miércoles, 4 de noviembre de 2026

Capitolo III. La lirica provenzale: sue origini. La cavalleria, rapporti, lirica dei trovatori.

Capitolo III.

La lirica provenzale: sue origini. La cavalleria e suoi rapporti con la lirica dei trovatori.

Guglielmo, conte di Poitiers, Pos de chantar m'es pres talens,

§ 1. Gli accennati documenti letterari che si ritengono anteriori o di poco posteriori al 1100, e specialmente quelli in poesia, mostrano, insieme con irrefragabili prove della loro antichità, una tale stabilità e fissità nei caratteri e nella tecnica del verso e della strofa, che è difficile da spiegare in uno stadio così primitivo. Questa difficoltà è ancora più grande quando consideriamo la poesia lirica dei trovatori; essa ci compare innanzi a un tratto già adulta e cosciente di sè, già in possesso delle varie qualità di verso, già abile a intrecciare le strofe. Le più antiche liriche rimasteci sono di Guglielmo VII conte di Poitou e IX duca d'Aquitania, che governò tra il 1087 e il 1127; l'alto grado del loro autore spiega il perchè esse sieno le prime che ci sieno state conservate, ma si può assicurare (e ce ne sono indizii nei versi stessi di Guglielmo), che egli non fu il primo trovatore, (1 : Trovatore è in provenzale trobaire, e nei casi obliqui trobador. L'origine, secondo il Paris, sarebbe un termine dell'arte musicale, tropus = motivo melodico, aria; onde trobar sarebbe propriamente il fare tropi, inventare arie musicali.)
e che prima di lui vi fu un periodo più o meno lungo di formazione e di preparazione. In tale periodo che potrebbesi dire dell'infanzia della lirica provenzale vorremmo potere spingere lo sguardo con sicurezza, ma i pochi accenni dati da Guglielmo e da altri poeti posteriori non consentono che una semi-oscurità.
(N. E. Lo mismo pasa en el Vaud, Suiza, con los vaudois, Badois, valdenses, herejes, y sus poemas antiguos.)
La poesia trovadorica, si può dirlo con certezza, non ricevette nulla in eredità dalla letteratura aulica-latina del Basso Impero: nè il verso, che riposa su un principio essenzialmente diverso, nè i vari atteggiamenti di serie monorime o di strofe; essa è invece una lenta trasformazione della poesia popolare la quale non venne mai meno nel mezzodì della Francia.
Questa poesia dagli ultimi secoli dell'Impero fino oltre al 1000 era specialmente cantata e trasportata di borgo in borgo dai cantori ambulanti, saltimbanchi, buffoni, razza di gente che l'antichità conobbe col nome di mimi o thymelici e il medio evo con quelli di joculatores, ministrales, histriones. Dei loro salti e delle loro rozze canzoni si dilettavano, accomunati dalla ignoranza, baroni e popolani, e non mancano, fino dal secolo VII, le testimonianze del disprezzo e dell'odio che a loro, come a stromenti di barbarie e di immoralità, portavano i poeti clerici latineggianti e gli ecclesiastici. Di quella poesia, che Alcuino chiama turpissima e vanissima, nulla pur troppo ci rimane; pure, data la rozzezza della società cui essa piaceva, noi crediamo che le invettive dei clerici non fossero del tutto immeritate. Ma sulla fine del secolo X, la feudalità francese, specialmente meridionale, addolcisce a poco a poco i costumi e la vita; sul robusto tronco feudale sboccia il fiore della cavalleria, e i cantori seguono questo movimento civile; il joculator o istrione, passato dalla piazza alla sala del castello si trasformò in trovatore e poeta, così come il canto della taverna nella canzone armoniosa e grave.
I cantori o histriones, erano parte quasi obbligatoria della masnada di ogni signore; perciò fin da principio s'eran trovati in una condizione inferiore e ciò spiega il loro riservato rispetto alla dama del barone feudale, naturale patronessa dei seguaci e servi del marito.
Per questo la lirica provenzale ebbe fin dalle origini quell'impronta tanto caratteristica di illimitata devozione alla donna, devozione che ebbe poi ordine e regolamenti dalla cavalleria. (1 : Su ciò si veda uno splendido articolo di P. Meyer, nella Encyclopaedia Brittannica. XIX, 867.)
Ed anche è da osservare come risulti da tutto questo che la poesia trovadorica fin dal suo nascere è un prodotto della società feudale: per essa si ingentilì, da essa ebbe le prime festose accoglienze e quasi sempre le più generose rimunerazioni; sicchè la lirica provenzale e la società feudale di Provenza crebbero e vissero così indissolubilmente legate che i colpi della crociata albigese, rovinando l'una, non potevano non ferire mortalmente l'altra. Non si creda però che questo rapido e fiorente crescere di una poesia artistica e aristocratica facesse cessare la poesia popolare; anzi procedettero entrambe per la loro via, non senza molteplici contatti. I poeti aulici pretesero in generale il nome di trovatore rigettando quello di giullare, cui rimaneva attaccato l'antico dispregio per gli histriones, ma nell'uso corrente i due nomi non furono mai nettamente separati. (1 : Cfr. Diez: Poes. des troub. p. 27-31 della traduzione francese. In generale col nome di giullare intenderemo chi canta o recita cose altrui, e trovatore diremo colui che, pagato o no, espone composizioni sue proprie.)
La poesia aulica inoltre ha ben altri debiti verso la sua sorella più umile e popolana; i trovatori vi trovarono le più schiette forme della loro poesia, come ad esempio, la ballata, la pastorella, l'alba, la ronda: veri fiori che l'arte finissima di quei maestri seppe ornare, senza che perdessero il profumo e la freschezza nativa, coi più vari e graziosi colori.

§ 2. È questo, per quanto si può congetturare con tutta probabilità, il modo con cui nacque la poesia dei trovatori, trasformazione aristocratica della rozza poesia del volgo. Quando poi la scienza della poesia e il nome di poeta cominciarono ad ottenere fama e compensi tra la scelta società, molti naturalmente si volsero per quella via affaticandosi con più o meno fortuna a sorpassare in eccellenza artistica i competitori. Sono frequentissimi nelle poesie dei trovatori i vanitosi accenni alla cura del ben comporre e tornire le strofe, allo sforzo del ben limare, all'ingegno di cui dovevasi dar prova. Marcabru, uno dei più antichi, si compiace già di sapere così bene incatenare l'argomento e i versi che niuno potrebbe togliervi una sola parola. 
(1 : Raynouard, IV, 303:
“Marcabrus, segon s'entensa pura
Sap la razo è 'l vers lassar e faire
Si que autr'om no l' en pot un mot traire”) 

Appunto questa coscienza e riflessione estetica, questo amore dell'arte per sè, questa ricerca dei mezzi più sottili e acconci ad ottenere la bellezza, sono il merito e la novità più grande che abbia la poesia provenzale.
Duchi, Re e perfino Imperatori, non disdegnarono le lodi che erano date al sapere poetico e vi si applicarono con passione ed ora figurano con onore nel catalogo dei trovatori. Ma della onorata e lodata falange poetica poteva far parte chiunque avesse ingegno e valentía. Molti trovatori uscirono dalle più umili classi del popolo, come ad esempio, il più elegante poeta amoroso di Provenza, Bernardo di Ventadorn figlio di un fornaio del castello, Giraut de Borneil che meritò il nome di maestro dei trovatori, Perdigon figlio di un pescatore e che diventò cavaliere e amico del Delfino d'Alvernia. Altri uscirono dalla borghesia la quale nel mezzodì della Francia godeva già di molta considerazione; tra essi, Pietro d'Alvernia ed Elias Fonsalada; e altri dalla mercatura, come Folchetto di Marsiglia e Aimerico da Pegulhan. Molti che avevano incominciato gli studi da clerici, abbandonarono la via ecclesiastica per la vita libera e gioiosa del poeta, come Arnaldo di Mareuil, Ugo di S. Circ, Aimerico da Belenoi, Pietro Cardinal; altri che erano già veri monaci fuggirono dal chiostro, come Guiberto di Puicibot. La chiesa per altro combattè pertinacemente questo abuso. Folchetto di Marsiglia, diventato vescovo, si doleva come di enormi peccati delle sue giovanili poesie amorose; e il canonico Gui d'Uisel fu dal legato del papa costretto con giuramento ad abbandonare il trovare ed il cantare. La poesia amorosa non poteva alla chiesa sembrare che una impura fonte di guadagno; salvo però casi speciali; perchè, se vogliamo credere ai manoscritti, l'allegro e bizzarro Monaco di Montaudon avrebbe ottenuto dal suo Abbate licenza di poetare e cantare a condizione che i profitti andassero a beneficio del monastero. Altri trovatori uscirono dalla piccola nobiltà; figli cadetti di castellani che non potendo mantenere il grado di cavaliere si facevano giullari; tali Raimondo di Miraval, Peirol, Cadenet, Rambaldo di Vacqueiras; alcuni infine furono principi potenti, poeti e protettori dei poeti, come il già nominato Guglielmo di Poitou. Rambaldo d'Orange, Blacasso, il visconte di S. Antonin e altri.
Donde apprendevano la loro arte i trovatori? Quasi tutti affermano unico loro maestro essere stato Amore; ma noi, pur concedendo molto alla inspirazione individuale, non vediamo in questa risposta che una lusinghiera adulazione alla loro dama. Tuttavia si può asserire che vere scuole d'arte poetica (1) non ci furono; 
(1 : Art de trobar o saber de trobar: i trovatori non usano che queste frasi per designare la loro scienza; i termini di gai saber o gaya sciensa sono dell'Accademia Tolosana e passarono a torto nell'uso tradizionale.)
i trovatori apprendevano l'uno dall'altro i precetti e la pratica del canto e del suono, e le leggi della composizione; il fatto è assicurato fino dai più antichi trovatori: Marcabruno, dice la biografia provenzale, tanto stette con un trovatore che avea nome Cercamondo che egli pure cominciò a poetare. E di Ugo di S. Circ dice la biografia che molto imparò dell'altrui sapere e volontieri lo insegnava altrui. Questi insegnamenti e la elaborata composizione delle nuove poesie e della musica loro appropriata, erano specialmente riservati all'inverno, la stagione morta dei trovatori. La primavera riportava loro la libertà e la vita; riprendevano le loro corse di corte in corte e di castello in castello, e la fama delle nuove più belle canzoni e della nuova musica più applaudita, li precedeva da lungi e ne rendeva gradita la visita, e il nome della dama in esse celebrata, sebbene sempre velato di un pseudonimo, passava di bocca in bocca sussurrato allora come ora, tra i sorrisi dei maldicenti. Questa clausura invernale, oltre il vero sentimento della natura, spiega l'odio dei trovatori per l'inverno e i loro ripetuti e un po' convenzionali entusiasmi per la dolce stagione e per le rose di maggio.
Come ho detto di sopra, i trovatori, almeno i migliori, oltre la poesia componevano anche la musica di accompagnamento; erano autori, come dicevasi allora, del motto e del suono. Le biografie che nei manoscritti accompagnano le poesie tengono minuzioso conto di questa duplice abilità, e notano se alcuno eccelleva nell'una o nell'altra.
Quasi sempre le poesie erano cantate dai trovatori stessi che le avevano composte, i quali anche si accompagnavano colla viola; le biografie notano espressamente se erano bravi nel cantare e nel suonare. 
Di Aimerico da Pegulhan, per esempio, dice il biografo ch'ei componeva bene canzoni e sirventesi, ma molto male cantava; di molti invece (1) è detto che sapevano bene trobar, violar e cantar; 
(1 : Vedi le biografie di Pons de Capduelh, di Ugo de Penna, di Perdigos, di Bartolomeo Zorgi, ecc. a pag. 60, 50, 71, 110, delle Biographies des Troubadours edite dallo Chabaneau a Tolosa, Privat, 1885.)
di Pietro Vidal poi il biografo assicura che cantava mielhs d'ome del mon. Se il trovatore non aveva bella voce si faceva seguire da un giullare o due che cantavano le sue poesie, come fecero Pietro Cardinal, Arnaldo di Mareuill, Guiraut de Borneil e altri. Un'abilità molto apprezzata in que' tempi in cui erano più famigliari le armi che l'alfabeto, era quella di sapere ben narrare e leggere romanzi d'avventura e di saper scrivere; moltissimi trovatori dovevano contentarsi di tenere le loro poesie a memoria o dettarle a qualche scrivano.

§ 3. Una classe meno pregiata dei trovatori ma certo più numerosa era quella dei giullari. Essi seguivano, come dissi, i trovatori che non cantavano le loro produzioni; ma oltre a ciò, ai giullari dovevano per forza affidare le loro poesie quei poeti illustri, principi e castellani, che non potevano certamente nè correre il paese nè fare mercato dei loro talenti. Anche se il trovatore stesso era cantore mercenario è evidente che tanto più gli conveniva spargere di sè la maggior fama, ed è probabile che durante l'inverno insegnasse a uno o più giullari le nuove sue composizioni, perchè le andasser cantando in quei paesi dov'egli non poteva per allora recarsi. E presso i trovatori in voga non dovevano mancare questi volonterosi apprendisti, poichè certo nessuna corte o castello si chiudeva al giullare che annunciasse avere nel suo repertorio una recente canzone amorosa di Bernardo di Ventadorn, o una sestina di Arnaldo Daniello o un nuovo sirventese di Bertran de Born. 
(1 : I profitti di tal mestiere erano spesso considerevoli, e consistevano in denari, abiti, cavalli. Raimondo di Miraval, rivolgendosi al suo giullare Bayona, gli dice: “So bene, Bayona, che sei venuto da me per un sirventese; questo sarà il terzo, perchè io te n'ho già fatti due coi quali hai guadagnato molto oro e argento, e molti abiti, e roba assai tra buona e cattiva.” Ma Bayona - da vero artista! - avrà giuocato e mangiato tutto, perchè poi Raimondo gli dice: “Dio m'aiuti, Bayona, ti veggo così meschinetto e mal vestito di povera gonna! ma ti trarrò d'impaccio con un sirventese che ti prometto.” Anche a un altro giullare, di nome Fornier, insegnò Raimondo l'arte del cantare.)

Questo contatto continuo tra trovatori e giullari favoriva la confusione delle due classi; di alcuni, per esempio, di Pistoleta, di Aimerico di Sarlat e di Perdigon, le biografie dicono espressamente che da cantori e giullari riuscirono col senno e l'ingegno trovatori e poeti. In generale oltre al cantare poesie e suonare stromenti, il giullare doveva narrare novelle e romanzi d'avventura, e doveva anche divertire all'uopo la società con talenti meno nobili, di acrobata e di prestidigitatore. Abbiamo due poesie, una di Guiraut de Cabreira e l'altra di Guiraut de Calanso, in cui i due poeti enumerano ai loro giullari, Cabra e Fadet, ciò che essi dovrebbero saper dire e fare; ma la lista è così lunga (solo gli strumenti da suonare sarebbero nove!) che è permesso credere sia quello il ritratto di un giullare affatto ideale.

§ 4. Tali erano gli artisti e i giullari dei secoli tra l'undicesimo e il decimoterzo; rimane a vedere in che stesse l'arte loro. A intender la quale, bisogna dire poche cose (perchè l'argomento fu già molto trattato e bistrattato) intorno alla Cavalleria. Essa risale originariamente ad una cerimonia germanica, già nota a Tacito; i giovani guerrieri giunti all' età voluta erano solennemente vestiti delle armi da alcuno dei capi tribù, o dal padre. Stabilitisi i Germani su territorio romano, la cerimonia rimase la stessa, ma il Cristianesimo le diede un'impronta religiosa. 
Il giuramento che si imponeva al giovane cavaliere o miles, (1) dandogli l'armi innanzi l'altare, di difendere la religione e gli oppressi, fu uno dei tanti vincoli coi quali la Chiesa tentò di frenare e domare la feroce e turbolenta feudalità dei secoli nono e decimo. 
(1 : La parola cavaliere (homines caballarii) è già in un documento dell' 859.)
Così il cavaliere divenne, in teoria, il soldato della fede e della giustizia; le crociate furono la più potente manifestazione di questo sentimento. Senonchè il premio a tali virtù, promesso nell'altra vita dalla Chiesa, era se non incerto troppo lontano; e come tra i deboli da difendere v'erano le donne, questa dolce difesa diventò ben presto premio a sè stessa. L'impulso cavalleresco fu dunque prima la fede, poi la donna e l'amore; ma un amore che, almeno in teoria, risentì sempre dell'origine sua mistica e ideale, e rimase o almeno fece di tutto per rimanere null'altro che inspirazione purissima di nobili pensieri e di imprese generose. Amore fu allora, dice il Carducci, l'espressione formale del più alto ideale civile, il principio supremo di ogni virtù, di ogni merito morale, di ogni gloria.
Perchè così si credesse, e in conformità della credenza si operasse, bisogna immaginare una società intimamente diversa da qualunque forma sociale del giorno d'oggi.
E realmente fu così; il medio evo, l'età delle contraddizioni, non ne ha alcuna più stridente, a nostro modo di vedere, che quella tra siffatta esaltazione dell'amore e della donna e la costituzione della famiglia feudale e la parte che la donna era chiamata a rappresentarvi. La società feudale è essenzialmente basata sul principio della proprietà del suolo, donde il continuo desiderio nei baroni di crescere le loro terre e a tal uopo due mezzi principalmente valgono, le armi e i matrimoni. 
La donna, che nel mezzodì della Francia poteva avere e trasmettere feudi, venne ad essere uno strumento di potenza e un mezzo di combinazioni diplomatiche. Quando mutavano le circostanze, il potente barone trovava sempre un vescovo compiacente che scoprisse tra lui e la sposa un lontano grado di parentela e pronunciasse il divorzio. Da ciò i
frequentissimi ripudii, e una indegna posizione fatta alla donna nella famiglia, perchè per tacere di altre cose, in siffatti matrimonii non s'aveva nessun riguardo al sentimento, e assai poco alla convenienza d'età degli sposi. L'amore cavalleresco sorse dunque fuori, anzi in opposizione al matrimonio, e ne' bei tempi della cavalleria, alla fine del XII secolo, Maria di Champagne sentenziava seriamente che amore non può essere tra sposi, perchè questi si devono per legge quello che tra amanti è grazioso favore. Ma perchè l'amore cavalleresco fosse veramente compenso al famigliare, e la donna godesse come amante il prestigio che non aveva come sposa, era necessario tenere quest'amore al di là di ogni sospetto di vizio. Da ciò le leggi minuziose e codificate dei favori permessi tra la dama e il cavaliere, e fissati i gradi dei rapporti amorosi e - stando ad una canzone di Pietro di Barjac - sanzionati dal sacerdote i legami tra il cavaliere e l'amata con cerimonie simili alle nuziali. Che le barriere tra il lecito e l'illecito non fosser mai valicate, e amore non scendesse mai di cielo in terra, sarebbe imprudenza il dire: 
le biografie di molti trovatori smentirebbero con le loro indiscrete notizie l'ingenua affermazione; pure non fu quella una delle età più corrotte, e trasmodò più nel lusso, nelle feste, nell'allegria romorosa e scialacquatrice, nella piena e lieta gioia della vita, che nelle sozzurre del vizio, e vi fu certo, anche nel tempio d'amore, più intemperanza che corruttela.

§ 5. Vigili custodi di questo tempio, ed esegeti di questa religione furono i poeti e i cavalieri di grado inferiore. Nei potenti feudatari e nei sovrani molte volte gl'interessi politici prevalevano su quei bei principii di disinteresse, di difesa dei deboli, di generosa liberalità che la cavalleria imponeva. Ma quei cavalieri, assai più numerosi in Provenza che altrove, privi di terra, o perchè cadetti diseredati o perchè scesi in povertà, i quali formavano le truppe assoldate dei più potenti baroni; quei trovatori che talvolta di nascita oscura con l'ingegno e con l'abilità nella nobilissima loro arte trovavano non solamente accesso nelle sale del castello ma liberalità di doni e protezione fino ad essere ammessi alla intimità della vita castellana; tutti infine il cui unico patrimonio era questa somma di principii elevati e di doti intellettuali che li nobilitava agli occhi proprii e altrui, quanto meno possedevano di mezzi materiali tanto più si accanivano a difendere i loro ideali cavallereschi e i simboli astratti della loro fede. La poesia fu il linguaggio con che ella si manifestò, e i trovatori i suoi apostoli. (1 : Per questo il codice tolosano della scienza poetica potè intitolarsi Le leggi d'Amore - Leys d'Amors.)
Tutta una serie di vocaboli provenzali furono per convenzione impiegati a designare i vari gradi di amore, le sue cause ed i suoi effetti. Amore, come dissi, era stimato principio d'ogni nobile impulso, d'ogni pensiero generoso; ogni cavaliere, ogni trovatore doveva dunque per poter avviarsi alla perfezione avere una dama. Nella scelta le qualità fisiche erano assai meno considerate di quanto si crederebbe; forse ci entrava di più il calcolo, e l'interesse personale. Primo effetto dell'amore (amor, in provenzale femminile) era di produrre nell'animo una certa esaltazione generosa, un desiderio di imprese belle e degne dell'oggetto amato, che i poeti con vocabolo intraducibile dissero joi o joi d'amor. (1 : Settegast, Ueber joi in der Sprache der Troub. 1889. (Über)
- Joi è maschile; il provenzale ha anche il femminile joia con lo stesso significato del gioia italiano. A spiegare il joi potrebbe dirsi che esso è il principio attivo ed operante da cui la gioia, sentimento passivo, scaturisce.)
A questa letizia spirituale che illumina l'amante, seguono naturalmente altre virtù, come valor, cortesia, mesura; cortesia è il perfetto contegno e il piacere del piacere altrui, cui non arriva chi non osserva mesura, cioè regola e saggezza nelle parole e nei modi. Dovere assoluto del cavaliere è la liberalità e la larghezza nel donare, fino allo spreco, fino alla rovina dei propri beni: ed è un dovere che, per buone ragioni, i trovatori non cessano di raccomandare. Sebbene non meno frequenti di tali raccomandazioni sieno le recriminazioni che cortesia è morta e larghezza è sparita, noi abbiamo ricordi di una prodigalità veramente eccessiva; il donare pareva scusa di ogni cosa, perfino del rubare, come si ricava da una tenzone nella quale il marchese Alberto di Malaspina, rimproverato da Rambaldo di Vacqueiras d'aver assaltato alla strada, risponde:
'Per dieu, Rambautz, de so us port guarentia
Que mantas vetz, per talen de donar,
Ai aver tol, e non per manentia (N. E. tolt; v. tollere, tolre, toldre)
Ni per thesaur qu'ieu volgues amassar'. 
(2: Perdio, Rambaldo, di ciò vi garentisco che molte volte, per talento di donare, ho rubato roba, e non perch' io volessi ammassare nè ricchezza nè tesoro.”)

Colui che era cortese e misurato, e largo dei propri averi, e amante dell'arte e dei nobili piaceri, quegli era detto giovine (joves), e giovinezza (jovén) l'insieme di tali qualità, così come vielhs e veltatz (vecchio e vecchiezza) indicano la grettezza della vita e la sordidezza dell'animo. Verso la propria dama poi, il cavaliere e poeta, aveva molti e gravi doveri. Innanzi tutto essa sola era principio e fonte di ogni sapere e virtù; come Orazio alla Musa, il trovatore diceva alla dama: 
Quod spiro et placeo, si placeo, tuum est. 
Si vedano questi versi di Gaucelmo Faidit:
Mon cor e mi e mas bonas cansos
E tot can sai d'avinen dir ni far
Conosc qu' eu tenc, bona domna, de vos; 
(1 : “Il mio cuore, me stesso, e le mie buone canzoni e tutto quello ch'io so dire e fare di bello, io riconosco che da voi, bella dama, lo tengo.”)

e questi di Americo da Peguilhan:
Bona dompna, de vos teing e d'amor
Sen e saber, cor e cors, motz e chan,
E s' ieu ren dic que sia benestan
Devetz n' aver lo grat e la lauzor. 
(2 : “Bella dama, da voi tengo, e da amore, senno e sapere, cuore e corpo, poesia e musica; e s'io dico cosa che sia graziosa, a voi sola ne spetta la lode e l'applauso.”)

Le lodi che il trovatore dà alla dama non gli ottengono subito il ricambio: la scala d'amore è rigorosamente fissata.
Quatre escalos a en amor
Lo premier es de fegnedor
El segons es de precador
E lo ters es d'entendedor
E lo quart es Drut apelat. 
(1 : “Quattro gradi v'ha in amore: il primo è di amante non dichiarato, il secondo di supplicante, il terzo di intenditore o riamato e il quarto è chiamato drudo”. Questa parola (dall'alto-tedesco trût amico, fedele) non ebbe mai in provenzale il significato carnale che prese in italiano.)
(N. E. Del alto alemán, Trût, inglés to trust : confiar - alemán actual, vertrauen; confidente.)
L'ultimo grado di drudo non importava altro che l'accettazione formale del cavaliere come vassallo; la dama riceveva da lui un giuramento di fedeltà che suggellava con un bacio, e il più delle volte questo era il primo e l'ultimo. D'allora in poi correvano tra la dama e il drudo rapporti di fedeltà ed obbedienza e di vero vassallaggio; molti favori che i trovatori chiedono nelle loro canzoni, come ad esempio, di levare in ginocchio gli stivaletti della dama, o di entrar nella camera a far l'ufficio di valletto mentre ella si spoglia, nascondono forse desiderii inconciliabili coll'amore ideale, ma di per sè non sono che il riflesso di costumi feudali universalmente radicati, per cui simili uffici spettavano ai paggi e ai donzelli e talora allo scudiero. (2 : Uno strascico di siffatto servigio feudale è il privilegio (che rimase alla corte francese fino alla rivoluzione) dei nobili di grandi entrate di assistere e aiutare il sovrano al coricarsi e allo svegliarsi. - I trovatori per indicare il complesso dei servigi che il cavaliere doveva alle dame, usano il verbo domnear e domnejaire è colui che accudisce a tale servigio.)

In ogni modo questo edificio di barriere artificiose e regolamentari era troppo debole per non essere rovesciato al primo urto di una vera
passione. La fine sanguinosa di alcuni trovatori, e l'esilio cui parecchi furono costretti: alcune poesie che scordando il grazioso linguaggio convenzionale prorompono in accenti di vero dolore, di angoscioso desiderio o inneggiano trionfalmente alle dolcezze godute, non lasciano alcun dubbio in proposito. Pur tuttavia, riguardando la grande lirica amorosa di Provenza nel suo complesso, crediamo giusta l'osservazione del Diez, che essa è nata dal cervello più che dal cuore ed è un brillante prodotto dell'intelletto più che del sentimento.

§ 6. La lirica provenzale non si restrinse alla canzone d'amore; ma creò eziandio il serventese che tratta la poesia politica e sociale. I trovatori, privi di terre e di interessi personali, meglio d'ogni altro potevano giudicare e condannare le guerre colpevoli o le paci vergognose. Certo la politica dei potenti non avrà piegato alla voce d'un poeta, ma non si può trascurarla del tutto quand'ella esprime le credenze o le dicerie dei contemporanei; ed era tanto più temibile in quanto l'unico mezzo di influenzare la pubblica opinione erano appunto i racconti e i canti oralmente trasmessi. È per questo che spesso ad un sirventese contro un signore o una città, ne troviamo uno di difesa di qualche trovatore cortigiano o cittadino. E bisogna convenire che questa parte di pubblici giudici, di accusatori imperterriti o di zelanti difensori, i poeti la esercitarono con un'arditezza di pensiero e con una virulenza e libertà di linguaggio che si crederebbe inverosimile ne' tempi del servaggio feudale. Meno l'amore, il serventese si piegava ad ogni argomento, dalle questioni più alte fino alla satira e alla invettiva personale. Due delle forme che esso assunse sono degne di menzione; l'una è il compianto, con cui si lamenta la morte di qualche sovrano o barone, e ve ne hanno dei bellissimi, pieni di bei pensieri, di amare osservazioni sulle condizioni politiche d'allora, di toccanti elogi del defunto verso il quale il poeta avea quasi sempre debiti di gratitudine. L'altra è il canto della crociata. Non vi fu una di tali spedizioni contro gl'infedeli di Palestina o di Spagna, che non sia stata preceduta e accompagnata dai canti dei trovatori. In essi, le lodi ai crociati, le invettive contro i sovrani restii, contro i baroni poltrenti nell'ozio, sono animate da slanci di vera poesia e da una fede ardente e sincera. E non tutti diedero parole soltanto: in buon numero presero la croce e seppero cingersi la doppia aureola del poeta e del guerriero.

Nota sulle principali forme della lirica provenzale. - Il verso si chiama mot motto; fare una poesia è lassar motz, allacciare motti. I versi sono gli stessi che in italiano. La strofa è cobla; in principio le coblas erano probabilmente di versi della stessa misura e monorimati; poesie di siffatta guisa erano chiamate vers, e le biografie avvertono che al tempo dei primi trovatori tutte le poesie erano dette vers e non canzoni. 
Pure Guglielmo di Poitiers conosce già l'arte di intrecciare versi di varia misura. Quest'arte progredendo creò la canzone, che rimase la regina della lirica trovadorica. All'artificiosa combinazione strofica di versi variati corrisponde la sapiente disposizione delle rime (in prov. rima o rim). Nessuna letteratura usò ed abusò delle rime come la provenzale; rime facili (rimas planas) o ricercate e ardue (rimas caras), rime baciate, alternate, a eco, in mezzo ai versi, retrogradate di strofa in strofa, nulla si trascurò per trarre ogni partito da questo stromento d'armonia. 
(1 : Si veda: Bartsch, Die Reimkunst der Troub. nel vol. 1.° del Jahrbuch.)
La canzone (cansos) ammette i versi più varii e le rime piane (femminine) e tronche (mascoline); ha numero non fisso di strofe, ma la canzone d'amore per solito n'ha da cinque a sette; la strofe varia da 2 a 42 versi, ma questi estremi son rari. Se la canzone è meno ricercata e più snella si chiama canzonetta (chansoneta): se si riduce a poche strofe o, secondo altri, se canta di opposti sentimenti è una mezza-canzone (meiachanso), o canzone mezzo divisa (c. mieg partida).
Del sirventese (sirventes e di raro sirventesc o sirventesca) già abbiamo visto il contenuto. Il nome non è chiaro: la Doctrina de compondre dictats e il Rajna spiegano essere detto così perchè si cantava sulla musica di altro canto, al quale esso è perciò servente. Il Diez e il Bartsch spiegano come canto composto in servigio o in lode d'un signore, dal verbo servire. Il Meyer dice che sirventes è in origine il canto del sirvent; sirvent indicava il soldato mercenario, l'avventuriere. Vi è, come la mezza canzone, il mezzo sirventese (mieg sirventes), e se la poesia aveva della canzone e del sirventese a un tempo, cosa non frequente, la si chiamava canso-sirventes o chans mesclatz, poesia mista.
La tenzone (tensos o contentios) fu pure molto amata; essa è la disputa intorno a un punto sottile della scienza d'amore, saber de drudaria, oppure tratta di politica, non senza personalità ed invettive. Se l'uno dei due è quegli che posa il dilemma e lascia all'altro facoltà di scegliere, la tenzone dicevasi allora partimen o jocx partitz, gioco partito. 
Se entravano in lizza più di due avversari, s'aveva allora un torneo (torneyamen), forma poco comune. La tenzone per lo più era trattata in iscritto, ogni strofa rigorosamente conformata nella disposizione dei versi e delle rime alla prima. I disputanti finivano nel commiato (tornada) rimettendo il giudizio a tale o tal'altro barone o dama, ma questo era più un omaggio e una occasione di lodare il protettore o la protettrice che una vera richiesta di sentenza. Pure si ha memoria, assai rara, che qualche sentenza intorno ad argomenti discussi in tenzone fu veramente pronunciata. Quest'uso suggerì forse al Nostradamus la spiritosa invenzione delle Corti d'Amore, che non hanno mai esistito. (1 : Ogni indicazione su questo tanto discusso argomento si troverà nello studio del Rajna: Le Corti d'Amore. Milano, Hoepli, 1890.) 
(N. E. Véase des cours d'amour, de Raynouard, Choix...)

Buon numero di generi secondari ebbe la lirica provenzale, di fattura meno complicata e più affine alla disinvolta e semplice poesia del popolo. Ne è frequente segno caratteristico il ritornello (refranhs). 
La romanza, tanto amata nella Francia del Nord è rara in Provenza; ne abbiamo esempio però fino dai più antichi trovatori, Guglielmo di Poitou e Marcabruno; essa narra un'avventura amorosa del poeta stesso. 
La ballata e la danza (balada, dansa), accompagnanti il ballo, amorose e spesso voluttuose: in esse aveva molta importanza la melodia. La ronda (canso redonda), in cui l'ultimo verso d'ogni strofe è il primo della seguente; ed è incatenata (encadenada) se le rime sono retrograde di strofa in strofa. La retroenza (retronxa o retroenza) solitamente di 5 strofe a rime diverse. L'alba e la serena, d'origine assai antica, in cui il ritornello termina appunto con le parole alba o sers (sera); vi si dipinge le gioie degli amanti, vigilati da una guardia o amico fedele (gaita): 
vi sono però albe di carattere religioso, vere preghiere del mattino. 
La pastorella (pastorela o pastoreta) descrive l'incontro, non sempre platonico, tra il poeta e la forosetta: prende i nomi di vaqueira, porqueira, cabriera, auqueira, vergiera, ortolana, monja, secondo che la fanciulla è guardiana di vacche, di porci, di capre, di oche, o è giardiniera, ortolana o monaca. Il disaccordo (descort) con le strofe inegualissime e con le incoerenze e antitesi di pensieri esprime il turbamento e il delirio amoroso. La sestina, che credesi invenzione di Arnaldo Daniel, imitata da Dante e Petrarca: metro il cui principale pregio si perde se non è accompagnata dalla musica. Il sonetto era sconosciuto ai provenzali (le parole so e sonet indicano sempre la melodia) ma ve ne è di posteriori a quelli italiani: il più antico è di Dante da Maiano. Affine al genere lirico è l'epistola amorosa (breu, letras) in cui eccelse Arnaldo di Marueilh; se è in forma di saluto alla dama dicevasi salutz.
Le Leys d'Amor specificano altre e numerose forme poetiche; questo lussureggiare di divisioni e suddivisioni è segno di povertà più che di ricchezza. Così abbiamo il comjat, in cui il poeta s'accomiatava dalla dama: il devinalh, giuoco di parole: l'escondig o giustificazione dell' amante: l'estampida, per una musica speciale e già fatta: i somis sogni, le vezios visioni, il cossir desiderio appassionato, l'enuegz canto di tristezza, la gilozesca canto di gelosia, e altri ancora.
Parte importantissima, ma poco studiata, dell'arte lirica provenzale è la musica: nel giudicare dell'arte trovadorica, trascurando la musica, noi perdiamo almeno la metà di quanto formava la delizia e l'incanto de' contemporanei. Pochi studi, che spero rendere pubblici, mi permettono d'assicurare che l'accusa che si fa solitamente a quelle melodie, di essere semplici e monotone, è assurda. Quando i manoscritti oltre le parole conservano anche le note, sarebbe preciso dovere di un editore critico il riprodurle almeno come stanno, s'ei non sa in notazione moderna.