jueves, 5 de noviembre de 2026

Capitolo VI. Letteratura profana: epica, bretone, classica. Novelle. Favole. Storia.

Capitolo VI.

Letteratura profana: epica, bretone, classica. Novelle. Favole. Storia.

Roman de Gerard de Rossillon, Girart de Roussillon, illuminated manuscript, c. 1450

§ 1. Una delle idee fondamentali del libro del Fauriel (1) è che la patria della grande epopea feudale-cristiana del Medio Evo sia stato il mezzodì e non il settentrione della Francia. (1 : Hist. de la poés. prov. I (cap. 9.12), II (24-30), III (31-37).)
A questa idea egli, e prima di lui il Raynouard, era spinto dalla considerazione che numerosi poemi narrano lotte reali o supposte, tra Cristiani e Mori, la cui scena è il Sud della Francia o anche il Nord della Spagna: pareva strano che il paese che vide quelle guerre e i cui abitanti erano più d'ogni altro interessati nell'esito di esse, non le celebrasse con canti epici. Si scioglieva la difficoltà ammettendo che la Provenza avesse avuto una ricca serie di poemi ora perduti, de' quali i poemi francesi rimastici non sarebbero che traduzioni o rifacimenti.
L'ipotesi è stata combattuta e definitivamente distrutta. Vediamo in qual modo, e che cosa si è ad essa sostituito. Dal fatto che l'azione di un poema si svolge in una data regione, non ne viene di necessità che il poema stesso debba essere di quel paese: a questa stregua l'Iliade sarebbe troiana, e la Chanson de la Croisade siriaca. D'altra parte non si nega che le lotte del secolo VIII e IX tra Cristiani e Mori abbiano vivamente interessato i Provenzali al pari dei Francesi. Vittorie come quella di Carlo Martello a Poitiers (a. 732) e sconfitte come quelle di Roncisvalle (a. 778) e di Villedaigne sull'Orbieu (a. 792) (1) dovettero certo commuovere tutti i Cristiani, e noi abbiamo precise testimonianze di canti popolari, appunto del mezzodì della Francia, che celebravano il glorioso sconfitto di Villedaigne; ma questi canti non hanno dato luogo a poemi: il germe è morto prima che si sviluppasse la pianta. 
(1 : Vedi la nota in fine del capitolo.)
Nessuna ragione infatti potrebbe spiegare la perdita assoluta di tutta una letteratura epica, se questa avesse esistito.
Ma v'è di più: le ricerche del Meyer e del Rayna (2) conducono alla conclusione che non solo un' epopea nazionale in Provenza non ha esistito, ma che essa non avrebbe potuto esistere.
(2 : P. M., Recherches sur l'Ep. fr. 1867; Rajna, Origini dell'Ep. Firenze, 1884. La questione è magistralmente riassunta in: Gautier, Les Épopées fr. I2 (1878) p. 129-46, e in: Nyrop, St. dell'Ep. franc. pag. 148-57 traduz. ital. Firenze 1886.)
L'epopea medioevale neo-latina è nata dalla fusione dello spirito germanico in una forma romana; ora dal basso Rodano al golfo di Guascogna l'elemento germanico fu talmente e così presto sopraffatto dal romano che si può dire che esso sia mancato del tutto: epperò non si potè svolgere quella forma letteraria che da esso prendeva l'anima e la vita.

§ 2. In circostanze affatto diverse si trovò la parte orientale della Francia del Sud ossia la Borgogna merovingia. Quivi i Burgundii avevano una tradizione epica propria, a trasformare la quale, ma nel tempo stesso a mantenerla viva, concorsero la vicinanza con la Francia propriamente detta e le relazioni politiche tra i due paesi. Gli eroi borgognoni rappresentano la opposizione all'autorità regia francese, e la Borgogna figura nell'epopea come un paese ribelle, perchè tale essa fu in realtà. 
E non solo politicamente ma anche linguisticamente la Borgogna (confr. Cap. II § 1) costituiva un territorio ben definito. Ad onta di ciò, e perchè mancò l'indipendenza nazionale, e perchè il tipo linguistico non era abbastanza distinto e nessun dialetto borgognone assurse a tipo letterario, e più di tutto per la forte attrazione che doveva esercitare la grande epopea del Nord, i prodotti epici borgognoni si confusero e si fusero con quelli della Francia. Un solo monumento ce ne è pervenuto, ed è il poema di Girart de Rossillon.

Ne abbiamo quattro manoscritti, sui quali e sulla loro classificazione vi è un dotto studio del Meyer. (1 : In Jahrbuch, XI 121.) 
Il risultato, per noi importante, è che i due più antichi e certamente più vicini all'originale, sono appunto scritti in un dialetto intermedio tra la lingua d'oïl e d'oc, mentre gli altri due sono stati modificati così che uno s'avvicina di più al francese, l'altro al provenzale. Questa canzone di gesta comprende circa 10.000 decasillabi con cesura dopo la sesta, in serie monorime, e fu composta verso il 1150. Il confronto tra essa e una agiografia latina: Vita nobilissimi Comitis Girardi de Rossellon, scritta da un monaco di Pothières verso la fine del secolo XI, mostra che probabilmente vi fu un poema ancora più antico. Questo Girardo, le cui imprese sono quasi interamente favolose, s'ha da identificare con quello che fondò le abbazie di Pothières e di Vézelai e che visse sotto Carlo il Calvo: che poi questo pio fondatore di abbazie sia lo stesso Girardo, duca di Provenza, che tra l'860 e l'870 figura spesso nella storia di Francia è una presunzione probabile ma non sicura. (1 : Tutte le indicazioni sulla vita e sul poema, si raccoglieranno da: A. Stimming, Ueber der prov. Girart von Rossillon, Halle 1888, e in: Romania, XVI, 103, XVII 637.)
La tela del poema si narra in poche parole. Carlo Martello, qui messo a torto invece di Carlo il Calvo, cerca di prendere il castello di Rossiglione difeso da Girart suo cognato e nemico. Dapprima questi vince, ma poscia la fortuna piega verso il re: una pace conclusa tra loro non dura a lungo e Girardo del tutto vinto è costretto a fuggire, pietosamente accompagnato e consolato dalla moglie sua Berta. Stabilitosi in una piccola città si procacciano il vitto egli col vender carbone ed ella col cucire. Così vivono a lungo tranquilli, ma un giorno, assistendo ad uno splendido torneo, sono assaliti dai ricordi della vita passata. Tornano in Francia, e si riconciliano col re, e spendono le riacquistate ricchezze nella fondazione di molti pii istituti. È un poema di rara eccellenza di forma e di molto interesse per la storia della civiltà nei secoli XI e XII.
(N. E. Vecvos per miei l'estorn lo vilh Draugo : Chrestomathie provençale, Bartsch, Koschwitz, Wechssler, Ramón Guimerá Lorente.)

§ 3. Abbiam detto che del Girart vi è una redazione quasi del tutto provenzale. Questo non è un fatto isolato: tutt'altro. Negando al mezzodì della Francia l'anima epica e la popolare creazione di un'epopea nazionale, non si nega ch'ella assai per tempo e naturalmente prima dell'Italia e della Germania, abbia conosciuto e gustato i poemi francesi, e voluto imitarli. I giullari del Nord, ne abbiamo testimonianze fino dal secolo XI, trovavano sulle piazze della città di Provenza non minor folla di ascoltatori appassionati che nelle città francesi, ed è ben supponibile che essi avranno cercato in servizio dell'uditorio di provenzalizzare l'esposizione dei loro testi, come poi qui da noi li italianizzarono deplorevolmente. Così si spiega come fossero anche in Provenza popolari i nomi degli eroi e gli argomenti delle canzoni di gesta, e come ne siano numerosi gli accenni e i ricordi nei lirici provenzali. (1 : Vedi nota in fine del capitolo.)
Un poema del quale ci è rimasto una redazione provenzale è quello di Fierabras. Siccome la si trovò prima della redazione francese, così il Raynouard volle vedervi una prova della originalità epica di Provenza, e il Fauriel, che pure conobbe il testo francese, accolse l'idea e la difese. 
E invece perfettamente il contrario; (1 : Ogni indicazione sul Fierabras prov. si troverà in Gautier, op. cit. III-2, 389.) 
il testo in lingua d'óc, non è, dice il Gautier, che il poema in lingua d'oïl pronunciato alla provenzale, ed è di composizione posteriore; il testo francese fu scritto verso il 1200, ed è certo che ne esistette uno più antico, il provenzale verso il 1230-40. 
Il manoscritto, che contiene questo rifacimento occitanico, è nella biblioteca del principe di Wallerstein; consta di 5084 alessandrini assonanzati in serie monorime, ed è notevole che esso fu il primo dei testi epici di Francia che sia stato edito: lo pubblicò nel 1829 Emanuele Bekker a Berlino. L'argomento del poema, sfrondato dalle molte digressioni e lungherie, è questo: Carlomagno e il suo esercito sono in Ispagna: si presenta a sfidarli un terribile guerriero Saracino, Fierabras, quello stesso che prima aveva saccheggiato Roma e rapito le sante reliquie della Passione. La sfida è accettata dal paladino Olivieri; il quale vince non solo il corpo ma anche l'anima del suo avversario, perchè questi dopo la zuffa si fa Cristiano e vuol essere battezzato. Ma poco dopo il vincitore Olivieri insieme con altri baroni, è fatto prigioniero dal re degli infedeli, l'emiro Balante, padre di Fierabras e della bella Floripas. Per buona fortuna questa era innamorata di Guidone di Borgogna, uno dei cavalieri imprigionati da Balante: essa traverso mille difficoltà riesce a liberare felicemente dal carcere i cristiani e a sposare il suo amato. Balante che ricusa di convertirsi è decapitato: le reliquie della Passione sono rese a Carlomagno e il regno di Spagna è diviso tra Fierabraccia e Guidone di Borgogna. (N. E: Fiera + bras : braccia : brachium : brazo)
Il poema, oltre questa versione provenzale, ne ebbe in altre lingue, e merita veramente un posto cospicuo nella storia epica medioevale. 
Esso non ha però nulla di storico.
Non un rifacimento di poema francese, ma veramente originale di Provenza è il poema su Daurel e Beton. (1 : P. Meyer, Daurel et Beton. Paris 1880. Cfr. anche: Chabaneau, Rdlr, 1881 (3a serie VI) pag. 246-62.)
Il suo autore per altro mostra di averlo composto su reminiscenze di poemi nordici; esso è insomma un'opera d'arte provenzale in cui si riflette un genere letterario francese. Dal linguaggio parrebbe fosse stato composto tra Poitiers e Bordeaux; il manoscritto mutilo in fine, è in possesso di A. Didot, e contiene 2198 decasillabi assonanzati in serie monorime. L'argomento, che è assolutamente fantastico e non ha alcun nucleo storico, è in breve questo. Il duca Beuvon d'Hanstone era stato ucciso a tradimento dal suo amico Guion, il quale con violenza ne sposa la vedova Ermenjart. Guion, non contento di ciò vuole poi far morire il piccolo Beton, figlio dell'amico ucciso. Ma il fanciullo è liberato da un fedele giullare, Daurel, il quale raggiunto nella fuga dagli sgherri lo salva sacrificando il proprio figlioletto che egli fa credere Beton. Ambedue proseguono fino a Babilonia dove il giovinetto è allevato dall'Emiro. Questi, quand' egli s'è fatto adulto, gli dà la propria figlia Erimene in isposa e lo fornisce d'armi e di uomini coi quali Beton ritorna in Francia, riconquista le terre del padre e uccide l'assassino Guion. Come vedesi, benchè l'eroe sia genealogicamente collegato al ciclo carolingio, più che un poema è questo un romanzo d'avventura. La data della composizione si può porre tra la fine del secolo XII e il principio del XIII; l'autore si ignora.

§ 4. Questi sono i principali testi epici provenzali. Dei seguenti ci occuperemo più in breve. Di un poema del secolo XII intitolato Aigar et Maurin si sono conservati solo due fogli che in complesso contengono 1442 decasillabi a serie monorime, da cui non si può ricavare completamente l'argomento; per quanto se ne può giudicare, esso è sconosciuto alla Francia del Nord; vi si riferiscono invece alcune allusioni di lirici provenzali. (1 : Scheler, Aigar et Maurin. Bruxelles, Olivier, 1877. Gli accenni provenzali sono in Z. II 314, K. Bartsch.) 
In prosa abbiamo un racconto o cronaca della metà del secolo XIII detto Philomena. Questo nome sarebbe quello del preteso autore, un monaco del tempo di Carlomagno che sarebbe stato incaricato dall'imperatore stesso di scrivere le sue gesta contro Narbona e Carcassona. In realtà si tratta di una pia frode per esaltare la fondazione, le reliquie e i privilegi del monastero della Grasse. L'argomento è detto in poche parole: Carlomagno assedia Narbona e fonda nella valle magra l'abbazia della Grassa; il racconto si spezza poscia tra le memorie di questo convento e un'interminabile guerra contro i Saraceni.
Tre eserciti pagani sono successivamente sconfitti; infine Narbona è presa, un terzo della città è dato ad Aimerico, e l'abbazia della Grasse che aveva attraversate tristi vicende è da Carlomagno restituita all'antico splendore. L'autore, meno qualche imprestito alla cronaca del pseudo-Turpino e a poche tradizioni epiche, ha lavorato di fantasia e anche in modo punto artistico. (1 : Sui mss. di Philomena cfr. Gautier, op. cit. I2, 139. Di questo curioso racconto ci fu una versione in latino, pubbl. a Firenze nel 1823 da Seb. Ciampi, De gestis Caroli Magni ad Carcassonam et Narbonam.)
Un altro poema di cui abbiamo frammenti è intitolato Tersin o Romanzo d'Arles. Un manoscritto del secolo XIV ne conserva un brano in uno stato così deplorevole che si può dire intermedio tra la prosa e la poesia. 
Altri frammenti decisamente in prosa appartengono al secolo XV; ciò mostra che vi fu un poema che poi, come toccò a molti altri, fu desrimé cioè parafrasato in prosa. Esso si occupava delle guerre del re Tersin contro Carlomagno e delle leggende sulla conquista di Arles. 
(2 : Su Tersin, cfr. P. Meyer, Rom. I, 51, e Chabaneau, in Rdlr XXXII p. 473. Queste leggende su Arles non si trovano in poemi francesi; sono invece narrate nella Kaiserchronik, racconto tedesco della seconda metà del XII secolo, che non conobbe però il Tersin.) 
Il Meyer ha dimostrato che il nucleo del racconto è un avvenimento storico ma accaduto al tempo di Carlo Martello e non di Carlomagno.

§ 5. Se noi esaminiamo il complesso degli accennati poemi si vede che appartengono tutti all'epopea nazionale o ciclo carolingio, sia originali come il Girart de Rossillho, sia traduzioni dal francese come il Fierabras, sia opere d'arte su argomenti tolti da poemi francesi come il Daurel et Beton, sia infine opere fondate su tradizioni locali come l'Aigar et Maurin e il Tersin. Un'altra copiosa fonte di leggende e poemi fu nel Medio-evo la materia di Brettagna, cioè il ciclo del re Artù e della Tavola rotonda. 
I Bretoni (1) avevano conservato molte antiche tradizioni e racconti d'amore e d'avventure, di fate e d'incantesimi, in cui si ravvisano gli avanzi di una remota mitologia sfigurata e incompresa. 
(1 : Galles e Cornovaglia al di là, Piccola Brettagna al di qua della Manica. Riassunto dell'epopea bretone in G. Paris, Litt. fr. éd. 1890, pag. 86.)
Questi materiali accresciuti di tradizioni e leggende cristiane, (2) e variati all'eccesso dalla mobile fantasia dei poeti costituirono un fondo inesauribile di romanzi immaginosi e attraenti, i cui personaggi come Tristano, Lancillotto, Parsifal, e le dame Isotta, Ginevra e altre, diventarono ben presto modelli stereotipi del valore, dell'amore e della cortesia cavalleresca. (2 : Materia cristiana pare specialmente la leggenda del Santo Graal, Cfr. Birch-Hirschfeld, Die Sage vom Gral, Leipzig, 1877.)
Gli eroi brettoni non rappresentavano tradizioni nazionali e venerate che imponessero rispetto agli uditori e freno ai poeti: e però questi dettero libero sfogo al loro amore per i racconti meravigliosi e stupefacenti. 
La voga che questi romanzi e quelli di avventura loro assai somiglianti ebbero dal secolo XII al XVII è incredibile: e contro di questi, si badi, non contro i poemi di tradizione nazionale che egli ignorava, diresse il Cervantes la sua satira fine e pungente.
Di romanzi provenzali che si ricongiungono al ciclo brettone ce ne è rimasto uno assai lungo ed elegante, intitolato Jaufrè. (1 : Sui mss. di Jaufrè, cfr. Grundriss, p. 18. Indicazioni bibliografiche in: Monaci, Testi ant. prov. col. 2.)
Ne abbiamo due manoscritti e un frammento in un terzo; l'autore si ignora; la data della composizione è circa la metà del secolo XIII e più precisamente, secondo il Meyer e lo Stimming tra il 1222-32, ed è dedicato a un re d'Aragona, che è quasi certamente Giacomo I (1213-1276). Consta di circa 10.000 ottosillabi rimati a coppia.
(N. E. Se encuentra Jaufrè y Jaufré, dejaré Jaufrè.)

L'argomento non è facile da riassumere in breve. Jaufrè, fatto cavaliere dal re Artù, si obbliga a punire l'insolenza di Taulat che lo aveva insultato. Mentre va in traccia di lui, capita nel castello di Brunissenda di Monbrun e, manco dirlo, se ne innamora, ed ella di lui, sebbene per diverse circostanze vi sia ritenuto come prigione. Nel castello e in tutto il paese all'intorno gli abitanti sono soliti ogni quattro ore a innalzare un concerto di urla, di pianti e di grida di dolore; ma quando Jaufrè domanda il perchè di così strano costume, è battuto e insultato. 
Egli riesce a fuggire e giunge dopo varie avventure ad un luogo ove apprende finalmente ciò che voleva sapere; il castello apparteneva all'ottimo cavaliere Melian di Montmelier; il quale è prigioniero e terribilmente martirizzato appunto dal crudele Taulat; i suoi sudditi han fatto voto di lamentarsi così più volte al giorno finchè duri la prigionia del loro amato sire Melian. Come è facile immaginare, Jaufrè finisce per vincere Taulat e lo obbliga ad andare a chiedere perdono al re Artù; restituisce Melian ai suoi sudditi e ne ha in cambio la bella Brunissenda, con la quale, dopo qualche altra avventura maravigliosa, celebra pompose nozze. (1 : Di Jaufrè vi è forse un rifacimento spagnolo (Cfr. Giorn. di fil. rom. Fasc. 9, pag. 159). Oltre a Jaufrè, appartiene al ciclo bretone un frammento di traduzione dal francese del Roman de Merlin, in un solo doppio foglio di pergamena che faceva parte di un grosso e ricco manoscritto. Vi si narra l'episodio degli amori di Uter-pendragon e Ygerna e, dopo una vasta lacuna, la morte di Uter-pendragon. Quanto insomma è nelle pagg. 69-72, 85-87 del riassunto di P. Paris, in: Romans de la table ronde, Paris 1868-78, vol. 2. Il Merlin provenzale é in Rdlr, XXII 105, Chabaneau.)
Questi racconti, ad onta dei continui episodi, delle ripetute descrizioni e dei lunghi monologhi, non dispiacciono quando sono scritti con verseggiatura facile e con qualche eleganza di stile: se manca anche questo pregio la lettura ne è insoffribile.

§ 6. Tale è il caso del romanzo di Blandin de Cornoalha e Giot Ardit de Miramar, il quale non appartiene al ciclo Bretone, ma è un vero e proprio romanzo d'avventura e di fantasia. Il poeta entra bene in argomento: 
(2 : “In nome di Dio comincierò un bel canto e narrerò d'amore e di cavalleria e d'una franca compagnia di due cavalieri, buoni guerrieri di Cornovaglia, che vollero girar pel mondo e cercar avventure e l'un d'essi, mi valga Iddio, ebbe nome Blandino di Cornovaglia, e l'altro si fe chiamare Guidotto Ardito di Miramar.”)

En nom de Dieu commenzeray
Un bel dictat et retrayrai
D'amors et de cavalaria,
Et d'una francha compagnia
Che van faire dos cavaliers,
De Cornoaalha bons guerriers,
Che volgron per lo mond annar
E lur aventura cerchar
E lo un d'els, se Dieu me valha
Ac nom Blandin de Cornoalha,
Et l'aotre si fa appellar (l'autre)
Giot Ardit de Miramar;

ma il romanzo è assai insipido di forma e di contenuto. I due cavalieri, ora uniti ora separati, conducono a fine parecchie avventure, uccisioni di giganti, liberazioni di damigelle: e infine Blandin come gli era stato predetto da un uccello dotato di favella umana, libera con tre miracolose imprese da un sonno magico la bella Brianda. Ella, com'è naturale, appena sveglia si innamora del suo liberatore, e lo sposa dopo aver dato in moglie sua sorella Irlanda al compagno di Blandin. 
(1 : P. Meyer, Blandin in Rom. II 170. Sul ms. unico di Torino, cfr. Renier, in Giorn. stor. d. lett. ital. VI 476. Il romanzo: Guillem de la Barra fu pubb. da P. Meyer, Paris, 1868.)
Altro romanzo d'avventura è il Guillem de la Barra, scritto nel 1318 da un poeta della scuola tolosana, Arnaldo Vidal di Castelnoudari, dedicato a un nobile di Linguadoca chiamato Sicart di Montaut, e conservato in un manoscritto del marchese della Garde. Nella solita forma dei versi ottosillabi accoppiati racconta le poco interessanti avventure dell'eroe, che è suddito di un re della Serra oltre Ungheria. La novella è stata rifatta anche dal Boccaccio nel suo Decámeron (G.a II 8.a).

§ 7. Dai romanzi d'avventura alle novelle è breve il passo. La novella (in provenzale Novas al plurale) fu un genere letterario assai gradito nell'alta società provenzale, e di lì passò in Italia e in Catalogna. In Provenza essa conserva la forma poetica dei romanzi, cioè gli ottosillabi rimati a coppia. La più lunga è intitolata Flamenca ed è al tempo stesso uno dei poemi più spiritosi del Medioevo e di quelli che ci danno maggiori notizie sulla vita signorile della fine del secolo XII. Il manoscritto è nella Biblioteca di Carcassona ed è mutilo sul principio e alla fine, cioè proprio nei luoghi dove forse era detto il nome dell'autore; la novella è di 8087 versi e si può con grande probabilità fissare la data della sua composizione all'anno 1234. Il Meyer crede vedervi l'influsso della poesia francese. L'argomento, di pura invenzione, è questo: Flamenca, figlia del conte Guy de Nemours, è sposa al gelosissimo Archambaud de Bourbon il quale non le permette se non di andare alla chiesa del castello, alla domenica. Ma il bel cavaliere Guglielmo di Nevers si veste da chierico e accompagnando il sacerdote durante il bacio delle reliquie, può sussurrare la frase: Hailas (ahi lasso!). La domenica seguente Flamenca riesce a mormorargli: Que plains? (di che ti lagni?) e sempre con l'intervallo di una settimana, si stabilisce un dialogo direi quasi telegrafico: Mor mi (muoio); risponde Guglielmo. De qué?; D'amor; Per cui?; Per vos!; Qu'en pucs? (che poss'io farci?); Garir! (guarirmi); Consi (come?); Per gein (con astuzia): e così di seguito, finchè perfettamente accordatisi, i due amanti riescono a combinare un abboccamento che è credibile non sarà stato di semplici bissillabi. (1 : Flamenca fu pubb. da P. Meyer, Paris 1865.) 
Un buon poeta è Raimon Vidal di Besalu, della prima metà del XIII secolo: di lui ci restano due novelle: Il Castia-gilos (Castigo del geloso) che tratta il solito tema: l'amore di un cavaliere aragonese, Bascol de Cotanda, per Alvira moglie del geloso Alfonso di Barbastre. (2 : È di circa 458 ottosillabi a coppia. Pubblicata dal Mahn, Werke III 226.) 
L'altra intitolata Un giudizio d'amore, narra in 1397 ottosillabi la contesa di due donne che, con gli argomenti tanto cari alla scienza d'amore del Medioevo, si disputano un amante e la decisione è data dal cavaliere Messer Ugo di Mataplana. (3 : Cornicelius, So fo el temps c'om era iays, Berlin 1888. Pei Mss. cfr. Grundriss, p. 21.)
Un'altra breve novella di 300 ottosillabi a coppia è quella di Arnaut de Carcasse intitolata del Papagai (Papagallo). Il personaggio principale è infatti un papagallo di molta eloquenza il quale induce una bella ritrosa, alle voglie del di lui padrone, il giovane Antiphanor; e, perchè gli amanti non sieno disturbati nel giardino, egli incendia il castello col fuoco greco. Questa menzione e il nome del giovine fanno sospettare una fonte bizantina. (4 : Oltre le citazioni in Monaci, Testi ant. prov. col. VII, la novella é in Bartsch, Chrestomathie provençale 1875, p. 257. Data della composizione e ms. cfr. Z. II, 498, Bartsch. Altri papagalli parlanti, cfr. Romania XIX 109.) (N. E. Las novas del papagai. A. de Carcasses : zona de Carcassona.)

Arnaut de Carcasses, novas del papagai. Dins un verdier de mur serat

§ 8. Un genere narrativo che accenniamo solo per completare questa rassegna, è quello della favola. Esso non fu ignoto in Provenza, ma non ne abbiamo che meschinissimi avanzi. Una bella favola è quella in 70 ottosillabi a coppia di Pietro Cardenal che fiorì verso il 1230, appartenente a nobile famiglia di Puy nel Velay, celebrato autore di serventesi morali, e molto protetto da Giacomo I d'Aragona. Egli narra che in una città cadde una pioggia di tal natura che rese pazzi tutti i cittadini, tranne uno che dormiva in casa nel momento della pioggia e che perciò non fu toccato. Il giorno dopo tutti commettono stramberie, tranne quel solo che si meraviglia e che dagli altri è creduto pazzo e percosso e costretto a fuggire. La morale non è difficile: la città è il mondo, la pioggia è la cupidigia dei beni mondani, i pochi creduti pazzi quelli che non curando le vanità attendono alla saviezza e alla virtù. 
(1 : Mss. ed edizioni, cfr. Grundriss, p. 47. Pubb. anche nella Chrest. del Bartsch, p. 173.) (N. E. Una ciutat fo, no sai quals)
Oltre questa favola morale vi fu anche in Provenza una raccolta di favole esopiche di cui il Rajna trovò un breve frammento, di 43 versi, che contiene la fine della favola del Pavone e della Cornacchia e il principio dell'altra La mosca e la mula. La raccolta provenzale era la traduzione libera di una raccolta latina molto usata nel Medioevo col nome di Esopus. (2 : P. Rajna, in Romania III 291. Quanto alle favole, due raccolte ne ebbe la decadenza latina, Avianus e Romulus. Questo secondo non è che la parafrasi in prosa delle favole di Fedro. 
Il Romulus fu accresciuto poco dopo il 1000 di altre favole. Verso il 1150 un anonimo (Walter l'Inglese?) mise in distici i 3 primi libri del Romulus e intitolò il suo lavoro Esopus: fu questo il testo di due traduzioni francesi e, a quanto pare, di questa provenzale perduta. Cfr. G. Paris, Litt. fr. éd. 1890, p. 117.)

§ 9. Abbandoniamo ora la poesia narrativa epica o romanzesca, nella quale la fantasia e l'invenzione tengono se non tutto almeno la massima parte del campo, e vediamo i racconti di storia. (1 : Pel ciclo classico, v. nota in fine del capitolo alla rubrica imitazione dell'antichità.)
Ma, badisi, il concetto di essa nel Medioevo, almeno in lingua volgare, è affatto diverso dal concetto moderno. La storia, racconto dei tempi passati, è solo per la gente colta; epperciò essa nel Medioevo, fu senza eccezione, in latino; pel volgo, e intendo dire per chi non era del clero, erano storia indiscussa le canzoni di gesta e i racconti tradizionali dei giullari. Ma nel secolo XI le crociate, specialmente la prima (1096), che portarono tante migliaia di guerrieri lontani dalla patria, richiamarono l'attenzione di tutti sopra un fatto presente e interessante: i rimasti vollero sapere le eroiche imprese dei partiti; i ritornati vollero raccontare agli amici stupefatti le loro avventure; la storiografia in volgare data propriamente da quegli anni e da quegli avvenimenti.
Senonchè la forma narrativa cui era avvezzo il volgo era, lo sappiamo, quella del poema epico. E perciò i racconti storici volgari presero direi quasi fatalmente la veste poetica delle canzoni di gesta e a lungo andare, alterati inconsciamente e talora consciamente (1) dai giullari, ne ebbero anche il carattere e la poca o niuna credibilità.
(1 : Abbiamo testimonianze formali di giullari che fecero pagare alle famiglie l'onore di essere nominate nel racconto delle Crociate.)
Così noi abbiamo una serie di poemi semi-storici e semi-leggendari, i quali ora esamineremo. 
Il primo, e che pare avesse maggiore veridicità e una discreta ampiezza, ma che si è completamente perduto, è un poema sulla 1a crociata, di un cavaliere limosino, Gregorio Bechada. Fu composto per domanda di Eustorgio vescovo (1106-1137) di Limoges: di esso poema, dice Gottofredo di Vigeois che era: ingens volumen, composto materna lingua, rhythmo vulgari. (2 : Ogni indicazione sul Bechada, si avrà in Romania X 459 e 591. Il Bartsch (Grundriss, p. 5) erra chiamandolo Guglielmo.)
Un frammento di poema che si riferisce pure alla prima crociata è la così detta Chanso di Antiocha, la quale racconta la battaglia dei Cristiani contro i Saraceni davanti Antiochia il 28 giugno 1098. Il manoscritto è all'Accademia della Storia di Madrid e pare della prima metà del secolo XIII, ma il poema risale al secolo antecedente. Sebbene rimangano solo 707 versi dodecasillabi assonanzati in serie monorime, noi ne conosciamo quasi tutto l'argomento, perchè il poema fu utilizzato dal compilatore di una cronica spagnola del principio del secolo XIV, la Gran Conquista de Ultramar. Il frammento provenzale rimastoci incomincia a narrare come il re Corbaran di Persia vedendo uscire da Antiochia i battaglioni cristiani, da un certo Arloys se ne fa indicare i capi: ecco, per esempio, quel che riguarda Goffredo di Buglione:
“Arloïs” dis lo reis, “guarda no m'en mentir, 
Si tu es aüsatz de gabs e d'escarnir:
Qual es acquesta jens que vei aqu i venir? (aqui)
“Per fe” ditz Arloys, “aquo vos sai be dir:
So es dux Guodafre que vos ve evazir,
Q'eul conosc a sas armas e a so jens guarnir
...
Can lo dux pren sas armas e va las revestir
Si fa tota la terra desotz sos pes fremir,
De mai d'una peirada las ausiratz bruir;
E porta una spasa don sap aisi ferir
Anc no vi Sarrazi fort armar ni guarnir
Si pel sus de son elme li pot un colp ferir
Que entro els arssos nol veja tot partir,
Ja escut ni ausberc nol poirà colp sofrir.” 
(1 : “Arloigi, disse il re, sebben tu sei uso d'inganni e di scherno, guarda di non mentirmi ora. Chi è codesta gente che vedo qui venire? Per mia fè, disse Arloigi, io ve lo so ben dire. Codesti è il duca Goffredo che vi viene assalire, ch'io lo conosco alle sue armi e al suo bello abbigliamento... Quando il duca prende le sue armi e se ne riveste, fa sotto i suoi piedi fremere tutta la terra, e le udreste tinnire più lungi d'un tratto di pietra; e porta una spada di cui sa dar sì gran colpi ch'io mai non vidi Saracino così bene armato e difeso che se disopra dell'elmo lo possa colpire non lo squarci tutto fin dentro all'arcione, e nè scudo nè usbergo non varrà a ripararlo.”)

Il merito letterario di questo poema, a giudicarne da quanto ne abbiamo, è assai scarso. (2 : Pubb. in Archives de l'Orient latin, II 467, da P. Meyer. Si cfr. Romania XIV, 311 (P. M.) e XVII, 513 (G. P.).)

In condizioni molto peculiari ci è giunto un poema sulla Crociata contro gli Albigesi. Il manoscritto è a Parigi (La Vallière, 91): il Raynouard ebbe anche un frammento di un altro manoscritto. Questo poema di 9578 dodecasillabi a serie monorime, è opera di due autori contemporanei agli avvenimenti (1) e però può dirsi veramente storico. Il primo autore è un tale Guglielmo da Tudela, protetto dal conte Baldovino fratello del conte di Tolosa: Guglielmo, rimatore di professione, si mette nel 1210 a narrare in versi i fatti della crociata, ma senza profonda convinzione nè calore patriottico o poetico, e in un gergo in cui mescola secondo le esigenze della rima forme di Francia e di Linguadoca. 
(1 : Alcuno ne volle autrice una dama del Quercy, Dorimunda. Cfr. Malinowski, in Bull. de la Soc. des Études du Lot, VI (1880), p. 574, e Rdlr. 1880, p. 35.)
Egli si arresta al 1213; poco dopo il conte Baldovino è ucciso, di Guglielmo nulla si sa, e il poema resta incompiuto. Ma un anonimo, tolosano, protetto da Roger Bernart figlio del conte di Foix, seguita il poema col più ardente patriottismo per la sua Tolosa che aveva respinto i crociati e conduce la narrazione fino al secondo assedio di Tolosa (1218): qui si arresta a mezzo senza dire se ha finito o se voleva continuare. Questo anonimo, senza essere un corretto scrittore è però migliore dell'altro. Noi qui abbiamo dunque non un poema ma due pezzi di poema insieme saldati, i quali non differiscono solo per la lingua, ma anche moltissimo per lo spirito che li anima: il primo è tiepidamente benevolo, il secondo acerbo avversario dei crociati Francesi. Merita lode anche la forma che senza essere squisita è però fluida e scorrente; ma l'importanza maggiore del poema è di rappresentare vivi gli odii, gli esterminii, le lotte sanguinose e teologiche di quegli anni per la Provenza così tormentosi. Anche questo poema, come molti altri, fu parafrasato in prosa, e ne abbiamo un rifacimento prosaico che non deriva però, come credette il Bartsch, da un testo più completo del poema. 
(1 : Indicazioni bibliografiche in Monaci, Testi ant. prov. col. VII. )
Alla seconda metà del secolo XIII appartiene un racconto in alessandrini a serie monorime della Guerra di Navarra del 1276, composto da Guillem Anelier di Tolosa. Di costui si hanno anche alcune liriche. 
(2 : Il Meyer non crede all'identità dell' Anelier epico col lirico (Rom. I, 379), che è invece ammessa dal Suchier (Jäner Liter. 1877). La Guerra di Navarra è edita in: Collection de docum. inédits, Paris. 1856, da FR. Michel.)
Quest'opera assai prolissa è lungi dall'offrire, anche pel soggetto trattato, l'interesse della crociata Albigese. Un'altra relazione storica, in prosa appartenente al secolo XIII è il racconto della Presa di Damiata nel 1219 pubblicato nel 1877 dal Meyer, da quattro doppi fogli della Biblioteca dell'Arsenale, scritti al principio del XIV secolo; esso è forse un riflesso di un racconto francese. (3 : La Presa di Damietta è pubb. da P. Meyer nel vol. 38°. Bibl. de l'Éc. des Chartes. Per altri documenti provenzali (croniche, genealogie, ecc.) puramente storici e non letterarii, si cfr. Grundriss, § 40 e 54, 4, e Chabaneau; Appendice alle Biographies des Troub. Toulouse, Privat, 1885. Tra essi è importante il Libre de Memorias di Giacomo Mascaro di Beziers, specie di cronica che va dal 1247 al 1390.)

Nota. - Poemi provenzali perduti. - Gli accenni dei trovatori provenzali a poemi e storie cavalleresche sono così numerosi e importanti, che richiamarono di buon'ora l'attenzione dei dotti. Il Fauriel ne ha una lunga lista (III 453-515) che fu ancora arricchita dal Birch-Hirschfeld (Ueber die provenzal. Troub. des XII und XIII Jahr. bekannten epischen Stoffe. 
- Halle, Niemeyer 1878. - Recensioni: Rom, VII, 448; Z. II, 318; Literaturblatt f. roman. und germ. Philol. 1880, N. 1). Questi accenni provano all'evidenza la popolarità di certi poemi e romanzi, ma è raro il caso che si possa discernere se si riferiscono a testi francesi o provenzali. Sotto questo aspetto, le poesie provenzali più ricche di allusioni sono una di Guiraut de Cabreira e una di Guiraut de Calanson - (Bartsch: Denkm. pag. 88-101).
Epica Nazionale. - Alla epopea provenzale si è voluto riferire tutto quel ciclo epico (una ventina di poemi; 24 secondo Gautier) che si chiama Ciclo Narbonese o di Guglielmo d'Orange o Gesta di Garin de Monglane. Questo Guglielmo è da identificarsi con quello che era nel 790 conte di Tolosa: a Villedaigne nel 793, sebbene sconfitto, riuscì ad arrestare i Saraceni che minacciavano la Francia; nell'806 entrò nel chiostro di Gellona e vi morì nell'812 in odore di santità. Tutti i 24 poemi del ciclo narbonese sono in francese, ma gli argomenti, le descrizioni, i nomi degli eroi, il luogo dell'azione, le conoscenze geografiche, tutto accenna al Mezzodì. Sono essi rifacimenti o riflessi di canzoni provenzali? 
Molto probabilmente no; ma la questione non è ancora ben chiara. 
Il Rajna dubita che anche questo ciclo, come il Girart, sia Borgognone, il che soddisferebbe gli avversari ed i sostenitori, ma l'ipotesi avrebbe bisogno di ulteriori studi. - (Tutta la questione è vivacemente esposta in Gautier: Épopées franc., p. IV, p. 8. Cfr. anche Rajna: Origini, 534. 
- Nyrop: Storia dell'Epopea, p. 155. - G. Paris: Littérature fr. [edizione 1890], p. 62.) - (Per un poema su Rinaldo, vedi più oltre Ciclo bretone). Imitazione dell' antichità. - Ci si è conservato, come abbiamo visto al cap. 2° § 8 un frammento del Poema su Alessandro di Alberico di Besançon.
Sotto questa rubrica di imitazione dell'antichità poniamo alcuni titoli di opere, che propriamente non erano che traduzioni o rifacimenti di romanzi greci della decadenza o bizantini.
Dopo Alixandre fil Filipon (Alessandro figlio di Filippo) il già citato Guirautz de Cabreira (verso 1170) nomina Apoloine o Apollonio di Tiro. Questa storia pietosa assai nota nel Medio-evo è anche due volte accennata in Flamenca e ha un lungo ricordo in una poesia di Arnaldo di Marsan (fine XII sec.). Le versioni francesi sullo stesso argomento sono del XIII secolo; non è impossibile che l'Apollonio di Tiro abbia avuto una più antica redaz. provenzale; non v'è però niuno argomento che avvalori questa non negata possibilità.
Di origine greco-bizantina, ma piuttosto novelle che romanzi, sono Aucassin et Nicolette (a mezzo il secolo XII) e Floris e Blancaflor, testi francesi, di cui (Grund. pag. 5, 20) si è supposto gli originali provenzali, ma a torto. Più probabilmente ci fu in provenzale una traduzione del celebre Romanzo dei Sette Sapienti (origine orientale, trafila di traduzioni, greca, latina) celebre raccolta di novelle. Il Bartsch (Grundris, pag. 22) ne cita un manoscritto (provenzale?); lo Chabaneau (Revue des lang. rom. X, 105), ricorda la menzione che del romanzo fanno le Leys d'Amors e ammette la probabile esistenza di una versione provenzale.
Ciclo bretone e romanzi d'avventura. - Una serie di malintesi fece credere che il celebre trovatore Arnaldo Daniello avesse scritto un poema provenzale su Lancilotto e che questo fosse la fonte di un Lancelot tedesco composto nel secolo XII dal mastro-cantore Ulrico di Zatzikhoven. G. Paris (Rom. X, 478) ha dimostrato all'evidenza la falsità di questa credenza, e che Ulrico prese da un originale francese. 
(1 : Non certamente di A. Daniello, ma una traduzione provenzale del Lancelot francese pare che realmente abbia esistito. Cfr. Rdlr. XXII, p. 105 e seg.)
Allo stesso A. Daniello (ed è perciò che lo noto qui) si attribuì un poema sull' Arrivo di Rinaldo in Roncisvalle, ma anche questa è una fiaba. 
(Cfr. U. A. Canello: Vita di A. D. p. 36). Altro supposto romanzo provenzale del ciclo bretone sarebbe stato un Perceval o Parsifal; ne è fatta menzione da Wolfram di Eschenbach, che cita come una delle sue fonti: Kiôt... ein Provenzâl (confr. Grund., pag. 19). Un romanzo d'avventura e assai popolare pare essere stato quello sugli amori de Andrieu de Franza, perduto, che probabilmente era francese sebbene i maggiori accenni si trovino in poeti meridionali (Cfr. Paris: Litt. fr. [ed. 1890] p. 108 e Rom. XVIII, 473). Su una pretesa fonte provenzale del Daniel vom Blumenthal di Striker, poeta tedesco tra il 1230 e 1250, v. Grund., pag. 18. (N. E. Daniel von dem Blühenden Tal.)

Daniel von dem Blühenden Tal



Novelle. - Abbiamo prove sicure che molte novelle provenzali sono andate perdute. Di alcune, e assai graziose sebbene paiano piuttosto brevi aneddoti che composizioni di una certa lunghezza, conosciamo l'argomento, poichè esso ci è stato conservato dal nostro Francesco da Barberino il quale le riassume e le attribuisce a P. Vidal, a Miraval, a R. Jordan, a Raimbaut, e a Folquet. (Cfr. A. Thomas: F. da Barb. et la Litt. prov. en Italie au M., A., Paris 1883, pag. 114, 116, 129, 143). 
Di altri accenni che troviamo sparsi in altri poeti e autori noi non sappiamo, al solito, se si riferiscono a testi francesi o provenzali.

Wolfram von Eschenbach


Capitolo V, lirica provenzale, decadenza, influssi nelle letterature vicine.

Capitolo V.

La lirica provenzale: sua decadenza. Suoi influssi nelle letterature vicine.

Nell'anno 1209 due colonne di crociati, l'una da greco, l'altra da maestro si dirigevano sopra Tolosa, bruciando e uccidendo.

§ 1. Nell'anno 1209 due colonne di crociati, l'una da greco, l'altra da maestro si dirigevano sopra Tolosa, bruciando e uccidendo. Se nei crociati, minuti cavalieri o del basso clero, impulso a tale orribile devastazione fu un vero, per quanto cieco e fanatico, sentimento religioso, non così può dirsi del re di Francia, che la mosse, e dei capi che la diressero. Essi obbedirono a interessi politici e a cupidigia di acquisto: e se l'ultimo effetto di tanta rapina fu di fondare la grande e compatta unità della Francia, non è men vero che ciò si ottenne a tutte spese della Provenza, delle sue ricchezze, del suo sangue e, quasi direi, della sua anima: chè tale è veramente per un popolo la propria letteratura. 
Su di questa però, gli effetti della crociata non furono nè diretti, nè immediati. Non fu attaccata direttamente, perchè l'eresia albigese 
(o càtara o de' Poveri di Lione, varie forme d'una stessa fede), per i suoi precetti di mortificazione e d'austerità, per gli umili e modesti suoi procedimenti, aveva attecchito tra i pazienti contadini e i laboriosi operai più che ne' brillanti e romorosi castelli; e anche dei trovatori, sebbene nei loro serventesi siano assai frequenti le invettive a Roma falsa ed avara, pochissimi furono, che si sappia, infetti dall'eresia. Ma la crociata spense per sempre la vita elegante e liberale della nobiltà di Provenza e tolse così ai poeti di corte il loro principale aiuto: isolò i feudi lasciati ai Provenzali, e diede ai Francesi i più ricchi e i più vasti, per esempio la contea di Tolosa nel 1249 e nel 1246 quella di Provenza ai due fratelli del re di Francia: essa inaridì perciò le fonti della poesia cortigiana, e non mancò a ciò il sostegno di Roma; nel 1245 Innocenzo IV dichiarava in una bolla che la lingua provenzale è una lingua eretica e ne proibiva l'uso agli studenti. (1 : La crociata e il susseguente impoverimento della feudalità non fu la sola causa della morte precoce della poesia provenzale. Anche senza la tempesta albigese, col cadere del sistema feudale sarebbe caduta la poesia cavalleresco-amorosa che ne fu la più alta e più spirituale espressione. Ma pel sirventese, per i generi popolari, come la pastorella, l'alba, la canzonetta, e per i generi storico e didattico in poesia e in prosa, tale ragione non sussiste. Se essi non seguitarono a svolgersi per una via indipendente e nazionale, egli è che rapidamente durante il secolo XV si impose nel mezzodì della Francia la egemonia letteraria francese, e ciò che si continuò a scrivere in provenzale si ridusse a poco a poco al grado più basso di produzione dialettale.)

Pur tuttavia l'impulso del fiorente periodo anteriore non poteva cessare a un tratto e dalla fine della crociata, nel 1220 circa, alla fine del secolo, la poesia ebbe una vita di più in più moribonda. I molti e buoni trovatori ancora viventi ripararono dalla tempesta alle corti ospitali di Catalogna, di Aragona e d'Italia; e in Provenza rimase la torma dei bassi giullari e dei guastamestieri dell'arte. Qualche buono e dignitoso poeta sorse ancora, quasi estremo bagliore della luce che s'andava spegnendo: ma la poco agiata vita e la coscienza del proprio abbandono e isolamento si riflettono tristemente in quei canti d' un'età decaduta.
Degli ultimi trovatori, pochi nomi sono sorvissuti e poche poesie. Nomineremo Atto di Mons, Folco di Lunel, Serverico di Girona e, forse il migliore di tutti, Giraldo Riquier, del quale abbiamo un numero abbastanza rilevante di poesie. Fiorì tra il 1254 e 1292, e sono notevoli quei canti come albe, pastorelle, contrasti ove egli si sforzò di imitare la freschezza e la semplicità della poesia popolare. Era una buona via, ed è peccato che la Musa provenzale ormai stanca non la abbia seguita. 
La Provenza propriamente detta, dalla morte di Blacasso (1236) ai primi del secolo XIV, ci dà ancora una ventina di nomi, ma di questi tardi rappresentanti della poesia di corte non si conoscono le vicende, e non sappiamo se, come i primi trovatori, vivessero dei doni dei signori che visitavano o fossero, come i poeti di Tolosa, onesti artigiani allietanti i loro ozii col culto delle Muse. Tra gli ultimi il più notevole è forse Rostanh Berenguier di Marsiglia protetto da Folco di Villaret Gran mastro degli Ospitalieri tra il 1307 e il 1319; ecco un suo sirventese contro i Templari, acerbo preludio alla tremenda persecuzione che aprì contro di loro nel 1310 papa Clemente V:

Pos de sa mar man cavalier del Temple
Man cavall gris cavalcant si solombran,
E lurs cabeils saurs remiran s'enombran,
Mostran soven al mont malvays eysemple,
Ez es tan grieus e tan fers lur ergueilhs
C'om non los pot esguardar de dregz hueilhs,
Diguas mi, Bort, per quel papa los sufre
Pos sap e ves qu'ehn mans pratz, sotz vertz sims,
Don lur ressort deshonors e grieus crims,
Guastan lo ben que hom per Dieu lur hufre.
Car pos ho an per cobrar lo Sepulcre
E guastan ho menan rumor el segle
Ez enguanan lo pobol d'aquest segle
Contrafasen Guolias e Sahul, cre
Que desplassa a Dieu, car tan lonc tems
Hill ez aquill de l'Espital ensemps
Han sufertat que li falsa gens turgua
Haya tengut Iherusalem ez Acre,
Car son fugen plus fort que falcon sacre,
Per quem par tort quil segle non en purgua. 
(1 : “Poichè di qua dal mare molti cavalieri del Tempio si sollazzano cavalcando cavalli grigi e se ne stanno al rezzo curando i bei capelli biondi e dando spesso al mondo malvagio esempio, e tanto è greve e fiero il loro orgoglio ch'uom non li può guardare di buon occhio, dimmi, Bastardo, perchè il papa li soffre, già ch'ei sa e vede che in bei prati e sotto verdi fronde - onde lor viene disonore e grave colpa - sperdono i beni che in servigio di Dio son loro offerti? E poichè li hanno per ricovrar il Sepolcro e li sperdono nella vita romorosa del mondo, ingannando il popolo di questa terra, contraffacendo Golia e Saulle, io credo che ciò spiaccia a Dio, poichè per tanto tempo essi e quelli dell'Ospitale insieme hanno sofferto che la falsa gente turca abbia occupato Gerusalemme ed Acri, poichè ne fuggon come falcone sacro, onde mi par torto ch'ei non ne purghi la terra.” [La poesia è diretta a un bastardo del re d'Aragona. Al verso 14 il ms. ha guolias e sahulcre: il Meyer (Derniers Troub. de la Provence, in Bibl. de l'École des Chartes, tom. V serie 6a) non traduce; la mia lezione è una congettura che dò per quel che può valere].)

§ 2. Tali gli accenti della cadente poesia di Provenza: e ch'ella fosse ben morta lo si vide quando in Tolosa nel 1323 alcuni onesti e bene intenzionati borghesi vollero far rivivere la poesia fondando il Consistorio della Gaia Scienza, e assegnando fiori d'oro e d'argento (violeta, eglantina, soucis) in premio annuale alle migliori poesie. 
(1 : Cfr. Cambouliu, Renaissance de la poés. prov. à Toulouse in Jahrbuch, III 125. Chabaneau, Origine de l'Academie des Jeux floraux. Tolosa, Privat 1885. - Noulet, Recueil de poésies en langue romane couronnées par l'Academie, ecc., depuis l'an 1324 jusques en l'an 1498. Tolosa 1849.)
Noi abbiamo la raccolta sebbene non completa delle opere che furono coronate, e possiamo asserire che nulla è più contrario alla vera poesia. La formola per comporle era ormai stereotipata: saccheggiare gli antichi trovatori e adattare le loro frasi alle lodi della Vergine Maria assunta a protettrice di siffatti concorsi. Maria fu lodata dai concorrenti coi poetici nomi di Amors e di Clemenza; ed anzi quest'uso generò uno strano equivoco. Dopo il 1450, perdutasi la nozione esatta di quel che significava tal nome, si credette che Clemenza fosse stata la fondatrice o la restauratrice della Academia dei giuochi florali col qual nome si continuò fino a noi l'antico Consistorio tolosano. Dato così origine al mito, se ne completarono i particolari: a Clemenza fu aggiunto il cognome Isaura, perchè la si volle della nobil famiglia dei Conti Isaurici; e si trovò, e si fece segno a pubbliche onoranze, la sua tomba!
Come già si notò a suo luogo (Cap. I § 5) l'accademia tolosana incaricò il suo cancelliere Guglielmo Molinier, nel 1355, di stendere le Leys d'Amors, e vedemmo anche quale importanza ebbero tra i contemporanei e qual grande interesse hanno per noi. I poeti che furono coronati dal 1324 al 1498 furono poco più di 100, secondo l'elenco dello Chabaneau. 
Fino al 1355 si diede un sol premio, la violetta d'oro, alla migliore canzone; dal 1356, pur conservando la violetta come primo premio per le canzoni, si assegnò un fiore di caléndula o fiorrancio (souci) alla migliore ballata e una rosa silvestre (eglantina) pei sirventesi, pastorelle, e simili. Come esempio di questa tarda poesia ecco una canzone che la Dama di Villanuova presentò al concorso dell'anno 1496:
(N. E. Véase Du Mège y sus poemas apócrifos, como este de la dona de Vilanova, o el de “Bertran de Roaix”, canso de nostra dona.)

Quan lo printens acampat a las nivas,
E que tenen lo florit mes de may,
Vos uffriretz a manhs dictators gay
del gay saber las flors molt agradivas.

Reyna d'amors, poderosa Clamensa,
A vos me clam per trobar lo repaus,
Que si de vos mos dictatz an un laus
Aurey la flor que de vos pren naysensa.

Iotz lo mantel d'una verges sagrada
La flor nasquet per nostre salvamen:
Dosseta flor, don lo governamen
Nos portara la patz que molt agrada.
Baysar la flor, fons de tota noblessa
Sera tostems mon sobira desir,
E se del cel podi me far ausir
Mitigara del peccat la rudessa.

Maires del Christ, que sus totas etz pura,
Donatz, sius platz, poder d'estre fizel;
Gitatz nos len del gran serpen cruzel,
E mostras nos lo cami de dreytura.

(1 : “Quando primavera ha fugato le nubi, ed abbiamo il fiorito mese di maggio, voi offrirete a molti gentili poeti gli aggradevoli fiori del Gaio sapere. Regina d'amore, poderosa Clemenza, a voi per riposo io ricorro; chè se da voi hanno una lode i miei versi avrò il fiore che di voi nacque; il fiore nato per nostra redenzione da sotto il manto di una vergine santa, fior di dolcezza il cui impero ci darà la pace che ognun brama. Baciar quel fiore, fonte d'ogni nobiltà, sarà ognora mio sovrano desìo, e se del cielo posso io farmi dimora sarà mitigata la colpa del peccato. 
Madre di Cristo, sopra tutte pura, date, se vi piace, ch'io possa esservi fida; allontanateci dal gran serpente crudele e mostrateci il diritto cammino.” 
E evidente la studiata ambiguità fra il fiore del premio poetico e il fiore della redenzione, il paradiso.)

Con varie modificazioni, tra cui principale nel secolo XVI di ammettere al concorso poesie francesi, i Giuochi florali durarono fino a noi, ed ora anzi, pel risveglio affatto moderno della poesia provenzale, hanno preso una vera importanza.
(N. E. Véase la Renaixença, un invento más de quienes ya sabemos.)


§ 3. Meglio che in Provenza, la Musa occitanica trovò dalla fine del secolo XIII al XV oneste e liete accoglienze nei paesi vicini; ed è tempo ora di esaminare brevemente le sorti ch'ella ebbe al di là dei Pirenei e del Reno e al di qua delle Alpi. Ma non s'ha da credere che solamente dopo la Crociata albigese essa varcasse questi confini: i trovatori erano troppo girovaghi, e i loro canti troppo accetti a tutti i nobili, per non credere che fino dal primo periodo della letteratura essi non tentassero loro fortuna in Italia e in Catalogna. Solamente, ciò che prima era breve apparizione si mutò, dopo il 1215, in istabile dimora: e, riguardo alle lettere, que' minori e lontani centri di coltura che prima erano come satelliti, dopo che si spense il centro di irradiamento, assunsero una maggiore importanza individuale, seguitando ad avere ciascuno per sè e più o meno a lungo, una vita indipendente.
In Francia, malgrado la vicinanza del paese e l'affinità della lingua, la influenza della lirica provenzale è difficile a precisare.
(1 : P. Meyer, La poésie des Trouvères et celle des Troubadours, in Romania XIX 1-62.)
(N. E. La influencia de la lírica provenzal en el francés y otras lenguas románicas no es tan difícil de precisar. Ya en el año 842, en Estrasburgo, se documenta un proto chapurriau : serments, juramens, homenaches. Véanse textos parciales de Raynouard, como le Roman de Rainart, Marie de France, etc., aparte de los que vienen a continuación, después de Ch. de Troyes. También léase a Estebancico Pasquier, Les recherches de la France.)

In quanto a ricchezza artistica in generale, la Francia del Nord non aveva nulla da invidiare a quella del Sud; è dunque credibile che i trovatori avranno scelto di percorrer paesi ove la concorrenza fosse minore e non ancora formato il gusto letterario. Con tutto ciò i contatti tra la lirica francese e la provenzale sono innegabili ed antichi, come pure, in minor grado, la reazione di quella su questa. Ne sono prove certe forme caratteristiche di strofe e i nomi di serventese, stampita, ballata, che passarono dal Sud al Nord, e di retroenza che fece il viaggio inverso.
Che se poi, invece di badare ai prestiti materiali, pensiamo quanto più grande importanza abbia l'esempio e l'emulazione, allora la Provenza cresce di molto i suoi crediti verso il Nord. Il quale ebbe nei secoli XII e XIII alcuni centri - come la corte di Maria di Champagne (1164-98) - ove si coltivò la poesia amorosa, cavalleresca e convenzionalmente fine ed elegante, solo perchè le corti del Sud ne avevano dato l'esempio. 
La poesia di corte, lo stillato della scienza d'Amore, è in Francia un vero riflesso della primogenita musa di Provenza: e invece è a tutti noto che nei canzonieri francesi abbondano le poesie più leggiere, come pastorelle e romanze, le quali ci mostrano una grazia tutta originale e speciale. 
I migliori rappresentanti della poesia amorosa francese sono (oltre a Chrétien de Troyes per certi rispetti (1 : G. Paris, Litt. fr. (ed. 1890) p. 96.), Conon de Béthune († 1224), Gace Brulé (verso 1180), Blondel de Nesle, Gui de Couci († 1203), Tibaud de Champagne († 1253) e Adam de la Halle, ma però è difficile analizzare ciò ch'essi possono aver attinto dai trovatori. (2 : Aubertin (Histoire de la litt. fr. I. 468-72) difende risolutamente la completa originalità della lirica del Nord,)

Alla fine del secolo XIII la lirica francese, che oltre questi principali, conta quasi duecento poeti, cambia totalmente di carattere.
Nella penisola spagnuola la poesia provenzale ebbe accoglienze diverse secondo i diversi terreni in che ella tentò di allignare. Uno dei più ribelli fu la Castiglia. Non già che essa chiudesse le vie ai trovatori; sappiamo anzi di molti che vi trovarono lunga e gradita dimora. Ma i loro canti non fecero scuola; rimasero diletto dei pochi colti signori che ospitavano i poeti, mentre il popolo non abbandonò la vecchia sua poesia eroica e nazionale. Oltrechè è un fatto che il genio spagnuolo ripugna dalla lirica pura, e fino al 1400 esso ci ha dato una abbondante produzione di opere epiche o morali e didattiche, e nessun poeta lirico. Come tale suolsi generalmente considerare Juan Ruiz arciprete di Hita fiorito tra il 1300 e il 1351, ma la sua opera, documento solitario ed eccezionale, è troppo complessa per essere assegnata a un sol genere di poesia.
Ivi, pur non falsando mai lo spirito nazionale, vi è qualche cosa di detratto altronde, ma mal facilmente definibile. Col secolo XV invece, la corte di Giovanni II di Castiglia (1406-54) divenne centro di una pleiade di poeti nei quali è indubitabile un riflesso della musa provenzale. Riflesso, dico, e non - salvo pochi casi - imitazione pedissequa; perchè essi conservarono, pur tra le forme metriche desunte dalla poesia trovadorica, una fisonomia loro propria. Alla tradizione provenzale del resto non poteva a meno nel secolo XV di sovrapporsi un altro elemento, cioè l'imitazione italiana e classica. I nomi di Dante e del Petrarca si imponevano ben altrimenti che quelli degli antichi maestri d'amore! Pertanto se Enrico di Villena (1384-1434) fondava un Consistorio della gaia scienza, già il più grande de' suoi discepoli, Íñigo López de Mendoza marchese di Santillana (1398-1458), si metteva a imitare i classici italiani e così pure Juan de Mena, il Manrique, Alonzo di Cartagena, il Sanches (Sànchez), e quei moltissimi le cui canzoni ci sono pervenute nei Cancioneros di Baena e di Stuñiga (Stúñiga). (1 : F. Michel, Canc. de Juan Alfonso de Baena. Leipzig 1860. (Canc. de Stúñiga è il vol. 4° della Colecc. de libros raros ò curiosos.) Madrid 1872.)


Stuñiga (Stúñiga), cancionero

In ogni modo questa fioritura di poesia aulica dei secoli XV e XVI non insinuò le radici tra il popolo; il quale, e ben fece, all'allegorismo italiano messo in lingua spagnuola con metrica provenzale, continuò a preferire i cavallereschi suoi vecchi romances. In Portogallo la lirica provenzale ebbe una influenza diretta e positiva. (2 : Diez, Portugiesische Kunst- und Hofpoesie, pag. 26-36. Bonn 1863.) 
Ella si manifesta fin dai primi documenti di quella letteratura, che sono le poesie amorose dei poeti accolti alla corte del re Dionigi (1279-1323) e de' suoi successori fino a Duarte (1433-38). Il citato marchese di Santillana, in una sua celebre lettera, dice che in Portogallo vi fu una antica fioritura lirica (alludeva appunto all'età di re Dionigi) e che chiunque avesse voluto scrivere una canzone usava il dialetto galliziano, che appartiene infatti al dominio portoghese. Il fatto è rigorosamente vero: è noto che lo stesso re di Castiglia Alfonso X (reg. 1252-84) scrisse in gallego le sue cántigas. 
(3 : Trovatores galecio-portuguezez. Porto 1871; studio di Teofilo Braga, che è il più noto tra i pochi Portoghesi che studino la loro letteratura.) 
Ci furono conservate le poesie di oltre 120 poeti di quel periodo nelle raccolte che possediamo, tra cui la più importante è il Cancioneiro 4803 della Biblioteca Vaticana. (4 : Edito dal prof. E. Monaci, Halle, Niemeyer 1875, Le sue relazioni con gli altri Cancioneiros furono ricercate in uno studio del Braga: O Canc. portuguez da Vaticana e suas relações com outros cancioneiros dos seculos XIII e XIV, pubblicato nella Zeitschrift. f. rom. Phil. I, 41 e 179. Anche le Leys d'Amors pare che sieno state conosciute in Portogallo. Cfr. Chabaneau, Orig. des jeux floraux, pag. 3 n.° 8.)

pois é un pemento de Padrón de finais de verán, non che digo máis.


In esse poesie noi vediamo due correnti, l'aulica e la popolare. Le prime sono in tutto secondo il modello provenzale e, come ogni imitazione, sono bene architettate ma fredde e convenzionali; le altre invece costituiscono uno sciame di canzonette graziose e leggiere che nulla devono al provenzale se non l'impulso ad esser state raccolte e tramandate. Nel secolo XV anche in Portogallo si fa sentire, a traverso i modelli castigliani, l'influenza italiana e classica, che fece mutare pensiero e forma e distrusse o nascose ciò che di provenzaleggiante restava.
L'Aragona, e più specialmente la Catalogna, per la vicinanza alla Provenza dovevan meglio risentirne l'influsso: la Catalogna anzi, come già notammo (Cap. II § 1), è linguisticamente parlando una provincia del territorio occitanico e come tale fu considerata dagli stessi trovatori. Cosicchè nel suo primo periodo che va fino oltre la metà del 1300 la storia della sua poesia si confonde con quella della provenzale. Anche circostanze politiche, come le nozze di Berengario III di Barcellona con Dolcetta erede della contea di Provenza, assodarono l'unione, e quando tutta l'Aragona nel 1131 passò alla casa di Barcellona, un più ampio campo si aperse alle influenze provenzali. (N. E. ¿Sabría este imbécil algo de historia? Porque al abuelo de Petronila y bisabuelo de Alfonso II bien que lo ha nombrado antes, Guillermo de Poitiers, Poitou, Peitieus.)

Ramiro II, escucha, mira cómo se oyen las campanadas

Come si vede dal quadro del precedente capitolo, i re Alfonso II, Pietro II, Giacomo I e Pietro III, furono liberali protettori dei trovatori e con loro ricambiarono essi stessi strofe provenzali. (N. E. Y Alfonso IX de León, Alfonso X el sabio, y no estaban en Cataluña.)
Molti trovatori sono di nascita catalani e anch'essi, abbandonando l'uso del loro dialetto, si servirono del limosino o provenzale classico. 
Un carattere speciale di Catalogna in questo primo periodo è il maggior pregio che vi ebbero gli studi storico-morali e filosofici, pei quali si distinsero Bernart Desclot, Ramon Muntaner, Raimondo Lul.
(1 : Visse 1235-1315. Scrisse, in quasi puro provenzale 
(N. E. Ramón o Ramon Lull, mallorquín, mallorquí; con una L al principio y LL al final), un romanzo intitolato Blaquerna (Blanquerna), molte poesie, un Libro delle meraviglie; è poi famoso per opere filosofiche. Poeti catalani suoi contemporanei furono Serverico di Girona e Guglielmo de Cerveira. (N. E. que escribieron en puro provenzal u occitano, como cualquiera puede leer.))
Quanto alla poesia il novello impulso della Accademia tolosana fu sentito più in Catalogna che in Tolosa stessa. Nel 1393 Luigi di Averso Giacomo March, con commissione del re Giovanni I, fondarono un Consistorio a imitazione del tolosano. I re Martino e Ferdinando I lo dotarono di somme importanti perch'ei potesse dare premi alle poesie migliori. 
(N. E. Vaya, Fernando el de Antequera dotando de sumas importantes a los juegos florales en occitano. Por cierto, Martín I dijo hoc : sí antes de morir en Valdonzella; y Fernando I escribió en occitano también. Y era aragonés por parte de madre, por eso pudo ser rey de Aragón.)
Le dottrine delle Leys d'Amors restarono lungamente in vigore e ne sono prova le molte poesie che durante il XV e XVI secolo furono coronate ai concorsi dei Giuochi florali di Barcellona, di Valenza e di Palma. Anzi in quest'ultima città, nel 1550, ossia in pieno rinascimento, comparve un Art de trobar che non è che un compendio e un ultimo raffazzonamento del vecchio codice tolosano. Accanto a questo movimento ufficiale peraltro, la letteratura catalana (N. E. occitana) si sviluppava ulteriormente (N. E. a modo de la lengua valenciana, con siglo de oro): anch'essa alla imitazione provenzale sostituì modelli italiani, in ispecie Dante e il Boccaccio (1 : Andrea Febrer tradusse la Divina Comedia nel 1428. Indicazioni sulla storia lett. catalana nell'Enciclopedia del Körting, III 496-501, e in Chabaneau: Or. des. jeux floraux, pag. 3.) 
e così rinsanguata, verso la fine del secolo XV raggiunse con Ausias March il suo apogeo. (N. E. Ausiàs March, valenciano. Ramón Guimerá Lorente tradujo Il Decamerone al chapurriau, véase online o en Amazon.)
Anche nella lontana Alemagna, lontana, più ancora per l'indole della lingua e pei costumi che per ispazio di terra, arrivò la fama dei trovatori; e certo qualche poesia provenzale fu letta e gustata da qualche Minnesinger o cantor d'amore che possedeva l'idioma occitanico. Ma ciò non poteva essere che l'eccezione: la scuola dei Minnesänger si svolse da germi nazionali e per una via propria, essa ha caratteri intimi e formali e termini tecnici che attestano la sua originalità. Le non molte coincidenze di pensiero o di forma che coi trovatori offrono alcuni dei migliori Minnesänger tedeschi, come Henrick von Veldeck, Ugo di Werbenwag, Rumslaut, Barkart von Hohenfels, Rudolf von Rotenburg, Walter von Vogelveide, dimostrano la conoscenza, almeno per fama, dei metodi e procedimenti convenzionali della scienza poetica provenzale, ma l'imitazione è superficiale e non intacca la nazionale originalità del pensiero. Solo caso di vera e propria imitazione sostanziale è quello di Rodolfo conte di Neuenburg che saccheggiò le poesie di Folchetto da Marsiglia. (2 : Diez, Poesie des Troub. (trad. fran.) pag. 253-266.)

§ 4. Ed eccoci all'Italia. Una storia degli influssi di Provenza sulla nostra letteratura non è stata ancora fatta in modo compiuto e soddisfacente. Noi non faremo che indicarne i materiali. La venuta de' trovatori fra noi, tanta era l'affinità fra i due paesi e la buona accoglienza che eran sicuri di trovarvi, incomincia fino dal primo sorgere di quella letteratura. 
Non è assurdo il supporre che fin dal 1080, anno in cui Ruggero conte di Sicilia sposò Matilde di Raimon Berengiero, avesse la Sicilia qualche vaga conoscenza di quella poesia provenzale che più tardi vi menò sì gran rumore. Anche alla corte del gran Federico I Barbarossa (1152-1190) è probabile che i gentiluomini di Provenza aggregati al suo esercito portassero seco la fama e forse alcun giullare della nuova arte volgare. (1 : Bartoli, I primi due secoli, pag. 76.) 
Quello che è certo si è che alla prima sicura notizia di trovatori provenzali in Italia, noi troviamo già così conosciuta la loro lingua e apprezzata la loro arte, almeno nel ceto signorile e cortigiano, che i nostri signori si sentono in grado di tenzonare poeticamente con loro. Il che è difficile credere potesse avvenire senza lunga anteriore preparazione. Tra i più antichi trovatori che abbiano fatto dimora in Italia, abbiamo già notato (V. cap. precedente) Pietro Vidal, il quale si trovava verso il 1195 alla corte di Bonifazio marchese di Monferrato († 1207) e cantava, con quella mobilità tutta sua, di cose italiane con affetto di concittadino, lodando:
… la doussa terra de Canaves,
incuorando alla guerra i Pisani e alla pace i Milanesi, e protestando ch'egli vuol prender stabile dimora:
… entrels Lombartz joios
pres de mi dons qu'es gaia blanc' e liza.
(1 : Monaci, Testi antichi, pag. 67. “tra i Lombardi gioiosi, e presso la mia donna che è gaia bianca e grassoccia” Allude probabilmente a madonna Azalais moglie di Manfredi II marchese di Saluzzo. Cfr. Chabaneau, Biogr. di Troub. pag. 86 n a)

Unito al nome di Vidal troviamo quello di un italiano che ebbe con lui una tenzone, di poco anteriore al 1190, ed è Manfredi II Lancia. 
(2 : La tenzone è in Monaci, op. cit. p. 68. Il figlio di questo, Manfredi III Lancia che fu podestà di Milano nel 1253 e morì nel 1257, fu oggetto di due fiere invettive di Guglielmo de la Tor (Archiv. XXXIV 190) e di Ugo di S. Circ. (Mahn, Gedichte IV, 42). Si cfr. Schultz: Die Lebensverhältnisse der italienischen Trobadors nella Zeitschrift. rom. Phil. VII, 187, e la recensione del Casini nel Giornale stor. della Lett. ital. II 395.)

Non è improbabile che Vidal si trattenesse qui fino al 1202, nel qual anno il marchese Bonifacio partì a capo della quarta crociata.
Alla corte dello stesso marchese erano stati anche altri trovatori. Gaucelmo Faidit (1190-1240) di ritorno dalla terza crociata pare si trattenesse in Monferrato: certo cantò le lodi di Bonifazio e di sua sorella Beatrice, e dalla Provenza, dove lo attirava il suo amore per Maria di Ventadorn, scriveva al pros marques proponendosi di tornare a vederlo:
quar totz los faitz son de bela semblansa:
e diguas lim leialmen ses duptansa
que mos Conortz mi rete sai tan gen
perqu'ieu estauc que nols vei plus soven. 
(1 : “poichè le sue azioni son di bella sembianza; e digli (canzone), lealmente e senza dottanza che il Mio Conforto qui mi ritiene così gentilmente che per questo io sto che nol veda più sovente.” Mio Conforto è il nome poetico della dama amata.)

Lo rivide in Oriente, alla quarta crociata ove egli lo accompagnò, donde poi tornò in Provenza al vecchio amore.
Il trovatore che più famigliarmente visse in Monferrato fu Rambaldo di Vacqueiras (1180-1207). Questo eminente artista fu figlio di un povero cavaliere. Dopo aver preso attiva parte in Provenza alle questioni riguardanti la casa d'Orange, di cui egli era protetto, venne in Italia ov'era già noto di fama. Al passare per Genova un'avventura con una popolana non gli andò bene, chè alle lusinghe del poeta la donna risponde con ingiurie del dialetto genovese, che, come si sa, ne è ricchissimo. Rambaldo stesso ne fece un dialogo assai vivacemente umoristico:

Que no s cove ni s'eschai:
Ains taing ben, si a vos plai,
Que de bon sen vos enquera,
E que us ama ab cor verai,
E vos que m gitetz d'esmai.
Qu'eu vos sui hom e servire,
Quar vei e conosc e sai,
Quan vostra beutat remire
Fresca com rosa de mai,
Qu'el mon plus bella no sai,
Per qu'ieus am e us amarai,
E si bona fes mi trai
Sera peccatz.

La donna: Iujar, to provenzalesco
Si ben s'engauza de mi,
Non lo prezo un genoí,
Nè t'entend chiù d'un Toesco
O Sardesco o Barbarí,
Ni non ho cura de ti:
Vo' ti cavillar con mego?
Se lo sa lo meo marì
Malo piato avrai con sego.
Bel Messer, vero ve di'
Non voll'io questo lati:
Frare, zo aia una fi:
Provenzal, va mal vesti,
Lagame star.

(1 : “Donna non siate tanto fiera, chè non conviene e non sta bene, anzi è conveniente che, se vi piace, io di buon senno vi supplichi e che di cuor verace io v'ami, e che voi mi togliate di pena. Chè io sono vostro vassallo e servo, perchè vedo e conosco e so, riguardando alla beltà vostra fresca come rosa di maggio, che al mondo non ve n'è migliore; sì ch' io v'amo e v'amerò e se buona fede mi falla sarà peccato.” Vedi tutta la tenzone in Bartoli, op. cit. 80-81. È notevole che queste strofe genovesi e un'altra in un discordo poliglotta dello stesso Rambaldo sono i versi più antichi in lingua italiana ai quali si possa assegnare una data, essendo essi composti certamente innanzi al 1202, e questa tenzone forse prima del 1200.)

Che il povero Rambaldo fosse mal vestito, par vero: Alberto marchese Malaspina, tempo dopo, gli rinfacciava in una tenzone, già citata a pag. 50 d'averlo sfamato e albergato a Pavia. La fortuna del Vaqueiras cominciò quando fu accetto in corte del marchese Bonifacio II: egli fu vestito, regalato, fatro cavaliere, tenuto come amico e fratello d'armi. Quivi lo attendeva anche l'amore di Beatrice, sorella del Marchese. 
È famosa la poesia di Rambaldo, nella quale egli finge che tutte le donne d'Italia vengano ad assalire il Bel Cavaliere, cioè Beatrice, per torle bellezza e pregio e cortesia. Inutile dire che l'oste nemica è sconfitta vergognosamente. Beatrice pagò le lodi, se s'ha a credere alla biografia provenzale, col più ambito premio d'amore; ma a turbare la lieta vita di Rambaldo, venne la quarta crociata. Morto il conte di Sciampagna, i cavalieri francesi ne offersero il comando a Bonifazio, e con lui, dopo angosciosi dubbi, s'imbarcò il Vaqueiras. Combattè valorosamente in Sicilia e in Grecia e cadde probabilmente a fianco del suo signore nell'agguato che gli fu teso da una masnada di predoni del monte Rodope, nel 1207. Certo dopo quell'anno scompare ogni ricordo del grande trovatore.
Nell'occasione che l'ambasceria dei nobili francesi - vi era il Villehardouin, il futuro celebre storiografo della crociata - si presentava al Marchese annunciandogli la sua elezione a capo dell'impresa, troviamo in quella corte un altro Provenzale Folchetto da Romans del Viennese (1200-1230). Questi visse quasi sempre in Italia; e nell'occasione sopra accennata scambiò una strofa con un conte di Biandrate. 
(1 : Vedi questa breve tenzone in Monaci, op. cit. 87.) 
Molto probabilmente questi è Umberto di Biandrate, che altri documenti ci mostrano in relazione coi trovatori; per esempio una tenzone tra lui e Guglielmo della Torre (1220-55), e le lodi che ebbe da un poeta suo protetto, Nicoletto da Torino (1225-38 circa). Folchetto da Romans fu poi ospite di Azzo VI marchese di Este: ma anche là ricordò il suo primo benefattore, di cui pianse la morte, rinfacciando ai suoi discendenti di essere gretti ed avari. L'accusa non è al tutto fondata. Il marchese Guglielmo IV (1207-1225) dette anch'egli ospitalità ai poeti, tra cui è degno di ricordo Aimerico da Pegulhan di Tolosa (1205-66). 
Questi peregrinò per tutte le corti italiane, cantando in ammirevoli versi, or d'amore, or di crociate, or di compianto per le morti de' suoi protettori, che oltre il citato Guglielmo di Monferrato, furono il marchese Guglielmo di Malaspina nipote di quell'Alberto che poetò in provenzale: Azzo VI marchese d'Este († 1212), la cui figliola Beatrice egli lodò viva e pianse estinta, e verseggiò anche per Federico II imperatore, e deplorò la valorosa morte di Manfredi (1266).
Altro poeta degno di ricordo è Ugo di San Circ (1200-1256 circa). 
Egli venne in Italia prima del 1220, nel quale anno press' a poco ebbe una tenzone con Nicoletto da Torino; visitò la Lombardia e il Bresciano, poichè ivi conobbe due dame da lui ricordate, Alagia di Vidallana e Adonella del Bresciano: e fors'anche la corte di Corrado Malaspina, cugino del già citato Guglielmo, del quale egli ricorda le figlie Maria dei Monti e Selvaggia d'Auramala. Dopo il 1225 egli è nella gioiosa Marca di Treviso ove conobbe Azzo VII d'Este (1215-64) e il fratello di Ezzelino da Romano, Alberico, col quale scambiò una strofa in provenzale. Nel trevisano prese moglie e le cure della famiglia gli fecero lasciare per sempre la poesia; forse nella quiete della vita famigliare si diede a scrivere le cose sue più serie: egli infatti è l'autore di molte delle biografie di poeti provenzali che siam venuti citando.
Chiuderemo questa incompleta rassegna col nome di Guglielmo Figueira di Tolosa (1215-50). A differenza de' suoi compagni d'arte, egli preferì i popolani ai nobili, la taverna alle sale dei castelli. Era, dice la biografia, buon poeta e buon cantore, ma solo quand'era tra i suoi compagnoni; la presenza di un signore gli guastava il sangue. Contuttociò era partigiano dell'Imperatore Federico II e avverso a Roma e al papa, contro cui scagliò le più furibonde invettive che il Medioevo ci abbia lasciato.
(1 : Raynouard, IV 307 e 309. Molti trovatori, oltre i citati, furono in relazione con l'Italia o per versi mandati in lode o in biasimo di cose e persone nostre o per dimora che qui hanno fatto. Noterò i seguenti; Bernardo di Ventadorn (1145-95), Peirol d'Alvernia (1180-1220), Cadenet (? 1208-39 circa), Bernart de Bondeills (1180-1230), Elia Cairels (1220-30) Pietro Cardinal (1210-30), Cavaire (1225-50 circa), Palais (1200-1230), Pistoleta (1180-1200), Peire Raimon di Tolosa (il Giovine? dopo 1200), Elia Barjols (1200-1230, a torto creduto da alcuni italiano) Aimeric de Belenoi (1210-41), Guglielmo Augier Novella (? metà sec. XIII), Albert o Albertet de Sisteron (1220 circa: è forse identico con quell'Albert senza cognome che tenzonò con Simone Doria: fu chiamato anche Albert de Gapenses o Gapençais, Albert de Tarascon, Albertet de Savoia o de Saus), Joan o Joanet d'Aubusson creduto a torto italiano (1230-40 circa), Bertran d'Avignone e Raimon de Salas (tenzone 1215-30), Guilhem Raimon o Raimon Guilhem (2a metà sec. XIII), Mola (verso 1240; tenzonò col precedente; forse italiano), Aimerico senza cognome: (tenzonò con Guilhem Raimon), Bertran d'Aurel (metà sec. XIII) Pietro Guglielmo da Luzerna (italiano? 1220-40), Falconet (verso 1250), Taurel (tenzone col precedente), Guglielmo de la Tor (1220-55), Raimon Bistort d'Arles (verso 1230) Raimon Feraut (1285-1300) che fu al seguito di Carlo d'Angiò, Bertran d'Alamanon 
(id. nel 1259), Raimon de Tors (1244-85).
Alcuni dei sunnominati erano giullari insieme e poeti; tali anche furono, pare, in Italia, Messonget, Augier, Lambert, Amador, Budel, Complit Flor, Guglielmo di Dosfraires, Guglielmo Testapelada, Jacopi, Joanet lo Menor, Raimon, Euneiz, Lestanqer, Oton (tutti 1190-1250 circa).
Tutti i lavori, che trattano della poesia provenzale in Italia, editi fino al 1886, sono indicati negli articoli dello Schultz e del Casini che citai nella nota a pag. 95. Dopo il 1886 nulla è uscito d'importante, tranne i citati Testi antichi del Monaci. A uno studio compiuto su questo periodo della nostra storia letteraria attende, credo, il mio dotto amico T. Casini.)

§ 5. La gran diffusione della poesia provenzale in Italia non poteva non eccitare alcuno dei nostri alla emulazione degli stranieri. Si ebbero dunque poeti italiani in lingua provenzale, i quali insieme coi loro compagni e maestri d'oltralpe presero attiva parte alle lotte politiche e cittadine. La poesia provenzale però non scese profondamente negli strati popolari; pochi sono i trovatori italiani provenienti dal popolo, pochissime le poesie che abbiano l'impronta della popolarità. Il che io non credo provenisse da difficoltà di adattamento del pubblico italiano alla lingua straniera; se così fosse, non si spiegherebbe la diffusione ampia e profonda che contemporaneamente ebbero tra il volgo i racconti
epici francesi. Che per questi la difficoltà ad intenderli fosse maggiore si dimostra dallo sforzo che fecero i cantori per accostare la lingua di que' poemi al volgare italico, donde quelle varie sfumature tra il francese e l'italiano che in complesso e impropriamente diciamo scuola franco-veneta. Nulla di simile per le poesie provenzali; le quali rimasero gustate e apprezzate da una società più eletta, perchè così voleva la natura del contenuto, e l'indole ormai tradizionale della poesia occitanica. Una differenza sarebbe forse che qui la poesia amorosa non tiene così vasta parte del campo poetico come in Provenza, e gli odi e le lotte tra guelfi e ghibellini si esplicarono in numerosi canti e tenzoni di indole politica; ma, salvo poche eccezioni, sono tenzoni e canti che risuonarono nei castelli e nelle corti anzichè per le strade e sulle piazze. 
(1 : Oltre a qualcuno citato nella nota precedente, son qui da ricordare i seguenti poeti provenzali che a torto furono da alcuno creduti nati in Italia: Ugo da Pena (guerreggiò in Provenza sotto Carlo d'Angiò; (1246-85), Folchetto di Marsiglia (v. sopra; il padre fu genovese della famiglia degli Anfosso, ricchi banchieri), Albert o Albertet Cailla o Quaglia (verso 1200?), Guglielmo da Sylvecane (sec. XIII?), Pietro da Rouer (della Rovera: id.), Guglielma de Rozers (2a metà sec. XIII, prov. di nascita, ma abitò Genova dove forse era maritata), Ugo Catola (contemporaneo di Marcabrun.))

Di italiani poetanti in Provenzale, forse la prima menzione è di un tale Cossezen che viene duodecimo nella satirica rassegna che dei trovatori suoi contemporanei fa il già citato Pietro d'Alvernia (1148-1200); qualche strofa già riportammo a pagina 64, ed ora ecco quel che dice di Cossezen:
El dozes us petitz Lombartz
que clama sos vezis coartz,
et el es d'aquel eis parven:
perqu'us sonetz fai gualiartz
ab motz amaribotz bastartz,
e lui apel'om Cossezen.
(1 : “Viene duodecimo un piccolo Lombardo che chiama codardi i suoi vicini ed egli è tal quale come loro; ch'ei fa una musichetta falsa su parole amarognole e bastarde, e il suo nome è Cossezen.”)
(N. E. El nombre Cossezen podría significar coén o coent, que escuece, urticante, que produce escozor, debido a sus “palabras amargas y bastardas” : “motz amaribotz bastartz” : parole amarognole e bastarde.)

Sgraziatamente non possiamo contraddire al severo giudicio di Pietro poichè di Cossezen nulla ci si è conservato. Il primo di cui qualcosa ci rimanga sembra essere quel Manfredi Lancia di cui ricordammo la tenzone con Pietro Vidal. Suo contemporaneo fu Alberto marchese di Malaspina detto il Moro (1162-1210), figlio di Obizzo, del quale già menzionammo la tenzone con Rambaldo di Vaqueiras, e di cui abbiamo inoltre una canzone. (2 : Chabaneau, op. cit. Indice. Pare invece che solamente la tenzone sia sua.)
Verso la fine del secolo XIII fiorì pure Pietro della Cavarana (o Caravana) di cui ci resta un bel serventese, di impronta affatto popolare, destinato a incuorare le città lombarde contro Enrico VI, nel 1196. Il poeta eccita l'odio contro i Tedeschi:
La gent d'Alemaigna
non voillaz amar,
ni la soa compaigna
nous plaza usar,
c'al cor m'en fai laigna
ab lor sargotar.
(1 : “La gente d'Alemagna non vogliate amare, nè vi piaccia usare la lor compagnia; chè del loro singulto me ne vien schifo al cuore.”)
(N. E. Sargotar : sanglotar; sanglot, singlot : cas. hipo, it. singulto.)

Qui al singulto, e più oltre paragona la favella tedesca al latrare di cani arrabbiati; ad ogni strofa segue il fiero ritornello:

Lombart, beus gardaz
que ja non siaz
pejer que compraz
si ferm non estaz. 
(2 : “Guardatevi bene, Lombardi, che or non siate peggio che schiavi se non tenete fermo.” A torto si volle negare l'italianità del Cavarana, e fissare la data della poesia al 1236.)
Anche verso il 1200 poetò Pietro de la Mula, di cui ci restano due serventesi, e che fu, insieme a molti altri trovatori, alla corte di Otto del Carretto marchese di Cortemiglia. Dopo la fine del secolo XIII e durante il XIV i trovatori italiani ci si presentano molto numerosi. Tra il 1212 e il 1229 poetò Rambertino de' Buvalelli di Bologna cospicuo cittadino che prese attiva parte alla vita politica e ricoprì molte onorifiche cariche, tra cui le podesterie di Milano nel 1208, di Mantova nel 1215 e di Modena nel 1217. Più famoso è il mantovano Sordello, che Dante immortalò nel c. 6.° del suo Purgatorio. Nato in Goito nell'ultimo decennio del XII secolo, presto, dice il biografo provenzale, per l'avvenenza della persona e pei meriti dell'arte sua entrò in favore di Ezzelino e Alberico da Romano, col quale anzi tenzonò in provenzale. Si innamorò della loro sorella Cunizza (che Dante vide poi nel c. 9.° del Paradiso) la quale era da due anni moglie del veronese Riccardo conte di S. Bonifacio. Ella che, a detta di Jacopo della Lana antico commentatore di Dante, era così prodiga del suo amore che avrebbe tenuta grande villania a porsi a negarlo a chi cortesemente l'avesse domandata, si lasciò rapire da Sordello nel 1224. Lo scandalo fu grande, e le relazioni coi Da Romano divennero così difficili che, mentre Cunizza prendeva il volo con altri amanti, Sordello passò nel 1229 in Provenza. Ivi peregrinò per altri amori alle corti di Provenza, di Tolosa, del Rossiglione, e probabilmente in Castiglia e nel Poitou. Tornò in Italia, forse verso il 1259. È menzione di lui in una lettera (22 settembre 1266) di papa Clemente IV il quale rimprovera a Carlo I d'Angiò, che aveva allora conquistata la Sicilia, di lasciar Sordello in Novara infermo e senza soccorso. Deve esser morto poco dopo non sappiamo se in Italia o in Provenza, ma la testimonianza di Dante ci lascia credere che morisse di morte violenta o almeno improvvisa. (1 : L'ultimo ricordo di Sordello è in un serventese di Lanfranco Cigala scritto tra il 1268 e il 1273. Cfr. Studi di fil. rom. fasc. 12.°)
Sordello, pei meriti d'arte, è il migliore degli Italiani che scrissero in provenzale; di lui ci resta un poema morale e una quarantina di liriche tra cui il celebre compianto in morte di Blacasso (1236).
(1 : Prepara l'edizione critica di questo trovatore il dotto romanista italiano C. de Lollis.)
Merita pure un ricordo il trovatore Nicoletto da Torino, fiorito tra il 1225 e il 1238; di lui ci restano tre tenzoni con Folchetto da Romans, Ugo da 
S. Circ e Giovanni d'Aubusson. L'ultima, del 1236, celebra il valore di Federico II e i suoi apprestamenti contro le città lombarde. Posteriore a lui e più lodato, sebbene non ci resti che una tenzone sua con Raimon Guillem, è Ferrarino da Ferrara (1250-1306) che fu onorato prima dai 
Da Romano e poi, caduta la loro potenza nel 1260, da Gherardo da Camino, signore di Treviso. Egli, dice la biografia, meglio si intese di lingua e di poesia provenzale che niuno che fosse mai in Lombardia... 
e quando i marchesi (Azzo VII, Obizzo II e Azzo VIII da Este) facevano festa e correanvi giullari che sapesser di lingua provenzale, andavan tutti da lui e lo chiamavano loro maestro. Pare sia morto assai vecchio in Ferrara. Anche nella vicina Venezia risuonò la musa di Provenza: e veneziano fu Bartolomeo Zorgi (1266-1287) del quale ci restano 18 poesie provenzali. Zorgi era stato fatto prigione dai Genovesi nel 1266: mentre era prigioniero scambiò col genovese Bonifacio Calvo una bella tenzone, ciascuno in difesa della propria patria. Tornato a Venezia dopo sette anni di prigionia fu mandato governatore di Modon in Morea dove morì. Oltre al già nominato Bonifacio Calvo (1250-66), di cui ci restano 17 poesie, oltre due tenzoni e una canzone portoghese, Genova ha avuto una vera pleiade di trovatori provenzali. Tra essi, Luca Grimaldi (1242-62; nessuna poesia resta), Giacomo Grillo (id.) di cui resta una tenzone con un altro genovese, Simone Doria (1250-71) il quale ha altre due tenzoni; Perceval Doria (1250-83) di cui son perdute le poesie provenzali e che è forse lo stesso Dore cui sono attribuite due canzoni italiane nel Vat. 3793: Luchetto Gattilusi (1268-1300) e Lanfranco Cigala (1241-73) del quale sono ricordate più di trenta poesie che in gran parte ci restano e che è certo il migliore de' trovatori suoi compatrioti. 
(1 : Alla schiera de' trovatori italiani si debbono aggiungere (alcuno con qualche incertezza e alcuno italiano di regno e non di nascita) i seguenti pei quali m'è mancato lo spazio nel testo:
Coine (incerto se prov. o ital. Una tenzone con Ramb. de Vaqueiras). Conte di Briandrate (1202; v. pagina 98). Alberico da Romano (Una strofa con Sordello, verso il 1225). Il Pavese (Perticari dice Lodovico il Pavese; una strofa composta verso il 1225). Isabella (incerto se prov. o ital. Pare fosse alla corte dei Monferrato, e il Bartoli (op. cit. pag. 71) crede fosse della famiglia Malaspina; una tenzone con Elias Cairel) (1200-30). Tomaso II conte di Savoia (1235-59: nessuna poesia, ma sappiamo ne compose in prov. da Lanfranco Cigala). Federico II imperatore (1212-50. Una strofa, attribuitagli da Giovanni Nostradamus). Terramagnino da Pisa (Vedi pagina 4). Paolo Lanfranchi di Pistoia (Una poesia del 1284). Obs (Obizzo?) de' Biguli (probabilmente della famiglia De Bigolis di Piacenza. Nessuna poesia: ricordato da Guillem Raimon). Scot (genovese; forse Ogerio Scotto ricordato in una carta del 1256. Nessuna poesia; sappiamo però che tenzonò con Bonifacio Calvo). Arnaldo de Brancalò o Brancaleone (Italiano?? Data incerta. Una canzone religiosa); Luchetto Lascari di Pignone e frate Lascari de' conti di Tenda (citati, dal Bartoli, opera citata pag. 72). Rugetto o Ruggeretto da Lucca (Data incerta; nessuna poesia. Citato come poeta prov. dal Redi nel Bacco in Toscana, p. 97). 
Giacomo da Leona (sec. XIII, poeta italiano, sappiamo da Guittone d'Arezzo che scrisse anche in provenzale). Migliore degli Abbati (Fiorentino, contemp. di Carlo d'Angiò. Secondo la novella 80a del Novellino avrebbe poetato in prov.). Dante da Maiano (fine sec. XIII, due sonetti in provenzale). (N. E. Maiano, cerca de Fiesole, aunque se discute si era del mismo pueblo que F. Mistral, en la Provenza. Contemporáneo del Dante.)
Federigo III re di Sicilia (1296-1338. Due strofe scambiate con Pons Ugo III conte d'Ampurias). Anonimi rimangono un canto diretto a un giudice di Gallura, un compianto in morte di Manfredi, uno in morte del patriarca d'Aquileia Gregorio da Montelongo, uno in morte di re Roberto di Napoli (1243); ignorasi, naturalmente, se di autori italiani. Cfr. anche al cap. VII il Chastel d'amors.
I manoscritti o canzonieri provenzali che ci hanno tramandato le poesie trovadoriche sono per solito designati con lettere dell'alfabeto. La prima lista, quasi completa, fu data dal Bartsch, Grundriss p 27-31; è ripetuta, con notevoli accrescimenti, nei Testi antichi del Monaci, col X-XII. 
Le ultime aggiunte che vi si possono fare sono, a mia notizia, queste: “codice F. da esso proviene parte della miscellanea ambrosiana D. 465 inf. n.° 25, e fratello dell'ambrosiano è il parmense Palatino 990”. - “codice H. v. su esso alcuni appunti del De Lollis in Revue des lang. rom. XXXIII, 157. Edito paleogr. in Studi di fil. rom., vol. V.)

Contemporaneamente a questa tenacità di vita della poesia provenzale tra noi, sorgeva imitatrice di essa la poesia nostra volgare. Seguirne i passi e vedere come si svincolasse a poco a poco dai legami dell'imitazione diretta e come dalla fredda convenzionale rimeria erotica dei nostri più antichi sbocciasse il dolce stil nuovo, sarebbe invadere un campo non nostro; oltrechè tale studio fu già fatto e assai bene da Adolfo Gaspary nella sua Scuola poetica siciliana. Diremo solo che la tradizione provenzale in Italia sorpassò di non poco il secolo XIV. 
Dante ne fu conoscitore e scrisse egli stesso in quella lingua, e se sono incerte alcune liriche, son però certamente sue le terzine provenzali che chiudono il canto XXVI del Purgatorio. Il suo imitatore, Fazio degli Uberti, ha anch' egli otto terzine provenzali nel IV canto del suo Dittamondo. Nella Leandreida, poema anonimo, Arnaldo di Mareuil parla a lungo nella sua lingua materna. Ma sono queste le ultime traccie di composizione provenzale. Il Petrarca e il Boccaccio, l'uno per le liriche, l'altro per le sue novelle, attinsero spesso a fonti provenzali e mostrano di conoscere profondamente quella letteratura, ma nulla in quella lingua hanno scritto. La larga onda del classicismo seppellì per più di un secolo, insieme con molte cose del Medioevo, anche la letteratura occitanica. Non così però che se ne perdesse il ricordo, e già vedemmo che in Italia dov'ella aveva più tenacemente vissuto trovò poi i suoi primi illustratori. Ma quando, nel cinquecento, il Barbieri, il Castelvetro, e gli altri che citammo nel Cap. I, la ristudiarono con tanto amore, essi nol fecero che con intenti critici e storici, e a loro, come a noi, non fu dato che indagare e interrogare le sparse rovine del già maestoso edificio.