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jueves, 5 de noviembre de 2026

Capitolo VI. Letteratura profana: epica, bretone, classica. Novelle. Favole. Storia.

Capitolo VI.

Letteratura profana: epica, bretone, classica. Novelle. Favole. Storia.

Roman de Gerard de Rossillon, Girart de Roussillon, illuminated manuscript, c. 1450

§ 1. Una delle idee fondamentali del libro del Fauriel (1) è che la patria della grande epopea feudale-cristiana del Medio Evo sia stato il mezzodì e non il settentrione della Francia. (1 : Hist. de la poés. prov. I (cap. 9.12), II (24-30), III (31-37).)
A questa idea egli, e prima di lui il Raynouard, era spinto dalla considerazione che numerosi poemi narrano lotte reali o supposte, tra Cristiani e Mori, la cui scena è il Sud della Francia o anche il Nord della Spagna: pareva strano che il paese che vide quelle guerre e i cui abitanti erano più d'ogni altro interessati nell'esito di esse, non le celebrasse con canti epici. Si scioglieva la difficoltà ammettendo che la Provenza avesse avuto una ricca serie di poemi ora perduti, de' quali i poemi francesi rimastici non sarebbero che traduzioni o rifacimenti.
L'ipotesi è stata combattuta e definitivamente distrutta. Vediamo in qual modo, e che cosa si è ad essa sostituito. Dal fatto che l'azione di un poema si svolge in una data regione, non ne viene di necessità che il poema stesso debba essere di quel paese: a questa stregua l'Iliade sarebbe troiana, e la Chanson de la Croisade siriaca. D'altra parte non si nega che le lotte del secolo VIII e IX tra Cristiani e Mori abbiano vivamente interessato i Provenzali al pari dei Francesi. Vittorie come quella di Carlo Martello a Poitiers (a. 732) e sconfitte come quelle di Roncisvalle (a. 778) e di Villedaigne sull'Orbieu (a. 792) (1) dovettero certo commuovere tutti i Cristiani, e noi abbiamo precise testimonianze di canti popolari, appunto del mezzodì della Francia, che celebravano il glorioso sconfitto di Villedaigne; ma questi canti non hanno dato luogo a poemi: il germe è morto prima che si sviluppasse la pianta. 
(1 : Vedi la nota in fine del capitolo.)
Nessuna ragione infatti potrebbe spiegare la perdita assoluta di tutta una letteratura epica, se questa avesse esistito.
Ma v'è di più: le ricerche del Meyer e del Rayna (2) conducono alla conclusione che non solo un' epopea nazionale in Provenza non ha esistito, ma che essa non avrebbe potuto esistere.
(2 : P. M., Recherches sur l'Ep. fr. 1867; Rajna, Origini dell'Ep. Firenze, 1884. La questione è magistralmente riassunta in: Gautier, Les Épopées fr. I2 (1878) p. 129-46, e in: Nyrop, St. dell'Ep. franc. pag. 148-57 traduz. ital. Firenze 1886.)
L'epopea medioevale neo-latina è nata dalla fusione dello spirito germanico in una forma romana; ora dal basso Rodano al golfo di Guascogna l'elemento germanico fu talmente e così presto sopraffatto dal romano che si può dire che esso sia mancato del tutto: epperò non si potè svolgere quella forma letteraria che da esso prendeva l'anima e la vita.

§ 2. In circostanze affatto diverse si trovò la parte orientale della Francia del Sud ossia la Borgogna merovingia. Quivi i Burgundii avevano una tradizione epica propria, a trasformare la quale, ma nel tempo stesso a mantenerla viva, concorsero la vicinanza con la Francia propriamente detta e le relazioni politiche tra i due paesi. Gli eroi borgognoni rappresentano la opposizione all'autorità regia francese, e la Borgogna figura nell'epopea come un paese ribelle, perchè tale essa fu in realtà. 
E non solo politicamente ma anche linguisticamente la Borgogna (confr. Cap. II § 1) costituiva un territorio ben definito. Ad onta di ciò, e perchè mancò l'indipendenza nazionale, e perchè il tipo linguistico non era abbastanza distinto e nessun dialetto borgognone assurse a tipo letterario, e più di tutto per la forte attrazione che doveva esercitare la grande epopea del Nord, i prodotti epici borgognoni si confusero e si fusero con quelli della Francia. Un solo monumento ce ne è pervenuto, ed è il poema di Girart de Rossillon.

Ne abbiamo quattro manoscritti, sui quali e sulla loro classificazione vi è un dotto studio del Meyer. (1 : In Jahrbuch, XI 121.) 
Il risultato, per noi importante, è che i due più antichi e certamente più vicini all'originale, sono appunto scritti in un dialetto intermedio tra la lingua d'oïl e d'oc, mentre gli altri due sono stati modificati così che uno s'avvicina di più al francese, l'altro al provenzale. Questa canzone di gesta comprende circa 10.000 decasillabi con cesura dopo la sesta, in serie monorime, e fu composta verso il 1150. Il confronto tra essa e una agiografia latina: Vita nobilissimi Comitis Girardi de Rossellon, scritta da un monaco di Pothières verso la fine del secolo XI, mostra che probabilmente vi fu un poema ancora più antico. Questo Girardo, le cui imprese sono quasi interamente favolose, s'ha da identificare con quello che fondò le abbazie di Pothières e di Vézelai e che visse sotto Carlo il Calvo: che poi questo pio fondatore di abbazie sia lo stesso Girardo, duca di Provenza, che tra l'860 e l'870 figura spesso nella storia di Francia è una presunzione probabile ma non sicura. (1 : Tutte le indicazioni sulla vita e sul poema, si raccoglieranno da: A. Stimming, Ueber der prov. Girart von Rossillon, Halle 1888, e in: Romania, XVI, 103, XVII 637.)
La tela del poema si narra in poche parole. Carlo Martello, qui messo a torto invece di Carlo il Calvo, cerca di prendere il castello di Rossiglione difeso da Girart suo cognato e nemico. Dapprima questi vince, ma poscia la fortuna piega verso il re: una pace conclusa tra loro non dura a lungo e Girardo del tutto vinto è costretto a fuggire, pietosamente accompagnato e consolato dalla moglie sua Berta. Stabilitosi in una piccola città si procacciano il vitto egli col vender carbone ed ella col cucire. Così vivono a lungo tranquilli, ma un giorno, assistendo ad uno splendido torneo, sono assaliti dai ricordi della vita passata. Tornano in Francia, e si riconciliano col re, e spendono le riacquistate ricchezze nella fondazione di molti pii istituti. È un poema di rara eccellenza di forma e di molto interesse per la storia della civiltà nei secoli XI e XII.
(N. E. Vecvos per miei l'estorn lo vilh Draugo : Chrestomathie provençale, Bartsch, Koschwitz, Wechssler, Ramón Guimerá Lorente.)

§ 3. Abbiam detto che del Girart vi è una redazione quasi del tutto provenzale. Questo non è un fatto isolato: tutt'altro. Negando al mezzodì della Francia l'anima epica e la popolare creazione di un'epopea nazionale, non si nega ch'ella assai per tempo e naturalmente prima dell'Italia e della Germania, abbia conosciuto e gustato i poemi francesi, e voluto imitarli. I giullari del Nord, ne abbiamo testimonianze fino dal secolo XI, trovavano sulle piazze della città di Provenza non minor folla di ascoltatori appassionati che nelle città francesi, ed è ben supponibile che essi avranno cercato in servizio dell'uditorio di provenzalizzare l'esposizione dei loro testi, come poi qui da noi li italianizzarono deplorevolmente. Così si spiega come fossero anche in Provenza popolari i nomi degli eroi e gli argomenti delle canzoni di gesta, e come ne siano numerosi gli accenni e i ricordi nei lirici provenzali. (1 : Vedi nota in fine del capitolo.)
Un poema del quale ci è rimasto una redazione provenzale è quello di Fierabras. Siccome la si trovò prima della redazione francese, così il Raynouard volle vedervi una prova della originalità epica di Provenza, e il Fauriel, che pure conobbe il testo francese, accolse l'idea e la difese. 
E invece perfettamente il contrario; (1 : Ogni indicazione sul Fierabras prov. si troverà in Gautier, op. cit. III-2, 389.) 
il testo in lingua d'óc, non è, dice il Gautier, che il poema in lingua d'oïl pronunciato alla provenzale, ed è di composizione posteriore; il testo francese fu scritto verso il 1200, ed è certo che ne esistette uno più antico, il provenzale verso il 1230-40. 
Il manoscritto, che contiene questo rifacimento occitanico, è nella biblioteca del principe di Wallerstein; consta di 5084 alessandrini assonanzati in serie monorime, ed è notevole che esso fu il primo dei testi epici di Francia che sia stato edito: lo pubblicò nel 1829 Emanuele Bekker a Berlino. L'argomento del poema, sfrondato dalle molte digressioni e lungherie, è questo: Carlomagno e il suo esercito sono in Ispagna: si presenta a sfidarli un terribile guerriero Saracino, Fierabras, quello stesso che prima aveva saccheggiato Roma e rapito le sante reliquie della Passione. La sfida è accettata dal paladino Olivieri; il quale vince non solo il corpo ma anche l'anima del suo avversario, perchè questi dopo la zuffa si fa Cristiano e vuol essere battezzato. Ma poco dopo il vincitore Olivieri insieme con altri baroni, è fatto prigioniero dal re degli infedeli, l'emiro Balante, padre di Fierabras e della bella Floripas. Per buona fortuna questa era innamorata di Guidone di Borgogna, uno dei cavalieri imprigionati da Balante: essa traverso mille difficoltà riesce a liberare felicemente dal carcere i cristiani e a sposare il suo amato. Balante che ricusa di convertirsi è decapitato: le reliquie della Passione sono rese a Carlomagno e il regno di Spagna è diviso tra Fierabraccia e Guidone di Borgogna. (N. E: Fiera + bras : braccia : brachium : brazo)
Il poema, oltre questa versione provenzale, ne ebbe in altre lingue, e merita veramente un posto cospicuo nella storia epica medioevale. 
Esso non ha però nulla di storico.
Non un rifacimento di poema francese, ma veramente originale di Provenza è il poema su Daurel e Beton. (1 : P. Meyer, Daurel et Beton. Paris 1880. Cfr. anche: Chabaneau, Rdlr, 1881 (3a serie VI) pag. 246-62.)
Il suo autore per altro mostra di averlo composto su reminiscenze di poemi nordici; esso è insomma un'opera d'arte provenzale in cui si riflette un genere letterario francese. Dal linguaggio parrebbe fosse stato composto tra Poitiers e Bordeaux; il manoscritto mutilo in fine, è in possesso di A. Didot, e contiene 2198 decasillabi assonanzati in serie monorime. L'argomento, che è assolutamente fantastico e non ha alcun nucleo storico, è in breve questo. Il duca Beuvon d'Hanstone era stato ucciso a tradimento dal suo amico Guion, il quale con violenza ne sposa la vedova Ermenjart. Guion, non contento di ciò vuole poi far morire il piccolo Beton, figlio dell'amico ucciso. Ma il fanciullo è liberato da un fedele giullare, Daurel, il quale raggiunto nella fuga dagli sgherri lo salva sacrificando il proprio figlioletto che egli fa credere Beton. Ambedue proseguono fino a Babilonia dove il giovinetto è allevato dall'Emiro. Questi, quand' egli s'è fatto adulto, gli dà la propria figlia Erimene in isposa e lo fornisce d'armi e di uomini coi quali Beton ritorna in Francia, riconquista le terre del padre e uccide l'assassino Guion. Come vedesi, benchè l'eroe sia genealogicamente collegato al ciclo carolingio, più che un poema è questo un romanzo d'avventura. La data della composizione si può porre tra la fine del secolo XII e il principio del XIII; l'autore si ignora.

§ 4. Questi sono i principali testi epici provenzali. Dei seguenti ci occuperemo più in breve. Di un poema del secolo XII intitolato Aigar et Maurin si sono conservati solo due fogli che in complesso contengono 1442 decasillabi a serie monorime, da cui non si può ricavare completamente l'argomento; per quanto se ne può giudicare, esso è sconosciuto alla Francia del Nord; vi si riferiscono invece alcune allusioni di lirici provenzali. (1 : Scheler, Aigar et Maurin. Bruxelles, Olivier, 1877. Gli accenni provenzali sono in Z. II 314, K. Bartsch.) 
In prosa abbiamo un racconto o cronaca della metà del secolo XIII detto Philomena. Questo nome sarebbe quello del preteso autore, un monaco del tempo di Carlomagno che sarebbe stato incaricato dall'imperatore stesso di scrivere le sue gesta contro Narbona e Carcassona. In realtà si tratta di una pia frode per esaltare la fondazione, le reliquie e i privilegi del monastero della Grasse. L'argomento è detto in poche parole: Carlomagno assedia Narbona e fonda nella valle magra l'abbazia della Grassa; il racconto si spezza poscia tra le memorie di questo convento e un'interminabile guerra contro i Saraceni.
Tre eserciti pagani sono successivamente sconfitti; infine Narbona è presa, un terzo della città è dato ad Aimerico, e l'abbazia della Grasse che aveva attraversate tristi vicende è da Carlomagno restituita all'antico splendore. L'autore, meno qualche imprestito alla cronaca del pseudo-Turpino e a poche tradizioni epiche, ha lavorato di fantasia e anche in modo punto artistico. (1 : Sui mss. di Philomena cfr. Gautier, op. cit. I2, 139. Di questo curioso racconto ci fu una versione in latino, pubbl. a Firenze nel 1823 da Seb. Ciampi, De gestis Caroli Magni ad Carcassonam et Narbonam.)
Un altro poema di cui abbiamo frammenti è intitolato Tersin o Romanzo d'Arles. Un manoscritto del secolo XIV ne conserva un brano in uno stato così deplorevole che si può dire intermedio tra la prosa e la poesia. 
Altri frammenti decisamente in prosa appartengono al secolo XV; ciò mostra che vi fu un poema che poi, come toccò a molti altri, fu desrimé cioè parafrasato in prosa. Esso si occupava delle guerre del re Tersin contro Carlomagno e delle leggende sulla conquista di Arles. 
(2 : Su Tersin, cfr. P. Meyer, Rom. I, 51, e Chabaneau, in Rdlr XXXII p. 473. Queste leggende su Arles non si trovano in poemi francesi; sono invece narrate nella Kaiserchronik, racconto tedesco della seconda metà del XII secolo, che non conobbe però il Tersin.) 
Il Meyer ha dimostrato che il nucleo del racconto è un avvenimento storico ma accaduto al tempo di Carlo Martello e non di Carlomagno.

§ 5. Se noi esaminiamo il complesso degli accennati poemi si vede che appartengono tutti all'epopea nazionale o ciclo carolingio, sia originali come il Girart de Rossillho, sia traduzioni dal francese come il Fierabras, sia opere d'arte su argomenti tolti da poemi francesi come il Daurel et Beton, sia infine opere fondate su tradizioni locali come l'Aigar et Maurin e il Tersin. Un'altra copiosa fonte di leggende e poemi fu nel Medio-evo la materia di Brettagna, cioè il ciclo del re Artù e della Tavola rotonda. 
I Bretoni (1) avevano conservato molte antiche tradizioni e racconti d'amore e d'avventure, di fate e d'incantesimi, in cui si ravvisano gli avanzi di una remota mitologia sfigurata e incompresa. 
(1 : Galles e Cornovaglia al di là, Piccola Brettagna al di qua della Manica. Riassunto dell'epopea bretone in G. Paris, Litt. fr. éd. 1890, pag. 86.)
Questi materiali accresciuti di tradizioni e leggende cristiane, (2) e variati all'eccesso dalla mobile fantasia dei poeti costituirono un fondo inesauribile di romanzi immaginosi e attraenti, i cui personaggi come Tristano, Lancillotto, Parsifal, e le dame Isotta, Ginevra e altre, diventarono ben presto modelli stereotipi del valore, dell'amore e della cortesia cavalleresca. (2 : Materia cristiana pare specialmente la leggenda del Santo Graal, Cfr. Birch-Hirschfeld, Die Sage vom Gral, Leipzig, 1877.)
Gli eroi brettoni non rappresentavano tradizioni nazionali e venerate che imponessero rispetto agli uditori e freno ai poeti: e però questi dettero libero sfogo al loro amore per i racconti meravigliosi e stupefacenti. 
La voga che questi romanzi e quelli di avventura loro assai somiglianti ebbero dal secolo XII al XVII è incredibile: e contro di questi, si badi, non contro i poemi di tradizione nazionale che egli ignorava, diresse il Cervantes la sua satira fine e pungente.
Di romanzi provenzali che si ricongiungono al ciclo brettone ce ne è rimasto uno assai lungo ed elegante, intitolato Jaufrè. (1 : Sui mss. di Jaufrè, cfr. Grundriss, p. 18. Indicazioni bibliografiche in: Monaci, Testi ant. prov. col. 2.)
Ne abbiamo due manoscritti e un frammento in un terzo; l'autore si ignora; la data della composizione è circa la metà del secolo XIII e più precisamente, secondo il Meyer e lo Stimming tra il 1222-32, ed è dedicato a un re d'Aragona, che è quasi certamente Giacomo I (1213-1276). Consta di circa 10.000 ottosillabi rimati a coppia.
(N. E. Se encuentra Jaufrè y Jaufré, dejaré Jaufrè.)

L'argomento non è facile da riassumere in breve. Jaufrè, fatto cavaliere dal re Artù, si obbliga a punire l'insolenza di Taulat che lo aveva insultato. Mentre va in traccia di lui, capita nel castello di Brunissenda di Monbrun e, manco dirlo, se ne innamora, ed ella di lui, sebbene per diverse circostanze vi sia ritenuto come prigione. Nel castello e in tutto il paese all'intorno gli abitanti sono soliti ogni quattro ore a innalzare un concerto di urla, di pianti e di grida di dolore; ma quando Jaufrè domanda il perchè di così strano costume, è battuto e insultato. 
Egli riesce a fuggire e giunge dopo varie avventure ad un luogo ove apprende finalmente ciò che voleva sapere; il castello apparteneva all'ottimo cavaliere Melian di Montmelier; il quale è prigioniero e terribilmente martirizzato appunto dal crudele Taulat; i suoi sudditi han fatto voto di lamentarsi così più volte al giorno finchè duri la prigionia del loro amato sire Melian. Come è facile immaginare, Jaufrè finisce per vincere Taulat e lo obbliga ad andare a chiedere perdono al re Artù; restituisce Melian ai suoi sudditi e ne ha in cambio la bella Brunissenda, con la quale, dopo qualche altra avventura maravigliosa, celebra pompose nozze. (1 : Di Jaufrè vi è forse un rifacimento spagnolo (Cfr. Giorn. di fil. rom. Fasc. 9, pag. 159). Oltre a Jaufrè, appartiene al ciclo bretone un frammento di traduzione dal francese del Roman de Merlin, in un solo doppio foglio di pergamena che faceva parte di un grosso e ricco manoscritto. Vi si narra l'episodio degli amori di Uter-pendragon e Ygerna e, dopo una vasta lacuna, la morte di Uter-pendragon. Quanto insomma è nelle pagg. 69-72, 85-87 del riassunto di P. Paris, in: Romans de la table ronde, Paris 1868-78, vol. 2. Il Merlin provenzale é in Rdlr, XXII 105, Chabaneau.)
Questi racconti, ad onta dei continui episodi, delle ripetute descrizioni e dei lunghi monologhi, non dispiacciono quando sono scritti con verseggiatura facile e con qualche eleganza di stile: se manca anche questo pregio la lettura ne è insoffribile.

§ 6. Tale è il caso del romanzo di Blandin de Cornoalha e Giot Ardit de Miramar, il quale non appartiene al ciclo Bretone, ma è un vero e proprio romanzo d'avventura e di fantasia. Il poeta entra bene in argomento: 
(2 : “In nome di Dio comincierò un bel canto e narrerò d'amore e di cavalleria e d'una franca compagnia di due cavalieri, buoni guerrieri di Cornovaglia, che vollero girar pel mondo e cercar avventure e l'un d'essi, mi valga Iddio, ebbe nome Blandino di Cornovaglia, e l'altro si fe chiamare Guidotto Ardito di Miramar.”)

En nom de Dieu commenzeray
Un bel dictat et retrayrai
D'amors et de cavalaria,
Et d'una francha compagnia
Che van faire dos cavaliers,
De Cornoaalha bons guerriers,
Che volgron per lo mond annar
E lur aventura cerchar
E lo un d'els, se Dieu me valha
Ac nom Blandin de Cornoalha,
Et l'aotre si fa appellar (l'autre)
Giot Ardit de Miramar;

ma il romanzo è assai insipido di forma e di contenuto. I due cavalieri, ora uniti ora separati, conducono a fine parecchie avventure, uccisioni di giganti, liberazioni di damigelle: e infine Blandin come gli era stato predetto da un uccello dotato di favella umana, libera con tre miracolose imprese da un sonno magico la bella Brianda. Ella, com'è naturale, appena sveglia si innamora del suo liberatore, e lo sposa dopo aver dato in moglie sua sorella Irlanda al compagno di Blandin. 
(1 : P. Meyer, Blandin in Rom. II 170. Sul ms. unico di Torino, cfr. Renier, in Giorn. stor. d. lett. ital. VI 476. Il romanzo: Guillem de la Barra fu pubb. da P. Meyer, Paris, 1868.)
Altro romanzo d'avventura è il Guillem de la Barra, scritto nel 1318 da un poeta della scuola tolosana, Arnaldo Vidal di Castelnoudari, dedicato a un nobile di Linguadoca chiamato Sicart di Montaut, e conservato in un manoscritto del marchese della Garde. Nella solita forma dei versi ottosillabi accoppiati racconta le poco interessanti avventure dell'eroe, che è suddito di un re della Serra oltre Ungheria. La novella è stata rifatta anche dal Boccaccio nel suo Decámeron (G.a II 8.a).

§ 7. Dai romanzi d'avventura alle novelle è breve il passo. La novella (in provenzale Novas al plurale) fu un genere letterario assai gradito nell'alta società provenzale, e di lì passò in Italia e in Catalogna. In Provenza essa conserva la forma poetica dei romanzi, cioè gli ottosillabi rimati a coppia. La più lunga è intitolata Flamenca ed è al tempo stesso uno dei poemi più spiritosi del Medioevo e di quelli che ci danno maggiori notizie sulla vita signorile della fine del secolo XII. Il manoscritto è nella Biblioteca di Carcassona ed è mutilo sul principio e alla fine, cioè proprio nei luoghi dove forse era detto il nome dell'autore; la novella è di 8087 versi e si può con grande probabilità fissare la data della sua composizione all'anno 1234. Il Meyer crede vedervi l'influsso della poesia francese. L'argomento, di pura invenzione, è questo: Flamenca, figlia del conte Guy de Nemours, è sposa al gelosissimo Archambaud de Bourbon il quale non le permette se non di andare alla chiesa del castello, alla domenica. Ma il bel cavaliere Guglielmo di Nevers si veste da chierico e accompagnando il sacerdote durante il bacio delle reliquie, può sussurrare la frase: Hailas (ahi lasso!). La domenica seguente Flamenca riesce a mormorargli: Que plains? (di che ti lagni?) e sempre con l'intervallo di una settimana, si stabilisce un dialogo direi quasi telegrafico: Mor mi (muoio); risponde Guglielmo. De qué?; D'amor; Per cui?; Per vos!; Qu'en pucs? (che poss'io farci?); Garir! (guarirmi); Consi (come?); Per gein (con astuzia): e così di seguito, finchè perfettamente accordatisi, i due amanti riescono a combinare un abboccamento che è credibile non sarà stato di semplici bissillabi. (1 : Flamenca fu pubb. da P. Meyer, Paris 1865.) 
Un buon poeta è Raimon Vidal di Besalu, della prima metà del XIII secolo: di lui ci restano due novelle: Il Castia-gilos (Castigo del geloso) che tratta il solito tema: l'amore di un cavaliere aragonese, Bascol de Cotanda, per Alvira moglie del geloso Alfonso di Barbastre. (2 : È di circa 458 ottosillabi a coppia. Pubblicata dal Mahn, Werke III 226.) 
L'altra intitolata Un giudizio d'amore, narra in 1397 ottosillabi la contesa di due donne che, con gli argomenti tanto cari alla scienza d'amore del Medioevo, si disputano un amante e la decisione è data dal cavaliere Messer Ugo di Mataplana. (3 : Cornicelius, So fo el temps c'om era iays, Berlin 1888. Pei Mss. cfr. Grundriss, p. 21.)
Un'altra breve novella di 300 ottosillabi a coppia è quella di Arnaut de Carcasse intitolata del Papagai (Papagallo). Il personaggio principale è infatti un papagallo di molta eloquenza il quale induce una bella ritrosa, alle voglie del di lui padrone, il giovane Antiphanor; e, perchè gli amanti non sieno disturbati nel giardino, egli incendia il castello col fuoco greco. Questa menzione e il nome del giovine fanno sospettare una fonte bizantina. (4 : Oltre le citazioni in Monaci, Testi ant. prov. col. VII, la novella é in Bartsch, Chrestomathie provençale 1875, p. 257. Data della composizione e ms. cfr. Z. II, 498, Bartsch. Altri papagalli parlanti, cfr. Romania XIX 109.) (N. E. Las novas del papagai. A. de Carcasses : zona de Carcassona.)

Arnaut de Carcasses, novas del papagai. Dins un verdier de mur serat

§ 8. Un genere narrativo che accenniamo solo per completare questa rassegna, è quello della favola. Esso non fu ignoto in Provenza, ma non ne abbiamo che meschinissimi avanzi. Una bella favola è quella in 70 ottosillabi a coppia di Pietro Cardenal che fiorì verso il 1230, appartenente a nobile famiglia di Puy nel Velay, celebrato autore di serventesi morali, e molto protetto da Giacomo I d'Aragona. Egli narra che in una città cadde una pioggia di tal natura che rese pazzi tutti i cittadini, tranne uno che dormiva in casa nel momento della pioggia e che perciò non fu toccato. Il giorno dopo tutti commettono stramberie, tranne quel solo che si meraviglia e che dagli altri è creduto pazzo e percosso e costretto a fuggire. La morale non è difficile: la città è il mondo, la pioggia è la cupidigia dei beni mondani, i pochi creduti pazzi quelli che non curando le vanità attendono alla saviezza e alla virtù. 
(1 : Mss. ed edizioni, cfr. Grundriss, p. 47. Pubb. anche nella Chrest. del Bartsch, p. 173.) (N. E. Una ciutat fo, no sai quals)
Oltre questa favola morale vi fu anche in Provenza una raccolta di favole esopiche di cui il Rajna trovò un breve frammento, di 43 versi, che contiene la fine della favola del Pavone e della Cornacchia e il principio dell'altra La mosca e la mula. La raccolta provenzale era la traduzione libera di una raccolta latina molto usata nel Medioevo col nome di Esopus. (2 : P. Rajna, in Romania III 291. Quanto alle favole, due raccolte ne ebbe la decadenza latina, Avianus e Romulus. Questo secondo non è che la parafrasi in prosa delle favole di Fedro. 
Il Romulus fu accresciuto poco dopo il 1000 di altre favole. Verso il 1150 un anonimo (Walter l'Inglese?) mise in distici i 3 primi libri del Romulus e intitolò il suo lavoro Esopus: fu questo il testo di due traduzioni francesi e, a quanto pare, di questa provenzale perduta. Cfr. G. Paris, Litt. fr. éd. 1890, p. 117.)

§ 9. Abbandoniamo ora la poesia narrativa epica o romanzesca, nella quale la fantasia e l'invenzione tengono se non tutto almeno la massima parte del campo, e vediamo i racconti di storia. (1 : Pel ciclo classico, v. nota in fine del capitolo alla rubrica imitazione dell'antichità.)
Ma, badisi, il concetto di essa nel Medioevo, almeno in lingua volgare, è affatto diverso dal concetto moderno. La storia, racconto dei tempi passati, è solo per la gente colta; epperciò essa nel Medioevo, fu senza eccezione, in latino; pel volgo, e intendo dire per chi non era del clero, erano storia indiscussa le canzoni di gesta e i racconti tradizionali dei giullari. Ma nel secolo XI le crociate, specialmente la prima (1096), che portarono tante migliaia di guerrieri lontani dalla patria, richiamarono l'attenzione di tutti sopra un fatto presente e interessante: i rimasti vollero sapere le eroiche imprese dei partiti; i ritornati vollero raccontare agli amici stupefatti le loro avventure; la storiografia in volgare data propriamente da quegli anni e da quegli avvenimenti.
Senonchè la forma narrativa cui era avvezzo il volgo era, lo sappiamo, quella del poema epico. E perciò i racconti storici volgari presero direi quasi fatalmente la veste poetica delle canzoni di gesta e a lungo andare, alterati inconsciamente e talora consciamente (1) dai giullari, ne ebbero anche il carattere e la poca o niuna credibilità.
(1 : Abbiamo testimonianze formali di giullari che fecero pagare alle famiglie l'onore di essere nominate nel racconto delle Crociate.)
Così noi abbiamo una serie di poemi semi-storici e semi-leggendari, i quali ora esamineremo. 
Il primo, e che pare avesse maggiore veridicità e una discreta ampiezza, ma che si è completamente perduto, è un poema sulla 1a crociata, di un cavaliere limosino, Gregorio Bechada. Fu composto per domanda di Eustorgio vescovo (1106-1137) di Limoges: di esso poema, dice Gottofredo di Vigeois che era: ingens volumen, composto materna lingua, rhythmo vulgari. (2 : Ogni indicazione sul Bechada, si avrà in Romania X 459 e 591. Il Bartsch (Grundriss, p. 5) erra chiamandolo Guglielmo.)
Un frammento di poema che si riferisce pure alla prima crociata è la così detta Chanso di Antiocha, la quale racconta la battaglia dei Cristiani contro i Saraceni davanti Antiochia il 28 giugno 1098. Il manoscritto è all'Accademia della Storia di Madrid e pare della prima metà del secolo XIII, ma il poema risale al secolo antecedente. Sebbene rimangano solo 707 versi dodecasillabi assonanzati in serie monorime, noi ne conosciamo quasi tutto l'argomento, perchè il poema fu utilizzato dal compilatore di una cronica spagnola del principio del secolo XIV, la Gran Conquista de Ultramar. Il frammento provenzale rimastoci incomincia a narrare come il re Corbaran di Persia vedendo uscire da Antiochia i battaglioni cristiani, da un certo Arloys se ne fa indicare i capi: ecco, per esempio, quel che riguarda Goffredo di Buglione:
“Arloïs” dis lo reis, “guarda no m'en mentir, 
Si tu es aüsatz de gabs e d'escarnir:
Qual es acquesta jens que vei aqu i venir? (aqui)
“Per fe” ditz Arloys, “aquo vos sai be dir:
So es dux Guodafre que vos ve evazir,
Q'eul conosc a sas armas e a so jens guarnir
...
Can lo dux pren sas armas e va las revestir
Si fa tota la terra desotz sos pes fremir,
De mai d'una peirada las ausiratz bruir;
E porta una spasa don sap aisi ferir
Anc no vi Sarrazi fort armar ni guarnir
Si pel sus de son elme li pot un colp ferir
Que entro els arssos nol veja tot partir,
Ja escut ni ausberc nol poirà colp sofrir.” 
(1 : “Arloigi, disse il re, sebben tu sei uso d'inganni e di scherno, guarda di non mentirmi ora. Chi è codesta gente che vedo qui venire? Per mia fè, disse Arloigi, io ve lo so ben dire. Codesti è il duca Goffredo che vi viene assalire, ch'io lo conosco alle sue armi e al suo bello abbigliamento... Quando il duca prende le sue armi e se ne riveste, fa sotto i suoi piedi fremere tutta la terra, e le udreste tinnire più lungi d'un tratto di pietra; e porta una spada di cui sa dar sì gran colpi ch'io mai non vidi Saracino così bene armato e difeso che se disopra dell'elmo lo possa colpire non lo squarci tutto fin dentro all'arcione, e nè scudo nè usbergo non varrà a ripararlo.”)

Il merito letterario di questo poema, a giudicarne da quanto ne abbiamo, è assai scarso. (2 : Pubb. in Archives de l'Orient latin, II 467, da P. Meyer. Si cfr. Romania XIV, 311 (P. M.) e XVII, 513 (G. P.).)

In condizioni molto peculiari ci è giunto un poema sulla Crociata contro gli Albigesi. Il manoscritto è a Parigi (La Vallière, 91): il Raynouard ebbe anche un frammento di un altro manoscritto. Questo poema di 9578 dodecasillabi a serie monorime, è opera di due autori contemporanei agli avvenimenti (1) e però può dirsi veramente storico. Il primo autore è un tale Guglielmo da Tudela, protetto dal conte Baldovino fratello del conte di Tolosa: Guglielmo, rimatore di professione, si mette nel 1210 a narrare in versi i fatti della crociata, ma senza profonda convinzione nè calore patriottico o poetico, e in un gergo in cui mescola secondo le esigenze della rima forme di Francia e di Linguadoca. 
(1 : Alcuno ne volle autrice una dama del Quercy, Dorimunda. Cfr. Malinowski, in Bull. de la Soc. des Études du Lot, VI (1880), p. 574, e Rdlr. 1880, p. 35.)
Egli si arresta al 1213; poco dopo il conte Baldovino è ucciso, di Guglielmo nulla si sa, e il poema resta incompiuto. Ma un anonimo, tolosano, protetto da Roger Bernart figlio del conte di Foix, seguita il poema col più ardente patriottismo per la sua Tolosa che aveva respinto i crociati e conduce la narrazione fino al secondo assedio di Tolosa (1218): qui si arresta a mezzo senza dire se ha finito o se voleva continuare. Questo anonimo, senza essere un corretto scrittore è però migliore dell'altro. Noi qui abbiamo dunque non un poema ma due pezzi di poema insieme saldati, i quali non differiscono solo per la lingua, ma anche moltissimo per lo spirito che li anima: il primo è tiepidamente benevolo, il secondo acerbo avversario dei crociati Francesi. Merita lode anche la forma che senza essere squisita è però fluida e scorrente; ma l'importanza maggiore del poema è di rappresentare vivi gli odii, gli esterminii, le lotte sanguinose e teologiche di quegli anni per la Provenza così tormentosi. Anche questo poema, come molti altri, fu parafrasato in prosa, e ne abbiamo un rifacimento prosaico che non deriva però, come credette il Bartsch, da un testo più completo del poema. 
(1 : Indicazioni bibliografiche in Monaci, Testi ant. prov. col. VII. )
Alla seconda metà del secolo XIII appartiene un racconto in alessandrini a serie monorime della Guerra di Navarra del 1276, composto da Guillem Anelier di Tolosa. Di costui si hanno anche alcune liriche. 
(2 : Il Meyer non crede all'identità dell' Anelier epico col lirico (Rom. I, 379), che è invece ammessa dal Suchier (Jäner Liter. 1877). La Guerra di Navarra è edita in: Collection de docum. inédits, Paris. 1856, da FR. Michel.)
Quest'opera assai prolissa è lungi dall'offrire, anche pel soggetto trattato, l'interesse della crociata Albigese. Un'altra relazione storica, in prosa appartenente al secolo XIII è il racconto della Presa di Damiata nel 1219 pubblicato nel 1877 dal Meyer, da quattro doppi fogli della Biblioteca dell'Arsenale, scritti al principio del XIV secolo; esso è forse un riflesso di un racconto francese. (3 : La Presa di Damietta è pubb. da P. Meyer nel vol. 38°. Bibl. de l'Éc. des Chartes. Per altri documenti provenzali (croniche, genealogie, ecc.) puramente storici e non letterarii, si cfr. Grundriss, § 40 e 54, 4, e Chabaneau; Appendice alle Biographies des Troub. Toulouse, Privat, 1885. Tra essi è importante il Libre de Memorias di Giacomo Mascaro di Beziers, specie di cronica che va dal 1247 al 1390.)

Nota. - Poemi provenzali perduti. - Gli accenni dei trovatori provenzali a poemi e storie cavalleresche sono così numerosi e importanti, che richiamarono di buon'ora l'attenzione dei dotti. Il Fauriel ne ha una lunga lista (III 453-515) che fu ancora arricchita dal Birch-Hirschfeld (Ueber die provenzal. Troub. des XII und XIII Jahr. bekannten epischen Stoffe. 
- Halle, Niemeyer 1878. - Recensioni: Rom, VII, 448; Z. II, 318; Literaturblatt f. roman. und germ. Philol. 1880, N. 1). Questi accenni provano all'evidenza la popolarità di certi poemi e romanzi, ma è raro il caso che si possa discernere se si riferiscono a testi francesi o provenzali. Sotto questo aspetto, le poesie provenzali più ricche di allusioni sono una di Guiraut de Cabreira e una di Guiraut de Calanson - (Bartsch: Denkm. pag. 88-101).
Epica Nazionale. - Alla epopea provenzale si è voluto riferire tutto quel ciclo epico (una ventina di poemi; 24 secondo Gautier) che si chiama Ciclo Narbonese o di Guglielmo d'Orange o Gesta di Garin de Monglane. Questo Guglielmo è da identificarsi con quello che era nel 790 conte di Tolosa: a Villedaigne nel 793, sebbene sconfitto, riuscì ad arrestare i Saraceni che minacciavano la Francia; nell'806 entrò nel chiostro di Gellona e vi morì nell'812 in odore di santità. Tutti i 24 poemi del ciclo narbonese sono in francese, ma gli argomenti, le descrizioni, i nomi degli eroi, il luogo dell'azione, le conoscenze geografiche, tutto accenna al Mezzodì. Sono essi rifacimenti o riflessi di canzoni provenzali? 
Molto probabilmente no; ma la questione non è ancora ben chiara. 
Il Rajna dubita che anche questo ciclo, come il Girart, sia Borgognone, il che soddisferebbe gli avversari ed i sostenitori, ma l'ipotesi avrebbe bisogno di ulteriori studi. - (Tutta la questione è vivacemente esposta in Gautier: Épopées franc., p. IV, p. 8. Cfr. anche Rajna: Origini, 534. 
- Nyrop: Storia dell'Epopea, p. 155. - G. Paris: Littérature fr. [edizione 1890], p. 62.) - (Per un poema su Rinaldo, vedi più oltre Ciclo bretone). Imitazione dell' antichità. - Ci si è conservato, come abbiamo visto al cap. 2° § 8 un frammento del Poema su Alessandro di Alberico di Besançon.
Sotto questa rubrica di imitazione dell'antichità poniamo alcuni titoli di opere, che propriamente non erano che traduzioni o rifacimenti di romanzi greci della decadenza o bizantini.
Dopo Alixandre fil Filipon (Alessandro figlio di Filippo) il già citato Guirautz de Cabreira (verso 1170) nomina Apoloine o Apollonio di Tiro. Questa storia pietosa assai nota nel Medio-evo è anche due volte accennata in Flamenca e ha un lungo ricordo in una poesia di Arnaldo di Marsan (fine XII sec.). Le versioni francesi sullo stesso argomento sono del XIII secolo; non è impossibile che l'Apollonio di Tiro abbia avuto una più antica redaz. provenzale; non v'è però niuno argomento che avvalori questa non negata possibilità.
Di origine greco-bizantina, ma piuttosto novelle che romanzi, sono Aucassin et Nicolette (a mezzo il secolo XII) e Floris e Blancaflor, testi francesi, di cui (Grund. pag. 5, 20) si è supposto gli originali provenzali, ma a torto. Più probabilmente ci fu in provenzale una traduzione del celebre Romanzo dei Sette Sapienti (origine orientale, trafila di traduzioni, greca, latina) celebre raccolta di novelle. Il Bartsch (Grundris, pag. 22) ne cita un manoscritto (provenzale?); lo Chabaneau (Revue des lang. rom. X, 105), ricorda la menzione che del romanzo fanno le Leys d'Amors e ammette la probabile esistenza di una versione provenzale.
Ciclo bretone e romanzi d'avventura. - Una serie di malintesi fece credere che il celebre trovatore Arnaldo Daniello avesse scritto un poema provenzale su Lancilotto e che questo fosse la fonte di un Lancelot tedesco composto nel secolo XII dal mastro-cantore Ulrico di Zatzikhoven. G. Paris (Rom. X, 478) ha dimostrato all'evidenza la falsità di questa credenza, e che Ulrico prese da un originale francese. 
(1 : Non certamente di A. Daniello, ma una traduzione provenzale del Lancelot francese pare che realmente abbia esistito. Cfr. Rdlr. XXII, p. 105 e seg.)
Allo stesso A. Daniello (ed è perciò che lo noto qui) si attribuì un poema sull' Arrivo di Rinaldo in Roncisvalle, ma anche questa è una fiaba. 
(Cfr. U. A. Canello: Vita di A. D. p. 36). Altro supposto romanzo provenzale del ciclo bretone sarebbe stato un Perceval o Parsifal; ne è fatta menzione da Wolfram di Eschenbach, che cita come una delle sue fonti: Kiôt... ein Provenzâl (confr. Grund., pag. 19). Un romanzo d'avventura e assai popolare pare essere stato quello sugli amori de Andrieu de Franza, perduto, che probabilmente era francese sebbene i maggiori accenni si trovino in poeti meridionali (Cfr. Paris: Litt. fr. [ed. 1890] p. 108 e Rom. XVIII, 473). Su una pretesa fonte provenzale del Daniel vom Blumenthal di Striker, poeta tedesco tra il 1230 e 1250, v. Grund., pag. 18. (N. E. Daniel von dem Blühenden Tal.)

Daniel von dem Blühenden Tal



Novelle. - Abbiamo prove sicure che molte novelle provenzali sono andate perdute. Di alcune, e assai graziose sebbene paiano piuttosto brevi aneddoti che composizioni di una certa lunghezza, conosciamo l'argomento, poichè esso ci è stato conservato dal nostro Francesco da Barberino il quale le riassume e le attribuisce a P. Vidal, a Miraval, a R. Jordan, a Raimbaut, e a Folquet. (Cfr. A. Thomas: F. da Barb. et la Litt. prov. en Italie au M., A., Paris 1883, pag. 114, 116, 129, 143). 
Di altri accenni che troviamo sparsi in altri poeti e autori noi non sappiamo, al solito, se si riferiscono a testi francesi o provenzali.

Wolfram von Eschenbach