y qu'es pobre asa 

Com un dos qui no fa vasa 

S'haje de veure? 

Hey heurá qui vulga creure 

Que sens consol 

Fa feina de sol á sol, 

Que s'arruina, 

Que s'esclata, que tragina, 

Que tant trabaya 

Y passa ab un poch de paya? 

Quin mirament? 

Acas no som descendent 

Per linea recta 

D'aquell asa de respecta 

Que entrá dins l'arca 

De Noé el gran patriarca? 

Pues y com..? Basta, 

Que jo reneg de ma casta 

Cuant consider 

Que un asa fa tal paper 

En tots es gastos 

Com en fa es cuatra de bastos. -

Axí s'esplaya 

En tan llarga rondaya 

Tot enfadat, 

Cuant un cavall ensellat 

Molt llest y ardid 

A la guerra véu partid 

Tot just y dret. 

S’asa muda de cantet, 

S'empagaiex, 

Y á s'estable ja parteix 

A fer badais. 

Es el cas que si es trabais 

Duiam á plassa, 

Ó mirassem lo que passa 

A cada casa 

Feriam tots lo que s'asa. 

 

FÁBULA XXIII.

Es cavall y s'asa.

 

Qui endavina ahont anavan

Un cavall y un asa vey 

Que per un cami passavan? 

S'asa segons mala lley 

Estava ben carregat, 

Pero es cavall com un rey. 

Per molt si anava ensellat,

Pues ja sabeu que s'agrada 

De caminar descansat. 

A davés mitja jornada 

Es bon vey cansat y mort 

No poria dar petjada. 

- Cuant triste es se meua sort! 

Ay de mí, diu suspirant, 

Ques mori hem será conort!

No pug ja passar envant, 

Y si tu de mí no het dols 

Aquí moriré al istant.

- Ja pots cercá altres consols

Es cavall prest ha respost,

Que het duga es viatje are vols?

Tan poch trobas tu que hem cost

Renunciar en es meu dret?

Ja esclatarás tu mes tost. -

No podentse aguantar dret 

Aquell pobre desgraciad 

Allá caigué mort y fret. 

Y á s'altre per son pecat 

Tot li va caure demunt 

Per no durne la mitad; 

Pues hagué de portar junt

Tot es carreg y somada, 

Mes es cuiro des difunt. 

Aquesta acció tan malvada 

Si heyá colcu que l'imita

Axí la veurá pagada.

Tota bona lley escita 

A tenir pietad des pobres 

Y ajudá á qui heu necessita 

Ab bonas paraulas y obras. 

 

FÁBULA XXIV.

Sa junta de sas ratas. 

 

Un porxo gran, obscur, poch habitad,

Ple de trastos y pols fonch elegit 

Per lo noble senado de sas ratas 

Per tenir una junta, y reflectir 

Sobre diversos punts de policía, 

Que d'abastos heyá massa regit. 

Aqui totas sas ratas de aquells barrios 

Mes hábils y elocuens varen venir. 

Casi es pot figurar un Parlament 

Semblant en es de Londres ó París. 

Sa qui mes brevetjava de discreta 

S'axecá presidenta d'improvis, 

Comensant un discurs molt estodiat 

Que en paraulas mes breus está reduit: 

- Vostes no ignoran, diu, que aquest veinat 

Que habita s'altra part, paret esmitx, 

Es la señora gata Couacurta 

Qui mos pilla adormidas en sa nit. 

Es necessari pues que se resolgue 

Un remey es mes útil y efectiu, 

Ja per assegurar sa nostra vida, 

Ja per sa llibertat des nostros fills. 

- Es mal está tirad á sa paret, 

Respongué prontament donant un crit, 

Una llesta de llengo y de talons, 

En tractar de parlar ó de fogir.

Si vostes volen prende mon dictámen 

Jo els assegur que aquest poble infeliz 

Ja no anirá com ántes cap per terra 

Abatut, temeros y fogitiu. 

Si per traició mos prenen casi sempre 

Qu'es pos un cascavell á s'inimich: 

Es renou prevendrá sas descuidadas, 

Y vatequí es negoci concluit.

- Gran pensament, clamá sa presidenta, 

De no haverlo tengut jo m'hen admir; 

Empero jo pensava amb una cosa 

¿Quí será de vostes sa qui s'arrisc? -

Lo mateix solec dir sempre que veig 

Tanta copia d'ingenis atrevits

Que proposan ideas impossibles, 

O projectes difícils de cumplir. 

Vosté pensa, molt bé, pues, cavaller, 

Si sap posar má á l'obra que als es dit.

 

En esta llibrería se venen las siguients obras:

Glosas de la creació per un pajes d' Alaró; enb' un tomet. Vàl... un tresét.

D'en teleca tonterias y d'un procurador las agonías

Un tóm reformat no mes... vuit dines.

Décimas desbaratadas agúdas y celebradas.

Un tóm còm una plagueta... una treseta.

Pronóstig y gois del añ qui ve. per pensà en lo que convé.

Un tom... tres pics un dotblé.

Recepta per nadal y tertúlia d' atlotets.

Es un tomet y val... tres doblérets.

De Betlem es pastorells para recordar amb' ells del naxament el succes. Un tom y val... sis dinés.    

Pastorellas pe sas ninas màldament sian fadrinas, ab que gran bulla sa mou.

Un tóm amb' octau... un sòu.

Sa rondaya de rondayas bóna per trempàr riàyas en torrons vi y cabál. Un tóm amb' octáu... un reàl.

Testament original d'un porc mort devant Nadàl ab sos llegats y damés un tomet … cuatre doblés.

Entremes d'en Llorens mal casadis... A nòu dotbles.