martes, 3 de noviembre de 2026

Capitolo II. Lingua provenzale: confini e nomi. La Provenza Greco-Romana (Restori)

Capitolo II.

Lingua provenzale: confini e nomi. La Provenza Greco-Romana: invasioni barbariche: il basso latino. Primi documenti letterari.

Capitolo II. Lingua provenzale: confini e nomi. La Provenza Greco-Romana

§ 1. La lingua provenzale nel suo più ampio significato, abbraccia non solo tutto il mezzodì della Francia, ma oltre i Pirenei anche la Catalogna e l'antica contea di Valenza fino a comprendere le isole Baleari. In così vasto territorio dobbiamo fissare le divisioni e le distinzioni che naturalmente vi si produssero. E innanzi tutto staccheremo in modo definitivo dal complesso provenzale il gruppo catalano-valenziano, del quale linguisticamente fa parte - è bene notarlo - la contea del Rossiglione, quantunque al di qua dei Pirenei. La Catalogna per sue particolarità di lingua e più ancora di svolgimento letterario, sebbene più d'ogni altro paese abbia sentito e seguito l'impulso venuto di Provenza, merita un posto separato: e la storia della letteratura catalana non deve confondersi con quella della provenzale.
(N. E. JA JA JA! Este tío es peor que Narciso Feliu, el de los anales.)

independència de Catalunya, frustrada


Al Sud dunque i Pirenei, a Levante le Alpi sono confini se non dappertutto esattissimi almeno ben visibili tra la lingua della Provenza e le favelle vicine. Non altrettanto agevole è il tracciare la linea che separa il Provenzale dal Francese. Essa linea è stata cercata con minuziosissime ricerche, (1) ma si capisce che queste non potevano dare un risultato indiscutibile. (1 : De Tourtoulon et Bringuier: Étude sur la limite géographique de la langue d'oc et de la langue d'oïl. Paris, 1876. Cfr. Suchier in: Z., II, 325. P. M. in: Romania, VI, 539.)
Dove manchi una barriera naturale e non si tratti di popoli di razza diversa, il confine tra due lingue o tra due dialetti non può essere come una cinta daziaria o una frontiera politica; non si passa bruscamente dall'una all'altra, ma per gradi insensibili. Dice in modo evidente Gaston Paris: “se si immagina una catena di contadini dal golfo di Marsiglia allo stretto della Manica, ciascun di essi intenderà perfettamente i suoi vicini di destra e di sinistra: intenderà meno se si salta uno o più gradi; ma se poi porrete di fronte il primo e l'ultimo (se essi non conoscono che il proprio dialetto non s'intenderanno affatto.” Dal provenzale al francese si passa dunque per sfumature, come tra i colori dell'iride: il che non toglie che siano due lingue veramente distinte come distinti sono, per esempio, il giallo ed il violetto dell'arcobaleno. Fatte queste riserve, diremo che comunemente per agevolare anche il metodo della trattazione, si suole dividere la lingua francese dalla provenzale con una linea che partendo dall' Atlantico al di sopra di Bordeaux salga al Nord, passando per la parte orientale della Charente e pel Settentrione della Haute Vienne e della Creuse, e toccando il Rodano poco sotto Lione si prolunghi fino alle Alpi traverso il Delfinato. (1 : In modo più spiccio, si tiri una linea dalla Rochelle a Grenoble: essa è press' a poco esatta. Cfr. Aubertin: Hist. de la langue et litt. fr., Paris, 1883, I, 159.)
Dell' alto Delfinato, di una porzione del Lionese fino alla Franca-Contea e al lago di Neufchâtel, comprendendo la Svizzera francese e parte della Savoja, l'insigne glottologo Ascoli, guidato da importanti caratteri glottici ha formato un sistema a parte da lui chiamato franco-provenzale, appunto perchè come geograficamente, così anche nella favella tiene caratteri dell'uno e dell'altro. Noteremo poi anche, che verso il Sud-Est quel gruppo di dialetti che sono compresi tra i Pirenei e la Garonna, ossia nella regione di Guascogna, presentano particolarità così distinte che alcuni dei più dotti romanisti come lo Chabaneau e il Luchaire, inclinano a considerarlo come lingua separata. Riassumendo, distingueremo quattro grandi varietà: il franco-provenzale al Nord Est; il provenzale al centro; il Guascone al Sud Ovest; e, oltre i Pirenei, il Catalano. (2 : Alberto de Sisteron, poeta del XII sec., divide la Francia, pel linguaggio, in due parti, Catalani e Francesi, e nei primi comprende la Provenza, il Limosino, la Guascogna, l'Alvernia e il Viennese. Cfr. Diez: Poésie des Troub., pag. 2 della traduz. fr.) 
(N. E. Catalani = castellani, catalán = castellano. Por cierto, los catalanes de Barcelona, en 1505, aún decían òc, oc, och, hoc : sí afirmativo, como aún se dice en Vielha y se dijo en todos los dialectos de la lengua de òc, Languedoc, occitan, ocsitá, occità.)

Loís Alibèrt: dialèctes occitans, catalan comprés

§ 2. Questo breve esame linguistico non deve spaventare il lettore; soltanto dopo la precoce decadenza che colpì la letteratura provenzale, i dialetti si differenziarono assai e si isolarono sempre più gli uni dagli altri. Ma nella letteratura medioevale del Mezzodì della Francia vi fu assai maggiore unità di quanto potrebbesi credere: un tipo comune di linguaggio si stabilì, al quale più o meno come a lingua letteraria s'accostarono i trovatori e gli scrittori; tanto anzi, che il determinare a quale provincia appartennero gli autori delle molte opere giunteci anonime è una delle più difficili e più delicate indagini della scienza moderna.
Questa lingua letteraria che non offriva, nei suoi dialetti, differenze sostanziali, i cui poeti erano intesi e le loro poesie applaudite dalla Loira all'Ebro (N. E. y Toledo o León, v. Alfonso X el sabio), dal golfo di Guascogna alle Alpi, l'abbiamo finora chiamata provenzale. Ebbe anche altri nomi. Gli antichi trovatori la chiamavan generalmente roman o lengua romana, ma questo epiteto non può essere applicato ad una sola delle lingue nate dalla favella di Roma. E infatti con la stessa parola i Francesi designavano il loro volgare, ed uguale diritto a una simile denominazione avrebbero e l'italiano e lo spagnuolo e il portoghese. 
Fu anche detta limosino (lengua de Lemosì) dal nome della provincia ove la si parlava con maggior purezza e che diede i migliori poeti. 
Lo constata Raimon Vidal nelle sue Razos e le Leys d'amors rimproverano ai loro compatrioti tolosani alcuni vizi di lingua, opponendovi la correzione grammaticale del limosino. I primi trovatori, benchè guasconi e santongesi (1 : Per es., Cercamon, Marcabru, G. Rudel. Cfr. Chabaneau, in Rdlr., XV, 157.), scrissero in esso idioma e oggi ancora il limosino moderno merita d'esser detto il toscano dei dialetti provenzali.
I catalani poi ritennero questo nome di llemosi a significare il proprio idioma, il che è ad un tempo una verità ed una usurpazione. Verità perchè, come vedemmo, il catalano è un dialetto e non dei meno importanti, della lingua provenzale; usurpazione, perchè essi ristrinsero a sè un nome che doveva indicare il comune linguaggio del Mezzodì della Francia. (1 : Il vezzo di citare un dialetto per la lingua, ossia di prendere la parte pel tutto, spiega i nomi di lengua d'Alvernha o de Caersin (del Quercy), e perfino di gascon, che si trovano talora usati a indicare la lingua letteraria.)
Un terzo nome è quello di Lingua d'oc (o, in basso latino, lingua occitanica) prendendo la divisione dalla particella affermativa oc in provenzale, oïl nel francese antico, e sì in italiano. Questa denominazione ha per sè nientemeno che l'autorità di Dante, (2)
oltre a quella di alcuni trovatori della decadenza: ed avrebbe il merito d'esser più generale e meno atta ad equivoci.
(2 : De Vulg. Eloq., (N. E. De vulgari eloquentia, en latín) I, 8: alii oc, alii oïl, alii si affirmando loquuntur. Dante conosce anche il nome di provincialis o provenzale: usato poi da Francesco da Barberino, dall' autore del Novellino, da Fazio degli Uberti. Cfr. P. Meyer: La langue romane du Midi de la France et ses differents noms, negli Annales du Midi, N. 1.)
Pure non prevalse; ed il comune consenso le ha conservato il nome di lingua provenzale. 
Tal nome non fu ignoto agli antichi: abbiamo visto Ugo Faidit (cap. I, § 2) chiamare la sua grammatica Donatz proensals; il nome di Provenza o Regno provenzale è poi quasi sempre usato da cronisti e da poeti quando intendono accennare al complesso politico dei paesi al Sud della Loira. (1 : Diez: Poesie, ecc., pag. 5, trad. fr.) 
Perciò noi accetteremo questo nome, ma bisogna espressamente notare che con esso intendiamo la lingua letteraria generale e comune al Mezzodì della Francia, e non il dialetto della Provenza propriamente detta, il quale anzi di tutti i dialetti della lingua d'oc era il meno vicino alla purità classica. (2 : La Provenza, intesa in istretto e proprio significato, è presso a poco tra le Alpi, la Duranza, il Rodano e il mare.)
Ne abbiamo una prova parlante: verso il 1300 un poeta che nacque e scrisse nella Provenza, Raimond Feraud, si scusava di non scrivere in puro provenzale dicendo
Car ma lengua non es
de dreg proensales.

(N. E. Será imbécil este autor. Será que mi tocayo Féraud o Feraud escribía en noruego!) 

§ 3. Finora della lingua provenzale abbiamo soltanto definito alcune particolarità esteriori: quali confini e quali nomi ebbe e quale ne conserva. È tempo di addentrarci in più intime ricerche. La prima domanda è naturalmente quella delle sue origini.
Nessuno ignora (N. E. no seas tan optimista) che la parte meridionale della Francia, abitata dagli Aquitani a Ovest, dai Celti ad Est, fu una delle prime conquiste di Roma e che, anzi, la si disse per antonomasia Provincia, donde il nome di Provenza. In questo paese a differenza di altri, per esempio, della Francia del Nord, Roma ebbe certo un'azione civilizzatrice almeno negli ordinamenti politici: ma è bene ricordare che ivi aveva trovato non barbari feroci, ma popolazioni che il contatto dei Greci aveva già dirozzate. Marsiglia era colonia greca; (1) essa aveva fatto sentire la propria influenza su tutta la costa e anche assai addentro nel paese; ad ogni nuovo scavo in Provenza si trovano monete, vasi greci, inscrizioni che attestano quanto vasto fosse il campo dei commerci e delle relazioni gallo-elleniche. (1 : Il Fauriel scrisse sulla influenza della civiltà greca nel Mezzodì della Gallia due dei più attraenti capitoli della sua opera (il 3° e il 4°); ma le sue affermazioni non hanno ancora trovato una prova sufficiente.)
Ognuno vede che il felice connubio della greca gentilezza e della forza romana doveva fare della Provenza un paese privilegiato, e in realtà il Mezzodì della Francia, fu, tra le provincie dell'impero, quella che più prontamente si latinizzò, e la più feconda di uomini illustri, di oratori, di storici, di poeti.
Questa accettazione dei costumi, della lingua, in una parola della civiltà di Roma, doveva essere e fu assai pronta nelle classi sociali più elevate, le quali avevano tutto l'interesse a confondersi coi dominatori; fu più lenta invece nelle masse popolari. Esse certo dovettero per lungo tempo conservare l'antica lingua celtica; e la lotta tra gli idiomi indigeni e il latino dovette nei bassi strati sociali essere più lunga e tenace. Il latino ne fu bensì vincitore, ma non senza profonde ferite. Secondo ogni apparenza questa lotta non finì completamente che nel IV secolo, ed è giusto il dire che alla vittoria del atino contribuì potentemente l'espandersi del cristianesimo. Il quale, se minò l'esistenza politica dell'impero di Roma, con l'adottarne la favella fu strumento efficacissimo a farla intendere e usare dai volghi, facendola discendere e penetrare tra le plebi cittadine, tra i contadini, tra gli schiavi, a profondità insomma dove l'efficacia della civiltà, dell'arte, della legge, della scienza, era nulla o quasi. Gli estremi avanzi degli idiomi indigeni, ultimo ricettacolo delle antiche superstizioni, furono allora cancellati dalla memoria del volgo e la vittoria del latino assicurata. Del latino però quale poteva parlarsi da plebe indotta e straniera; del sermo vulgaris o rusticus ben diverso dal terso e puro linguaggio dei poeti e degli oratori. Il quale, notisi, non piacque mai troppo alla chiesa; poichè se da una parte l'idioma celtico era la lingua dei Druidi e dei loro diabolici riti, dall'altra gli autori classici riboccavano delle non meno abbominevoli memorie di Giove, di Apollo e di Venere.


§ 4. Finchè per altro l'Impero rimaneva saldo, anche il latino classico restava fermo ed assoluto signore, nelle scuole, nei tribunali, in ogni cosa che si scrivesse o che, tra le classi colte, si dicesse. Le invasioni barbariche del V e del VI secolo rovesciando appunto le scuole ed i tribunali e sminuendo e distruggendo, in alcuni luoghi, affatto ogni azione delle classi colte sul popolo, fecero sì che i vari parlari del volgo non più compressi da una lingua officiale e saldamente ferma nelle sue basi grammaticali e sintattiche, si sviluppassero più liberamente e più rapidamente e, com'è naturale, nel loro sviluppo s'andassero sempre più gli uni dagli altri differenziando. Così dal tronco latino si separarono come rami le varie lingue che noi chiamiamo romanze o neo-latine. Accordare alle invasioni barbariche maggiore efficacia di quanto abbiam detto, efficacia che i barbari esercitarono indirettamente e inconsciamente, è una vecchia opinione ormai sfatata. Tranne pochi vocaboli, generalmente di cose di guerra, di caccia o di marina, nulla nella lingua provenzale attesterebbe una sovrapposizione germanica. 
Ed è naturale: perchè se nei campi di battaglia vince quasi sempre, purtroppo, il popolo più barbaro, nel conflitto tra due lingue, vince sempre quella che oltre il numero dei parlanti, ha per sè più lunga e venerata tradizione letteraria e più ricchezza di idee, quella in una parola, che rappresenta una maggior somma di civiltà. Il Mezzodì della Provenza, sotto questo aspetto, fu più favorito che le regioni vicine: 
nel V secolo all'Est si stanziarono i Burgundii, ad Ovest tra la Loira e i Pirenei, i Visigoti, popoli geniali e inclini alla civiltà latina assai più che, ad esempio, i Franchi al Nord, i Vandali in Africa, e i Langobardi in Italia.
(N. E. Lombardía, llena de barbas largas.)
Al principio del VI secolo Clodoveo re de' Franchi e cattolico, dopo avere sottomesso i Burgundii scese al Sud per combattere i Visigoti, ariani.
Ma ad onta di questa dominazione franca, nel Mezzodì l'elemento germanico rimase incomparabilmente minore del romano: e ciò spiega la profonda divisione che in tutto il Medio Evo è tra la Francia del Nord e del Sud, e gli sforzi continui di quest'ultima per sottrarsi alla signoria di quella. Le popolazioni del Mezzogiorno con cui oramai i Visigoti s'erano completamente fusi, continuavano a parlare il latino, la lingua romana rustica, o, come noi diciamo, il basso latino. Del quale è bene farsi una chiara idea.

§ 5. Fino dal V secolo Mamerto Claudiano scrive a Sapaudo che i solecismi e i barbarismi scacciano la grammatica a pugni e a calci. 
(1 : “Grammaticam video... pugno et calce propelli,” Aubertin, op. cit., I, 54.)
Gli scrittori si sforzano ancora di tener viva nella Gallia la purezza classica: nomineremo Claudio Mario Vittore, Paolino, Salviano, e più di tutti Sidonio Apollinare. Ma dopo la caduta dell'Impero la dissoluzione precipita; il VI secolo non ha più, se ne togli l'italiano Fortunato, un poeta che meriti d'essere ricordato. Il linguaggio del volgo alterato dalla barbarie crescente, modificato liberamente dal popolo, subisce una degradazione insensibile e si trasforma, senza soluzione di continuità, in una lingua nuova, la quale pure essendo organicamente tutta latina, non offre del latino che un'immagine sfigurata.
Di questa nuova lingua le traccie si trovano nei documenti religiosi e notarili dei secoli VII, VIII e IX, (2) ma si badi che in essi lo scrivano si sforza sempre di accostarsi al latino: la lingua di quei documenti è, per così dire, una media proporzionale tra la lingua volgare che risonava tutto dì alle orecchie e sulle labbra dello scrivente e il latino ch'ei pretendeva di sapere e di scrivere.
(2 : I secoli anteriori al IX mostrano la corruzione del latino. Traccie volgari sono nei documenti del IX secolo; mescolanza di provenzale e di latino nell' XI sec.; tutti in provenzale, solo nel XII secolo. Numerosi documenti sono stati sparsamente editi in ogni tomo della Revue de langues romanes. La collezione più importante è il così detto Memorial des Nobles che comprende 613 documenti dell'Archivio di Montpellier, tra il 1020 e 1204. Circa un centinaio sono in provenzale: di questi il più antico è del 1130 (Rdlr, IV, 480, A. Montel. Ediz. Più completa nel 1886 per A. Germain). Bisogna poi ricordare le così dette Glosse viennesi (Jahrbuch, VIII, 1-13), specie di dizionario a uso tedesco, che raccoglie parole italiane e provenzali; è assai interessante per la linguistica; dell' VIII secolo, ma francesi, non provenzali, paiono essere le Glosse di Cassel e di Reichenau (Diez: Altroman. Glossare. Bonn, 1865).)
(N. E. Siglo IX, 842, Serments, juramens de Estrasburg en proto chapurriau y lo juramén del poble alemán.)

Ma che povera scienza! Si può infatti immaginare qual fosse il latino parlato quando il latino scritto si permette di queste licenze: “Praesentiam ipsius lui” (alla sua presenza); “Requiiscit membri bone memoriae Andolena bona caretate suam” (qui ri posano le membra di Andolena di buona memoria, amata per la sua carità); “se penetivit” 
(si pentì), e infine si racconta che il papa Zaccaria, nell'VIII secolo, dovette rassegnarsi a convalidare dei battesimi fatti con questa strana formula; “In nomine de Patria, et Filia, et Spiritua sancta.” 
La ignoranza e la corruzione linguistica furono però assai maggiori nella Francia del Nord che nella Meridionale. (1 : Di tale ignoranza si citano esilaranti esempi. Santo Ouen (VII sec.) tratta come scellerati Virgilio Omero e Menandro; fa di Tullio Cicerone due persone distinte. Il biografo di Santo Bavone confonde Titiro e Virgilio, e fa fiorire la lingua latina ad Atene, sotto il regno di Pisistrato!)
Infatti la vita letteraria non cessò mai interamente nella Provenza e nell'Aquitania: si hanno notizie di scuole ad Arles, a Vienna sul Rodano, a Poitiers; si insegnava la grammatica e il codice Teodosiano a Clermont; v'era una scuola monastica a Luxeuil in Borgogna. Anche il contatto con gli Arabi, durante l'VIII secolo, dovette influire per qualche cosa sull'indole della nuova letteratura; ma questa influenza da alcuni tanto esagerata, fu minima, se se ne toglie l'aver dato occasione, con le guerre ardenti e continue, a canti popolari storico-epici di cui però non conosciamo che l'esistenza. (N. E. Cosa que no pasó en la Valencia de España, Balansiya.)
Anche altre composizioni in lingua volgare possiamo constatare fino dall'epoca carolingia. Sul principio del IX secolo la chiesa raccomanda al clero di predicare in lingua romana: (1 : Cfr. Capit. VIII, § 2.) 
sappiamo di canti volgari religiosi. Nulla di tutto ciò rimase, perchè nulla probabilmente ne fu scritto; l'uso del latino come lingua letteraria, rinforzato 'nel clero dal rifiorimento degli studi promosso da Carlomagno, rimaneva indiscusso: si parlava, si cantava e si pregava in volgare ma si scriveva in un gergo che voleva esser latino; e ciò perchè il discorso, il canto e la preghiera è di tutti, ma lo scrivere è solo di chi o bene o male ha studiato. Però quest'uso del latino toglieva alla grande maggioranza della popolazione ogni godimento intellettuale, vietandole la conoscenza di ogni produzione letteraria meno quella rozza dei cantatori di piazza e degli istrioni. E in questa condizione, tranne i chierici, erano tutti nobili e plebei, ricchi e poveri: v'era l'eguaglianza dell' ignoranza. Ma tra il secolo IX e il X, rimosso ogni pericolo da parte degli Arabi, spezzato da tempo il legame che riuniva la Provenza alla Francia, erano determinati dalla pace e dalla prosperità, nuovi bisogni e desideri nuovi. Ai quali si prestò la nuova lingua, che incominciò allora ad apparire capace di ricevere una forma artistica e meritevole perciò d'essere scritta.

§ 6. I primi documenti che ne abbiamo sono, e non è meraviglia, tutt'altro che popolari, ma scritti per diletto dei laici o per edificare i fedeli. Essi peraltro dimostrano tale relativa sicurezza e stabilità di metrica, di lingua e perfino di caratteri artistici, che possiamo risolutamente affermare che li dovette precedere una lunga serie di narrazioni e di canti, i quali forse perchè più popolari non furon creduti degni della scrittura. Il primo apparire di qualche cosa che arieggi il documento letterario è nientemeno che del principio del secolo X, e consiste in un ritornello provenzale ad una alba latina contenuta nel manoscritto vaticano “Regina 1462”. L'alba, o canto del mattino, è un genere che si svolse poi con eleganza nel periodo dei trovatori. 
Questa ha già alcune delle caratteristiche di forma e di contenuto che conservò nei secoli XII e XIII; disgraziatamente il ritornello volgare è assai corrotto e guasto. Secondo il Rajna esso sarebbe da dividere così:
L'alba part umet mar atras ol poy
pasa bigil miraclar tenebras;
i quali due decasillabi (1) significherebbero:
(1 : Rajna: L'alba bilingue ecc., in: Studi di fil. rom., II, 67. Recens, in: Romania; avverto qui, una volta per tutte, che conto i versi alla francese, che cioè dà il nome al verso l'ultimo accento (così decasillabo quello che ha l'accento sulla 10a, settenario sulla 7a, ecc.). Nel 2.° verso si pronunci tenebrás.)
“L'alba, di là dall' umido mare, dietro il poggio, passa vigile a spiar per entro alle tenebre.” La frase per sè stessa mostra di non esser popolare. Avremmo invece degli accenni a cose veramente popolari nel mistero di S. Agnese. In questa sacra rappresentazione, per indicare su quale motivo musicale s'avevano da cantare le parole, si citano le prime parole di canti profani. Come esempio di tali citazioni dirò che il Planctum beatae Agnetis doveva esser cantato sull'aria della romanza popolare:
El bosc d'Ardena justal palais ausor
a la fenestra de la plus auta tor
(nel bosco d'Ardena presso l'eminente palagio, alla finestra della torre più alta). Il mistero di S. Agnese è del secolo XIV: questa romanza e le altre quattro citate sono certo assai più antiche, ma di quanto? 
È ciò che non si può dire con certezza, e però è solo assai dubitativamente che le riponiamo tra i documenti più remoti della letteratura provenzale.
Un documento più importante e di molto interesse è il cosidetto Poema su Boezio. È un frammento di 257 decasillabi in un manoscritto del secolo XI della biblioteca d'Orleans. Il Bartsch ne pone la composizione verso l'anno 950, il Meyer invece con maggiore probabilità tra il 1000 e il 1050, ma anche con questa seconda data esso resta il più antico documento letterario, propriamente detto, di Provenza. La lingua di esso mostra essere del Limosino o della Marche; quanto al contenuto esso non è che un travestimento cristiano di alcuni passi del famoso libro De consolatione Philosophiae di Boezio. L'autore è certamente un ecclesiastico, il quale adotta la lingua e la metrica popolare (1) per spargere le sane dottrine della vanità delle cose mondane e della necessità di attendere al cielo. (1 : E propriamente della poesia epica. Sulle convenienze tra la epopea e il Boeci, cfr. Rajna: Origini dell' Ep. fr., p. 491. (Edizioni: Monaci; Facs. di ant. mss., 33-39, paleografica. Hündgen: Boethius. Oppeln, 1883, critica.)

Incomincia come al solito a vituperare la generazione presente e continua narrando come Boezio fu, per fellonia del re, incarcerato, e come nella carcere scendesse a consolarlo una donna celestiale che simboleggia la Filosofia cristiana, il cui abbigliamento e la cui bellezza sono minuziosamente descritti. Il merito estetico in questo frammento di poesia morale è scarso; è invece di alta importanza per la storia della lingua e della letteratura.

§ 7. Da un poema come questo alla poesia prettamente religiosa è facile il passo. (2 : Ricordo qui in nota le 129 strofe della Passione di Cristo e le 40 strofe della Vita di S. Ledgier (Leodegario); sono in un mss. della Bibl. di Clermont. La 1a, scritta in un paese intermedio tra la lingua d'oc e di oïl è solo semi-provenzale: è in ottosillabi rimati a coppia e divisa in quartine; risale al X sec. e non è forse che l'ultima parte, sola rimastaci, di una compiuta storia volgare di Cristo. La 2a, dello stesso secolo, borgognona, appartiene ancor più alla lingua d'oïl. (Cfr. G. Paris: Litt. fr., ediz. 1890, p. 201, 211).)
Noteremo prima un piccolo gruppo di vite di Santi, di cui abbiamo qualche frammento. Sono una Vita del beato Amando, vescovo di Rodez, di cui non ci restano che trentasette versi alessandrini conservatici in due opere del giureconsulto Dominicy di Cahors del 1645 e 1648: il Dominicy li credeva di 600 anni più antichi di lui, ma in realtà essi sono di assai più recenti e forse indegni di figurare tra i primi documenti provenzali; un frammento, assai più antico, di una Vita di S. Fides di Agen: sono 20 ottosillabi formanti due serie ineguali e monorime, conservatici dal Fauchet nel suo libro sull'origine della poesia francese edito nel 1581; essi sono secondo il Raynouard dell'XI secolo. (1 : Tutt' al più del principio del XII.)
Un altro frammento della Vita di S. Fides di Rouergue riportato dal Catel nella sua Storia dei Conti di Tolosa (1623) del quale non si può precisare l'antichità. Certo l'idea di parafrasare in versi una vita o un inno latino non potea venire che in una epoca in cui la poesia popolare esistesse di già. Altrettanto possiamo dire del Pianto di S. Stefano (2) che è un'epistola inframmezzata, ossia che si cantava alla festa del santo, in chiesa, dopo l'epistola canonica. In diciassette strofe di quattro ottosillabi monorimati, essa compendia brevemente la vita e il martirio del santo.
(2 : Esso, anzi, è forse posteriore al secolo XII. Il Gaudin (Rdlr, II, 133-39), ne pubblica due redazioni, ma la 2a non è provenzale ma francese, fortemente provenzalizzata dal copista (Cfr. Romania, I, 363).
(N. E. Planch de Sant Esteve; varias versiones, Villanueva, Raynouard, Saint Martial de Limoges.)

San Esteban, protomártir, el primer mártir, Sant Esteve, Stephanus

Di una epistola dello stesso genere su S. Giovanni Evangelista possediamo solamente le due prime strofe. Abbiamo infine un breve Intermezzo di sei decasillabi che si cantava nella messa di Natale sopra note musicali assai acute, a giudicarne dalla ingenua frase scritta dal cantore: “Un poc soi las, que trop fo aut lo sos;” esso trovasi in un manoscritto di S. Marziale di Limoges, ora a Parigi (manoscritto latino 1139). (1 : Su questi frammenti, v. le citazioni in Bartsch: Grundriss § 7; in generale però si nota nel Bartsch la tendenza di crederli più antichi di quel che realmente sono.)
Carattere più lirico, ma sempre ecclesiastico, hanno due poesie conservateci nello stesso manoscritto, le quali anche paiono più antiche delle precedenti. L'una è un Noel cioè canto per la notte di Natale, a strofe alternate, otto latine ed undici provenzali sul ritmo e sulla melodia dell'inno latino In hoc anni circulo. L'altra è una Preghiera alla Vergine in dodici strofette, alcune delle quali riporto come esempio delle ingenue preghiere della fine del secolo XI:

1. O Maria, deu maire,
deus t'es e fils e paire:
domna, preja per nos
to fil lo glorios.
2. E lo pair' aissamen
preja per tota jen;
e c'el no nos socor,
tornat nos es a plor.
...
5. Eva, moler Adam;
quar creet lo Setam,
nos mes en tal afan
per qu'avem set e fam.
6. Eva mot foleet
quar de queu frut manjet,
que deus li devedet,
e cel que la creet.

(1. O Maria, madre di Dio, Dio t'è figlio e padre, donna, prega per noi tuo figlio il glorioso.)
(2. E il padre altresì prega per tutti, e s'ei non ci soccorre, ci convien piangere.)
(5. Eva moglie d'Adamo, perchè credette a Satanai ci mise in questo affanno, che abbiamo sete e fame.) 
(6. Eva molto commise follia che di quel frutto mangiò che le avea vietato Iddio, (ella) e (Adamo) che la credette).

Se a queste finora ricordate aggiungeremo due poesie di carattere religioso-didattico, un Atto di Fede e una formula di confessione in versi accoppiati di misura disuguale, di pochissimo interesse entrambe, e di cui non è neppur molto certa la remota antichità, avremo terminata la rassegna dei primi documenti poetici, morali e religiosi della letteratura provenzale. (1 : 1 Su queste e le precedenti poesie, cfr. P. Meyer: Anciennes poésies religieuses en langue d'oc. Paris, 1860.)

//


O Maria, Deu maire,
Deus t'es e fils e paire:
domna, preia per nos
to fil, lo glorios.
E lo pair' aissamen
preia per tota jen;
e c'el no nos socor,
tornat nos es a plor.

Confession. 

Eva creet serpen
un agel resplanden;
per so nos en vai gen:
Deus n'es om veramen.
Car de femna nasquet,
Deus la femna salvet,
e per quo nasquet hom
que garit en fos hom.
quar creet lo Setam,
nos mes en tal afan
per qu'avem set e fam.
Eva mot foleet,
quar d'equeu frut manjet
que Deus li devedet,
e cel que la creet.
E c'el no la'n crees
e deu fruit no manjes,
ja no murira hom
chi ames nostre Don;
Mas tan fora de gen
ch'aner' a garimen;
cil chi perdut seran
ja per re no foran.
Adam menjet lo fruit
per que fom perdut tuit:
Adam no creet Deu,
a tot nos en vai greu.
Deus receubt per lui mort
e la crot a gran tort,
e resors al tert dia,
si com o dii Maria.
Aus apostols cumtet
e dis c'ap Deu parlet,
qu'eu poi de Galilea
viu lo verem angera.
Vida, qui mort aucis,
nos donet paradis;
gloria aisamen
nos do Deus veramen!

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§ 8. Ci resta un altro documento poetico di materia affatto profana ma che pure è volto anch'esso a scopo didattico: è un frammento di un poema su Alessandro Magno, in 105 ottosillabi a serie monorime. (2 :  Sulla versificazione di questo frammento, cfr. Rajna: Origini dell'Ep. fr., p. 500 in nota.) 
Sulla storia favolosa dell'eroe macedone fu composto un romanzo greco nel secolo II, in Alessandria, conosciuto col nome di Pseudo-Callistene. Questo libro fu tradotto in latino nel IV secolo da un certo Julius Valerius, e questa traduzione fu fortemente abbreviata ai tempi di Carlomagno. 
In tale stato venne alle mani di Alberico di Besançon (o Briançon) al principio dell'XI secolo, ed egli se ne servì pel suo poema in volgare, il quale (a giudicarne dal principio che solo ci rimane) nella gloria e nella morte prematura del suo eroe, vede illustrata la massima bibblica che tutto sulla terra è vanità. Il dialetto del poema è quello del Delfinato, vale a dire appartiene al territorio Borgognone o franco-provenzale, ed ha perciò mescolanza di caratteri linguistici, con prevalenza provenzale. È da lamentare la perdita di esso non solo perchè è il più antico dei molti poemi su Alessandro Magno, ma anche perchè si vede dal poco rimastoci che non era privo di qualche merito artistico. (1 : Cfr. G. Paris: Litt. fr., ediz. 1890, pag. 74, e le indicazioni bibliografiche a pag. 263.)
§ 9. In prosa, se noi facciamo astrazione dai documenti o carte legali in latino semivolgare che nulla hanno che fare con la letteratura, non abbiamo da assegnare a questo primo periodo se non un frammento di traduzione dell'Evangelo di S. Giovanni, comprendente i capitoli 13-17. 
Si trova in un manoscritto del Museo Britannico (bibliot. Harl. 2928) del secolo XII; la traduzione però pare che risalga al secolo antecedente; essa è letterale ma non senza una certa elegante brevità. Il Meyer giudica che sia in dialetto valdese. Eccone un breve tratto posto a confronto della traduzione italiana del Diodati. (2 : Edito da C. Hofmann: Gelehrte Anzeigen der K. bayer. Akad. der Wissenschaften, 1858. Anche per questo Evangelo non si è assolutamente certi che risalga oltre il 1100.)

C. XIII, - 21. Cum (Jesus) ac aizo diith, fo torbaz per espirit, e afermet e diss: veramen, veramen vos dic que us de vos me trairá.
- 22. Donc esgardaven li disciple l'us l'autre, dobtan de cal o dezia. 
- 23. Mas us de sos disciples era jazens eu se Jesu, lo cal amava Jesus. 
- 24. Aquest cennet Peir, e diiss li: cals es. de cui o dii? 
- 25. E ell cum jaguessa sobre lo peiz Jesu diiss li: dom, cals es? 
- 26. Respon Jesus: aquell es cui eu darai lo pa molliat. E cum ac molliat lo pa, donet lo Juda Simó d'Escarioth. 
- 27. E apres la bucella adonc intret en lui Sadenas.
(21. Dopo che Gesù ebbe dette queste cose, fu turbato nello spirito: e protestò, e disse: In verità, in verità, io vi dico, che l'un di voi mi tradirà. - 22. Laonde i discepoli si riguardavano gli uni gli altri, stando in dubbio di chi dicesse. - 23. Or uno de' discepoli, il quale Gesù amava era coricato in sul seno d'esso. - 24. Simon Pietro adunque gli fece cenno, che domandasse chi fosse colui, del quale egli parlava. 
- 25. E quello inchinatosi sopra il petto di Gesù, gli disse: Signore, chi è? - 26. Gesù rispose: Egli è colui al quale io darò il boccone, dopo averlo intinto. Ed avendo intinto il boccone lo diede a Giuda Iscariot, figlio di Simon. - 27. Ed allora, dopo quel boccone, Satana entrò in lui.)

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Incipit sermo domini nostri Jesu Christi, quem fecit in cena sua quando pedes lavit discipulis suis.

Traduction de l’évangile de Saint Jean, chap. 13 -17 (occitan)

13,1 Aván lo día festál della Pásca sabía lo Salvádre que la sóa óra vé 
que traspásse d’aquést mún au páer. Cum agués amát los sós chi éren el 
mún, en la fí los amét. 2 E fácha la céna, cum diábles ja agués més eu cór que Júdas lo traís, 3 sabens que lo páer li donéth tótas cháusas e sas más e que de Déu eissít he a Déu vái, 4 léva de la céna e páusa sos vestiméns. E cum ac présa la tóala, preceis s’én. 5 D’aquí aprés més l’áiga en la cóncha e enquéth a lavár los pés déus discíples e estérzer 
ab la tóalia de que éra céins. 6 Dunc vénc a sáin Péire, e díiss li Péir: “Dóm, tu me lávas los pés?” 7 Respondét li Jesús e díiss li: “Zo que eu fáz, tu no sábs aóra, mas póis o sabrás.” 8 Díiss li Péir: “Ja no mé lavarás los pés.” Respondét lí Jesús: “Si éu nó t lavarái, non aurás párt ab mé.” 9 Díiss li Péir: “Dóm, no solamén los pés, mas neéps las más e lo cháp.” 10 Díis li Jesús: “Céll chi es lavát non a besóin que láu mas los pés, mas toz és néptes. E vos esz népte, mas no túih.” 11 Car sabía cals éra chi lo trairía: per zo díis: “Non esz tuih népte.” 12 Póis que lór ac lavát los pés e ac prés sos vestiméns, cum se fo asís, des cháp díiss a éuz: “Sabéz que vos ai fáith? 13 Vós me apelláz maiéstre e dóm, e dizét o bé, car eu o sói; 14 e per zó, si éu, dóns e máiestre, vos ai laváz los pés, e vos devéz l’us a l’áutre lavár los pés. 15 Eissémple vos ai donát que aissí cum eu o ai vós fáith que vos o fazát. 16 Veramén, veramén vos díc: non es lo sérs máier de so seniór, ni l’apóstols máer de celúi chi llo tramés. 17 Si aquéstas cháusas sabét, bonauráth serét si las faréz. 18 Non o dic de tot vos; eu sái cals elesquéi; mas per zó que la Scriptúra sía aumplída: Chi mandúia lo meu pá, levará escontra mé so taló. 
19 Aóra vos o díc, ancéis que sia fáith, que creát, cum sera fáith, que eu sói. 20 Veramen, veramen vos o díc: chi recép cui eu trametrái, me recép, e chi me recép, recep cellúi chi mé tramés.” 21 Cum ac aizo díith, fo torbáz per espirít, e afermét e díss: «Veramen, veramen vos díc que us de vós me trairá.” 22 Donc esgardáven li discíple l’us l’áutre, dobtán de cál o dezía. 23 Mas us de sós discíples era jazéns eu se Jesú, lo cál amáva Jesus. 24 Aquést cennét Péir, e díis li: “Cals es de cúi o díi?” 
25 E éll cum jaguéssa sóbre lo péiz Jesú, díiss li: «Dóm, cals és?” 
26 Respon Jesús: «Aquéll es cui éu darái lo pá molliát.”
E cum ác molliát lo pá, donet ló Júda Simó d’Escarióth. 27 E aprés la bucélla adónc intrét en lúi Sadenás. E díiss li Jesús: “Zo que fás, fai tóst.” 28 E eizó negús non o ssáub déuz seénz cóntra que ló ill díiss. 
29 Alcánt cuiáven, car Júdas avía las bórsas, que Jesus li diissés:
“Cúmpra acó que nos a óbs al día festál,” o que donés alcuna ré auz sofrachós. 30 El cum ac receubúda la bucélla, eissit s’én sémpre; e éra nóith. 31 E cum en fó eissíz, diiss Jesús: “Aóra es clarifiiáz lo fílls dell’óme, e Deus és clarifiiátz en lúi. 32 Si Deus és clarifiiátz en lúi, e Déus lo clarifiiará e se meésme, e sé manemá lo clarifiiará. 38 Filleth, 
páuc sói enguéra ab vos: querret mé; e eissi cum eu diissíi aut Juéus, lai o eu váuc vos no podét venír, e vos díc o aóra. 34 Mandatum novum, noéll comandamén vos dó, que améz l’us l’áutre aissí cum eu vós améi. 35 En aizó conoisserán túith que mei discíple ész, si vos aurét amór entre vós.” 36 Díiss li Péir: “Dom, o vás?” Respondét Jesus: “Lái o éu váuc tu nu m póz ségre aóra; mas pois me segrás.” 37 Díiss li Péir: 
“Per que no te posc segre aora? M’árma pausarái per té.” 38 Respón Jesus: “La tóa árma pausarás per mé? Veramen, veramen te díc: no chantará lo jáus (trecía : tercia) trecia que me abnéis per trés veiádas.”
14,1 E díiss a sós discíples: “Non turbetur cor vestrum, no sía turbát vóstre córs. Vos creét en Déu e e mé creéz. 2 En la maisó deu méu páer sun móutas maisós. Si que nó, eu vos agra díith que lo loc vos váuc aprestár. 3 E si éu irai e vos aparellarai lo loc, des chap venrái e recebrai vos a me meésme, que aqui o eu soi e vos siát. 4 E sabéz o eu váuc, e lla vía sabéz.” 5 Diss li Tomás: “Dóm, no sabém o vás; e cum podem la vía saber?” 6 Diis li Jesus: “Eu soi via, vertat e vida: negus om no vé au paer si per me nó. 7 Si mé aguessáz conogút, e u meu paer aguessáz 
conogút; e d’eissa ora lo conoisseréz e ll’ avéz veúth.” 8 Diiss li Philips: “Dom, demostra nos lo páer, e es nos assaz.” Diiss li Jesus: “Eu tan gran temps soi ab vos e no m’avet conogút? Filip, cel chi me ve, ve lo paer. 
Tu cum faitamen diz: demostra nos lo paer? 10 No cres que eu ell paer e l paer es e me? Las paraulas que eu parle a vos, no parle de me meesme, mas lo paer permanens e me meesme, el fai las obras. 
11 No créez que eu el paer e l paer es e me? Sobrequetot per meesmas las obras creéz. 12 Veramen, veramen vos dic: cel chi cre e me, las obras que eu faz, cellas fara e maor d’aquestas las fara; car eu vauc au paer. 18 E calque chausa requerret el meu num, aizo farai, que sia clarifiiat lo paer eu fíll. 14 Si alcúna cháusa me querrét el meu num, aizó farái. 15 Si diligitis me, si vós me amát, gardáz los méus comandamens. 16 E eu preiarái lo páer, e dara vos áutre acosselliadór que permánia ab 
vos durablamen, 17 l’espiríth de vertát, lo cál no pót lo múnz recébre, car no lo vé ni lo sáb. Mas vós lo conoisseréz, car ab vós permenrá e e vós er. 18 No vós grupirái órfes; venrái a vós. 19 Enguéra petíth, e l múnz ja no me vé; mas vos me veez, car eu víu e vós viurét. 
20 Vos conoisseret en aquel día que eu soi eu páer e vos e me e eu e vos. 21 Ceu chi á los méus comandaméns e los gárda, aquell és chi mé áma. E chi me áma sera amáz del méu páer, e eu l’amarái e demostrarái li me meésme.” 22 Diiss li Judas, non aquéll d’Escarióth: “Dóm, cals cháusa es fácha, car a nos te es a demostrár e au mun nó?” 
23 Respondét Jesus e diiss li: “Si quis diligit me, si alcús me áma, gardará la mía paráula, e l méus páer amara ló, e venrém a lúi e farém maisó chas lúi. 24 Ceu chi no m’áma no garda las mías paráulas. 
E la paráula qu’avét auvída non es mía, mas d’aquell chi mé tramés, del páer. 25 Aquéstas cháusas vos ai parládas permanéns chás vos; 26 mas l’acosselliádre Sainz Espiríz, lo cál trametrá lo páer eu meu núm, el vós dozerá tótas cháusas e vos sózministrará tótas aquéllas cháusas que eu vós dirái. 27 Páz vos láise, la mía páz vos dó. Eu no la vós do aissí cum lo múnz la dóna. No sía turbáz lo vóstre cors. 28 Auvisz car eu vos diissii: vauc e véin a vós. Si vós me amassáz, vos certas esjauviráz, car eu váuc au páer; car lo páer es máer de mé. 29 E aóra vos o dissíi, anceis que sia fait, que vos creaz cum sera fait. 30 Ja no parlarái ab vós móutas cháusas, cár lo prínceps d’aquést mun vé e non a e mé alcúna 
cháusa. 31 Mas per zó que lo múnz conóscha que éu ám lo páer e que aissí cum lo páer me donét lo comandamén aissi o fáz. Leváz, anném d’eici.
15,1 Ego sum vitis vera, eu sói véra viz e l méus páer es lo coutivádre. 
2 Tot l’eissermen no pórtan frúith e mé tolra ló, e tot aquéll chi pórta frúih purjara ló que port plúis frúith. 3 Vos esz ja népte per la paráula que ai parláda a vós. 4 Permanéz e mé e eu e vós. Aissí cum l’eissermens no pót portar frúith de se meésme, si no permanrá en la viz, aissi fáchamen e vos, si e mé no permanrét. 5 Céu chí perma e mé e éu en lui, aquest pórta móut frúith; car ses mé neén podéz far. 
6 Si alcús no permanrá e mé, sera fors més aissí cum l’eissermens, e sechará, e culliran ló e metran ló eu fóc e ardrá. 7 Si permanrét e mé, e llas mias paráulas permanrán e vós; calque cháusa volrét, querréz, e será vos fáita. 8 En aiso és clarifiiát lo méus páer que vós portét móut frúith e que siás fáit méi discíple. 9 Aissi cum lo páer me amét e eu vos améi. Permanét en la mía amór. 10 Si vos gardarét los méus comandaméns, permanrét en la mia amór, aissi cum eu gardéi los comandaméns del meu páer e permain en la sóa amór. 11 Aquéstas cháusas vos ái parládas que lo méus jaus sia e vos e l vóstre jáuis sia umplíz. 
12 Hoc est preceptum meum, aizó és lo méus comandaméns que vós améz l’us l’áutre aisi cum éu vos améi. 13 Negús óm non á maór amór d’aquésta que páuse s’árma alcús per sós amíx. 14 Vos ész li méi amíc, si farét aquellas cháusas que eu vós comán. 15 Ja no vós dic sérs, car lo sérs no sáb que fáza sós séiner; mas vós diissíi amíx, car tótas las cháusas que auvíi del meu páer vos fezíi conogúdas. 16 Vos no me elesquész, mas eu vós elesquéi e pausei vós que annét e portez frúith e l vóstre frúith permánia, que cálque cháusa vos requerréz lo páer eu meu núm vos do. 17 Hec mando vobis, aquéstas cháusas vos comán que vós améz l’us l’áutre. 18 Si lo múnz vos aíra, sabchát que me ác en íra primér de vós. 19 Si vós fossáz del mún, lo múnz améra zo que era só; mas car vós non ész del mún, mas eu vos elesquéi del mún, per zo vós aíra lo múnz. 20 Mémbre vós della mía paráula que eu vos diissíi: non es lo sérs máer de só seniór. Si me perseguéren, e vos persegrán. Si gardéren la mía paráula, e lla vóstra gardarán. 21 Mas tótas aquestas cháusas vos farán, car no sáben cellúi chi mé tramés. 22 Si eu no vengués e agués parlát a éuz, non ágren péchát; … (la lacune n’est pas indiquée. e viiren  Tobler] euuren. 
24 aóra acértas e viiren e airéren e mé e u méu páer. 25 Mas que sía umplída la paráula chi és escríuta en la lor léi, que de gráth me águen en odi. 26 Cum autem venerit paraclitus, más cum venrá l’acosselliádre cui éu vos trametrái del páer, l’espiríte de vertáth, chí procé del páer, el portará testimóni de mé. 27 E vós portaréz testimóni, car am me ész déis lo comenzamen. 
16,1 Aquéstas cháusas parléi a vós, que no siáz escandalizáth. 2 Fórs las sinagógas vos farán; mas la óra vé que trastót céll chi vós aucí se jútge donár servízi a Déu. 3 E farán aquéstas cháusas, car no conóguen lo páer ni mé. 4 Mas aquéstas cháusas ai a vós parládas, que cum venrá la lór óra remembrét que eu vós o diissíi. 5 Aquéstas cháusas acértas déis lo comenzamen no vos dissii, car ab vós éra. Vado ad eum qui misit me, mas aóra váuc a cellúi chi me tramés, e negús de vós no mé demánda: 
o vás? 6 Mas car vós dissíi aquéstas cháusas, tristícia umplíth vóstre cór. 7 Más eu vós díc la vertát: vos cové que eu án; car si éu non irái, l’acosseliádre no venrá a vós. Mas si éu irái, ieu lo trametrái a vós.
8 E cum éll venrá, repenrá lo mún de pechát e de drechúra e de jútjamen; 9 de pecchát acértas, car no creéren e mé; 10 de drechúra acértas, car eu váuc al páer e ja no mé veirét; 11 de jutjamen acértas, car lo prínceps d’aquész mún es jutjáz. 12 Enguéra vos ai a dír móutas 
cháusas; mas non o podét portár aóra. 13 Mas cum venrá l’espiríth de vertát, esseniará vós tóta vertát; car no parlará de se meésme, mas calque cháusa auvirá, parlará, e anunciará vós aquéllas cháusas que sún a venír. 14 El mé clarifiiará, car del méu o recebrá e anunciará vós ó. 
15 Tótas las cháusas que lo páer á sun mías; per zo dissíi que del méu o recebrá e anunciará vós ó. 16 Modicum et jam, petít e ja no me veirét, e des cháp petít e veirez mé, car eu váuc au páer.” 17 Per zo dizíen alcánt 
de sós discíples entr’éuz: “Qu’és aizó que nos díi: petít e ja no me veirét, e des cháp petit e veirez mé, e car vauc au páer?” 18 Per zo dizíen: 
“Que es aizó que díi petit? No sabém que párla.”
19 Conóg acértas Jesus que lúi volien demandár, e díiss a éuz: 
“D’aizó querét entre vós, car dissii: petíth e no mé veirét, e des cháp petít e veirez me. 20 Veramén, veramén vós díc que ploraret vos, mas lo munz jauvira. Vos seréz entristát, mas la vóstra tristícia será trastornáda en jáu. 21 La fémna, cum efánta, a tristícia que la sóa ora vé; mas cum efantat á l’efán, ja no lli mémbra de la dolór per lo jáu, car om es náz el mun. 22 E per zó vos avét aóra tristícia; mas des cháp vós veirái, e l 
vóstre córs s’esjauvira, e lo vóstre jau negus óm no tolrá de vós: 23 e’n aquéu día vos no mé demandarét alcúna cháusa. Amen amen dico vobis, si quid petieritis, veramen, veramen vos díc: si alcúna cháusa querréz lo páer eu meu núm, dará a vós. 24 Trecía que aóra no quesísz alcúna cháusa eu méu num. Queréz que vóstre jáuis sia plés, e recebréz. 
25 Aquéstas cháusas ai parládas a vós e semblánzas. Ve la óra cum eu no parlarái ja a vós en provérbis, ma aubértamen vos annunciarái del páer. 26 En aquell día querréz eu meu num; e no vos díc que éu preiarái lo páer de vos. 27 Car meésmes lo páer vos áma, car vós me amáz e creész que eu eissíi de Déu. 28 Eissíi del páer e venguíi eu mún: des 
chap grup lo mún, e vauc al páer.”
29 Dízen li si discíple: “Ec, aóra párlas aubertamén e no díz alcú provérbi. 30 Aóra sabém que tótas cháusas sábs, e no t’es óbs que alcús te demánde. En aizó créem que de Déu eissíst.” 31 Respondét a éuz Jesus: “Aóra creéz; 32 ec, ve la óra e ja vé que vos siáz devís cháschús e sás próprias cháusas e me grupáz sól; e no sói sóls, car lo páer es ab mé. 33 Aquéstas cháusas vos ái parládas que aiáz páz e mé. El mún auréz pressúra; más fiaz vós: eu venquéi lo mún.”
17,1 Sublevatis oculis, aquéstas cháusas parlét Jesus e, sozleváz los ólls eu cél, díss: “Páer, la óra vé, clarifiia lo to fíll, que lo tós fíllz te clarifíge; aissí cum tu li donéz poestát de tóta chárn, que tot zo que tú li donést, des a éuz víta eterna. 3 Víta eterna és aquésta, que ill té conóschen sól e Jesum Críst lo cál tu tramesíst. 4 Eu te clarifigéi sobre térra, la óbra cosméi que tu mé donést que fáza. 5 E aóra tu, páer, clarifiia mé pres te meésme de la clardát que eu aguíi pres té, ancéis que fós lo múnz. 
6 Lo to num manifestéi auz ómes que tu mé doníst del mún. Toi éren e doníst los mé e gardéren la tóa paráula. 7 Aóra conóguen que tótas las cháusas que tu mé doníst sun de té, 8 car las paráulas que tu mé doníst 
donei a éuz, e ill recéuben e conóguen veramén que de té issii e creéren que tu mé tramesíst. 9 Eu préc per éuz, no préc per lo mún, mas pér aquész que mé doníst, car toi sún. 10 E tótas las mías cháusas sun tóas e las tóas sun mías. E soi clarifiiáz en éuz, 11 e já no sói eu món, e aquíst són eu mún, e eu vein a té, páer sáinz. Garda los cáls eu to num me doníst, que síen una cháusa aissí cum em nós. 12 Cum eu era ab euz los gardáva eu to num: los cáls me doníst gardéi e negús d’aquész 
no períth, mas lo fílls de perdicio, que la escriptúra sia aumplída. 
13 E aóra vein a té e aquéstas cháusas párle eu mún, que áien lo méu jaui umplít e se meésme. 14 Eu donéi a éuz la tóa paráula, e lo múnt ac éuz en odi, car no sún del mún, aissi cum eu no soi del mún. 15 No préc que los tóllas del mún, mas que los gárdes de mál. 16 No son del mún aissí cum eu no sói del mún. 17 Sanctifíia lós e vertát; la tóa paráula es vertát. 18 Aissí cum tu me tramesíst eu mún, e eu lós tramesíi el mún. 19 E per éuz eu sanctifíge mé meésme, que e ill síen sanctifiiát e vertát. 
20 E no préc tánt solament per aquész, mas per aquéuz chi an a creér e mé per la paráula d’éuz: 21 que túith síen una cháusa aissi cum tu, páer, es en me e eu en té, que ill sien e nós una cháusa, que lo munz créa que tu me tramesíst. 22 E eu donei a euz la clardat que tu me donist, que sien una cháusa, aissí cum e nos em una cháusa, 23 eu en euz e tu e me, que sien cosmat en una cháusa, e lo munz conoscha que tu me tramesist e amest los aissi cum me amest. 24 Paer, voll que aquill que m 
donist aqui o eu soi e ill sien ab me, que veen la mia clardat la cal me donist; car amést me avan lo costituemen del mún. 25 Páer jusz, lo múnz no té conóg, mas eu te conoguíi, e aquist conoguen que tu mé tramesíst. 26 E fezíi a éuz conogút lo to num e farai ló conogút, que la amórs per cál tu me amést sia en éuz e éu en éuz.

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Antonio Restori, Letteratura provenzale, Hoepli, 1981 (indice, capitolo 1)

(Manuali Hoepli)

Letteratura provenzale
del
D.r Antonio Restori
Professore titolare al Regio Liceo di Cremona.
Libero Docente di Letterature Romanze nella R. Università di Pavia.

Ulrico Hoepli
Editore-libraio della real casa
Milano
1891


Al professore
Gennaro Buonanno
Direttore della Biblioteca Governativa di Cremona.

Al professore Gennaro Buonanno Direttore della Biblioteca Governativa di Cremona.

(N. E. Este libro lo edito para mí y para poner online. Si lo publico como libro no llevará mis comentarios.)

Questo libretto non si dirige ai dotti romanisti, ma, secondo l'indole di questa collezione di Manuali, a quella parte di pubblico cólto che pure essendo profano a questi studi, ami di avere della letteratura provenzale un' idea più esatta e completa di quanto generalmente si abbia. Senonchè i monumenti di essa sono così sparsi per libri e riviste, e ancora in tanta parte inediti, che ho dovuto abbondare di citazioni e di rimandi; abbondare, s'intende, rispetto a quel che s'usa in un semplice Manuale; ma in generale - poichè ormai le lunghe note bibliografiche sono una falsa ricchezza che non inganna nessuno - mi son contentato di citare le opere che o sono di notevole importanza o, perchè recentissime, possono informare i lettori di tutto ciò che su l'argomento s'era stampato prima. Ho voluto insomma far cosa che non riesca discara nè agli studiosi nè ai dilettanti; mi sarò io invece allontanato e gli uni e gli altri? Non sarebbe un caso raro!
Comunque avvenga, tu, cólto e buon amico, sei stato testimone della fatica che quest'operetta mi costò, e spesso, nella tua qualità di bibliotecario, hai dato grande e intelligente aiuto alle molteplici mie ricerche. In te almeno, essa troverà un indulgente lettore: io te l'offro dunque, mosso da quel sentimento che, per i nostri figliuoli, ci spinge a cercare un padrino tra gli amici più stimati e più cari.

Cremona, marzo 1891.


Antonio Restori.


Indice.
(N. E. Las páginas no coinciden con este formato, no las pongo.)

Abbreviazioni più usate.

Capitolo I.


Provenzalisti antichi e moderni.
(Las Razos de trobar di Raimon Vidal - Lo Donatz proensals di Ugo Faidit. - Regles de trobar di Jaufré di Foxá. - Doctrina de compondre dictats.
- Doctrina de cort di Terramagnino da Pisa. - Las leys d'Amors di Guillem Molinier. - Cinquecentisti italiani studiosi del provenzale. - Giovanni de Notredame. - Antonio Bastero. - La Curne di Sainte-Palaye. - Raynouard,
Fauriel, Galvani, Milá y Fontanals. - Federico Diez. - I provenzalisti contemporanei.)

CapitoloII.


Lingua provenzale: confini e nomi. - La Provenza greco-romana: invasioni barbariche: il basso latino. - Primi documenti letterari.
(Confini e divisioni dialettali. Lengua romana, lengua d'oc, proensal, lemosí. - Il basso latino in Provenza. - Traccie del nuovo volgare.
- Primi documenti: Alba bilingue, Poema su Boezio. - Frammenti di Vite di Santi. - Un Noel e una Preghiera alla Vergine. - Poema su Alessandro. - Frammenti di un Evangelo in prosa.)

Capitolo III.


La lirica provenzale: sue origini. - La cavalleria e suoi rapporti con la lirica dei trovatori.

(Histriones e joculatores. - I trovatori: donde provengano; loro arte poetica. I giullari. - La cavalleria; origini e indole dell'amore cavalleresco. - Tecnica amorosa e poetica dei trovatori. - Canzone e serventese.
- Nota sulle principali forme liriche.)


Capitolo IV.

La lirica provenzale: i primi trovatori. - Periodo di splendore della poesia trovadorica.
(Guglielmo di Poitiers. - Eble II e Bernardo di Ventadorn. - Marcabru.
- Giaufredo Rudel. - Pietro d'Alvernia. - Pietro Rotgier. - Giraldo di Bornelh. - Guglielmo di Cabestaing. - Arnaldo Daniello. - Arnaldo di Mareuil. - Bertrando dal Bornio. - Pietro Vidal. - Folchetto di Marsiglia.
- Nota sui mecenati e cultori della poesia trovadorica.)


Capitolo V.

La lirica provenzale: sua decadenza. - Suoi influssi nelle letterature vicine.

(La Crociata contro gli Albigesi. - Gli ultimi trovatori. - L'accademia tolosana; sua origine e regole. - Influenza della poesia provenzale in Francia, in Castiglia, in Portogallo, in Catalogna e Aragona, in Germania. - I trovatori provenzali in Italia: Pietro Vidal, Gaucelmo Faidit, Rambaldo di Vaqueiras, Folchetto da Romans, Aimerico da Pegulhan, Ugo di San Circ, Guglielmo Figueira e altri. - Italiani che poetarono in provenzale: Manfredi Lancia, Pietro della Cavarana, Rambertino de' Buvalelli, Sordello, Nicoletto da Torino, Ferrarino da Ferrara, Lanfranco Cigala e altri. - Ultime traccie provenzali in Italia.)


Capitolo VI.

Letteratura profana: epica, bretone, classica. - Novelle, favole, storia.

(La poesia epica non è indigena in Provenza. - Poema franco-provenzale di Girart de Rossillon. - Fierabras. - Daurel e Beton. - Aigar e Maurin.
- Philomena. - Il Romanzo d'Arles. - Ciclo bretone: Jaufré, Blandin de Cornoalha, Guillem de la Barra. - Novelle: Flamenca e altre. - Favole esopiche. - Poemi storici: Chanso d'Antiocha, canzone della Crociata albigese, e altre. - Nota su poemi provenzali perduti.)


Capitolo VII.


Letteratura profana: scientifica, didattica e morale.

(Indole della scienza medievale. - Opere grammatiche, giuridiche, sulla caccia, botaniche e agrarie. - Calendarii e divinazione. - Lapidarii e bestiarii. - Scienze medico-chirurgiche. - Trattati di indole collettiva o enciclopedica: Tesoro, Breviario d'amore, Elucidario e altri. - Letteratura didattica: gli Insegnamenti. - Poesie allegoriche: Allegoria d'amore, Corte d'amore, Castel d'amore. - Opere, trattati, epistole su argomenti morali.)


Capitolo VIII.


Letteratura religiosa, biblica e narrativa.

(Versioni dal vecchio e nuovo Testamento. - Leggende evangeliche: Evangelium infantiae e di Nicodemo, la Fine del mondo, il Legno della croce, la Vindicta Salvatoris. - Poesie e prose riguardanti il culto della Vergine. - Vite diverse di Santi. - Leggende di Santi: Visioni di S. Patrizio, di Tundalo, di S. Paolo, Legenda aurea. Barlaam e Josaphat.)


Capitolo IX.


Letteratura religiosa, lirica e didattica. - Letteratura dramatica, sacra e profana.

(Canti religiosi. - Cantici su Maria, sullo Spirito Santo, sulla Risurrezione. - Parafrasi in poesia e in prosa di preghiere cristiane; versioni dei salmi.
- Opere didattiche: Prediche ed Omelie. - Dibattiti tra cattolici ed eretici. - Il Dottrinale, e libri catechistici. - Trattati valdesi in poesia e in prosa.
- La Danza della morte. - Origine ed indole del teatro medievale.
- Il Ludus stultorum. - Sposalizio di Maria Vergine. - I misteri della Natività, della Passione, di Santa Agnese. - Ludus sancti Jacobi.
- Cinque misteri brianzonesi. - Ultime traccie del teatro medievale.)


Capitolo X.


Cenni sulla storia letteraria provenzale dalla fine del secolo XV ai giorni nostri.

(La letteratura provenzale diventa vernacola: sua indole locale. - Poeti in dialetto nel Cinquecento; Pietro Goudouli. - Poeti del Seicento: Saboly e Daubasse. - Poesia nel Settecento; poesie del periodo della Rivoluzione. - Giacomo Jansemin e Giuseppe Roumanille. - Fondazione del félibrige: suo scopo, suoi caratteri. - Federico Mistral. - Félibres contemporanei.)


Abbreviazioni più usate.

Archiv. Archiv für das Studium der neueren Sprachen und Literaturen. Hrsg. (herausgegeben) von Ludwig Herrig.

Biogr. - Les biographies des troubadours, avec introduction et notes, par Camille Chabaneau (Estr. dal tomo X della Hist. générale de Languedoc; Toulouse, Privat, 1885).

Chrest. - Chrestomathie provençale par Karl Bartsch.
(Si cita sempre la 3.a ediz. Elberfeld, 1875.)
(N. E. Ver la edición de Ramón Guimerá Lorente)

Rdlr, oppure Rev. des lan. rom. - Revue des langues romanes publiée par la Société pour l'étude des langues romanes. Montpellier et Paris.

Rom. - Romania: Recueil trimestriel consacré à l'étude des langues et des littératures romanes, par Paul Meyer et Gaston Paris. Paris, Vieweg.

Z., oppure Zeits. - Zeitschrift für romanische Philologie, hrsg. von
G. Gröber. Halle, Niemeyer.


Capitolo I.
Provenzalisti antichi e moderni.

§ 1. La lingua provenzale ebbe già dal XIII secolo grammatiche e glossarii e perfino rimarii. Nè ciò farà meraviglia quando si pensi che la letteratura di Provenza, già decadente nella sua patria, s'era allargata oltre i Pirenei e al di qua delle Alpi; e certo pei Catalani e per gli Italiani non erano inutili tali guide grammaticali e poetiche. Nella prima metà del secolo XIII, il poeta Raimon Vidal di Bezaudun o Besalu, nel settentrione della Catalogna, forse alla corte di Pietro II d'Aragona, scrisse un trattato di grammatica in servizio della poetica. S'intitola: Las Razos de trobar. Incomincia a stabilire che le regole della retta dizione son date, a preferenza delle altre regioni provenzali, dal Limosino; perchè, dice l'autore, “tuit li home qi en aqella terra sunt nat ni norit han la parladura natural e drecha..., et per aizo sun en major autoritat li cantar de la parladura de Lemozi que de negun' autra lenga.”
Passa poi a parlare delle varie parti del discorso, notando specialmente in che abbiano errato molti de' trovatori antecedenti, sia per obbedire alle esigenze della rima, sia trascinati da abitudini dialettali. La importanza di siffatte indicazioni non è chi non vegga; ma ragion vuole che delle Razos si lodi anche la forma spigliata e varia, assai meno rigidamente stretta allo schema delle grammatiche latine medioevali che non tutte l'opere seguenti dello stesso genere. (1 : Razos. L. Biadene: Las Rasos e lo Donatz, in: Studi di fil. rom., fasci. III (1885), pag. 336-402.)

§ 2. Il lavoro di Raimon Vidal ebbe assai voga in Provenza, in Catalogna e fu conosciuto anche in Italia. Le Leys d'Amors, (v. § 5) lo nominano e discutono talora alcune delle sue affermazioni; e della sua diffusione vedremo più innanzi altre prove. Ebbe invece molto minor fama una grammatichetta provenzale di un certo Ugo Faidit. Siccome nelle scuole latine medioevali erano di grande uso l'Ars gramatica e l'Ars minor del grammatico Donato, il Faidit seguendo specialmente le traccie della Ars minor, intitolò la sua: Lo Donatz proensals. L'operetta, che ha press'a poco le stesse proporzioni delle Razos, è pure in prosa, e assai più arida e pedantesca. Si limita quasi solamente alle questioni grammaticali.
Essa è anteriore all'anno 1246, e sebbene il nome dell'autore mostri ch'egli non era italiano fu composta certamente in Italia, per compiacere (come dice l'autore) alle preghiere di due signori italiani, Iacopo da Morra e Corraduccio da Sterleto, entrambi noti per documenti storici.
Il conte di Sterleto è nominato in un contratto del 1243; il da Morra prese parte attivissima nelle vicende politiche del regno di Federico II tra il 1239 e il 1247. Alcuni manoscritti che contengono il Donatz proensals ne dànno anche una traduzione in latino. Una traduzione italiana ancora inedita, un po' in compendio, ne fece per suo uso il noto storico Benedetto Varchi. Il Donatz del resto non fu conosciuto affatto fuori d'Italia, mentre più che le Razos, seguitò ad essere conosciuto dai provenzalisti italiani dei secoli XVI e XVII.
(1 : Donatz. V. nota paragrafo precedente.
Ugo Faidit, Il Gröeber [Z. VIII, 113-17 e 290] credeva autore del Donatz Ugo de Sant Circ, il prof. P. Merlo [Giornale stor. d. lett. ital., II, 1-27, III, 218-21 e 398-400, IV, 203] Gaucelm Faidit. Il Biadene sciolse la questione. (N. E. Ugo de Sant Circ = Uc Faidit : expulsat, exiliat)
Jac. da Morra e Corr. da Sterleto. C. Frati: Appunti dai Regesti di Innocenzo IV in: Propugnatore, a. 1889, p. 165-83.)

§ 3. Le Razos di Raimon Vidal trovarono un imitatore, o meglio un seguitatore nel catalano Jaufrè de Foxá. Egli era dapprima monaco francescano; poi nel 1275 passò monaco benedettino nel convento di
S. Felice di Guixols presso Gerona. Nelle vicinanze di Gerona è pure Foxá o Foixá patria di lui. Non è improbabile che siano anche sue tre poesie religiose attribuite a un Monaco di Foissan, il quale si qualifica come frate minore: esse sarebbero perciò anteriori al 1275. L'operetta grammaticale e didattica di Jaufrè s'intitola: Regles de trobar; fu scritta per domanda di Giacomo re di Sicilia; ciò permette di porre tra il 1286 e il 1299 la composizione dell'opera, ma non possiamo dire se l'autore scrivesse in Sicilia oin Catalogna. Il suo libretto, come egli stesso afferma, è un seguito dell'opera di R. Vidal, ma steso secondo un piano abbastanza imperfetto e con osservazioni molto elementari, e però poco istruttive. Anche la lingua sebbene Jaufré si sforzi di assimilarla al pretto provenzale, è fortemente catalanizzata. (N. E. JA JA JA! diría Bastero)
Un breve trattatello in prosa di arte poetica, che forse non è che il compendio di opera più vasta ora perduta, è la Doctrina de compondre dictats (comporre poesie) di anonimo autore. Consta di 34 brevi articoli, coi quali si può, dice l'autore, leugerament (facilmente) venir a perfeccio de la art de trobar. Ma in realtà essi non sono che una esposizione precisa sì (N. E. òc), ma del tutto sommaria, di sedici diversi generi di poesie. Circa la composizione dell'operetta può dirsi solamente che ella con tutta probabilità è anteriore alle Leys d'Amors. (N. E. com La Barca)
Un'altra Arte poetica, o meglio un frammento di essa, conservato da un manoscritto vaticano, appartiene al secolo XIII. Essa pure, era in prosa, ma corredata di copiosi esempi poetici tolti specialmente dalle poesie di Ugo de Saint Circ. (1 : Regles de Trobar. P. Meyer, Romania, IX, 51. Su Jaufré de Foxá, in: Romania, X, 323, A. Thomas.
Docirina de comp (Doctrina de Cort o d'acord). dictats. P. Meyer, Romania, VI, 355.
Arte poetica. E. Monaci, Facs. di ant. Mss., 3-4.)
(N. E. Este autor o el editor está muy despistado ya al comienzo del libro)

§ 4. Opera d'un italiano è la Doctrina de cort, scritta da Gerolamo Terramagnino da Pisa, del quale abbiamo anche un sonetto rinterzato italiano, edito nella Storia della volgar poesia dal Crescimbeni (III 57). L'opera del nostro compatriota non dimostra in lui molta originalità e neppur molta conoscenza di grammatica. Egli si è limitato a mettere in versi provenzali, vacillanti nel metro e a rime accoppiate, le Razos de trobar di Raimondo Vidal, le quali egli segue passo a passo, senza peraltro nominarle. Tutta l'originalità sua consiste nella scelta degli esempi, che non sono mai quelli del suo modello. Anche questa scelta è poco felice, perchè talvolta l'esempio non conviene affatto con la regola grammaticale ch'ei vuole illustrare, ma è preziosa per noi perchè talora egli cita poesie a noi ignote di trovatori noti, e anche ci ha conservato il nome di un trovatore, Andrians del Palais, che altrimenti sarebbe del tutto sconosciuto. La Doctrina de Cort si può ritenere scritta tra il 1250 e il 1282, e forse più presso quest'ultima data che all'altra; e come opera letteraria e poetica non ha molto più valore di quanto n'abbia pel lato grammaticale. La lingua provenzale in Italia sulla fine del secolo XIII, e nella prima metà del seguente, ebbe ben altri cultori e conoscitori che il nostro Terramagnino! E, senza anticipare quanto dovremo dire altrove intorno all'efficacia della poesia di Provenza sulla nostra, ci sia lecito ricordare i nomi di Dante e di Petrarca, studiosi e amantissimi di quella letteratura. (1 : Doctr. de cort. E. Monaci, Testi ant. prov., Roma, 1888, pag. 6-21. Cfr. su Terramagnino. O. Schultz, in Z. XII, p. 262.)
(N. E. Ernesto Monaci, testi antichi provenzali, éd. Ramón Guimerá Lorente. Me falta Boccaccio en estos studiosi.)

§ 5. Appunto nel secolo XIV, in che con tanto amore la si studiava qui da noi, essa nella sua patria era colpita, per cause che studieremo più innanzi, da precoce decadenza. Ad arrestare la quale e a tentare di far rifiorire il buon tempo antico, si instituì in Tolosa nel 1324 la compagnia della Gaya sciensa, specie d'Accademia letteraria della quale dovremo riparlare più a lungo. Qui basti il dire che il segretario o cancelliere di essa Guillem Molinier ebbe l'incarico di comporre una Arte poetica completa, che fosse come il Codice della buona poesia. Il suo libro in prosa mista di poesia porta il titolo di Flors del gay saber (Fiore di poesia) o più comunemente Las Leys d'Amors o leggi d'amore; frase in cui la parola Amor ha da essere intesa in tutta la vasta comprensione filosofica e letteraria che il medioevo le attribuiva. La ponderosa opera fu compiuta verso il 1350 ed è divisa in tre parti: grammatica, metrica e retorica. L'ordine è rigorosamente serbato in ogni particolare: abbondano le divisioni e le suddivisioni tanto care alla scolastica, il che ne rende greve la lettura; ma è opera senza la quale non si intenderebbe pienamente la complicata elaboratissima tecnica della poesia provenzale.
(N. E. Pues Guillermico de Poitiers o Peiteus no la leyó, y bien que sabía componer, como su bisnieto Alfonso II de Aragón.)
La definizione ed esposizione dei vari generi poetici, delle varie forme metriche, delle incatenature delle rime, sono per noi aiuti preziosi alla piena intelligenza della poesia trovadorica. Delle Leys d'Amors si conservano due redazioni, di cui la prima nell'Archivio dell'Accademia dei giochi florali a Tolosa, pare essere l'abbozzo o il primo disegno, mentre la seconda, nello stesso Archivio e in quello di Barcellona, ci dà l'opera completa e limata (N. E. como haría Bofarull). Inutile il dire che essa non valse punto ad arrestare la poesia di Provenza nella sua parabola discendente.
La quale parabola verso la fine del 300 (N. E. fin de 1300) e nel secolo seguente, sempre più e più velocemente precipitò al basso, quando nella Provenza stessa al gusto classico e tradizionale cominciò a prevalere il gusto e lo spirito francese che più o meno dominava allora in tutte le letterature romanze (N. E. este hombre no conocía ni la literatura ni  la historia valenciana). In Italia la poesia aveva già trovato la sua via e sempre più si staccava dal suo primiero modello; in Catalogna invece la tradizione e la scuola provenzale continuarono, ed ebbero, nel secolo XV con Ausias March (N. E. Ausiàs March, valenciano) un periodo di vivo splendore:
ma di un'importanza del tutto regionale. La gloriosa letteratura di Provenza giacque obliata, e i documenti di essa in gran parte, andarono irreparabilmente perduti, in parte rimasero celati e polverosi nei più dimenticati scaffali delle biblioteche. (1: Leys d'Amors. Gatien-Arnoult, Monuments de la litt. romane. Toulouse, 1841, vol. I-III. Sull'Accademia tolosana. Chabaneau. Hist. générale du Languedoc, X.)
(N. E. Languedoc : langue d'òc, oc, och, hoc : sí afirmativo, como se usaba en 1505 en Barcelona, siglo XVI, 16 para las víctimas del Tomàtic, y aún se usa dentro de Cataluenha, en la vall d'Aran, Vielha : vella : vieja.)

§ 6. La gloria d'avere scosso un così ingiusto oblio è per molta parte italiana. Qui non si era mai perduta del tutto la memoria dei benefici che la poesia di Provenza aveva recato alla nostra; la tradizione letteraria, non foss'altro nella scuola dei Petrarchisti, non potea dimenticare i trovatori, primi maestri d'amore alle rinnovate genti latine. E però molti dei migliori nostri del cinquecento indagarono e conobbero assai più che non si creda la vecchia letteratura provenzale. Forse neppure adesso sono in Italia tanti conoscitori di essa, quanti ce ne furono nella prima metà di quel secolo. Nè solamente il numero loro, ma anche il metodo delle ricerche, è senza contestazione lodevole e buono. Nomineremo Mario Equicola (1460-1539) il quale nel Libro de natura de Amore
(1.a ediz. 1525) fece un buon quadro della poesia trovadorica, giovandosi di fonti ora in parte perdute. Non meno degni di menzione sono il cardinale Pietro Bembo (1470-1547) e Angelo Colocci (1467-1549) il qual'ultimo amorosamente raccolse molti preziosi manoscritti neo-latini. Il Vellutello pure nelle sue Annotazioni ai sonetti del Petrarca (1.a ediz. 1525) e lo storico Benedetto Varchi (1502-1565) nel suo dialogo dell'Ercolano (1.a ediz. 1570) mostrano una allora non comune conoscenza della poesia provenzale. E tra i moltissimi studiosi delle due letterature di Francia appare da varie testimonianze che fossero Gian Vincenzo Pinelli, Jacopo Corbinelli, Domenico Veniero, il Cariteo, il Summonte, il Casassagia e forse anche il generoso protettore di letterati italiani, Alfonso Davalos (m. 1546) insigne uomo di guerra e luogotenente di Carlo V in Italia. A lui furono inviati un Vocabolario provenzale italiano e probabilmente un Trattatello di fonetica provenzale composti, specialmente il secondo, con abbastanza cura e diligenza da Onorato Drago. Ma su tutti, la lode maggiore va data al modenese Gian Maria Barbieri (1519-1574). Egli imparò, si può dire da sè, e assai profondamente la lingua e la letteratura dei trovatori ed iniziò a questi studi Ludovico Castelvetro, modenese anch'egli, e tra i più acuti intelletti di quel secolo. Il Barbieri, disgraziatamente, aveva concepito per l'opera ch'egli meditava sulla storia della poesia, un piano troppo vasto. Dei materiali da lui raccolti rimase una parte che fu pubblicata solo nel 1790 dal Tiraboschi, col titolo di Origine della poesia rimata. Parlando ivi della poesia di Provenza, mostra tante cognizioni e tal sicurezza di metodo che a buon diritto si potè dire ch'ei pare un provenzalista moderno. Dal punto a cui egli era arrivato, con breve sforzo si sarebbe giunti alla pienezza e sicurezza del metodo comparativo, se la fiorente letteratura cinquecentista avesse potuto liberamente seguitare nel suo svolgimento; molte cagioni l'arrestarono, non ultima delle quali, la reazione religiosa che - com'ebbe a dire il Rajna - mise in ceppi una civiltà quasi adulta e la ridusse colle torture alla imbecillità. (1 : Sui codici usufruiti dall' Equicola, Bembo, Colocci. Cfr. in Romania, XVIII. De Lollis. Sui loro studi provenzali: V. Cian. Un decennio di M. P. Bembo, Torino, 1885, capit. VIII. Sul Corbinelli e altri: V. Crescini. Lettere di I. Corb., in: Giorn. stor. d. lett. ital., II, 303-33. Sui mss. di provenzalisti italiani e francesi, preziose indicazioni in: Chabaneau, Sur quelques Mss. prov. perdus ou égarés, in: Rdlr. XXI-XXVIII. Fonetica e Vocab. del Drago: P. Rajna, in Giorn. di Fil. rom. N. 7. Per G. M. Barbieri, A. Mussafia, Ueber d. prov. Liederhands, des G. M. B., Wien, 1876.)

§ 7. La Francia era assai meno preparata dell'Italia alla intelligenza della sua stessa antica letteratura. Ebbe una grande voga, ma del tutto immeritata, uno strano libro di Giovanni de Notredame, procuratore alla corte del Parlamento di Provenza, morto nel 1590, degno fratello di quel Michele Nostradamus che fece il profeta e il mago in pieno secolo XVI.
Il libro è intitolato: Vies des plus celebres et anciens poètes provensaux
(1.a edizione: Lione, Marsilij, 1575). Certamente il Notredame vide e studiò molti canzonieri provenzali, ma il risultato dei suoi studi, ora per non aver capito i testi, ora per intenti suoi particolari, così fattamente confuse ed alterò, che si può dire aver egli fatto opera più da romanziere che da storico. E nemmeno da romanziere onesto: poichè dove gli mancarono i documenti autentici non si peritò di pubblicarne dei falsificati, sicchè i migliori dei provenzalisti moderni s'accordano nel chiamarlo un falsario impudente. (N. E. Me recuerda a Javier Giralt Latorre, Ignacio Sorolla Vidal y algún ascumita.)
E tuttavia solo la critica moderna ha ridotto al giusto loro valore le affermazioni del procuratore menzognero; per allora il suo libro fece autorità e il nostro Giovan Maria Crescimbeni (1663-1728) nei suoi lodati Commentarii intorno alla storia della volgar poesia (1.a ediz. 1710, vol. 2, p.te 1.a) lo tradusse (1) e vi pose alcune giunte e alcuni esempi di poesie provenzali di cui il testo e la traduzione, fattane dal Salvini, lasciano a desiderare. Prima del Crescimbeni s'era occupato di cose provenzali quel vasto e acuto ingegno di Francesco Redi (1626-98) come appare dai suoi Commentari al Bacco in Toscana (1.a ediz. 1685).
(1 : Nostradamus. Cfr. Monaci, Testi ant. prov., XIII. Prima del Crescimbeni ci fu una traduz. ital. di Giov. Giudici: Le vite delli più celebri, ecc. Lione, 1575.)

La Crusca Provenzale di Antonio Bastero

Procedendo nel secolo XVIII, troviamo lavori più importanti e interessanti. Un catalano D. Antonio Bastero, canonico di Girona, trovandosi in Roma per affari ecclesiastici, ebbe agio di studiare i manoscritti provenzali della Vaticana; vide poi anche a Firenze i canzonieri della Laurenziana ed altri. Frutto delle sue ricerche fu una curiosa opera di cui solamente egli scrisse e pubblicò il primo volume in Roma nel 1724, col titolo: La "Crusca Provenzale” ovvero le voci, frasi, forme e maniere di dire, che la gentilissima e celebre lingua toscana ha preso dal provenzale, arrichite ed illustrate, ecc... Il titolo da solo mostra sotto quale aspetto affatto arbitrario il Bastero componesse il suo libro, dopo tutto assai commendevole; e siccome poi non gli era sfuggita la stretta affinità che è tra il catalano e il provenzale, e quello credeva essere il volgare più antico, in realtà veniva a glorificare la propria lingua. (N. E. “... antica Gramatica Provenzale, o Catalana, ch' è tutt' uno”. Habla del Donatus provincialis, lo donatz proensal.)
Anche in Francia molti cominciavano a interessarsi della letteratura medioevale di Provenza. Ma sopra tutti è degno di menzione Giovan Battista La Curne de Sainte-Palaye (1697-1784). Superando difficoltà e disagi non lievi egli indagò i manoscritti di Francia e due volte scese in Italia ricercando i codici di Roma, di Milano, di Firenze e di Modena, trascrivendo, confrontando, annotando. Quindici volumi di composizioni provenzali trascritte con le varianti dei diversi manoscritti, altri otto che contengono queste poesie in parte tradotte e registrate in un indice e inoltre un glossario, varie tavole e numerose note, fanno testimonianza della sua operosità. Delle sue fatiche egli non potè cogliere il frutto; il materiale da lui messo insieme fu utilizzato da un altro, l'abate Millot che pubblicò nel 1774 una Histoire littéraire des troubadours, senza conoscere sillaba di provenzale. Ciò deve metterci in guardia contro le idee e i travestimenti che il Millot appose alla antica poesia, pur rimanendo ottimo il materiale di cui egli disponeva. (1 : Riscontri e indicazioni in: Bauquier, Les provençalistes du XVIII s., in Rdlr. a. 1880, (serie terza).)

§ 8. Il nostro secolo comincia con un illustre nome: quello di Francesco Raynouard (1761-1836). Egli dal 1816 al 1821 pubblicò uno Choix des poésies originales des troubadours in sei grossi volumi, e più tardi, dal 1838 al 1844, pure in sei volumi, il Lexique roman.
(N. E. Ambos editados por mí, Ramón Guimerá Lorente, y disponibles online y en Amazon.)
I concetti storici e il sistema generale del Raynouard sono stati dimostrati erronei, ma i copiosi materiali sia letterarii sia lessicali da lui raccolti sono di un indiscutibile valore. Frattanto nel 1819 a Tolosa, un ammiraglio in ritiro, Rochegude, pubblicava un'altra raccolta di poesie trovadoriche col titolo di Parnasse occitanien facendola seguire da un Essai d'un glossaire occitanien, che fu il primo tentativo di lessicografia provenzale. (N. E. Edité el libro, pero no el glosario, que es interesante.)
Questo fu poi oscurato dal grande Lexique del Raynouard, già accennato, che rimane ancora la base necessaria di ogni studio lessicale occitanico.
Maggior ingegno e fama dei già accennati ebbe Claudio Fauriel (1772-1844) facondo professore della Facoltà di lettere di Parigi. Egli svolse ivi nel 1831-1832 un corso sulla storia della letteratura provenzale pubblicato nel 1846, morto il Fauriel, da Giulio Mohl col titolo di Histoire de la poésie provençale. Le lezioni del Fauriel sono attraentissime per la forma, per le vedute nuove e le intuizioni sempre geniali, se non sempre esatte: ma, scientificamente parlando, da non accogliersi se non con le maggiori cautele. La mancanza assoluta di metodo infirma quasi tutte le conclusioni che il Fauriel credette di poter trarre dai suoi studi; egli è più artista che critico.
Quasi altrettanto si può dire del nostro Giovanni Galvani, modenese, che pubblicò a Modena nel 1829 alcune sue Osservazioni sulla poesia de' trovatori e a Milano nel 1845 un Fiore di Storia letteraria e cavalleresca della Occitania, che rimase incompiuto. Entrambe le opere sono ancora degne d'esser lette e, con qualche riguardo, studiate. La via del vero rigore scientifico nello studio dei fatti e nelle deduzioni generali era bene allora conosciuta e seguita, come vedremo, dal Diez in Germania; ma degli studi tedeschi il Galvani non ebbe sentore. (1 : Scrisse sui trovatori (a Este) il Cavedoni, pure modenese, in Memorie R. Accad. di Modena, II, 128.)
Anche in Ispagna procedette dal Raynouard e dal Fauriel, un eminente provenzalista, Don Manuel Milà y Fontanals (1818-1884). Egli stesso confessava d'aver conosciuto solo tardi e in modo incompiuto i libri del Diez; ma dotato di natura veramente critica, trovò da sè la via esatta, ed il suo libro Delos trovadores en España pubblicato a Barcellona nel 1861 è ancora il miglior contributo che la Spagna abbia dato a questi studi.

§ 9. In Germania i semi gettati dal Raynouard e dal Rochegude dovevano fruttificare abbondantemente. Il libretto di Augusto Guglielmo Schlegel (1767-1845) Observations sur la langue et la littérature provençales, edito a Parigi nel 1818, prova soltanto l'interesse destato dalle pubblicazioni del Raynouard. Poco dopo, nel 1825, usciva in Berlino un libretto Sulle Corti d'Amore, di Federico Diez (1794-1876) il grande restauratore di questi studi. (1 : Sul Diez: U. A. Canello: Il prof. Fr. Diez e la fil. rom. nel nostro sec. Firenze, 1872. Biografie tedesche e francesi enumerate in: Körting, I, 167.)
Il libretto doveva essere la prima parte di un opera più vasta, ma non ebbe altro seguito. Importanza capitale ebbero invece due altre opere del Diez, uscite a breve intervallo a Zwikau, l'una nel 1826, l'altra nel 1829. La prima, intitolata La poesia dei trovatori, tratteggia in modo magistrale la storia di essa poesia, determinandone il contenuto e la forma, e ricercando quanta e quale efficacia ell'abbia avuto sulle letterature vicine. La seconda, Vite ed opere dei trovatori, indaga la vita dei singoli trovatori, analizzandone e traducendone le poesie più importanti. Il Diez instaurò anche gli studi grammaticali e lessicali con la sua Grammatica comparata delle lingue neo-latine (1.a ediz. 1836) e col Dizionario etimologico delle lingue romanze (1.a ediz. 1853). La scuola del Diez fu centro cui accorsero d'ogni parte gli amatori della filologia romanza, e di là per mezzo loro se ne sparse in ogni parte d'Europa il culto e lo studio. Ora pur troppo la fitta schiera degli scolari del Diez comincia a diradarsi.
Tra i migliori e più attivi furono :
Carlo Bartsch (1832-1888) professore a Heidelberg (1 : Collezione: Denkmäler der prov. Litt. Stuttgart, 1856; storia letteraria: Grundriss der Gesch. der Prov. Litt. Elberfeld, 1872. Lista delle sue opere in: Körting, I, 173 e Register, 6-7.) (N. E. Véase la Chrestomathie provençale, 1904, sexta edición, por Ramón Guimerá Lorente. Oc, eu suy.)
e Ugo Angelo Canello (1848-1883) professore a Padova, le cui opere avrò occasione e necessità di citare in appresso: il Delius cui dobbiamo una raccolta di Canti inediti provenzali (Bonn 1853) e il Mahn (1802-1887) che raccolse: Le opere dei trovatori (vol. 4. Berlino 1853-86), Le poesie dei trovatori Berlino 1856-73, vol. 4, non compiuta), voluminose e piene di materiali ma un po' incerte nell' ordinamento.
Dei viventi, poichè il grande numero mi obbliga a immeritate esclusioni, non accenno qui se non coloro che pubblicarono lavori d'indole generale, i quali sono quasi il seguito e il complemento delle collezioni del Raynouard. E innanzi tutti “à tout seigneur tout honneur” va il nome di Paolo Meyer (n. 1840) professore al collegio di Francia e all'École des Chartes a Parigi, indefesso illustratore della letteratura provenzale.
Oltre a un numero grande di pubblicazioni parziali che citeremo al luogo loro, dobbiamo a lui: 1.° uno studio sui “Derniers troubadours de la Provence” (Paris 1871); 2.° “Recueil d'anciens textes bas-latins provençaux et français” (Paris 1877) e uno “De l'influence des troubadours sur la poésie des peuples romans” nella Romania del 1877. Camillo Chabaneau ha pubblicato molte cose provenzali inedite nella Revue des langues romanes (confr. vol. XX, XXVIII, XXXII, ecc.) di cui è dei più attivi collaboratori, e a lui si deve pure la più completa edizione delle Biografie dei trovatori (Tolosa 1885). In Germania le raccolte sono assai numerose. Le più voluminose sono le già citate del Mahn; nel 1883 ad Halle il professore Hermann Suchier pubblicava una raccolta intitolata, quasi come la già citata del Bartsch, Monumenti della lingua e letteratura provenzale. Nel 1888 il prof. Ernesto Monaci in una piccola scelta di “Testi antichi provenzali” (Roma, Loescher) (N. E. éd. Ramón Guimerá Lorente) dava, oltre a copiosi cenni bibliografici, un buon numero di liriche attinenti a cose italiane. Poco tempo fa, (Lipsia 1890) Carlo Appel, col titolo Cose inedite provenzali pubblicava quanto di non pubblicato era rimasto nei manoscritti di Parigi.
Infine l'attività in questo campo di studi è così vasta e fervente, e le pubblicazioni così numerose e così sparse, che si incomincia a sentire il bisogno di raccogliere, ordinare e classificare i risultati ottenuti.
A ciò tendono due opere d'indole generale, l'una del prof. Gustavo Körting: Encyklopädie und Methodologie der rom. Philologie, Heilbronn 1884-88, vol. 3 - l'altra del prof. Gustavo Gröber: Grundriss der rom. Philologie, Strassburg 1886, non ancora compiuta; ambedue ottime, e aiuto ormai necessario ad ogni romanista.