Capitolo V.
La lirica provenzale: sua decadenza. Suoi influssi nelle letterature vicine.
§ 1. Nell'anno 1209 due colonne di crociati, l'una da greco, l'altra da maestro si dirigevano sopra Tolosa, bruciando e uccidendo. Se nei crociati, minuti cavalieri o del basso clero, impulso a tale orribile devastazione fu un vero, per quanto cieco e fanatico, sentimento religioso, non così può dirsi del re di Francia, che la mosse, e dei capi che la diressero. Essi obbedirono a interessi politici e a cupidigia di acquisto: e se l'ultimo effetto di tanta rapina fu di fondare la grande e compatta unità della Francia, non è men vero che ciò si ottenne a tutte spese della Provenza, delle sue ricchezze, del suo sangue e, quasi direi, della sua anima: chè tale è veramente per un popolo la propria letteratura.
Su di questa però, gli effetti della crociata non furono nè diretti, nè immediati. Non fu attaccata direttamente, perchè l'eresia albigese
(o càtara o de' Poveri di Lione, varie forme d'una stessa fede), per i suoi precetti di mortificazione e d'austerità, per gli umili e modesti suoi procedimenti, aveva attecchito tra i pazienti contadini e i laboriosi operai più che ne' brillanti e romorosi castelli; e anche dei trovatori, sebbene nei loro serventesi siano assai frequenti le invettive a Roma falsa ed avara, pochissimi furono, che si sappia, infetti dall'eresia. Ma la crociata spense per sempre la vita elegante e liberale della nobiltà di Provenza e tolse così ai poeti di corte il loro principale aiuto: isolò i feudi lasciati ai Provenzali, e diede ai Francesi i più ricchi e i più vasti, per esempio la contea di Tolosa nel 1249 e nel 1246 quella di Provenza ai due fratelli del re di Francia: essa inaridì perciò le fonti della poesia cortigiana, e non mancò a ciò il sostegno di Roma; nel 1245 Innocenzo IV dichiarava in una bolla che la lingua provenzale è una lingua eretica e ne proibiva l'uso agli studenti. (1 : La crociata e il susseguente impoverimento della feudalità non fu la sola causa della morte precoce della poesia provenzale. Anche senza la tempesta albigese, col cadere del sistema feudale sarebbe caduta la poesia cavalleresco-amorosa che ne fu la più alta e più spirituale espressione. Ma pel sirventese, per i generi popolari, come la pastorella, l'alba, la canzonetta, e per i generi storico e didattico in poesia e in prosa, tale ragione non sussiste. Se essi non seguitarono a svolgersi per una via indipendente e nazionale, egli è che rapidamente durante il secolo XV si impose nel mezzodì della Francia la egemonia letteraria francese, e ciò che si continuò a scrivere in provenzale si ridusse a poco a poco al grado più basso di produzione dialettale.)
Pur tuttavia l'impulso del fiorente periodo anteriore non poteva cessare a un tratto e dalla fine della crociata, nel 1220 circa, alla fine del secolo, la poesia ebbe una vita di più in più moribonda. I molti e buoni trovatori ancora viventi ripararono dalla tempesta alle corti ospitali di Catalogna, di Aragona e d'Italia; e in Provenza rimase la torma dei bassi giullari e dei guastamestieri dell'arte. Qualche buono e dignitoso poeta sorse ancora, quasi estremo bagliore della luce che s'andava spegnendo: ma la poco agiata vita e la coscienza del proprio abbandono e isolamento si riflettono tristemente in quei canti d' un'età decaduta.
Degli ultimi trovatori, pochi nomi sono sorvissuti e poche poesie. Nomineremo Atto di Mons, Folco di Lunel, Serverico di Girona e, forse il migliore di tutti, Giraldo Riquier, del quale abbiamo un numero abbastanza rilevante di poesie. Fiorì tra il 1254 e 1292, e sono notevoli quei canti come albe, pastorelle, contrasti ove egli si sforzò di imitare la freschezza e la semplicità della poesia popolare. Era una buona via, ed è peccato che la Musa provenzale ormai stanca non la abbia seguita.
La Provenza propriamente detta, dalla morte di Blacasso (1236) ai primi del secolo XIV, ci dà ancora una ventina di nomi, ma di questi tardi rappresentanti della poesia di corte non si conoscono le vicende, e non sappiamo se, come i primi trovatori, vivessero dei doni dei signori che visitavano o fossero, come i poeti di Tolosa, onesti artigiani allietanti i loro ozii col culto delle Muse. Tra gli ultimi il più notevole è forse Rostanh Berenguier di Marsiglia protetto da Folco di Villaret Gran mastro degli Ospitalieri tra il 1307 e il 1319; ecco un suo sirventese contro i Templari, acerbo preludio alla tremenda persecuzione che aprì contro di loro nel 1310 papa Clemente V:
Pos de sa mar man cavalier del Temple
Man cavall gris cavalcant si solombran,
E lurs cabeils saurs remiran s'enombran,
Mostran soven al mont malvays eysemple,
Ez es tan grieus e tan fers lur ergueilhs
C'om non los pot esguardar de dregz hueilhs,
Diguas mi, Bort, per quel papa los sufre
Pos sap e ves qu'ehn mans pratz, sotz vertz sims,
Don lur ressort deshonors e grieus crims,
Guastan lo ben que hom per Dieu lur hufre.
Car pos ho an per cobrar lo Sepulcre
E guastan ho menan rumor el segle
Ez enguanan lo pobol d'aquest segle
Contrafasen Guolias e Sahul, cre
Que desplassa a Dieu, car tan lonc tems
Hill ez aquill de l'Espital ensemps
Han sufertat que li falsa gens turgua
Haya tengut Iherusalem ez Acre,
Car son fugen plus fort que falcon sacre,
Per quem par tort quil segle non en purgua.
(1 : “Poichè di qua dal mare molti cavalieri del Tempio si sollazzano cavalcando cavalli grigi e se ne stanno al rezzo curando i bei capelli biondi e dando spesso al mondo malvagio esempio, e tanto è greve e fiero il loro orgoglio ch'uom non li può guardare di buon occhio, dimmi, Bastardo, perchè il papa li soffre, già ch'ei sa e vede che in bei prati e sotto verdi fronde - onde lor viene disonore e grave colpa - sperdono i beni che in servigio di Dio son loro offerti? E poichè li hanno per ricovrar il Sepolcro e li sperdono nella vita romorosa del mondo, ingannando il popolo di questa terra, contraffacendo Golia e Saulle, io credo che ciò spiaccia a Dio, poichè per tanto tempo essi e quelli dell'Ospitale insieme hanno sofferto che la falsa gente turca abbia occupato Gerusalemme ed Acri, poichè ne fuggon come falcone sacro, onde mi par torto ch'ei non ne purghi la terra.” [La poesia è diretta a un bastardo del re d'Aragona. Al verso 14 il ms. ha guolias e sahulcre: il Meyer (Derniers Troub. de la Provence, in Bibl. de l'École des Chartes, tom. V serie 6a) non traduce; la mia lezione è una congettura che dò per quel che può valere].)
§ 2. Tali gli accenti della cadente poesia di Provenza: e ch'ella fosse ben morta lo si vide quando in Tolosa nel 1323 alcuni onesti e bene intenzionati borghesi vollero far rivivere la poesia fondando il Consistorio della Gaia Scienza, e assegnando fiori d'oro e d'argento (violeta, eglantina, soucis) in premio annuale alle migliori poesie.
(1 : Cfr. Cambouliu, Renaissance de la poés. prov. à Toulouse in Jahrbuch, III 125. Chabaneau, Origine de l'Academie des Jeux floraux. Tolosa, Privat 1885. - Noulet, Recueil de poésies en langue romane couronnées par l'Academie, ecc., depuis l'an 1324 jusques en l'an 1498. Tolosa 1849.)
Noi abbiamo la raccolta sebbene non completa delle opere che furono coronate, e possiamo asserire che nulla è più contrario alla vera poesia. La formola per comporle era ormai stereotipata: saccheggiare gli antichi trovatori e adattare le loro frasi alle lodi della Vergine Maria assunta a protettrice di siffatti concorsi. Maria fu lodata dai concorrenti coi poetici nomi di Amors e di Clemenza; ed anzi quest'uso generò uno strano equivoco. Dopo il 1450, perdutasi la nozione esatta di quel che significava tal nome, si credette che Clemenza fosse stata la fondatrice o la restauratrice della Academia dei giuochi florali col qual nome si continuò fino a noi l'antico Consistorio tolosano. Dato così origine al mito, se ne completarono i particolari: a Clemenza fu aggiunto il cognome Isaura, perchè la si volle della nobil famiglia dei Conti Isaurici; e si trovò, e si fece segno a pubbliche onoranze, la sua tomba!
Come già si notò a suo luogo (Cap. I § 5) l'accademia tolosana incaricò il suo cancelliere Guglielmo Molinier, nel 1355, di stendere le Leys d'Amors, e vedemmo anche quale importanza ebbero tra i contemporanei e qual grande interesse hanno per noi. I poeti che furono coronati dal 1324 al 1498 furono poco più di 100, secondo l'elenco dello Chabaneau.
Fino al 1355 si diede un sol premio, la violetta d'oro, alla migliore canzone; dal 1356, pur conservando la violetta come primo premio per le canzoni, si assegnò un fiore di caléndula o fiorrancio (souci) alla migliore ballata e una rosa silvestre (eglantina) pei sirventesi, pastorelle, e simili. Come esempio di questa tarda poesia ecco una canzone che la Dama di Villanuova presentò al concorso dell'anno 1496:
(N. E. Véase Du Mège y sus poemas apócrifos, como este de la dona de Vilanova, o el de “Bertran de Roaix”, canso de nostra dona.)
Quan lo printens acampat a las nivas,
E que tenen lo florit mes de may,
Vos uffriretz a manhs dictators gay
del gay saber las flors molt agradivas.
Reyna d'amors, poderosa Clamensa,
A vos me clam per trobar lo repaus,
Que si de vos mos dictatz an un laus
Aurey la flor que de vos pren naysensa.
Iotz lo mantel d'una verges sagrada
La flor nasquet per nostre salvamen:
Dosseta flor, don lo governamen
Nos portara la patz que molt agrada.
Baysar la flor, fons de tota noblessa
Sera tostems mon sobira desir,
E se del cel podi me far ausir
Mitigara del peccat la rudessa.
Maires del Christ, que sus totas etz pura,
Donatz, sius platz, poder d'estre fizel;
Gitatz nos len del gran serpen cruzel,
E mostras nos lo cami de dreytura.
(1 : “Quando primavera ha fugato le nubi, ed abbiamo il fiorito mese di maggio, voi offrirete a molti gentili poeti gli aggradevoli fiori del Gaio sapere. Regina d'amore, poderosa Clemenza, a voi per riposo io ricorro; chè se da voi hanno una lode i miei versi avrò il fiore che di voi nacque; il fiore nato per nostra redenzione da sotto il manto di una vergine santa, fior di dolcezza il cui impero ci darà la pace che ognun brama. Baciar quel fiore, fonte d'ogni nobiltà, sarà ognora mio sovrano desìo, e se del cielo posso io farmi dimora sarà mitigata la colpa del peccato.
Madre di Cristo, sopra tutte pura, date, se vi piace, ch'io possa esservi fida; allontanateci dal gran serpente crudele e mostrateci il diritto cammino.”
E evidente la studiata ambiguità fra il fiore del premio poetico e il fiore della redenzione, il paradiso.)
Con varie modificazioni, tra cui principale nel secolo XVI di ammettere al concorso poesie francesi, i Giuochi florali durarono fino a noi, ed ora anzi, pel risveglio affatto moderno della poesia provenzale, hanno preso una vera importanza.
(N. E. Véase la Renaixença, un invento más de quienes ya sabemos.)
§ 3. Meglio che in Provenza, la Musa occitanica trovò dalla fine del secolo XIII al XV oneste e liete accoglienze nei paesi vicini; ed è tempo ora di esaminare brevemente le sorti ch'ella ebbe al di là dei Pirenei e del Reno e al di qua delle Alpi. Ma non s'ha da credere che solamente dopo la Crociata albigese essa varcasse questi confini: i trovatori erano troppo girovaghi, e i loro canti troppo accetti a tutti i nobili, per non credere che fino dal primo periodo della letteratura essi non tentassero loro fortuna in Italia e in Catalogna. Solamente, ciò che prima era breve apparizione si mutò, dopo il 1215, in istabile dimora: e, riguardo alle lettere, que' minori e lontani centri di coltura che prima erano come satelliti, dopo che si spense il centro di irradiamento, assunsero una maggiore importanza individuale, seguitando ad avere ciascuno per sè e più o meno a lungo, una vita indipendente.
In Francia, malgrado la vicinanza del paese e l'affinità della lingua, la influenza della lirica provenzale è difficile a precisare.
(1 : P. Meyer, La poésie des Trouvères et celle des Troubadours, in Romania XIX 1-62.)
(N. E. La influencia de la lírica provenzal en el francés y otras lenguas románicas no es tan difícil de precisar. Ya en el año 842, en Estrasburgo, se documenta un proto chapurriau : serments, juramens, homenaches. Véanse textos parciales de Raynouard, como le Roman de Rainart, Marie de France, etc., aparte de los que vienen a continuación, después de Ch. de Troyes. También léase a Estebancico Pasquier, Les recherches de la France.)
In quanto a ricchezza artistica in generale, la Francia del Nord non aveva nulla da invidiare a quella del Sud; è dunque credibile che i trovatori avranno scelto di percorrer paesi ove la concorrenza fosse minore e non ancora formato il gusto letterario. Con tutto ciò i contatti tra la lirica francese e la provenzale sono innegabili ed antichi, come pure, in minor grado, la reazione di quella su questa. Ne sono prove certe forme caratteristiche di strofe e i nomi di serventese, stampita, ballata, che passarono dal Sud al Nord, e di retroenza che fece il viaggio inverso.
Che se poi, invece di badare ai prestiti materiali, pensiamo quanto più grande importanza abbia l'esempio e l'emulazione, allora la Provenza cresce di molto i suoi crediti verso il Nord. Il quale ebbe nei secoli XII e XIII alcuni centri - come la corte di Maria di Champagne (1164-98) - ove si coltivò la poesia amorosa, cavalleresca e convenzionalmente fine ed elegante, solo perchè le corti del Sud ne avevano dato l'esempio.
La poesia di corte, lo stillato della scienza d'Amore, è in Francia un vero riflesso della primogenita musa di Provenza: e invece è a tutti noto che nei canzonieri francesi abbondano le poesie più leggiere, come pastorelle e romanze, le quali ci mostrano una grazia tutta originale e speciale.
I migliori rappresentanti della poesia amorosa francese sono (oltre a Chrétien de Troyes per certi rispetti (1 : G. Paris, Litt. fr. (ed. 1890) p. 96.), Conon de Béthune († 1224), Gace Brulé (verso 1180), Blondel de Nesle, Gui de Couci († 1203), Tibaud de Champagne († 1253) e Adam de la Halle, ma però è difficile analizzare ciò ch'essi possono aver attinto dai trovatori. (2 : Aubertin (Histoire de la litt. fr. I. 468-72) difende risolutamente la completa originalità della lirica del Nord,)
Alla fine del secolo XIII la lirica francese, che oltre questi principali, conta quasi duecento poeti, cambia totalmente di carattere.
Nella penisola spagnuola la poesia provenzale ebbe accoglienze diverse secondo i diversi terreni in che ella tentò di allignare. Uno dei più ribelli fu la Castiglia. Non già che essa chiudesse le vie ai trovatori; sappiamo anzi di molti che vi trovarono lunga e gradita dimora. Ma i loro canti non fecero scuola; rimasero diletto dei pochi colti signori che ospitavano i poeti, mentre il popolo non abbandonò la vecchia sua poesia eroica e nazionale. Oltrechè è un fatto che il genio spagnuolo ripugna dalla lirica pura, e fino al 1400 esso ci ha dato una abbondante produzione di opere epiche o morali e didattiche, e nessun poeta lirico. Come tale suolsi generalmente considerare Juan Ruiz arciprete di Hita fiorito tra il 1300 e il 1351, ma la sua opera, documento solitario ed eccezionale, è troppo complessa per essere assegnata a un sol genere di poesia.
Ivi, pur non falsando mai lo spirito nazionale, vi è qualche cosa di detratto altronde, ma mal facilmente definibile. Col secolo XV invece, la corte di Giovanni II di Castiglia (1406-54) divenne centro di una pleiade di poeti nei quali è indubitabile un riflesso della musa provenzale. Riflesso, dico, e non - salvo pochi casi - imitazione pedissequa; perchè essi conservarono, pur tra le forme metriche desunte dalla poesia trovadorica, una fisonomia loro propria. Alla tradizione provenzale del resto non poteva a meno nel secolo XV di sovrapporsi un altro elemento, cioè l'imitazione italiana e classica. I nomi di Dante e del Petrarca si imponevano ben altrimenti che quelli degli antichi maestri d'amore! Pertanto se Enrico di Villena (1384-1434) fondava un Consistorio della gaia scienza, già il più grande de' suoi discepoli, Íñigo López de Mendoza marchese di Santillana (1398-1458), si metteva a imitare i classici italiani e così pure Juan de Mena, il Manrique, Alonzo di Cartagena, il Sanches (Sànchez), e quei moltissimi le cui canzoni ci sono pervenute nei Cancioneros di Baena e di Stuñiga (Stúñiga). (1 : F. Michel, Canc. de Juan Alfonso de Baena. Leipzig 1860. (Canc. de Stúñiga è il vol. 4° della Colecc. de libros raros ò curiosos.) Madrid 1872.)
In ogni modo questa fioritura di poesia aulica dei secoli XV e XVI non insinuò le radici tra il popolo; il quale, e ben fece, all'allegorismo italiano messo in lingua spagnuola con metrica provenzale, continuò a preferire i cavallereschi suoi vecchi romances. In Portogallo la lirica provenzale ebbe una influenza diretta e positiva. (2 : Diez, Portugiesische Kunst- und Hofpoesie, pag. 26-36. Bonn 1863.)
Ella si manifesta fin dai primi documenti di quella letteratura, che sono le poesie amorose dei poeti accolti alla corte del re Dionigi (1279-1323) e de' suoi successori fino a Duarte (1433-38). Il citato marchese di Santillana, in una sua celebre lettera, dice che in Portogallo vi fu una antica fioritura lirica (alludeva appunto all'età di re Dionigi) e che chiunque avesse voluto scrivere una canzone usava il dialetto galliziano, che appartiene infatti al dominio portoghese. Il fatto è rigorosamente vero: è noto che lo stesso re di Castiglia Alfonso X (reg. 1252-84) scrisse in gallego le sue cántigas.
(3 : Trovatores galecio-portuguezez. Porto 1871; studio di Teofilo Braga, che è il più noto tra i pochi Portoghesi che studino la loro letteratura.)
Ci furono conservate le poesie di oltre 120 poeti di quel periodo nelle raccolte che possediamo, tra cui la più importante è il Cancioneiro 4803 della Biblioteca Vaticana. (4 : Edito dal prof. E. Monaci, Halle, Niemeyer 1875, Le sue relazioni con gli altri Cancioneiros furono ricercate in uno studio del Braga: O Canc. portuguez da Vaticana e suas relações com outros cancioneiros dos seculos XIII e XIV, pubblicato nella Zeitschrift. f. rom. Phil. I, 41 e 179. Anche le Leys d'Amors pare che sieno state conosciute in Portogallo. Cfr. Chabaneau, Orig. des jeux floraux, pag. 3 n.° 8.)

In esse poesie noi vediamo due correnti, l'aulica e la popolare. Le prime sono in tutto secondo il modello provenzale e, come ogni imitazione, sono bene architettate ma fredde e convenzionali; le altre invece costituiscono uno sciame di canzonette graziose e leggiere che nulla devono al provenzale se non l'impulso ad esser state raccolte e tramandate. Nel secolo XV anche in Portogallo si fa sentire, a traverso i modelli castigliani, l'influenza italiana e classica, che fece mutare pensiero e forma e distrusse o nascose ciò che di provenzaleggiante restava.
L'Aragona, e più specialmente la Catalogna, per la vicinanza alla Provenza dovevan meglio risentirne l'influsso: la Catalogna anzi, come già notammo (Cap. II § 1), è linguisticamente parlando una provincia del territorio occitanico e come tale fu considerata dagli stessi trovatori. Cosicchè nel suo primo periodo che va fino oltre la metà del 1300 la storia della sua poesia si confonde con quella della provenzale. Anche circostanze politiche, come le nozze di Berengario III di Barcellona con Dolcetta erede della contea di Provenza, assodarono l'unione, e quando tutta l'Aragona nel 1131 passò alla casa di Barcellona, un più ampio campo si aperse alle influenze provenzali. (N. E. ¿Sabría este imbécil algo de historia? Porque al abuelo de Petronila y bisabuelo de Alfonso II bien que lo ha nombrado antes, Guillermo de Poitiers, Poitou, Peitieus.)
Come si vede dal quadro del precedente capitolo, i re Alfonso II, Pietro II, Giacomo I e Pietro III, furono liberali protettori dei trovatori e con loro ricambiarono essi stessi strofe provenzali. (N. E. Y Alfonso IX de León, Alfonso X el sabio, y no estaban en Cataluña.)
Molti trovatori sono di nascita catalani e anch'essi, abbandonando l'uso del loro dialetto, si servirono del limosino o provenzale classico.
(JA JA JA! Ya va pareciéndose más a Narciso Feliu.)
Un carattere speciale di Catalogna in questo primo periodo è il maggior pregio che vi ebbero gli studi storico-morali e filosofici, pei quali si distinsero Bernart Desclot, Ramon Muntaner, Raimondo Lul.
(1 : Visse 1235-1315. Scrisse, in quasi puro provenzale
(N. E. Ramón o Ramon Lull, mallorquín, mallorquí; con una L al principio y LL al final), un romanzo intitolato Blaquerna (Blanquerna), molte poesie, un Libro delle meraviglie; è poi famoso per opere filosofiche. Poeti catalani suoi contemporanei furono Serverico di Girona e Guglielmo de Cerveira. (N. E. que escribieron en puro provenzal u occitano, como cualquiera puede leer.))
Quanto alla poesia il novello impulso della Accademia tolosana fu sentito più in Catalogna che in Tolosa stessa. Nel 1393 Luigi di Averso Giacomo March, con commissione del re Giovanni I, fondarono un Consistorio a imitazione del tolosano. I re Martino e Ferdinando I lo dotarono di somme importanti perch'ei potesse dare premi alle poesie migliori.
(N. E. Vaya, Fernando el de Antequera dotando de sumas importantes a los juegos florales en occitano. Por cierto, Martín I dijo hoc : sí antes de morir en Valdonzella; y Fernando I escribió en occitano también. Y era aragonés por parte de madre, por eso pudo ser rey de Aragón.)
Le dottrine delle Leys d'Amors restarono lungamente in vigore e ne sono prova le molte poesie che durante il XV e XVI secolo furono coronate ai concorsi dei Giuochi florali di Barcellona, di Valenza e di Palma. Anzi in quest'ultima città, nel 1550, ossia in pieno rinascimento, comparve un Art de trobar che non è che un compendio e un ultimo raffazzonamento del vecchio codice tolosano. Accanto a questo movimento ufficiale peraltro, la letteratura catalana (N. E. occitana) si sviluppava ulteriormente (N. E. a modo de la lengua valenciana, con siglo de oro): anch'essa alla imitazione provenzale sostituì modelli italiani, in ispecie Dante e il Boccaccio (1 : Andrea Febrer tradusse la Divina Comedia nel 1428. Indicazioni sulla storia lett. catalana nell'Enciclopedia del Körting, III 496-501, e in Chabaneau: Or. des. jeux floraux, pag. 3.)
e così rinsanguata, verso la fine del secolo XV raggiunse con Ausias March il suo apogeo. (N. E. Ausiàs March, valenciano. Ramón Guimerá Lorente tradujo Il Decamerone al chapurriau, véase online o en Amazon.)
Anche nella lontana Alemagna, lontana, più ancora per l'indole della lingua e pei costumi che per ispazio di terra, arrivò la fama dei trovatori; e certo qualche poesia provenzale fu letta e gustata da qualche Minnesinger o cantor d'amore che possedeva l'idioma occitanico. Ma ciò non poteva essere che l'eccezione: la scuola dei Minnesänger si svolse da germi nazionali e per una via propria, essa ha caratteri intimi e formali e termini tecnici che attestano la sua originalità. Le non molte coincidenze di pensiero o di forma che coi trovatori offrono alcuni dei migliori Minnesänger tedeschi, come Henrick von Veldeck, Ugo di Werbenwag, Rumslaut, Barkart von Hohenfels, Rudolf von Rotenburg, Walter von Vogelveide, dimostrano la conoscenza, almeno per fama, dei metodi e procedimenti convenzionali della scienza poetica provenzale, ma l'imitazione è superficiale e non intacca la nazionale originalità del pensiero. Solo caso di vera e propria imitazione sostanziale è quello di Rodolfo conte di Neuenburg che saccheggiò le poesie di Folchetto da Marsiglia. (2 : Diez, Poesie des Troub. (trad. fran.) pag. 253-266.)
§ 4. Ed eccoci all'Italia. Una storia degli influssi di Provenza sulla nostra letteratura non è stata ancora fatta in modo compiuto e soddisfacente. Noi non faremo che indicarne i materiali. La venuta de' trovatori fra noi, tanta era l'affinità fra i due paesi e la buona accoglienza che eran sicuri di trovarvi, incomincia fino dal primo sorgere di quella letteratura.
Non è assurdo il supporre che fin dal 1080, anno in cui Ruggero conte di Sicilia sposò Matilde di Raimon Berengiero, avesse la Sicilia qualche vaga conoscenza di quella poesia provenzale che più tardi vi menò sì gran rumore. Anche alla corte del gran Federico I Barbarossa (1152-1190) è probabile che i gentiluomini di Provenza aggregati al suo esercito portassero seco la fama e forse alcun giullare della nuova arte volgare. (1 : Bartoli, I primi due secoli, pag. 76.)
Quello che è certo si è che alla prima sicura notizia di trovatori provenzali in Italia, noi troviamo già così conosciuta la loro lingua e apprezzata la loro arte, almeno nel ceto signorile e cortigiano, che i nostri signori si sentono in grado di tenzonare poeticamente con loro. Il che è difficile credere potesse avvenire senza lunga anteriore preparazione. Tra i più antichi trovatori che abbiano fatto dimora in Italia, abbiamo già notato (V. cap. precedente) Pietro Vidal, il quale si trovava verso il 1195 alla corte di Bonifazio marchese di Monferrato († 1207) e cantava, con quella mobilità tutta sua, di cose italiane con affetto di concittadino, lodando:
… la doussa terra de Canaves,
incuorando alla guerra i Pisani e alla pace i Milanesi, e protestando ch'egli vuol prender stabile dimora:
… entrels Lombartz joios
pres de mi dons qu'es gaia blanc' e liza.
(1 : Monaci, Testi antichi, pag. 67. “tra i Lombardi gioiosi, e presso la mia donna che è gaia bianca e grassoccia” Allude probabilmente a madonna Azalais moglie di Manfredi II marchese di Saluzzo. Cfr. Chabaneau, Biogr. di Troub. pag. 86 n a)
Unito al nome di Vidal troviamo quello di un italiano che ebbe con lui una tenzone, di poco anteriore al 1190, ed è Manfredi II Lancia.
(2 : La tenzone è in Monaci, op. cit. p. 68. Il figlio di questo, Manfredi III Lancia che fu podestà di Milano nel 1253 e morì nel 1257, fu oggetto di due fiere invettive di Guglielmo de la Tor (Archiv. XXXIV 190) e di Ugo di S. Circ. (Mahn, Gedichte IV, 42). Si cfr. Schultz: Die Lebensverhältnisse der italienischen Trobadors nella Zeitschrift. rom. Phil. VII, 187, e la recensione del Casini nel Giornale stor. della Lett. ital. II 395.)
Non è improbabile che Vidal si trattenesse qui fino al 1202, nel qual anno il marchese Bonifacio partì a capo della quarta crociata.
Alla corte dello stesso marchese erano stati anche altri trovatori. Gaucelmo Faidit (1190-1240) di ritorno dalla terza crociata pare si trattenesse in Monferrato: certo cantò le lodi di Bonifazio e di sua sorella Beatrice, e dalla Provenza, dove lo attirava il suo amore per Maria di Ventadorn, scriveva al pros marques proponendosi di tornare a vederlo:
quar totz los faitz son de bela semblansa:
e diguas lim leialmen ses duptansa
que mos Conortz mi rete sai tan gen
perqu'ieu estauc que nols vei plus soven.
(1 : “poichè le sue azioni son di bella sembianza; e digli (canzone), lealmente e senza dottanza che il Mio Conforto qui mi ritiene così gentilmente che per questo io sto che nol veda più sovente.” Mio Conforto è il nome poetico della dama amata.)
Lo rivide in Oriente, alla quarta crociata ove egli lo accompagnò, donde poi tornò in Provenza al vecchio amore.
Il trovatore che più famigliarmente visse in Monferrato fu Rambaldo di Vacqueiras (1180-1207). Questo eminente artista fu figlio di un povero cavaliere. Dopo aver preso attiva parte in Provenza alle questioni riguardanti la casa d'Orange, di cui egli era protetto, venne in Italia ov'era già noto di fama. Al passare per Genova un'avventura con una popolana non gli andò bene, chè alle lusinghe del poeta la donna risponde con ingiurie del dialetto genovese, che, come si sa, ne è ricchissimo. Rambaldo stesso ne fece un dialogo assai vivacemente umoristico:
Que no s cove ni s'eschai:
Ains taing ben, si a vos plai,
Que de bon sen vos enquera,
E que us ama ab cor verai,
E vos que m gitetz d'esmai.
Qu'eu vos sui hom e servire,
Quar vei e conosc e sai,
Quan vostra beutat remire
Fresca com rosa de mai,
Qu'el mon plus bella no sai,
Per qu'ieus am e us amarai,
E si bona fes mi trai
Sera peccatz.
La donna: Iujar, to provenzalesco
Si ben s'engauza de mi,
Non lo prezo un genoí,
Nè t'entend chiù d'un Toesco
O Sardesco o Barbarí,
Ni non ho cura de ti:
Vo' ti cavillar con mego?
Se lo sa lo meo marì
Malo piato avrai con sego.
Bel Messer, vero ve di'
Non voll'io questo lati:
Frare, zo aia una fi:
Provenzal, va mal vesti,
Lagame star.
(1 : “Donna non siate tanto fiera, chè non conviene e non sta bene, anzi è conveniente che, se vi piace, io di buon senno vi supplichi e che di cuor verace io v'ami, e che voi mi togliate di pena. Chè io sono vostro vassallo e servo, perchè vedo e conosco e so, riguardando alla beltà vostra fresca come rosa di maggio, che al mondo non ve n'è migliore; sì ch' io v'amo e v'amerò e se buona fede mi falla sarà peccato.” Vedi tutta la tenzone in Bartoli, op. cit. 80-81. È notevole che queste strofe genovesi e un'altra in un discordo poliglotta dello stesso Rambaldo sono i versi più antichi in lingua italiana ai quali si possa assegnare una data, essendo essi composti certamente innanzi al 1202, e questa tenzone forse prima del 1200.)
Che il povero Rambaldo fosse mal vestito, par vero: Alberto marchese Malaspina, tempo dopo, gli rinfacciava in una tenzone, già citata a pag. 50 d'averlo sfamato e albergato a Pavia. La fortuna del Vaqueiras cominciò quando fu accetto in corte del marchese Bonifacio II: egli fu vestito, regalato, fatro cavaliere, tenuto come amico e fratello d'armi. Quivi lo attendeva anche l'amore di Beatrice, sorella del Marchese.
È famosa la poesia di Rambaldo, nella quale egli finge che tutte le donne d'Italia vengano ad assalire il Bel Cavaliere, cioè Beatrice, per torle bellezza e pregio e cortesia. Inutile dire che l'oste nemica è sconfitta vergognosamente. Beatrice pagò le lodi, se s'ha a credere alla biografia provenzale, col più ambito premio d'amore; ma a turbare la lieta vita di Rambaldo, venne la quarta crociata. Morto il conte di Sciampagna, i cavalieri francesi ne offersero il comando a Bonifazio, e con lui, dopo angosciosi dubbi, s'imbarcò il Vaqueiras. Combattè valorosamente in Sicilia e in Grecia e cadde probabilmente a fianco del suo signore nell'agguato che gli fu teso da una masnada di predoni del monte Rodope, nel 1207. Certo dopo quell'anno scompare ogni ricordo del grande trovatore.
Nell'occasione che l'ambasceria dei nobili francesi - vi era il Villehardouin, il futuro celebre storiografo della crociata - si presentava al Marchese annunciandogli la sua elezione a capo dell'impresa, troviamo in quella corte un altro Provenzale Folchetto da Romans del Viennese (1200-1230). Questi visse quasi sempre in Italia; e nell'occasione sopra accennata scambiò una strofa con un conte di Biandrate.
(1 : Vedi questa breve tenzone in Monaci, op. cit. 87.)
Molto probabilmente questi è Umberto di Biandrate, che altri documenti ci mostrano in relazione coi trovatori; per esempio una tenzone tra lui e Guglielmo della Torre (1220-55), e le lodi che ebbe da un poeta suo protetto, Nicoletto da Torino (1225-38 circa). Folchetto da Romans fu poi ospite di Azzo VI marchese di Este: ma anche là ricordò il suo primo benefattore, di cui pianse la morte, rinfacciando ai suoi discendenti di essere gretti ed avari. L'accusa non è al tutto fondata. Il marchese Guglielmo IV (1207-1225) dette anch'egli ospitalità ai poeti, tra cui è degno di ricordo Aimerico da Pegulhan di Tolosa (1205-66).
Questi peregrinò per tutte le corti italiane, cantando in ammirevoli versi, or d'amore, or di crociate, or di compianto per le morti de' suoi protettori, che oltre il citato Guglielmo di Monferrato, furono il marchese Guglielmo di Malaspina nipote di quell'Alberto che poetò in provenzale: Azzo VI marchese d'Este († 1212), la cui figliola Beatrice egli lodò viva e pianse estinta, e verseggiò anche per Federico II imperatore, e deplorò la valorosa morte di Manfredi (1266).
Altro poeta degno di ricordo è Ugo di San Circ (1200-1256 circa).
Egli venne in Italia prima del 1220, nel quale anno press' a poco ebbe una tenzone con Nicoletto da Torino; visitò la Lombardia e il Bresciano, poichè ivi conobbe due dame da lui ricordate, Alagia di Vidallana e Adonella del Bresciano: e fors'anche la corte di Corrado Malaspina, cugino del già citato Guglielmo, del quale egli ricorda le figlie Maria dei Monti e Selvaggia d'Auramala. Dopo il 1225 egli è nella gioiosa Marca di Treviso ove conobbe Azzo VII d'Este (1215-64) e il fratello di Ezzelino da Romano, Alberico, col quale scambiò una strofa in provenzale. Nel trevisano prese moglie e le cure della famiglia gli fecero lasciare per sempre la poesia; forse nella quiete della vita famigliare si diede a scrivere le cose sue più serie: egli infatti è l'autore di molte delle biografie di poeti provenzali che siam venuti citando.
Chiuderemo questa incompleta rassegna col nome di Guglielmo Figueira di Tolosa (1215-50). A differenza de' suoi compagni d'arte, egli preferì i popolani ai nobili, la taverna alle sale dei castelli. Era, dice la biografia, buon poeta e buon cantore, ma solo quand'era tra i suoi compagnoni; la presenza di un signore gli guastava il sangue. Contuttociò era partigiano dell'Imperatore Federico II e avverso a Roma e al papa, contro cui scagliò le più furibonde invettive che il Medioevo ci abbia lasciato.
(1 : Raynouard, IV 307 e 309. Molti trovatori, oltre i citati, furono in relazione con l'Italia o per versi mandati in lode o in biasimo di cose e persone nostre o per dimora che qui hanno fatto. Noterò i seguenti; Bernardo di Ventadorn (1145-95), Peirol d'Alvernia (1180-1220), Cadenet (? 1208-39 circa), Bernart de Bondeills (1180-1230), Elia Cairels (1220-30) Pietro Cardinal (1210-30), Cavaire (1225-50 circa), Palais (1200-1230), Pistoleta (1180-1200), Peire Raimon di Tolosa (il Giovine? dopo 1200), Elia Barjols (1200-1230, a torto creduto da alcuni italiano) Aimeric de Belenoi (1210-41), Guglielmo Augier Novella (? metà sec. XIII), Albert o Albertet de Sisteron (1220 circa: è forse identico con quell'Albert senza cognome che tenzonò con Simone Doria: fu chiamato anche Albert de Gapenses o Gapençais, Albert de Tarascon, Albertet de Savoia o de Saus), Joan o Joanet d'Aubusson creduto a torto italiano (1230-40 circa), Bertran d'Avignone e Raimon de Salas (tenzone 1215-30), Guilhem Raimon o Raimon Guilhem (2a metà sec. XIII), Mola (verso 1240; tenzonò col precedente; forse italiano), Aimerico senza cognome: (tenzonò con Guilhem Raimon), Bertran d'Aurel (metà sec. XIII) Pietro Guglielmo da Luzerna (italiano? 1220-40), Falconet (verso 1250), Taurel (tenzone col precedente), Guglielmo de la Tor (1220-55), Raimon Bistort d'Arles (verso 1230) Raimon Feraut (1285-1300) che fu al seguito di Carlo d'Angiò, Bertran d'Alamanon
(id. nel 1259), Raimon de Tors (1244-85).
Alcuni dei sunnominati erano giullari insieme e poeti; tali anche furono, pare, in Italia, Messonget, Augier, Lambert, Amador, Budel, Complit Flor, Guglielmo di Dosfraires, Guglielmo Testapelada, Jacopi, Joanet lo Menor, Raimon, Euneiz, Lestanqer, Oton (tutti 1190-1250 circa).
Tutti i lavori, che trattano della poesia provenzale in Italia, editi fino al 1886, sono indicati negli articoli dello Schultz e del Casini che citai nella nota a pag. 95. Dopo il 1886 nulla è uscito d'importante, tranne i citati Testi antichi del Monaci. A uno studio compiuto su questo periodo della nostra storia letteraria attende, credo, il mio dotto amico T. Casini.)
§ 5. La gran diffusione della poesia provenzale in Italia non poteva non eccitare alcuno dei nostri alla emulazione degli stranieri. Si ebbero dunque poeti italiani in lingua provenzale, i quali insieme coi loro compagni e maestri d'oltralpe presero attiva parte alle lotte politiche e cittadine. La poesia provenzale però non scese profondamente negli strati popolari; pochi sono i trovatori italiani provenienti dal popolo, pochissime le poesie che abbiano l'impronta della popolarità. Il che io non credo provenisse da difficoltà di adattamento del pubblico italiano alla lingua straniera; se così fosse, non si spiegherebbe la diffusione ampia e profonda che contemporaneamente ebbero tra il volgo i racconti
epici francesi. Che per questi la difficoltà ad intenderli fosse maggiore si dimostra dallo sforzo che fecero i cantori per accostare la lingua di que' poemi al volgare italico, donde quelle varie sfumature tra il francese e l'italiano che in complesso e impropriamente diciamo scuola franco-veneta. Nulla di simile per le poesie provenzali; le quali rimasero gustate e apprezzate da una società più eletta, perchè così voleva la natura del contenuto, e l'indole ormai tradizionale della poesia occitanica. Una differenza sarebbe forse che qui la poesia amorosa non tiene così vasta parte del campo poetico come in Provenza, e gli odi e le lotte tra guelfi e ghibellini si esplicarono in numerosi canti e tenzoni di indole politica; ma, salvo poche eccezioni, sono tenzoni e canti che risuonarono nei castelli e nelle corti anzichè per le strade e sulle piazze.
(1 : Oltre a qualcuno citato nella nota precedente, son qui da ricordare i seguenti poeti provenzali che a torto furono da alcuno creduti nati in Italia: Ugo da Pena (guerreggiò in Provenza sotto Carlo d'Angiò; (1246-85), Folchetto di Marsiglia (v. sopra; il padre fu genovese della famiglia degli Anfosso, ricchi banchieri), Albert o Albertet Cailla o Quaglia (verso 1200?), Guglielmo da Sylvecane (sec. XIII?), Pietro da Rouer (della Rovera: id.), Guglielma de Rozers (2a metà sec. XIII, prov. di nascita, ma abitò Genova dove forse era maritata), Ugo Catola (contemporaneo di Marcabrun.))
Di italiani poetanti in Provenzale, forse la prima menzione è di un tale Cossezen che viene duodecimo nella satirica rassegna che dei trovatori suoi contemporanei fa il già citato Pietro d'Alvernia (1148-1200); qualche strofa già riportammo a pagina 64, ed ora ecco quel che dice di Cossezen:
El dozes us petitz Lombartz
que clama sos vezis coartz,
et el es d'aquel eis parven:
perqu'us sonetz fai gualiartz
ab motz amaribotz bastartz,
e lui apel'om Cossezen.
(1 : “Viene duodecimo un piccolo Lombardo che chiama codardi i suoi vicini ed egli è tal quale come loro; ch'ei fa una musichetta falsa su parole amarognole e bastarde, e il suo nome è Cossezen.”)
(N. E. El nombre Cossezen podría significar coén o coent, que escuece, urticante, que produce escozor, debido a sus “palabras amargas y bastardas” : “motz amaribotz bastartz” : parole amarognole e bastarde.)
Sgraziatamente non possiamo contraddire al severo giudicio di Pietro poichè di Cossezen nulla ci si è conservato. Il primo di cui qualcosa ci rimanga sembra essere quel Manfredi Lancia di cui ricordammo la tenzone con Pietro Vidal. Suo contemporaneo fu Alberto marchese di Malaspina detto il Moro (1162-1210), figlio di Obizzo, del quale già menzionammo la tenzone con Rambaldo di Vaqueiras, e di cui abbiamo inoltre una canzone. (2 : Chabaneau, op. cit. Indice. Pare invece che solamente la tenzone sia sua.)
Verso la fine del secolo XIII fiorì pure Pietro della Cavarana (o Caravana) di cui ci resta un bel serventese, di impronta affatto popolare, destinato a incuorare le città lombarde contro Enrico VI, nel 1196. Il poeta eccita l'odio contro i Tedeschi:
La gent d'Alemaigna
non voillaz amar,
ni la soa compaigna
nous plaza usar,
c'al cor m'en fai laigna
ab lor sargotar.
(1 : “La gente d'Alemagna non vogliate amare, nè vi piaccia usare la lor compagnia; chè del loro singulto me ne vien schifo al cuore.”)
(N. E. Sargotar : sanglotar; sanglot, singlot : cas. hipo, it. singulto.)
Qui al singulto, e più oltre paragona la favella tedesca al latrare di cani arrabbiati; ad ogni strofa segue il fiero ritornello:
Lombart, beus gardaz
que ja non siaz
pejer que compraz
si ferm non estaz.
(2 : “Guardatevi bene, Lombardi, che or non siate peggio che schiavi se non tenete fermo.” A torto si volle negare l'italianità del Cavarana, e fissare la data della poesia al 1236.)
Anche verso il 1200 poetò Pietro de la Mula, di cui ci restano due serventesi, e che fu, insieme a molti altri trovatori, alla corte di Otto del Carretto marchese di Cortemiglia. Dopo la fine del secolo XIII e durante il XIV i trovatori italiani ci si presentano molto numerosi. Tra il 1212 e il 1229 poetò Rambertino de' Buvalelli di Bologna cospicuo cittadino che prese attiva parte alla vita politica e ricoprì molte onorifiche cariche, tra cui le podesterie di Milano nel 1208, di Mantova nel 1215 e di Modena nel 1217. Più famoso è il mantovano Sordello, che Dante immortalò nel c. 6.° del suo Purgatorio. Nato in Goito nell'ultimo decennio del XII secolo, presto, dice il biografo provenzale, per l'avvenenza della persona e pei meriti dell'arte sua entrò in favore di Ezzelino e Alberico da Romano, col quale anzi tenzonò in provenzale. Si innamorò della loro sorella Cunizza (che Dante vide poi nel c. 9.° del Paradiso) la quale era da due anni moglie del veronese Riccardo conte di S. Bonifacio. Ella che, a detta di Jacopo della Lana antico commentatore di Dante, era così prodiga del suo amore che avrebbe tenuta grande villania a porsi a negarlo a chi cortesemente l'avesse domandata, si lasciò rapire da Sordello nel 1224. Lo scandalo fu grande, e le relazioni coi Da Romano divennero così difficili che, mentre Cunizza prendeva il volo con altri amanti, Sordello passò nel 1229 in Provenza. Ivi peregrinò per altri amori alle corti di Provenza, di Tolosa, del Rossiglione, e probabilmente in Castiglia e nel Poitou. Tornò in Italia, forse verso il 1259. È menzione di lui in una lettera (22 settembre 1266) di papa Clemente IV il quale rimprovera a Carlo I d'Angiò, che aveva allora conquistata la Sicilia, di lasciar Sordello in Novara infermo e senza soccorso. Deve esser morto poco dopo non sappiamo se in Italia o in Provenza, ma la testimonianza di Dante ci lascia credere che morisse di morte violenta o almeno improvvisa. (1 : L'ultimo ricordo di Sordello è in un serventese di Lanfranco Cigala scritto tra il 1268 e il 1273. Cfr. Studi di fil. rom. fasc. 12.°)
Sordello, pei meriti d'arte, è il migliore degli Italiani che scrissero in provenzale; di lui ci resta un poema morale e una quarantina di liriche tra cui il celebre compianto in morte di Blacasso (1236).
(1 : Prepara l'edizione critica di questo trovatore il dotto romanista italiano C. de Lollis.)
Merita pure un ricordo il trovatore Nicoletto da Torino, fiorito tra il 1225 e il 1238; di lui ci restano tre tenzoni con Folchetto da Romans, Ugo da
S. Circ e Giovanni d'Aubusson. L'ultima, del 1236, celebra il valore di Federico II e i suoi apprestamenti contro le città lombarde. Posteriore a lui e più lodato, sebbene non ci resti che una tenzone sua con Raimon Guillem, è Ferrarino da Ferrara (1250-1306) che fu onorato prima dai
Da Romano e poi, caduta la loro potenza nel 1260, da Gherardo da Camino, signore di Treviso. Egli, dice la biografia, meglio si intese di lingua e di poesia provenzale che niuno che fosse mai in Lombardia...
e quando i marchesi (Azzo VII, Obizzo II e Azzo VIII da Este) facevano festa e correanvi giullari che sapesser di lingua provenzale, andavan tutti da lui e lo chiamavano loro maestro. Pare sia morto assai vecchio in Ferrara. Anche nella vicina Venezia risuonò la musa di Provenza: e veneziano fu Bartolomeo Zorgi (1266-1287) del quale ci restano 18 poesie provenzali. Zorgi era stato fatto prigione dai Genovesi nel 1266: mentre era prigioniero scambiò col genovese Bonifacio Calvo una bella tenzone, ciascuno in difesa della propria patria. Tornato a Venezia dopo sette anni di prigionia fu mandato governatore di Modon in Morea dove morì. Oltre al già nominato Bonifacio Calvo (1250-66), di cui ci restano 17 poesie, oltre due tenzoni e una canzone portoghese, Genova ha avuto una vera pleiade di trovatori provenzali. Tra essi, Luca Grimaldi (1242-62; nessuna poesia resta), Giacomo Grillo (id.) di cui resta una tenzone con un altro genovese, Simone Doria (1250-71) il quale ha altre due tenzoni; Perceval Doria (1250-83) di cui son perdute le poesie provenzali e che è forse lo stesso Dore cui sono attribuite due canzoni italiane nel Vat. 3793: Luchetto Gattilusi (1268-1300) e Lanfranco Cigala (1241-73) del quale sono ricordate più di trenta poesie che in gran parte ci restano e che è certo il migliore de' trovatori suoi compatrioti.
(1 : Alla schiera de' trovatori italiani si debbono aggiungere (alcuno con qualche incertezza e alcuno italiano di regno e non di nascita) i seguenti pei quali m'è mancato lo spazio nel testo:
Coine (incerto se prov. o ital. Una tenzone con Ramb. de Vaqueiras). Conte di Briandrate (1202; v. pagina 98). Alberico da Romano (Una strofa con Sordello, verso il 1225). Il Pavese (Perticari dice Lodovico il Pavese; una strofa composta verso il 1225). Isabella (incerto se prov. o ital. Pare fosse alla corte dei Monferrato, e il Bartoli (op. cit. pag. 71) crede fosse della famiglia Malaspina; una tenzone con Elias Cairel) (1200-30). Tomaso II conte di Savoia (1235-59: nessuna poesia, ma sappiamo ne compose in prov. da Lanfranco Cigala). Federico II imperatore (1212-50. Una strofa, attribuitagli da Giovanni Nostradamus). Terramagnino da Pisa (Vedi pagina 4). Paolo Lanfranchi di Pistoia (Una poesia del 1284). Obs (Obizzo?) de' Biguli (probabilmente della famiglia De Bigolis di Piacenza. Nessuna poesia: ricordato da Guillem Raimon). Scot (genovese; forse Ogerio Scotto ricordato in una carta del 1256. Nessuna poesia; sappiamo però che tenzonò con Bonifacio Calvo). Arnaldo de Brancalò o Brancaleone (Italiano?? Data incerta. Una canzone religiosa); Luchetto Lascari di Pignone e frate Lascari de' conti di Tenda (citati, dal Bartoli, opera citata pag. 72). Rugetto o Ruggeretto da Lucca (Data incerta; nessuna poesia. Citato come poeta prov. dal Redi nel Bacco in Toscana, p. 97).
Giacomo da Leona (sec. XIII, poeta italiano, sappiamo da Guittone d'Arezzo che scrisse anche in provenzale). Migliore degli Abbati (Fiorentino, contemp. di Carlo d'Angiò. Secondo la novella 80a del Novellino avrebbe poetato in prov.). Dante da Maiano (fine sec. XIII, due sonetti in provenzale). (N. E. Maiano, cerca de Fiesole, aunque se discute si era del mismo pueblo que F. Mistral, en la Provenza. Contemporáneo del Dante.)
Federigo III re di Sicilia (1296-1338. Due strofe scambiate con Pons Ugo III conte d'Ampurias). Anonimi rimangono un canto diretto a un giudice di Gallura, un compianto in morte di Manfredi, uno in morte del patriarca d'Aquileia Gregorio da Montelongo, uno in morte di re Roberto di Napoli (1243); ignorasi, naturalmente, se di autori italiani. Cfr. anche al cap. VII il Chastel d'amors.
I manoscritti o canzonieri provenzali che ci hanno tramandato le poesie trovadoriche sono per solito designati con lettere dell'alfabeto. La prima lista, quasi completa, fu data dal Bartsch, Grundriss p 27-31; è ripetuta, con notevoli accrescimenti, nei Testi antichi del Monaci, col X-XII.
Le ultime aggiunte che vi si possono fare sono, a mia notizia, queste: “codice F. da esso proviene parte della miscellanea ambrosiana D. 465 inf. n.° 25, e fratello dell'ambrosiano è il parmense Palatino 990”. - “codice H. v. su esso alcuni appunti del De Lollis in Revue des lang. rom. XXXIII, 157. Edito paleogr. in Studi di fil. rom., vol. V.)
Contemporaneamente a questa tenacità di vita della poesia provenzale tra noi, sorgeva imitatrice di essa la poesia nostra volgare. Seguirne i passi e vedere come si svincolasse a poco a poco dai legami dell'imitazione diretta e come dalla fredda convenzionale rimeria erotica dei nostri più antichi sbocciasse il dolce stil nuovo, sarebbe invadere un campo non nostro; oltrechè tale studio fu già fatto e assai bene da Adolfo Gaspary nella sua Scuola poetica siciliana. Diremo solo che la tradizione provenzale in Italia sorpassò di non poco il secolo XIV.
Dante ne fu conoscitore e scrisse egli stesso in quella lingua, e se sono incerte alcune liriche, son però certamente sue le terzine provenzali che chiudono il canto XXVI del Purgatorio. Il suo imitatore, Fazio degli Uberti, ha anch' egli otto terzine provenzali nel IV canto del suo Dittamondo. Nella Leandreida, poema anonimo, Arnaldo di Mareuil parla a lungo nella sua lingua materna. Ma sono queste le ultime traccie di composizione provenzale. Il Petrarca e il Boccaccio, l'uno per le liriche, l'altro per le sue novelle, attinsero spesso a fonti provenzali e mostrano di conoscere profondamente quella letteratura, ma nulla in quella lingua hanno scritto. La larga onda del classicismo seppellì per più di un secolo, insieme con molte cose del Medioevo, anche la letteratura occitanica. Non così però che se ne perdesse il ricordo, e già vedemmo che in Italia dov'ella aveva più tenacemente vissuto trovò poi i suoi primi illustratori. Ma quando, nel cinquecento, il Barbieri, il Castelvetro, e gli altri che citammo nel Cap. I, la ristudiarono con tanto amore, essi nol fecero che con intenti critici e storici, e a loro, come a noi, non fu dato che indagare e interrogare le sparse rovine del già maestoso edificio.


