miércoles, 4 de noviembre de 2026

Capitolo IV, lirica provenzale: primi trovatori. splendore della poesia trovadorica.

Capitolo IV.

La lirica provenzale: i primi trovatori. Periodo di splendore della poesia trovadorica.

Guglielmo, conte di Poitiers, Pos de chantar m'es pres talens,

§ 1. Guglielmo di Poitou, il più antico trovatore di cui ci sono rimaste poesie, fu principe valoroso ma leggiero. Trascinato dall'entusiasmo universale, prese parte con un numeroso esercito alla crociata del 1101, ma le sue truppe caddero nella traversata dell'Anatolia, ed egli a stento trovò rifugio in Antiochia presso Tancredi; donde, dopo aver visitato il Santo Sepolcro, mosse pel ritorno. Così triste pellegrinaggio non abbuiò il suo spirito. Tornato fra le liete brigate di Provenza egli stesso narrò in versi giocosi le miserie sofferte oltremare, e, come prima della partenza, si dà tutto alle guerre feudali e agli amori. Il cronista Guglielmo di Malmesbury lo chiama fatuus et lubricus e Goffredo Grosso: totius pudicitiae ac sanctitatis inimicus. Questi epiteti contengono qualche esagerazione inquantochè Guglielmo non era molto tenero pei clerici, per le chiese e i monasteri: ma che a lui piacesse la gioiosa vita ce ne assicura anche la biografia provenzale: “Il conte di Poitiers si fu uno dei più cortesi del mondo, e dei maggiori ingannatori di donne: e buon cavaliere d'arme, e largo nel donneare. E seppe ben trovare e cantare; e lungo tempo andò pel mondo per ingannare le donne.”
Le poesie che di lui ci rimangono, undici in tutto, confermano queste notizie; sono graziose, facili, ma senza profondità. Morì nel 1127, non senza dolersi de' suoi trascorsi, se s'ha da credere a una bella canzone piena di pentimento e di buoni propositi. (1 : Cfr. Chabaneau: Biog. des Troub., pag. 151; a quelle indicazioni si aggiunga: Sachse: Ueber das leben und die Lieder des Wil. IX. Leipzig, 1882. Prepara l'edizione delle sue poesie il prof. H. Suchier.)
Il periodo antico della lirica provenzale arriva fino alla metà del secolo (a. 1150) o poco oltre; ad esso appartengono pochi trovatori. Il visconte Eble II di Ventadour, contemporaneo ed amico di Guglielmo di Poitiers, fu pure buon poeta, ma di lui nulla ci rimane. Nel suo castello, allevato dal figlio di lui Eble III, crebbe Bernardo di Ventadour, il migliore dei poeti amorosi di Provenza. La sua biografia provenzale, scritta da Ugo di San Circ, dice testualmente così: “Bernardo di Ventadorn fu del Limosino, del castello di Ventadorn. Fu uomo di povera nascita, figlio di un servo del castello che era fornaio che scaldava il forno a cuocere il pane. Bello era e destro e seppe ben cantare e trovare ed era cortese e istruito. E il visconte suo signore si compiacque molto di lui e del suo trovare e fecegli grand'onore. Il visconte avea moglie molto gentildonna e gaia, che delle canzoni di Bernardo molto si compiacque e s'innamorò di lui ed egli della donna, si ch'ei fece suoi versi e canzoni per lei, e dell' amore ch'ei le aveva e del valore di lei. (1 : Il visconte ebbe due mogli; pare si tratti della prima, Margherita di Turenna. Su la vita e le opere di Bernardo si veda l'importante studio del Carducci, nella Nuova Antologia del 1881.)
Lungo tempo durò il loro amore, prima che il visconte e la gente se n'avvedesse; e quando il visconte se n'avvide, si straniò da lui, e fece ben serrare e guardare la donna. E la donna fece dare commiato a Bernardo, che si partisse e s'allontanasse da quella contrada. Ed ei se ne partì e andò alla duchessa di Normandia (2 : Eleonora d'Aquitania) che era giovane e di gran valore, ed apprezzava pregio e onore ed elogi, e piacevanle assai le canzoni e i versi di messer Bernardo. E lo ricevette e l'accolse assai bene. Lungo tempo stette nella sua corte, e innamorossi di lei ed ella di lui; e fecene molte belle canzoni. Mentr'era con lei, il re Enrico d'Inghilterra (3 : Enrico II de' Plantageneti (1154-1189)) la prese per moglie e la trasse di Normandia e menolla con sè. Bernardo sen rimase, triste e dolente; e sen venne al buon conte Raimondo di Tolosa e con lui stette fin che il conte morì. (4 : Raimondo V, morto nel 1194. Bernardo morì dunque dopo quest'anno.)
E Bernardo, per quel dolore, resesi monaco dell'abbazia di Dalon, ed ivi morì.”
Tornando ai trovatori del periodo antico è da ricordare Cercamondo, del quale la concisa biografia dice ch'ebbe questo nome per le continue sue peregrinazioni. Fu questi assai più antico di Bernardo, perchè una sua tenzone con un certo Guglielmino (Gulhalmi) si può fissare al 1137; di questo poeta Guglielmino nulla si sa. (1 : La tenzone comincia Car vei fenir tota dia; cfr. studio del Rajna in Romania VI, 115. Lo Zenker (Zeits. rom. Phil. XIII, 298) combattè l'opinione del Rajna, ma il Jeanroy (Romania XIX, 394) distrugge gli argomenti dell'oppositore. Contemporaneo o poco posteriore a Cercamondo fu Giraudo lo Ros, di cui ci restano 8 poesie.)
Scolaro di Cercamondo, figlio di ignoti e nudrito per cura di messer Aldric del Vilar, ei pure poeta, fu Marcabru di poco anteriore a Bernardo, ed è perciò il primo di cui si abbiano poesie in buon numero, (oltre quaranta). Ma egli amò la elocuzione oscura, e però molte di esse sono poco intelligibili; poche sono amorose, anzi egli si dichiara nemico giurato del bel sesso:
Que anc non amet neguna
Ni d'autra no fon amatz. 
(2 : “Che mai non amò alcuna, nè da alcuna fu amato.” - Su Marcabru, vedi studio del Suchier nel Jahrbuch. XIV, 158, e del Meyer in Romania, VI, 119.)

nè meglio tratta l'amore:
Fams ni mortaldatz ni guerra
No fai tan de mal en terra
Com amors qu'ab engan serra;
Escoutatz,
Quan vos veira en la bera,
No sera sos huehls mulhatz. 
(3 : Fame nè pestilenza nè guerra non fa tanto di male in terra come l'Amore che con inganno avvince; ascoltate: quando Amore vi vedrà nella bara non sarà neppur bagnato il suo occhio.”

Contemporanei di Marcabruno furono Ugo Catola, di cui ci rimane una tenzone con Marcabruno stesso e un grazioso Contrasto tra amante e amata, primo esempio di tal forma poetica; (1 : Bartsch: Chrest. prov. p. 61.) e Pietro di Valeira di cui pochissimo ci rimane e che il biografo stesso provenzale dice di poco valore.
Più famoso è Jaufrè Rudel principe di Blaia, cui Marcabruno inviò una sua canzone. La biografia di Giaufredo dice così: “Giaufredo Rudel di Blaia fu molto gentile uomo, principe di Blaia; e innamorossi della contessa di Tripoli (2) senza vederla, sol pel bene e la cortesia grande che egli udì di lei dire ai pellegrini tornati d'Antiochia... E per volontà di vederla crociossi e misesi in mare per andarla a vedere. E appunto nella nave lo colse una grave malattia sì che quelli con lui lo credettero morto nella nave: pure tanto fecero che per morto il condussero in un albergo a Tripoli. E fu fatto sapere alla contessa, e venne al suo letto e preselo tra le braccia. E come seppe ch'ell'era la contessa ricovrò la vista, l'udito e l'anelito, e lodò e rese grazie che Dio l'avesse tanto sostenuto in vita ch'ei l'avesse vista. E morì così tra le braccia della contessa; ed ella lo fece onoratamente seppellire nel chiostro del Tempio in Tripoli. E quel giorno stesso andò monaca, pel dolore ch'ell'ebbe di lui e della sua morte.”
(2 : La contea di Tripoli era allora in un ramo della famiglia dei Conti di Tolosa. La contessa fu o Odierna, moglie di Raimondo I conte di Tripoli, o la loro figlia Melisenda. La questione tutta è magistralmente riassunta da V. Crescini: Appunti su Jaufré Rudel. Padova, Ratti, 1890.)
Peccato che a creder vera così vaga e pietosa narrazione facciano ostacolo non già il fatto di per sẻ, chè anzi l'innamorarsi per sentite lodi è in tutto secondo lo spirito cavalleresco, e ne abbiamo altri esempi irrefutabili, (1) ma alcune circostanze storiche e cronologiche che attendono ancora una soluzione. In ogni modo non tutto deve essere falso: il Petrarca accenna con uno stupendo verso a:
“Jaufre Rudel che usò la vela e 'l remo
A cercar la sua morte.”
e delle poche poesie (sei in tutto) che abbiamo di Rudello, tre almeno si riferiscono a questo amore lontano che al poeta faceva doler tutto il cuore, a questo affetto per l'ignota bellezza, il quale doveva così pietosamente finire.
(1 : Vedi gli Appunti citati, p. 14 e 15. Rudel sarebbe morto secondo alcuni nel 1147, secondo altri verso il 1170.)

§ 2. Sorpassando l'anno 1150, più ci si avvicina alla fine del secolo, più si allarga il quadro della lirica provenzale: si entra nel periodo del pieno fiorimento, nel quale risplendono i più grandi maestri dell'arte, e non solo cresce il numero delle poesie che di ogni singolo poeta c'è rimasto, ma cresce di tanto il numero dei trovatori che, nonchè tener dietro a tutti, potremo appena menzionare i più degni. (2 : Il Bartsch (Grundriss) nota di Gaucelm Faidit 65 poesie rimasteci, di Giraud de Borneil 81, di Peire Cardenal 70; la media però oscilla tra il 12 e il 30; di trovatori ne elenca 460, ma ne mancano molti.)
Fra i contemporanei del già nominato Bernardo di Ventadorn è da ricordare Rambaldo III conte d'Orange (regn. 1150-73) buon poeta ma alquanto affettato: egli inspirò, sebbene le corrispondesse tiepidamente, un'ardente passione a Beatrice contessa di Die (1135-1189) che a lui diresse versi pieni di tenerezza appassionata e di spontaneità, pregio raro tra i poeti provenzali; (1 : Raynouard, III, 22.) ella meritò perciò di essere detta la Saffo di Provenza. (2 : Sulle poetesse provenzali; Cfr. Oscar Schultz: Die prov. Dichterinnen. Leipzig, 1888.)
Un trovatore di merito fu pure Pietro d'Alvernia (1148-1200); sotto un certo rispetto potrebbe essere considerato come un antico, poichè la biografia ci dice che egli non scrisse che dei vers e che soltanto dopo di lui, Giraldo di Borneil scrisse la prima canzone. Le poesie rimasteci, quasi una trentina, rivelano in generale più abilità che inspirazione. Una per altro è interessante perchè mette in satira dodici trovatori suoi contemporanei, tre soli dei quali giustamente celebri. Ecco come incomincia il satirico Pietro:
que chantan de maintas colors,
el sordejer cuida dir gen;
...
Daisso mer mal Peire Rotgiers,
per que n' er encolpatz premiers,
quar chanta d'amor a prezen;
e covengral melhs us sautiers
en la gleiz' o us candeliers
portar ab gran candel' arden.
que sembl' oire sec al solelh
ab son magre cantar dolen
qu'es chans de velha portaselh;
e sis vezia en espelh,
nos prezari' un aguilen. 
(1 : “Canterò di questi trovatori che cantano di molte guise e il peggiore pensa di dir bene... Di ciò merita rimprovero Pietro Rotgiers che ne sará incolpato pel primo: chè canta d'amore francamente e meglio converrebbegli un salterio o un candelliere portar nella chiesa con una gran torcia. - Il secondo è Giraldo di Bornello che sembra un otre secco al sole, col suo magro cantare dolente, che è canto da vecchia portatrice d'acqua; s'ei si vedesse in uno specchio non si pregierebbe un fior secco.”)
Il terzo è l'amoroso Bernardo di Ventadorn; gli altri ci sono ignoti o mal noti. (2 : Il serventese di P. d'Alvernia fu poi imitato dal Monaco di Montaudon in una sua poesia ove passa in rassegna 15 poeti suoi contemporanei. - In Raynouard, IV, 368.)
Ma i due accennati per primi meritano una menzione speciale. Pietro Rotgier aveva incominciato la carriera ecclesiastica, ma per amore dell'arte e della vita libera vi rinunciò e si stabilì in Narbona. Ivi regnava la celebre Ermengarda (reg. 1143-1192) figlia del conte Aimerico II, la quale divenne ben presto l'oggetto del culto e dei canti appassionati del nostro poeta. Vi si trattenne a lungo, ma infine per le dicerie sul suo amore, dovette partirsene e dopo varie peregrinazioni per la Provenza, la Castiglia e l'Aragona, finì monaco nell'abbazia di Grammont. 
(3 : Cfr. C. Appel: Leben u. Werke des Trob. P. R. - Berlin, 1882.)
L'altro trovatore, Giraldo di Bornelh (1175 circa 1220), di Excideuil nel Limosino, benchè di bassa nascita seppe con l'ingegno e l'arte sollevarsi ad alti onori; la biografia provenzale dice che: “Ei fu miglior trovatore di quanti erano stati prima o furono dopo di lui, sì che fu chiamato Maestro dei Trovatori e tale egli è per ognuno che si intenda di gentili poesie e ben composte d'amore e di sapienza. Assai fu onorato dai valenti uomini e intendenti, e dalle donne che ascoltavano i maestrevoli versi delle sue canzoni”.
Anche Dante lo tenne in gran conto e lo chiamò il cantore della rettitudine (Vulg. El. II, 2 e 6) ma non gli accordò il primato tra i poeti provenzali. E noto a tutti che egli preferiva Arnaldo Daniello:
Versi d'amore e prose di romanzi
Soverchiò tutti; e lascia dir gli stolti
Che quel di Lemosi credon ch'avanzi:
A voce più ch' al ver drizzan li volti.
E così ferman sua opinione
Prima ch' arte o ragion per lor s' ascolti.
(Purgat. XXVI, 118-23.)
Non paia irriverenza se, coi migliori giudici di poesia provenzale, noi non accetteremo la sentenza dantesca e preferiremo quel di Lemosi, cioè Giraldo. L'arte e la ragione non sono le sole cose che noi ricerchiamo nella poesia, e specialmente nella amorosa; ma è l'affetto vero e profondo e dell'affetto una espressione schietta immediata e viva. 
Che le strofe di Arnaldo dovessero parere, per le difficoltà di rima e d'artificio, meravigliose, noi concediamo: ma non in ciò sta l'eccellenza
del poeta. Giraldo, del resto, di cui possediamo una novantina di poesie, mostrò nella sua giovinezza di sapere affrontare e vincere le difficoltà del trobar clus, cioè dello stile poetico chiuso e condensato e della forma ricercata e oscura; ma egli medesimo, con intuito di vero poeta, rinnegò tali artifiziosità dicendo che poco val canto che non sia compreso:
... non a chans pretz entier
quan tuich non so parsonier
(1 : “Canto non ha intiero pregio quando non tutti ne sono partecipi.”)
Nei serventesi Giraldo seppe fare dell'alta poesia morale senza cadere al monotono nè eccedere nelle invettive; niuno come lui sentì piena e intera la dignità del suo ufficio, ed egli elevò, tra i primi, la voce per rampognare la corruzione della nobiltà feudale che doveva necessariamente condurre alla decadenza della poesia:
Jeu vi torneis mandar
E segre gens garnitz,
E pueys dels miels feritz
Una sazo parlar;
Ar es pretz de raubar
Buous, motos e berbitz;
Cavaliers si' aunitz
Ques met a domneiar
Pus que toca dels mans motos belans,
Ni que rauba gleizas ni viandans.

On son gandit joglar
Qu' ieu vi gent aculhitz?
...

E vi per cortz anar
De joglaretz petitz
Gen caussatz e vestitz
Sol per domnas lauzar:
Ar non auzon parlar
Tant es bos pretz delitz. 
(1 : “Vidi tornei ordinare, e armati a schiera, e dei colpi meglio assestati lunga stagione parlare: ora è pregio il rubar buoi, montoni e pecore; vile quel cavaliere che con dame fa il galante e poi ghermisce di sua mano le belanti greggie, e chiese e viandanti deruba. - Ove son fuggiti i poeti ch'io già vidi accolti ad onore?... E vidi andar per le corti giullari dappoco che, sol per lode di dame, ebbero e maglie e vestiti; e ora non osan mostrarsi, sì ogni buon pregio è morto.”)

Prima di parlare di Arnaldo Daniello, emulo di Giraldo nella estimazione dei posteri, è da ricordare Guglielmo di Cabestaing

Prima di parlare di Arnaldo Daniello, emulo di Giraldo nella estimazione dei posteri, è da ricordare Guglielmo di Cabestaing, e per il suo merito poetico e per la pietosa sua storia; eccola testualmente tradotta dalla più breve versione provenzale: “Guglielmo di Cabestaing fu un cavaliere della contrada del Rossiglione, che confina con Catalogna e col Narbonese. Ben fu avvenente e pregiato in armi, in servigio di dame e in cortesia. Ed era in quella contrada una dama che avea nome madonna Seremonda, moglie di ser Raimondo da Castel-Rossiglione, che molto era ricco e nobile e scontroso e bravo e fiero e orgoglioso. E Guglielmo di Cabestany amava la donna d'amore e cantava di lei e faceva di lei sue canzoni. E la donna, che giovin'era e gentile e bella e piacente, gli voleva bene più che a cosa al mondo. Fu detto a Raimondo: ed egli, com'uomo irato e geloso, indagò il fatto, e seppelo vero, e fe' chiuder la moglie ben forte. E quando venne un giorno che Raimondo trovò Guglielmo alla strada senza gran compagnia, lo uccise, e gli trasse il core del corpo e féllo portare da uno scudiere al suo albergo, e lo fece arrostire e far salsa, e lo diè a mangiare alla moglie. E quando la donna l'ebbe mangiato, ser Raimondo le disse di chi era, ed ella a udirlo perdè la vista e'l sentire. E come rinvenne disse: Signore, ben m'avete dato così buon mangiare che mai più altro ne mangierò. E quand'egli la udì, corse alla spada e volle darlene sul capo, ma ella corse al verone e lasciossi cader giù, ed è morta.” 
A narrazione così pietosa si fecero poi aggiunte e modificazioni, e, tra l'altre, che i due corpi fossero sepolti insieme e la loro tomba diventasse meta di amorosi pellegrinaggi di cavalieri e dame: anche si volle che il feroce marito fosse imprigionato da Alfonso II d'Aragona e fatto perire. Ma nulla di tutto ciò è vero, e noi non abbiamo qui che una versione di un'antica e assai sparsa leggenda popolare. Di storico non sonvi che i nomi de' personaggi, e forse il loro amore. (1 : Vedi Chabaneau: Biogr. des Troub. pag. 99, e G. Paris: Romania, VIII, 333 e XII, 359. Seremonda, già vedova di Ermengardo de Vernet sposò Raimondo da Castel-Rossiglione nel 1197, e in terze nozze Ademaro de Masset; ella viveva ancora nel 1221. Guglielmo di Cabestany, del cantone di Perpignan, prese parte nel 1212 alla battaglia de las Navas contro i Mori andalusi; ci rimane di lui una decina di poesie.) 
Anche è vero che Guglielmo è tra i pochi trovatori che, come Bernardo di Ventadorn, dimenticarono sovente il linguaggio convenzionale dell'amore cavalleresco per quello più schietto e vivo d'un affetto veramente sentito.
Tali non sono, come già dicemmo, i meriti per cui va giustamente famoso Arnaldo Daniello (circa 1180-1200); egli è il maestro e caposcuola dei poeti oscuri ed enigmatici. Nacque a Ribérac in Dordogna, e per molti anni sospirò, ma inutilmente, per la moglie di Guglielmo di Bouvila. 
Ei passa per inventore della sestina; le sue poesie amorose dovevano avere, forse dalla musica, una attrazione che a noi pare ora poco spiegabile; già s'è riferito il giudicio di Dante; il Petrarca non gli è meno favorevole:
Fra tutti il primo Arnaldo Daniello
Gran maestro d'amor, che alla sua terra
Ancor fa onor col suo dir novo e bello.

Stando a Benvenuto da Imola, antico comentatore della Divina Comedia, Arnaldo si trovò in vecchiezza povero di mezzi: con una canzone si diresse ai re di Francia e d'Inghilterra che lo soccorsero generosamente: morì in convento.
Men sapiente di Arnaldo Daniello ma più elegante nella semplicità della forma e nella delicatezza del sentimento fu Arnaldo di Mareuil. Il Petrarca lo chiama, al paragone del Daniello, il men famoso Arnaldo: ma è un giudicio non diviso, a quanto pare, dai compagni d'arte dei due trovatori, che citano assai più spesso e con maggior lode quel di Mareuil che quello di Ribérac. L'avvenenza della persona e la triplice abilità di poetare, cantare e leggere bene, gli valsero il favore di Adelaide di Tolosa sposa di Ruggiero II di Beziers (1167-1194). Dapprima egli si contentò di sospirare secretamente per lei: (1)
Belha domna, cui joys e jovens guida,
Ia no m'ametz, totz tems vos amarai,
Qu'amors o vol ves cui no m puesc guandir;
E quar conois qu'ieu am ab cor verai,
Mostram de vos de tal guisa jauzir:
Pensan vos bais e us maney e us embratz;
Aquest domneis m'es dous e cars e bos,
E no l me pot vedar negus gelos.
(1 : “Bella donna, cui gioia e giovinezza guida, se anche non mi amate io v'amerò sempre, chè così vuole Amore cui non posso sottrarmi; e poich'egli sa ch'io v'amo di cuor verace così m'insegna a godere di voi: che, cioè, nel mio pensiero io vi bacio e vi premo e vi abbraccio, e ciò mi appaga e m'è dolce e buono e non mel può vietare nessun geloso.”)

Ma la fiamma lungamente repressa divampò: le poesie di Arnaldo divennero sempre più ardenti e più esplicite: (2)
que anc formes el mon natura,
melhor que non posc dir ni sai,
plus bela que bels jorns de mai,
solelhs de mar, ombra d'estiu,
roza de mai, ploja d'abriu,
flors de beutat, miralhs d'amor,
claus de fin pretz, escrins d'onor,
mas de do, capdels de joven,
cims e razitz d'ensenhamen,
cambra de joi, locs de domnei,
Domna, mas jointas, vos soplei:
prendes m'al vostre servidor,
e prometes me vostr'amor.

(2 : “Donna, la più gentil creatura che mai natura formasse al mondo, migliore ch'io possa o sappia dire, più bella che bel giorno di maggio, spera di mare, ombra d'estate, rosa di maggio, pioggia d'aprile, fior di bellezza, specchio d'amore, chiave di fino pregio, scrigno d'onore, casa di doni, capitana di giovinezza, cima e radice di sapienza, camera di gioia, stanza di cortesia, Donna, a mani giunte vi supplico, prendetemi a servo e promettetemi il vostro amore.”)

Chi poteva resistere a simile valanga? Non Adelaide di certo. Ma poco tempo dopo imparò Arnaldo a sue spese che:
Femmina è cosa mobil per natura (N. E. la donna è mobile)
e che un amoroso stato
In cor di donna picciol tempo dura.

Il suo fortunato successore fu nientemeno che re Alfonso II d'Aragona (1162-96). Arnaldo, abbandonato e disilluso, si ritirò a Montpellier alla corte di Guglielmo VIII († 1202) dove, dice la biografia, molto indarno pianse e sospirò.
Poeta guerriero più che amoroso fu Bertrando dal Bornio. Ognuno ricorda come lo vide Dante nella nona fossa di Malebolge:
… il capo tronco tenea per le chiome 
Pésol con mano a guisa di lanterna 
E quel mirava noi, e dicea: “O me!” 

degno supplicio di chi aveva sparso la discordia tra padre e figlio. “Bertran de Born nacque, prima del 1140, in Altaforte presso Perigueux; sempre, dice la biografia, guerreggiava tutti i suoi vicini, il conte di Peiregors [Elia V, 1166-1205] e Riccardo fino che rimase conte di Peitieus [dal 1169 all'89]. Buon cavaliere fu e buon guerriero, e buon galante e buon trovatore, e dotto e ben parlante; e seppe stare al male e al bene. E molto poteva sul re Enrico d'Inghilterra e sul figlio di lui [Enrico dal Cortomantello, n. 1155 m. 1183] ma sempre voleva ch'essi avesser guerra insieme, il padre e il figlio e'l fratello l'un l'altro, e che il re di Francia guerreggiasse quel d'Inghilterra. E se aveano pace nè tregua e' si sforzava coi suoi serventesi di disfar la pace.” 
Tutta l'ardenza di questo accanito guerreggiatore è nelle sue poesie; niuno meglio di lui che Dante chiamò “illustre cantor d'armi”, seppe esprimere l'ebbrezza della battaglia e l'entusiasmo militare. Di lui ci rimane una quarantina o poco più di poesie. Come molti altri trovatori, anch'egli giunto a vecchiezza si sarebbe ritirato in un chiostro, a Dalon dell'ordine cisterciense. Morì d'età assai avanzata: probabilmente verso il 1207.
Un vero enigma, non solo per noi, ma anche pei suoi contemporanei, fu il trovatore Pietro Vidal (1175-1215 circa). In lui sono così commiste ragione e pazzia, buon senso e stranezza, che se ne meravigliavano i suoi stessi amici; Blacasso, il famoso protettore de' trovatori del quale Sordello in un sirventese giustamente celebre pianse la morte (1236), chiedeva a Vidal come mai avesse follia in tutto e nel poetare avesse senno e talenti. Vidal rispose evasivamente; ma un trovatore italiano, Bartolomeo Zorzi, lo difese asserendo che vera follia era il credere folle un uomo come Vidal, che faceva versi così belli. Ma tal difesa è, al più, un giuoco di parole; e che Pietro avesse un grano di pazzia asseriscono concordi le notizie biografiche provenzali. Molte donne amò; da tutte
credeva essere amato:
Cent donas ai faitas plorar
Et autras cent rir' e jogar.

Il fatto è che colle sue vanterie di godere i favori di tutte le dame fu, secondo l'umore dei mariti, ora preso a gioco, ora solennemente bastonato. Ma egli imperterrito correva da una in altra avventura; ora esiliato per aver risvegliato Adalasia viscontessa di Marsiglia a forza di baci, essendole penetrato in istanza mentre dormiva; ora, facendo senno a un tratto, scriveva serventesi ai re di Francia, di Spagna e d'Alemagna, pieni di virili e nobili idee; ora ricascando nelle stramberie, si vestiva con pelli di lupo in onore di Lupa di Penautier, e vagava carponi pei boschi, sì che fu preso e malamente battuto da alcuni pastori. La più strana gli occorse in Oriente, ove volea seguire la crociata del re inglese; ma si fermò in Cipro e vi sposò e si portò in Provenza una greca. Ed ecco che gli amici gli dànno a intendere ch'ella è nipote dell'imperatore di Costantinopoli e che a lui spetta di diritto l'impero! Vidal non era uomo da abbandonare così bella idea, e cominciò a spendere in navigli e a portare titoli imperiali. Ma dalla conquista fu forse distolto da altre avventure. È impossibile seguirlo ne' suoi molteplici viaggi: verso la fine del secolo lo troviamo in Italia alla corte di Bonifazio di Monferrato e allorchè questi si apprestava a passar il mare nel 1202, fu Pietro Vidal a intonare il canto della crociata. Poco prima era stato in Provenza tra i brillanti cortigiani di re Alfonso d'Aragona al cui buon umore egli doveva contribuire d'assai colle sue vanterie da capitan Fracassa:
Ai ieu e mai d'autras assatz,
E quan soi en cavals armatz
Tot quant trobi pesseg e franh:
Cent cavaliers ai tot sol pres
E d'autres cent ai tout l'arnes. 
(1 : “Le avventure di Galvano ho io, e molte altre assai, e quando sono armato a cavallo tutto quanto incontro io spezzo e frango; da solo ho fatto prigionieri cento cavalieri, e d'altri cento ho conquistato le armi.”)

L'anno di sua morte s'ignora, ma certo egli dovette seguitare incorreggibile fino alla fine, ridendo e facendo ridere.
Ma la gioia e la serenità del bel cielo di Provenza non dovea mantenersi più a lungo; grossi nuvoloni forieri di tempesta s'addensavano al nord e dalla parte di Roma: era imminente la crociata contro gli Albigesi.
Il passaggio dalla lieta poesia al feroce fanatismo ci è rappresentato da Folchetto di Marsiglia, di cui le prime poesie sono del 1180 circa. 
Egli era figlio di un mercante di Genova stabilito a Marsiglia:
Folchetto che a Marsiglia il nome ha dato
Ed a Genova tolto, ed all'estremo
Cangiò per miglior patria abito e stato
(Petrarca: Tr. d'Am. cap. IV)

Per lungo tempo stette alla corte di Adalasia moglie di Messer Barral visconte di Marsiglia, e in onore di lei scrisse le migliori sue poesie, nelle quali, pure non dipartendosi dalla castigatezza dell'amore cavalleresco, seppe con grande maestria far pompa del suo ingegno ricco di eleganti frasi e di ben tornite immagini. Ma le angoscie, forse, del non corrisposto amore, e la morte de' suoi migliori protettori, Ser Barral († 1192), Raimondo V di Tolosa († 1194) e Alfonso II d'Aragona († 1196) gli insegnarono la vanità degli affetti terreni e lo indirizzarono al cielo. 
Preso l'abito di monaco cisterciense divenne poco dopo abate di Toronet, diocesi di Fréjus, e nel 1205 vescovo di Tolosa. Il suo zelo nel perseguitare gli Albigesi parve ai contemporanei giusto compenso de' suoi peccati di gioventù: egli stesso, con ardente buona fede, si imponeva un rigoroso digiuno a pane ed acqua ogni qualvolta gli avvenisse di sentire cantare dai giullari qualcuna delle sue poesie giovanili. Con tutto ciò fa fremere il pensiero che nella sola Tolosa più di 1500 persone egli facesse ardere: un Albigese diceva di lui che:
... al seus faitz e als ditz
Ez a la captenensa, sembla mielhs Antecritz
Que messatges de Roma; 
(1 : “... ai suoi fatti, ai suoi detti e al suo modo d'agire par meglio l'Anticristo che un legato di Roma”. (Poema della Crociata albigese, v. 3325-27))

fa fremere il freddo sarcasmo ch'egli, predicando nel duomo di Tolosa, ebbe per un eretico a cui il conte di Monfort aveva fatto tagliare il naso e le labbra e strappar gli occhi. Ma erano colpe dei tempi più che sue, e parvero anzi ai Cattolici meriti grandissimi, tanto che Dante, nel canto IX del Paradiso, lo chiama:
… luculenta e cara gioia
Del nostro cielo.

Tra siffatte care gioie finiva la libertà della Provenza e con essa la lieta vita e l'amorosa poesia dei trovatori.

Nota. - Vietando la ristrettezza dello spazio una più ampia rassegna dei principali poeti provenzali, tolgo dal citato articolo del Meyer, nell'Encyclop. brittannica, il seguente quadro dei mecenati della poesia provenzale e dei trovatori da loro protetti:

In Provenza.

Eleonora di Guienna: Bernardo de Ventadorn. 
Enrico dal Cortomantello (regnò 1170-83) figlio d'Enrico II d'Inghilterra: Bertrando de Born.
Riccardo cor di lione: Arnaldo Daniello, Pietro Vidal, Folchetto di Marsiglia, Gaucelmo Faidit.
Ermengarda di Narbona (1143-92): B. de Ventadorn, Pietro Rogier, Pietro d'Alvernha.
Raimondo V conte di Tolosa: B. de Ventadorn, Pietro Rogier, Pietro Raimon, Ugo Brunet, Pietro Vidal, Folchetto di Marsiglia, Bernardo di Durfort. 
Raimondo VI conte di Tolosa (1194-1222): Raimondo di Miraval, Aimerico di Pegullan, Aimerico di Belenoi, Ademaro il Negro.
Alfonso II conte di Provenza (1185-1209): Elia di Barjols.
Barral visconte di Marsiglia (m. 1192): Pietro Vidal, F. di Marsiglia.
Guglielmo VIII sire di Montpellier (1172-1204): Pietro Ramon, Arnaldo di Mareuil, Folchetto di Marsiglia, Giraldo di Calanson, Aimerico di Sarlat.
Roberto Delfino d'Alvernia (1169-1234): Peirol, Perdigon, Pietro di Maensac, Gaucelmo Faidit. 
Guglielmo du Baus principe d'Orange (1182-1218): Rambaldo di Vacqueiras, Perdigon.
Savaric de Mauleon (1200-1230): Gaucelmo di Puicibot, Ugo di San Circq.
Blacatz, nobile provenzale (1200?-1236): Cadenet, Giovanni d'Aubusson, Sordello, Guglielmo Figueira. 
Enrico I conte di Rodez (1208-1222?): Ugo di San Circq.
Ugo IV (1222?-1274) e Enrico II (1274-1302) conti di Rodez: Giraldo Riquier, Folchetto di Lunel, Serverico di Girona, Bertrando Carbonel.
Nuno Sanchez conte di Rossiglione (m. 1241): Aimerico di Belenoi.
Bernardo IV conte di Astarac (1249-91): Giraldo Riquier, Amanieu de Sescas.

In Spagna:

reyna Petronila, comte Ramon Berenguer IV, Alfonso II


Alfonso II d'Aragona (1162-96): Pietro Rogier, Pietro Ramon, Pietro Vidal, Cadenet, Giraldo di Cabreira, Elia di Barjols, Monaco di Montaudon, Ugo Brunet.
Pietro II d'Aragona (1196-1213): Raimondo di Miraval, Aimerico di Pegulhan, Perdigon, Ademaro il Negro, Ugo di San Circq.
Giacomo I d'Aragona (1273 *1213-1276): Pietro Cardenal, B. Sicart de Maruejols, Giraldo Riquier, At di Mons. 
Pietro III d'Aragona (1276-85): Paoletto di Marsiglia, Giraldo Riquier, Serverico di Girona.
Alfonso IX di Leon (1138-1234): Pietro Rogier, Giraldo di Borneil, Aimerico di Pegulhan, Ugo di San Circq. (N. E. reinó de 1188 hasta 1230)
Alfonso X di Castiglia (1252-84): Bertrando di Lamanon, Bonifazio Calvo, Giraldo Riquier, Folchetto di Lunel, Arnaldo Plages, Bertrando Carbonel.

In Italia:

Bonifacio II marchese di Monferrato (1192-1207) Pietro Vidal, Rambaldo di Vacqueiras, Elia Cairel, Gaucelmo Faidit? 
Federico II Imperatore (1215-50): Giovanni d'Aubusson, Aimerico di Pegulhan, Guglielmo Figueira. 
Azzo VI (1196-1212) e Azzo VIII (1215-64) marchesi d'Este: Aimerico di Pegulhan, Rambertino de' Buvalelli.

Capitolo III. La lirica provenzale: sue origini. La cavalleria, rapporti, lirica dei trovatori.

Capitolo III.

La lirica provenzale: sue origini. La cavalleria e suoi rapporti con la lirica dei trovatori.

Guglielmo, conte di Poitiers, Pos de chantar m'es pres talens,

§ 1. Gli accennati documenti letterari che si ritengono anteriori o di poco posteriori al 1100, e specialmente quelli in poesia, mostrano, insieme con irrefragabili prove della loro antichità, una tale stabilità e fissità nei caratteri e nella tecnica del verso e della strofa, che è difficile da spiegare in uno stadio così primitivo. Questa difficoltà è ancora più grande quando consideriamo la poesia lirica dei trovatori; essa ci compare innanzi a un tratto già adulta e cosciente di sè, già in possesso delle varie qualità di verso, già abile a intrecciare le strofe. Le più antiche liriche rimasteci sono di Guglielmo VII conte di Poitou e IX duca d'Aquitania, che governò tra il 1087 e il 1127; l'alto grado del loro autore spiega il perchè esse sieno le prime che ci sieno state conservate, ma si può assicurare (e ce ne sono indizii nei versi stessi di Guglielmo), che egli non fu il primo trovatore, (1 : Trovatore è in provenzale trobaire, e nei casi obliqui trobador. L'origine, secondo il Paris, sarebbe un termine dell'arte musicale, tropus = motivo melodico, aria; onde trobar sarebbe propriamente il fare tropi, inventare arie musicali.)
e che prima di lui vi fu un periodo più o meno lungo di formazione e di preparazione. In tale periodo che potrebbesi dire dell'infanzia della lirica provenzale vorremmo potere spingere lo sguardo con sicurezza, ma i pochi accenni dati da Guglielmo e da altri poeti posteriori non consentono che una semi-oscurità.
(N. E. Lo mismo pasa en el Vaud, Suiza, con los vaudois, Badois, valdenses, herejes, y sus poemas antiguos.)
La poesia trovadorica, si può dirlo con certezza, non ricevette nulla in eredità dalla letteratura aulica-latina del Basso Impero: nè il verso, che riposa su un principio essenzialmente diverso, nè i vari atteggiamenti di serie monorime o di strofe; essa è invece una lenta trasformazione della poesia popolare la quale non venne mai meno nel mezzodì della Francia.
Questa poesia dagli ultimi secoli dell'Impero fino oltre al 1000 era specialmente cantata e trasportata di borgo in borgo dai cantori ambulanti, saltimbanchi, buffoni, razza di gente che l'antichità conobbe col nome di mimi o thymelici e il medio evo con quelli di joculatores, ministrales, histriones. Dei loro salti e delle loro rozze canzoni si dilettavano, accomunati dalla ignoranza, baroni e popolani, e non mancano, fino dal secolo VII, le testimonianze del disprezzo e dell'odio che a loro, come a stromenti di barbarie e di immoralità, portavano i poeti clerici latineggianti e gli ecclesiastici. Di quella poesia, che Alcuino chiama turpissima e vanissima, nulla pur troppo ci rimane; pure, data la rozzezza della società cui essa piaceva, noi crediamo che le invettive dei clerici non fossero del tutto immeritate. Ma sulla fine del secolo X, la feudalità francese, specialmente meridionale, addolcisce a poco a poco i costumi e la vita; sul robusto tronco feudale sboccia il fiore della cavalleria, e i cantori seguono questo movimento civile; il joculator o istrione, passato dalla piazza alla sala del castello si trasformò in trovatore e poeta, così come il canto della taverna nella canzone armoniosa e grave.
I cantori o histriones, erano parte quasi obbligatoria della masnada di ogni signore; perciò fin da principio s'eran trovati in una condizione inferiore e ciò spiega il loro riservato rispetto alla dama del barone feudale, naturale patronessa dei seguaci e servi del marito.
Per questo la lirica provenzale ebbe fin dalle origini quell'impronta tanto caratteristica di illimitata devozione alla donna, devozione che ebbe poi ordine e regolamenti dalla cavalleria. (1 : Su ciò si veda uno splendido articolo di P. Meyer, nella Encyclopaedia Brittannica. XIX, 867.)
Ed anche è da osservare come risulti da tutto questo che la poesia trovadorica fin dal suo nascere è un prodotto della società feudale: per essa si ingentilì, da essa ebbe le prime festose accoglienze e quasi sempre le più generose rimunerazioni; sicchè la lirica provenzale e la società feudale di Provenza crebbero e vissero così indissolubilmente legate che i colpi della crociata albigese, rovinando l'una, non potevano non ferire mortalmente l'altra. Non si creda però che questo rapido e fiorente crescere di una poesia artistica e aristocratica facesse cessare la poesia popolare; anzi procedettero entrambe per la loro via, non senza molteplici contatti. I poeti aulici pretesero in generale il nome di trovatore rigettando quello di giullare, cui rimaneva attaccato l'antico dispregio per gli histriones, ma nell'uso corrente i due nomi non furono mai nettamente separati. (1 : Cfr. Diez: Poes. des troub. p. 27-31 della traduzione francese. In generale col nome di giullare intenderemo chi canta o recita cose altrui, e trovatore diremo colui che, pagato o no, espone composizioni sue proprie.)
La poesia aulica inoltre ha ben altri debiti verso la sua sorella più umile e popolana; i trovatori vi trovarono le più schiette forme della loro poesia, come ad esempio, la ballata, la pastorella, l'alba, la ronda: veri fiori che l'arte finissima di quei maestri seppe ornare, senza che perdessero il profumo e la freschezza nativa, coi più vari e graziosi colori.

§ 2. È questo, per quanto si può congetturare con tutta probabilità, il modo con cui nacque la poesia dei trovatori, trasformazione aristocratica della rozza poesia del volgo. Quando poi la scienza della poesia e il nome di poeta cominciarono ad ottenere fama e compensi tra la scelta società, molti naturalmente si volsero per quella via affaticandosi con più o meno fortuna a sorpassare in eccellenza artistica i competitori. Sono frequentissimi nelle poesie dei trovatori i vanitosi accenni alla cura del ben comporre e tornire le strofe, allo sforzo del ben limare, all'ingegno di cui dovevasi dar prova. Marcabru, uno dei più antichi, si compiace già di sapere così bene incatenare l'argomento e i versi che niuno potrebbe togliervi una sola parola. 
(1 : Raynouard, IV, 303:
“Marcabrus, segon s'entensa pura
Sap la razo è 'l vers lassar e faire
Si que autr'om no l' en pot un mot traire”) 

Appunto questa coscienza e riflessione estetica, questo amore dell'arte per sè, questa ricerca dei mezzi più sottili e acconci ad ottenere la bellezza, sono il merito e la novità più grande che abbia la poesia provenzale.
Duchi, Re e perfino Imperatori, non disdegnarono le lodi che erano date al sapere poetico e vi si applicarono con passione ed ora figurano con onore nel catalogo dei trovatori. Ma della onorata e lodata falange poetica poteva far parte chiunque avesse ingegno e valentía. Molti trovatori uscirono dalle più umili classi del popolo, come ad esempio, il più elegante poeta amoroso di Provenza, Bernardo di Ventadorn figlio di un fornaio del castello, Giraut de Borneil che meritò il nome di maestro dei trovatori, Perdigon figlio di un pescatore e che diventò cavaliere e amico del Delfino d'Alvernia. Altri uscirono dalla borghesia la quale nel mezzodì della Francia godeva già di molta considerazione; tra essi, Pietro d'Alvernia ed Elias Fonsalada; e altri dalla mercatura, come Folchetto di Marsiglia e Aimerico da Pegulhan. Molti che avevano incominciato gli studi da clerici, abbandonarono la via ecclesiastica per la vita libera e gioiosa del poeta, come Arnaldo di Mareuil, Ugo di S. Circ, Aimerico da Belenoi, Pietro Cardinal; altri che erano già veri monaci fuggirono dal chiostro, come Guiberto di Puicibot. La chiesa per altro combattè pertinacemente questo abuso. Folchetto di Marsiglia, diventato vescovo, si doleva come di enormi peccati delle sue giovanili poesie amorose; e il canonico Gui d'Uisel fu dal legato del papa costretto con giuramento ad abbandonare il trovare ed il cantare. La poesia amorosa non poteva alla chiesa sembrare che una impura fonte di guadagno; salvo però casi speciali; perchè, se vogliamo credere ai manoscritti, l'allegro e bizzarro Monaco di Montaudon avrebbe ottenuto dal suo Abbate licenza di poetare e cantare a condizione che i profitti andassero a beneficio del monastero. Altri trovatori uscirono dalla piccola nobiltà; figli cadetti di castellani che non potendo mantenere il grado di cavaliere si facevano giullari; tali Raimondo di Miraval, Peirol, Cadenet, Rambaldo di Vacqueiras; alcuni infine furono principi potenti, poeti e protettori dei poeti, come il già nominato Guglielmo di Poitou. Rambaldo d'Orange, Blacasso, il visconte di S. Antonin e altri.
Donde apprendevano la loro arte i trovatori? Quasi tutti affermano unico loro maestro essere stato Amore; ma noi, pur concedendo molto alla inspirazione individuale, non vediamo in questa risposta che una lusinghiera adulazione alla loro dama. Tuttavia si può asserire che vere scuole d'arte poetica (1) non ci furono; 
(1 : Art de trobar o saber de trobar: i trovatori non usano che queste frasi per designare la loro scienza; i termini di gai saber o gaya sciensa sono dell'Accademia Tolosana e passarono a torto nell'uso tradizionale.)
i trovatori apprendevano l'uno dall'altro i precetti e la pratica del canto e del suono, e le leggi della composizione; il fatto è assicurato fino dai più antichi trovatori: Marcabruno, dice la biografia provenzale, tanto stette con un trovatore che avea nome Cercamondo che egli pure cominciò a poetare. E di Ugo di S. Circ dice la biografia che molto imparò dell'altrui sapere e volontieri lo insegnava altrui. Questi insegnamenti e la elaborata composizione delle nuove poesie e della musica loro appropriata, erano specialmente riservati all'inverno, la stagione morta dei trovatori. La primavera riportava loro la libertà e la vita; riprendevano le loro corse di corte in corte e di castello in castello, e la fama delle nuove più belle canzoni e della nuova musica più applaudita, li precedeva da lungi e ne rendeva gradita la visita, e il nome della dama in esse celebrata, sebbene sempre velato di un pseudonimo, passava di bocca in bocca sussurrato allora come ora, tra i sorrisi dei maldicenti. Questa clausura invernale, oltre il vero sentimento della natura, spiega l'odio dei trovatori per l'inverno e i loro ripetuti e un po' convenzionali entusiasmi per la dolce stagione e per le rose di maggio.
Come ho detto di sopra, i trovatori, almeno i migliori, oltre la poesia componevano anche la musica di accompagnamento; erano autori, come dicevasi allora, del motto e del suono. Le biografie che nei manoscritti accompagnano le poesie tengono minuzioso conto di questa duplice abilità, e notano se alcuno eccelleva nell'una o nell'altra.
Quasi sempre le poesie erano cantate dai trovatori stessi che le avevano composte, i quali anche si accompagnavano colla viola; le biografie notano espressamente se erano bravi nel cantare e nel suonare. 
Di Aimerico da Pegulhan, per esempio, dice il biografo ch'ei componeva bene canzoni e sirventesi, ma molto male cantava; di molti invece (1) è detto che sapevano bene trobar, violar e cantar; 
(1 : Vedi le biografie di Pons de Capduelh, di Ugo de Penna, di Perdigos, di Bartolomeo Zorgi, ecc. a pag. 60, 50, 71, 110, delle Biographies des Troubadours edite dallo Chabaneau a Tolosa, Privat, 1885.)
di Pietro Vidal poi il biografo assicura che cantava mielhs d'ome del mon. Se il trovatore non aveva bella voce si faceva seguire da un giullare o due che cantavano le sue poesie, come fecero Pietro Cardinal, Arnaldo di Mareuill, Guiraut de Borneil e altri. Un'abilità molto apprezzata in que' tempi in cui erano più famigliari le armi che l'alfabeto, era quella di sapere ben narrare e leggere romanzi d'avventura e di saper scrivere; moltissimi trovatori dovevano contentarsi di tenere le loro poesie a memoria o dettarle a qualche scrivano.

§ 3. Una classe meno pregiata dei trovatori ma certo più numerosa era quella dei giullari. Essi seguivano, come dissi, i trovatori che non cantavano le loro produzioni; ma oltre a ciò, ai giullari dovevano per forza affidare le loro poesie quei poeti illustri, principi e castellani, che non potevano certamente nè correre il paese nè fare mercato dei loro talenti. Anche se il trovatore stesso era cantore mercenario è evidente che tanto più gli conveniva spargere di sè la maggior fama, ed è probabile che durante l'inverno insegnasse a uno o più giullari le nuove sue composizioni, perchè le andasser cantando in quei paesi dov'egli non poteva per allora recarsi. E presso i trovatori in voga non dovevano mancare questi volonterosi apprendisti, poichè certo nessuna corte o castello si chiudeva al giullare che annunciasse avere nel suo repertorio una recente canzone amorosa di Bernardo di Ventadorn, o una sestina di Arnaldo Daniello o un nuovo sirventese di Bertran de Born. 
(1 : I profitti di tal mestiere erano spesso considerevoli, e consistevano in denari, abiti, cavalli. Raimondo di Miraval, rivolgendosi al suo giullare Bayona, gli dice: “So bene, Bayona, che sei venuto da me per un sirventese; questo sarà il terzo, perchè io te n'ho già fatti due coi quali hai guadagnato molto oro e argento, e molti abiti, e roba assai tra buona e cattiva.” Ma Bayona - da vero artista! - avrà giuocato e mangiato tutto, perchè poi Raimondo gli dice: “Dio m'aiuti, Bayona, ti veggo così meschinetto e mal vestito di povera gonna! ma ti trarrò d'impaccio con un sirventese che ti prometto.” Anche a un altro giullare, di nome Fornier, insegnò Raimondo l'arte del cantare.)

Questo contatto continuo tra trovatori e giullari favoriva la confusione delle due classi; di alcuni, per esempio, di Pistoleta, di Aimerico di Sarlat e di Perdigon, le biografie dicono espressamente che da cantori e giullari riuscirono col senno e l'ingegno trovatori e poeti. In generale oltre al cantare poesie e suonare stromenti, il giullare doveva narrare novelle e romanzi d'avventura, e doveva anche divertire all'uopo la società con talenti meno nobili, di acrobata e di prestidigitatore. Abbiamo due poesie, una di Guiraut de Cabreira e l'altra di Guiraut de Calanso, in cui i due poeti enumerano ai loro giullari, Cabra e Fadet, ciò che essi dovrebbero saper dire e fare; ma la lista è così lunga (solo gli strumenti da suonare sarebbero nove!) che è permesso credere sia quello il ritratto di un giullare affatto ideale.

§ 4. Tali erano gli artisti e i giullari dei secoli tra l'undicesimo e il decimoterzo; rimane a vedere in che stesse l'arte loro. A intender la quale, bisogna dire poche cose (perchè l'argomento fu già molto trattato e bistrattato) intorno alla Cavalleria. Essa risale originariamente ad una cerimonia germanica, già nota a Tacito; i giovani guerrieri giunti all' età voluta erano solennemente vestiti delle armi da alcuno dei capi tribù, o dal padre. Stabilitisi i Germani su territorio romano, la cerimonia rimase la stessa, ma il Cristianesimo le diede un'impronta religiosa. 
Il giuramento che si imponeva al giovane cavaliere o miles, (1) dandogli l'armi innanzi l'altare, di difendere la religione e gli oppressi, fu uno dei tanti vincoli coi quali la Chiesa tentò di frenare e domare la feroce e turbolenta feudalità dei secoli nono e decimo. 
(1 : La parola cavaliere (homines caballarii) è già in un documento dell' 859.)
Così il cavaliere divenne, in teoria, il soldato della fede e della giustizia; le crociate furono la più potente manifestazione di questo sentimento. Senonchè il premio a tali virtù, promesso nell'altra vita dalla Chiesa, era se non incerto troppo lontano; e come tra i deboli da difendere v'erano le donne, questa dolce difesa diventò ben presto premio a sè stessa. L'impulso cavalleresco fu dunque prima la fede, poi la donna e l'amore; ma un amore che, almeno in teoria, risentì sempre dell'origine sua mistica e ideale, e rimase o almeno fece di tutto per rimanere null'altro che inspirazione purissima di nobili pensieri e di imprese generose. Amore fu allora, dice il Carducci, l'espressione formale del più alto ideale civile, il principio supremo di ogni virtù, di ogni merito morale, di ogni gloria.
Perchè così si credesse, e in conformità della credenza si operasse, bisogna immaginare una società intimamente diversa da qualunque forma sociale del giorno d'oggi.
E realmente fu così; il medio evo, l'età delle contraddizioni, non ne ha alcuna più stridente, a nostro modo di vedere, che quella tra siffatta esaltazione dell'amore e della donna e la costituzione della famiglia feudale e la parte che la donna era chiamata a rappresentarvi. La società feudale è essenzialmente basata sul principio della proprietà del suolo, donde il continuo desiderio nei baroni di crescere le loro terre e a tal uopo due mezzi principalmente valgono, le armi e i matrimoni. 
La donna, che nel mezzodì della Francia poteva avere e trasmettere feudi, venne ad essere uno strumento di potenza e un mezzo di combinazioni diplomatiche. Quando mutavano le circostanze, il potente barone trovava sempre un vescovo compiacente che scoprisse tra lui e la sposa un lontano grado di parentela e pronunciasse il divorzio. Da ciò i
frequentissimi ripudii, e una indegna posizione fatta alla donna nella famiglia, perchè per tacere di altre cose, in siffatti matrimonii non s'aveva nessun riguardo al sentimento, e assai poco alla convenienza d'età degli sposi. L'amore cavalleresco sorse dunque fuori, anzi in opposizione al matrimonio, e ne' bei tempi della cavalleria, alla fine del XII secolo, Maria di Champagne sentenziava seriamente che amore non può essere tra sposi, perchè questi si devono per legge quello che tra amanti è grazioso favore. Ma perchè l'amore cavalleresco fosse veramente compenso al famigliare, e la donna godesse come amante il prestigio che non aveva come sposa, era necessario tenere quest'amore al di là di ogni sospetto di vizio. Da ciò le leggi minuziose e codificate dei favori permessi tra la dama e il cavaliere, e fissati i gradi dei rapporti amorosi e - stando ad una canzone di Pietro di Barjac - sanzionati dal sacerdote i legami tra il cavaliere e l'amata con cerimonie simili alle nuziali. Che le barriere tra il lecito e l'illecito non fosser mai valicate, e amore non scendesse mai di cielo in terra, sarebbe imprudenza il dire: 
le biografie di molti trovatori smentirebbero con le loro indiscrete notizie l'ingenua affermazione; pure non fu quella una delle età più corrotte, e trasmodò più nel lusso, nelle feste, nell'allegria romorosa e scialacquatrice, nella piena e lieta gioia della vita, che nelle sozzurre del vizio, e vi fu certo, anche nel tempio d'amore, più intemperanza che corruttela.

§ 5. Vigili custodi di questo tempio, ed esegeti di questa religione furono i poeti e i cavalieri di grado inferiore. Nei potenti feudatari e nei sovrani molte volte gl'interessi politici prevalevano su quei bei principii di disinteresse, di difesa dei deboli, di generosa liberalità che la cavalleria imponeva. Ma quei cavalieri, assai più numerosi in Provenza che altrove, privi di terra, o perchè cadetti diseredati o perchè scesi in povertà, i quali formavano le truppe assoldate dei più potenti baroni; quei trovatori che talvolta di nascita oscura con l'ingegno e con l'abilità nella nobilissima loro arte trovavano non solamente accesso nelle sale del castello ma liberalità di doni e protezione fino ad essere ammessi alla intimità della vita castellana; tutti infine il cui unico patrimonio era questa somma di principii elevati e di doti intellettuali che li nobilitava agli occhi proprii e altrui, quanto meno possedevano di mezzi materiali tanto più si accanivano a difendere i loro ideali cavallereschi e i simboli astratti della loro fede. La poesia fu il linguaggio con che ella si manifestò, e i trovatori i suoi apostoli. (1 : Per questo il codice tolosano della scienza poetica potè intitolarsi Le leggi d'Amore - Leys d'Amors.)
Tutta una serie di vocaboli provenzali furono per convenzione impiegati a designare i vari gradi di amore, le sue cause ed i suoi effetti. Amore, come dissi, era stimato principio d'ogni nobile impulso, d'ogni pensiero generoso; ogni cavaliere, ogni trovatore doveva dunque per poter avviarsi alla perfezione avere una dama. Nella scelta le qualità fisiche erano assai meno considerate di quanto si crederebbe; forse ci entrava di più il calcolo, e l'interesse personale. Primo effetto dell'amore (amor, in provenzale femminile) era di produrre nell'animo una certa esaltazione generosa, un desiderio di imprese belle e degne dell'oggetto amato, che i poeti con vocabolo intraducibile dissero joi o joi d'amor. (1 : Settegast, Ueber joi in der Sprache der Troub. 1889. (Über)
- Joi è maschile; il provenzale ha anche il femminile joia con lo stesso significato del gioia italiano. A spiegare il joi potrebbe dirsi che esso è il principio attivo ed operante da cui la gioia, sentimento passivo, scaturisce.)
A questa letizia spirituale che illumina l'amante, seguono naturalmente altre virtù, come valor, cortesia, mesura; cortesia è il perfetto contegno e il piacere del piacere altrui, cui non arriva chi non osserva mesura, cioè regola e saggezza nelle parole e nei modi. Dovere assoluto del cavaliere è la liberalità e la larghezza nel donare, fino allo spreco, fino alla rovina dei propri beni: ed è un dovere che, per buone ragioni, i trovatori non cessano di raccomandare. Sebbene non meno frequenti di tali raccomandazioni sieno le recriminazioni che cortesia è morta e larghezza è sparita, noi abbiamo ricordi di una prodigalità veramente eccessiva; il donare pareva scusa di ogni cosa, perfino del rubare, come si ricava da una tenzone nella quale il marchese Alberto di Malaspina, rimproverato da Rambaldo di Vacqueiras d'aver assaltato alla strada, risponde:
'Per dieu, Rambautz, de so us port guarentia
Que mantas vetz, per talen de donar,
Ai aver tol, e non per manentia (N. E. tolt; v. tollere, tolre, toldre)
Ni per thesaur qu'ieu volgues amassar'. 
(2: Perdio, Rambaldo, di ciò vi garentisco che molte volte, per talento di donare, ho rubato roba, e non perch' io volessi ammassare nè ricchezza nè tesoro.”)

Colui che era cortese e misurato, e largo dei propri averi, e amante dell'arte e dei nobili piaceri, quegli era detto giovine (joves), e giovinezza (jovén) l'insieme di tali qualità, così come vielhs e veltatz (vecchio e vecchiezza) indicano la grettezza della vita e la sordidezza dell'animo. Verso la propria dama poi, il cavaliere e poeta, aveva molti e gravi doveri. Innanzi tutto essa sola era principio e fonte di ogni sapere e virtù; come Orazio alla Musa, il trovatore diceva alla dama: 
Quod spiro et placeo, si placeo, tuum est. 
Si vedano questi versi di Gaucelmo Faidit:
Mon cor e mi e mas bonas cansos
E tot can sai d'avinen dir ni far
Conosc qu' eu tenc, bona domna, de vos; 
(1 : “Il mio cuore, me stesso, e le mie buone canzoni e tutto quello ch'io so dire e fare di bello, io riconosco che da voi, bella dama, lo tengo.”)

e questi di Americo da Peguilhan:
Bona dompna, de vos teing e d'amor
Sen e saber, cor e cors, motz e chan,
E s' ieu ren dic que sia benestan
Devetz n' aver lo grat e la lauzor. 
(2 : “Bella dama, da voi tengo, e da amore, senno e sapere, cuore e corpo, poesia e musica; e s'io dico cosa che sia graziosa, a voi sola ne spetta la lode e l'applauso.”)

Le lodi che il trovatore dà alla dama non gli ottengono subito il ricambio: la scala d'amore è rigorosamente fissata.
Quatre escalos a en amor
Lo premier es de fegnedor
El segons es de precador
E lo ters es d'entendedor
E lo quart es Drut apelat. 
(1 : “Quattro gradi v'ha in amore: il primo è di amante non dichiarato, il secondo di supplicante, il terzo di intenditore o riamato e il quarto è chiamato drudo”. Questa parola (dall'alto-tedesco trût amico, fedele) non ebbe mai in provenzale il significato carnale che prese in italiano.)
(N. E. Del alto alemán, Trût, inglés to trust : confiar - alemán actual, vertrauen; confidente.)
L'ultimo grado di drudo non importava altro che l'accettazione formale del cavaliere come vassallo; la dama riceveva da lui un giuramento di fedeltà che suggellava con un bacio, e il più delle volte questo era il primo e l'ultimo. D'allora in poi correvano tra la dama e il drudo rapporti di fedeltà ed obbedienza e di vero vassallaggio; molti favori che i trovatori chiedono nelle loro canzoni, come ad esempio, di levare in ginocchio gli stivaletti della dama, o di entrar nella camera a far l'ufficio di valletto mentre ella si spoglia, nascondono forse desiderii inconciliabili coll'amore ideale, ma di per sè non sono che il riflesso di costumi feudali universalmente radicati, per cui simili uffici spettavano ai paggi e ai donzelli e talora allo scudiero. (2 : Uno strascico di siffatto servigio feudale è il privilegio (che rimase alla corte francese fino alla rivoluzione) dei nobili di grandi entrate di assistere e aiutare il sovrano al coricarsi e allo svegliarsi. - I trovatori per indicare il complesso dei servigi che il cavaliere doveva alle dame, usano il verbo domnear e domnejaire è colui che accudisce a tale servigio.)

In ogni modo questo edificio di barriere artificiose e regolamentari era troppo debole per non essere rovesciato al primo urto di una vera
passione. La fine sanguinosa di alcuni trovatori, e l'esilio cui parecchi furono costretti: alcune poesie che scordando il grazioso linguaggio convenzionale prorompono in accenti di vero dolore, di angoscioso desiderio o inneggiano trionfalmente alle dolcezze godute, non lasciano alcun dubbio in proposito. Pur tuttavia, riguardando la grande lirica amorosa di Provenza nel suo complesso, crediamo giusta l'osservazione del Diez, che essa è nata dal cervello più che dal cuore ed è un brillante prodotto dell'intelletto più che del sentimento.

§ 6. La lirica provenzale non si restrinse alla canzone d'amore; ma creò eziandio il serventese che tratta la poesia politica e sociale. I trovatori, privi di terre e di interessi personali, meglio d'ogni altro potevano giudicare e condannare le guerre colpevoli o le paci vergognose. Certo la politica dei potenti non avrà piegato alla voce d'un poeta, ma non si può trascurarla del tutto quand'ella esprime le credenze o le dicerie dei contemporanei; ed era tanto più temibile in quanto l'unico mezzo di influenzare la pubblica opinione erano appunto i racconti e i canti oralmente trasmessi. È per questo che spesso ad un sirventese contro un signore o una città, ne troviamo uno di difesa di qualche trovatore cortigiano o cittadino. E bisogna convenire che questa parte di pubblici giudici, di accusatori imperterriti o di zelanti difensori, i poeti la esercitarono con un'arditezza di pensiero e con una virulenza e libertà di linguaggio che si crederebbe inverosimile ne' tempi del servaggio feudale. Meno l'amore, il serventese si piegava ad ogni argomento, dalle questioni più alte fino alla satira e alla invettiva personale. Due delle forme che esso assunse sono degne di menzione; l'una è il compianto, con cui si lamenta la morte di qualche sovrano o barone, e ve ne hanno dei bellissimi, pieni di bei pensieri, di amare osservazioni sulle condizioni politiche d'allora, di toccanti elogi del defunto verso il quale il poeta avea quasi sempre debiti di gratitudine. L'altra è il canto della crociata. Non vi fu una di tali spedizioni contro gl'infedeli di Palestina o di Spagna, che non sia stata preceduta e accompagnata dai canti dei trovatori. In essi, le lodi ai crociati, le invettive contro i sovrani restii, contro i baroni poltrenti nell'ozio, sono animate da slanci di vera poesia e da una fede ardente e sincera. E non tutti diedero parole soltanto: in buon numero presero la croce e seppero cingersi la doppia aureola del poeta e del guerriero.

Nota sulle principali forme della lirica provenzale. - Il verso si chiama mot motto; fare una poesia è lassar motz, allacciare motti. I versi sono gli stessi che in italiano. La strofa è cobla; in principio le coblas erano probabilmente di versi della stessa misura e monorimati; poesie di siffatta guisa erano chiamate vers, e le biografie avvertono che al tempo dei primi trovatori tutte le poesie erano dette vers e non canzoni. 
Pure Guglielmo di Poitiers conosce già l'arte di intrecciare versi di varia misura. Quest'arte progredendo creò la canzone, che rimase la regina della lirica trovadorica. All'artificiosa combinazione strofica di versi variati corrisponde la sapiente disposizione delle rime (in prov. rima o rim). Nessuna letteratura usò ed abusò delle rime come la provenzale; rime facili (rimas planas) o ricercate e ardue (rimas caras), rime baciate, alternate, a eco, in mezzo ai versi, retrogradate di strofa in strofa, nulla si trascurò per trarre ogni partito da questo stromento d'armonia. 
(1 : Si veda: Bartsch, Die Reimkunst der Troub. nel vol. 1.° del Jahrbuch.)
La canzone (cansos) ammette i versi più varii e le rime piane (femminine) e tronche (mascoline); ha numero non fisso di strofe, ma la canzone d'amore per solito n'ha da cinque a sette; la strofe varia da 2 a 42 versi, ma questi estremi son rari. Se la canzone è meno ricercata e più snella si chiama canzonetta (chansoneta): se si riduce a poche strofe o, secondo altri, se canta di opposti sentimenti è una mezza-canzone (meiachanso), o canzone mezzo divisa (c. mieg partida).
Del sirventese (sirventes e di raro sirventesc o sirventesca) già abbiamo visto il contenuto. Il nome non è chiaro: la Doctrina de compondre dictats e il Rajna spiegano essere detto così perchè si cantava sulla musica di altro canto, al quale esso è perciò servente. Il Diez e il Bartsch spiegano come canto composto in servigio o in lode d'un signore, dal verbo servire. Il Meyer dice che sirventes è in origine il canto del sirvent; sirvent indicava il soldato mercenario, l'avventuriere. Vi è, come la mezza canzone, il mezzo sirventese (mieg sirventes), e se la poesia aveva della canzone e del sirventese a un tempo, cosa non frequente, la si chiamava canso-sirventes o chans mesclatz, poesia mista.
La tenzone (tensos o contentios) fu pure molto amata; essa è la disputa intorno a un punto sottile della scienza d'amore, saber de drudaria, oppure tratta di politica, non senza personalità ed invettive. Se l'uno dei due è quegli che posa il dilemma e lascia all'altro facoltà di scegliere, la tenzone dicevasi allora partimen o jocx partitz, gioco partito. 
Se entravano in lizza più di due avversari, s'aveva allora un torneo (torneyamen), forma poco comune. La tenzone per lo più era trattata in iscritto, ogni strofa rigorosamente conformata nella disposizione dei versi e delle rime alla prima. I disputanti finivano nel commiato (tornada) rimettendo il giudizio a tale o tal'altro barone o dama, ma questo era più un omaggio e una occasione di lodare il protettore o la protettrice che una vera richiesta di sentenza. Pure si ha memoria, assai rara, che qualche sentenza intorno ad argomenti discussi in tenzone fu veramente pronunciata. Quest'uso suggerì forse al Nostradamus la spiritosa invenzione delle Corti d'Amore, che non hanno mai esistito. (1 : Ogni indicazione su questo tanto discusso argomento si troverà nello studio del Rajna: Le Corti d'Amore. Milano, Hoepli, 1890.) 
(N. E. Véase des cours d'amour, de Raynouard, Choix...)

Buon numero di generi secondari ebbe la lirica provenzale, di fattura meno complicata e più affine alla disinvolta e semplice poesia del popolo. Ne è frequente segno caratteristico il ritornello (refranhs). 
La romanza, tanto amata nella Francia del Nord è rara in Provenza; ne abbiamo esempio però fino dai più antichi trovatori, Guglielmo di Poitou e Marcabruno; essa narra un'avventura amorosa del poeta stesso. 
La ballata e la danza (balada, dansa), accompagnanti il ballo, amorose e spesso voluttuose: in esse aveva molta importanza la melodia. La ronda (canso redonda), in cui l'ultimo verso d'ogni strofe è il primo della seguente; ed è incatenata (encadenada) se le rime sono retrograde di strofa in strofa. La retroenza (retronxa o retroenza) solitamente di 5 strofe a rime diverse. L'alba e la serena, d'origine assai antica, in cui il ritornello termina appunto con le parole alba o sers (sera); vi si dipinge le gioie degli amanti, vigilati da una guardia o amico fedele (gaita): 
vi sono però albe di carattere religioso, vere preghiere del mattino. 
La pastorella (pastorela o pastoreta) descrive l'incontro, non sempre platonico, tra il poeta e la forosetta: prende i nomi di vaqueira, porqueira, cabriera, auqueira, vergiera, ortolana, monja, secondo che la fanciulla è guardiana di vacche, di porci, di capre, di oche, o è giardiniera, ortolana o monaca. Il disaccordo (descort) con le strofe inegualissime e con le incoerenze e antitesi di pensieri esprime il turbamento e il delirio amoroso. La sestina, che credesi invenzione di Arnaldo Daniel, imitata da Dante e Petrarca: metro il cui principale pregio si perde se non è accompagnata dalla musica. Il sonetto era sconosciuto ai provenzali (le parole so e sonet indicano sempre la melodia) ma ve ne è di posteriori a quelli italiani: il più antico è di Dante da Maiano. Affine al genere lirico è l'epistola amorosa (breu, letras) in cui eccelse Arnaldo di Marueilh; se è in forma di saluto alla dama dicevasi salutz.
Le Leys d'Amor specificano altre e numerose forme poetiche; questo lussureggiare di divisioni e suddivisioni è segno di povertà più che di ricchezza. Così abbiamo il comjat, in cui il poeta s'accomiatava dalla dama: il devinalh, giuoco di parole: l'escondig o giustificazione dell' amante: l'estampida, per una musica speciale e già fatta: i somis sogni, le vezios visioni, il cossir desiderio appassionato, l'enuegz canto di tristezza, la gilozesca canto di gelosia, e altri ancora.
Parte importantissima, ma poco studiata, dell'arte lirica provenzale è la musica: nel giudicare dell'arte trovadorica, trascurando la musica, noi perdiamo almeno la metà di quanto formava la delizia e l'incanto de' contemporanei. Pochi studi, che spero rendere pubblici, mi permettono d'assicurare che l'accusa che si fa solitamente a quelle melodie, di essere semplici e monotone, è assurda. Quando i manoscritti oltre le parole conservano anche le note, sarebbe preciso dovere di un editore critico il riprodurle almeno come stanno, s'ei non sa in notazione moderna.