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sábado, 7 de noviembre de 2026

Capitolo VIII. Letteratura religiosa, biblica e narrativa.

Capitolo VIII.

Letteratura religiosa, biblica e narrativa.

Capitolo VIII. Letteratura religiosa, biblica e narrativa.

§ 1. La efficacia della cultura latina sulla volgare più che in ogni altro genere si manifestò nel Medioevo nella letteratura religiosa. Naturalmente le preghiere, le vite del Redentore, della Vergine e dei Santi, i racconti dei miracoli e delle visioni, erano stesi in volgare (per comodo di coloro che non intendevano il latino) quasi sempre dai clerici; i quali avrebbero sdegnato e sospettato di impurità ogni fonte che non fosse latina. Perciò incontreremo qui un gran numero di traduzioni, di rifacimenti più o meno liberi: più raramente invece opere del tutto originali. Ciò scema l'importanza letteraria di questi documenti, i quali tuttavia sono degni di studio per altre considerazioni. Quanto alla materia, il sentimento religioso è nel Medioevo tanto profondo e, per così dire, tanto presente ad ogni istante e ad ogni atto della vita, che trascurarne le letterarie manifestazioni sarebbe un disconoscere gran parte del pensiero di quei secoli; e inoltre alcuni generi, come i canti religiosi e le leggende, o emanano schiettamente dal cuore del popolo o sono l'eco e il travestimento di antichissime tradizioni talora orientali e pagane: e in entrambi i casi offrono argomento di feconde ricerche. Quanto alla forma, la letteratura religiosa è importante perchè o con traduzioni o con prediche è quella che ci offre il maggior numero di documenti in prosa; sebbene anche qui, come in ogni altro genere letterario nel Medioevo, siano stati assai frequentemente svolti in poesia argomenti che a noi sembrerebbero ora i più ripugnanti a siffatta veste.
Le traduzioni della Bibbia furono incominciate assai presto. Già abbiamo notato un antico frammento del Vangelo di S. Giovanni (cap. II, § 9). Dell'antico testamento non abbiamo nessuna traduzione provenzale, completa, anzi a parlar propriamente nessuna traduzione. Ve ne è un rifacimento assai libero in prosa nel ms. della Biblioteca Nazionale di Parigi, 2376 (antico 8086,3), che pare di grafia anteriore al sec. XV. 
Il testo, con qualche dubbio, lo si fa risalire al secolo XIII; esso comprende i libri storici del Vecchio Testamento, più qualche libro della genesi, il Levitico, i Numeri, le Profezie di Daniele. Finisce con una Summa de la trinitat e de la fe catholica e de los drechs que foron fachs apres la mort de Ihesu Christ, che non è affatto scrittura biblica, ma morale didattica. È ancora in buona parte inedito. 
(1 : L'indice è dato dal Wollenberg nell'Arch., XVIII, 76. Egli ne pubblicò le vite di Susanna (ibidem, p. 85), di Ester (ibidem, XXX, 186) e di Tobia (ibidem XXXII. 337). Altri brani di traduzioni di rifacimento di libri del Vecchio Testamento appartenenti al periodo della decadenza, XIV e XV secolo, ancora inediti, sono notati dal Bartsch in Grundriss, pag. 87, e dallo Chabaneau, Biogr., p. 193.)

Un rifacimento molto libero della storia biblica, e in gran parte anche di storia leggendaria e profana, una specie, insomma, di Chronicon mundi è nel ms. A. F. 4, 52, di Santa Genovieffa a Parigi, e in altri. È in prosa ed appartiene al secolo XIV: ne pubblicò dei saggi il Bartsch. 
(1 : In Provenzalisches Lesebuch, p. 177 e Chrestom. prov. p. 389. Sui mss. di questo Chronicon si cfr. Suchier, Denkm., I, 495 e sul contenuto e sulle fonti, in Appendice al volume stesso, un ampio studio di Paul Rohde. 
Va dalla creazione del mondo a Costantino; oltre la provenzale, se ne ha una versione guascona e una catalana. 
(N. E. Ambos dialectos occitanos, y bien comprensibles entre sí.))

Di traduzioni testuali della Bibbia (Nuovo Testamento) la letteratura provenzale possiede molti esemplari, ma nessuno che abbracci tutti i libri biblici; si ha memoria però che un testo volgare completo dovette esistere. Pietro Valdo, il celebre fondatore della setta valdese, presentò al papa Alessandro III nel Concilio Lateranense del 1179 la traduzione della Bibbia che egli aveva fatto fare nel 1175 da un chierico lionese suo amico, Stefano d'Ansa. Questa antica traduzione nel testo originale è perduta; non è improbabile che alcune parti di essa si sieno conservate, ringiovanite e modificate, nei testi che abbiamo, ma è impossibile provarlo con sicurezza. È questa la cosidetta Bibbia valdese, sebbene i più recenti e dotti illustratori di essa si accordino nel ritenere che di valdese ci sia poco o nulla, (2) e realmente nelle traduzioni bibliche la linea che separa l'ortodossismo dall'eresia è spesso così tenue che ci vuole a discernerla l'occhio d'un teologo esercitato. 
(2 : Foerster in Revue des lang. rom., XIII, 105, e Berger in Romania, XVIII, 353 e 523. Questa Bibbia valdese comprende il Nuovo testamento e qualche libro del Vecchio. I mss. di essa, più noti, sono 1° a Carpentras, 2° a Cambridge, 3° a Grenoble, 4.° a Zurigo, 5° a Dublino, 6° a Ginevra. Altri frammentarii, e le relazioni che corrono tra loro, furono studiate nell'articolo del Berger sopracitato. Di essi furono pubblicati sparsamente alcuni brani (elencati da Chabaneau, Biogr., p. 193): il solo ms. di Zurigo ha ultimamente avuto una completa diligentissima edizione per cura del prof. Salvioni (Archivio Glottologico, XI, 1-308. Gli fa seguito uno studio del Morosi sull'odierno valdese).)

Noi possiamo dire che il fatto dell'uso costante e generale di traduzioni della Bibbia, mostra nel mezzodì della Francia una latente ribellione alla Chiesa. Questa infatti non fu mai proclive a mettere i sacri testi alla portata di tutti temendone una interpretazione arbitraria ed eterodossa. L'uso, per esempio, della versione di Pietro Valdo fu proibito dal Concilio di Tolosa del 1229.
Con la Bibbia valdese fu spesso confusa una traduzione del Nuovo Testamento che è nel manoscritto 36 della Biblioteca del Palazzo delle Arti in Lione. Esso è del secolo XIII e contiene i 4 Evangeli, gli Atti degli Apostoli, l'Apocalisse e le Epistole di S. Paolo compresa la apocrifa ai Laodicesi. Probabilmente, ma al solito mancano sicure prove, fu questa invece una Bibbia albigese. (1 : Edizione fotolitografica a cura del prof. Clédat. Parigi, Leroux, 1888.)
Il ms. termina con una serie di preghiere che tutte insieme costituiscono una specie di Rituale cataro.
Un'altra Traduzione del Nuovo Testamento, contenuta nel ms. 2425 della Nazionale di Parigi, ma incompleta al principio, è ancora quasi totalmente inedita; (1) e così pure è inedito un frammento di una Traduzione del Passio che è nel ms. 1919 della stessa biblioteca.
(1 : Ne furon pubbl. brevi passi dal Wollenberg, Archiv, XXVIII, 75.)

§ 2. Queste sono le versioni delle scritture sacre autentiche; al popolo però, secondo la Chiesa, dovevano bastare le spiegazioni domenicali degli Evangeli e i riassunti poetici che ne facevano i clerici. Uno di tali riassunti è il Poema sulla passione del Cristo che ho già menzionato (cap. II, § 7, nota). Ma al sentimento religioso popolare, prorompente in manifestazioni della più ingenua fede, non bastavano le spiegazioni e i compendi. Nei libri autentici del Nuovo Testamento c'è troppo poco e quel poco è troppo arido e scolorito; la rozza pietà medievale riempì a modo suo le lacune. Di tali edifici leggendari cominciati a innalzare fino dai primissimi tempi del Cristianesimo furono precipua base le numerose scritture apocrife; e parte su di esse, parte creando liberamente o accozzando i materiali più disparati, si rifecero le storie della Vergine e della fanciullezza di Cristo: si narrarono i fatti della Passione: si inseguirono con paurose fantastiche punizioni Giuda, Caiphas, Ponzio Pilato, i Giudei, tutti insomma i principali attori del gran dramma cristiano; si propalarono e si studiarono con angosciosa aspettazione le predizioni sibilline e apocalittiche della fine del mondo e dei segni tremendi che l'avrebbero preceduta. La religione popolare nel Medioevo, dice il Graf, è fatta per un terzo di dogma e per due terzi di leggenda. Vediamo ora quali di queste leggende ci sono rappresentate nella letteratura provenzale.
Una delle più conosciute e amate scritture apocrife era l'Evangelium infantiae o: Liber de infantia Mariae et Christi Salvatoris. (1 : Ediz. Schade, Halis, 1869.) 
Fu questa la fonte cui ricorse un anonimo poeta provenzale del secolo XIV, il quale ne rifece il racconto in 1301 versi dei soliti monotoni ottonari accoppiati. (2 : Il ms. è il 1745 (antico 7693) della Naz. di Parigi; edito da Bartsch, Denkm. p. 170. Altra redazione inedita del Vangelo dell'Infanzia è nei mss. I, G. 39. Naz. di Napoli e 38 Ashb. della Laurenziana. Si cfr. Romania, XIV, 306.)
Esso racconto fu copiato nel 1374 da un copista del Nord, certo Simone Bretelli di Tournay ed è per questo che la lingua mostra qua e là traccie di francese. Quanto all'argomento è una serie di azioni meravigliose o miracolose compiute dal bambino Gesù: si ricorda la famosa disputa coi dottori; la morte improvvisa di Arian maestro di scuola per aver percosso il bimbo che non voleva ripetere la lezione; i giuochi di Gesù e le scivolate a cavalcioni di un raggio di sole, e le stroppiature e le morti di molti fanciulli che vollero imitarlo, finchè commosso dai pianti dei parenti e dei genitori il bambino Gesù risuscitò i morti e guarì i piccoli feriti; e così di seguito altri miracoli che avrebbero, dice l'autore, convinto i più ostinati, ma... am tot so los fals jusieus, Non cresian quel fos vers dieus! (1 : Di altro frammento del Vangelo dell'Infanzia diede un saggio il Meyer nel Bull. de la Soc. des anc. textes, 2° fasc.) Cfr. Revue des lang. rom., XIII, 298. Uno studio importante di Edmondo Suchier è in Zeits. rom. Phil., VIII, 522, su cui vedi Rom. XIV, 306.)
Da scritture apocrife latine deriva pure il Vangelo di Nicodemo, specialmente dalle Gesta Pilati e dal Descensus Christi ad inferos. 
(2 : Mss. 1735 Naz. Parigi e, dal verso 1375, Brit. Mus. Harl 7403; edito con note dal Suchier, Denkm., p. 1 e 481 Si cfr. Wülcker: Das Evang. Nicodemi in der abendländischen Literatur. Paderborn, 1872.)

Lo si credette opera d'un Maestro Enea nominato nel Prologo, ma pare che questo Enea sia stato il traduttore dall'arabo in greco; l'anonimo provenzale avrà trovato questo nome nelle sue fonti latine. La versione provenzale consta di 2792 ottosillabi accoppiati, e racconta con molti particolari estranei agli evangeli autentici, il giudizio e la condanna di Cristo e con molta vivacità drammatica la discesa di questi all'inferno e la liberazione delle anime del Limbo; finisce narrando la venuta dell'Anti-Cristo e i 15 segni che precederanno la fine del mondo. Una libera versione della stessa leggenda in prosa provenzale, pure del sec. XIV, è edita dal Suchier (3 : Op. cit. p. 386.) in varie redazioni di manoscritti provenzali e catalani (N. E. como escribió Bastero, Crusca: Gramatica Provenzale, o Catalana, ch'è tutt'uno);
essa fa parte del sopra ricordato Chronicon mundi provenzale.
Io ho accennato di sopra ai quindici segni della fine del mondo, che trovansi uniti col Vangelo di Nicodemo. Oltre a questa redazione (1) il Meyer ne pubblicò un'altra in istato frammentario. (2) 
(1 : Di cui è gemella una tradotta in prov. dal fr. edita dal Suchier, loc. cit. p. 156.)
(2 : In Daurel et Beton, p. XCVIII.)
Esse derivano da una delle più radicate e antiche credenze cristiane, la cui fonte è il pauroso libro della Apocalisse tanto studiato nel Medioevo, la credenza cioè in una prossima fine del mondo e in alcuni segni che la annuncieranno. Il germe di essa trovasi già ne' più antichi Padri, Tertulliano, Lattanzio, S. Agostino; quest'ultimo anzi dà il numero di 15, conservato poi da Beda, da S. Pier Damiano, da S. Tommaso d'Aquino, il quale però avverte che esso numero non ha alcuna base dogmatica.
Ma, più che tra i teologi, i Segni del giudizio furono noti e ripetuti tra il popolo; la cui fantasia era colpita e commossa dalle spaventose catastrofi del fuoco, de' mari, delle angeliche trombe risuscitanti i defunti. Ciò spiega il gran numero delle versioni che se ne hanno in ogni favella europea e le molte rappresentazioni sculte e dipinte nelle antiche cattedrali. (3 : Sui XV segni, vedi ogni indicazione in Meyer, op. cit. e in Romania, IX, 168 e XV, 290. Sulla leggenda cfr. Nölle, Die leg. von den fünfzehn Zeichen. Halle, 1879.)
Uno dei segni precursori è la Venuta dell'Anticristo la quale costituì una leggenda a parte, di cui finora non ci sono versioni provenzali separate, ma solo il già citato accenno nel Vangelo di Nicodemo. Una deviazione o sdoppiamento della leggenda dei XV segni, sono le Predizioni della Sibilla. Per solito la messa notturna del Natale dava luogo a una specie di sacra rappresentazione; sfilavano innanzi agli occhi dei fedeli, come in una serie di quadri plastici, molti testimonii delle verità cristiane, tra cui la Sibilla che ricordava e profetava la fine del mondo. Del canto della Sibilla abbiamo due redazioni provenzali, della fine del secolo XIII, in diciotto quartine di ottosillabi accoppiati, e varie redazioni catalane che, con qualche modificazione, derivano dal provenzale. 
(1 : Suchier, Denkm., I, 462 e 568. Rom. IX, 353.)
(N. E. La lengua es la misma, la occitana. Tanto el provenzal como el catalán son dialectos de esta lengua, la de òc, oc, och, hoc, Languedoc, lenga d'òc : sí afirmativo. Otros dialectos son: lemosín, auvernhat, vivaroaupenc (Alpes), gascón : aranés, nissart (Niza, Nice), Peiregorc o Périgord, vaudois (valdense, Baudes, Vaud), Isère, etc.)
Ecco, come esempio, le prime quattro strofette di una di queste: (2)

1. Us reis vendra perpetuals
del cel, que anc non fon aitals;
en carn vendra certanament
per far del segle jutjament
2. Mai del juzizi tot enans
parra una senha mot grans:
li terra gitara suzor
e tremira de gran pavor.
3. Apres s'esbadara mot fort,
donant semblant de greu conort,
e mostrara am critz, am trons
las enfernals confusions.
4. Uns corns mot trist resonara
del cel, quels mortz reissidara.
La luna el sols s'escurzira
nula estela non luzera.

(2 : “Verrà un re eterno dal cielo, qual mai non fu tale; in carne verrà certamente per far giudicio del mondo. Ma ben prima del giudizio, verrà un segnale molto grande: la terra getterà sudore, e tremerà di gran spavento. Indi molto forte moverassi, dando sembiante di fiero terrore, e mostrerà con grida, con tuoni, i tormenti infernali. Una ben triste tromba risuonerà dal cielo, a risvegliare i morti. La luna e il sole s'oscureranno, nè risplenderà stella alcuna.”)

Un'altra leggenda molto sparsa nel Medioevo è quella del Legno della croce. (1 : Vedi Mussafia, Leggenda d. 1. d. croce. Vienna, 1870. - W. Meyer, Die Gesch. d. Kreuzholzen, in Abhandl. der Bayer. Akad. 1881, p. 103-166. - Gaster, Greeko-Slavonic, ecc. Londra, 1887; Romania, XV, 326 e XVI, 252.)
Seth, figliuolo di Adamo, per incarico del vecchio suo padre, va alla porta del Paradiso terrestre e riceve dall'Angelo tre grani del pomo, ch'era stato cagione del primo peccato. Quei tre grani seminati crescono poi in pianta, la quale traverso vari miracoli, sotto la custodia di Mosè, poi di David e di Salomone, è messa nel tempio di Gerusalemme e poi dai Giudei buttata in luogo vile, finchè di essa si fa la croce del Cristo. Così si rannoda l'albero della scienza del bene e del male alla croce della redenzione. Di questa leggenda il Suchier pubblicò due redazioni provenzali in prosa del secolo XIV entrambe traduzioni di un originale latino. (2 : Denkm. I, 165.) 
Ve ne fu anche una redazione in versi, dello stesso secolo, di cui rimane un frammento assai malconcio e sfigurato.
(3 : Edito da C. Chabaneau, in Revue des lang. rom. XXXII, pag. 480.)
La morte del Cristo vendicava il primo peccato di Adamo e d'Eva; ma essa stessa, l'uccisione dell'innocente Messia, costituiva un peccato che doveva avere la sua punizione; questo è il sentimento donde scaturisce la leggenda della Vindicta Salvatoris. Le circostanze poi parvero favorirne la formazione. Settantadue anni appena dopo la morte di Cristo, Gerusalemme ribelle all'impero, fu presa da Tito e distrutta dalle fondamenta, e gli Ebrei, o meglio i pochi superstiti dell'orribile massacro e della schiavitù, dovettero disperdersi lungi dalla patria, in un esilio che non ebbe più fine. Era impossibile che in questi avvenimenti i Cristiani non iscorgessero la Vendetta del Salvatore contro i suoi uccisori. 
La distruzione di Gerusalemme costituisce dunque il nucleo della leggenda che rimane in tutte le versioni, che corsero innumerevoli nel Medioevo per ogni nazione cristiana; i particolari differiscono perchè alla leggenda, al solito, si sovrapposero diversi strati, e le si aggrupparono intorno altre leggende minori, come quelle di Pilato, della Veronica o Imago Christi (N. E. vera icona, iconica, Verónica) e di Giuseppe d'Arimatea. (1 : Sulla leggenda, v. P. Meyer, Bull. de la Soc. des anc. textes, 1875, p. 50, e il bel lavoro del Graf, Roma... nel Medioevo, vol. I, cap. XI.)
In provenzale ne abbiamo pure una lunga narrazione in prosa, edita dallo Chabaneau, nel manos. Bibl. Nat. 25415 di Parigi, scritto nei dintorni di Beziers verso il 1373. 
(2 : Revue des lang. rom., XXXII, 581 e XXXIII, 31.) 
Una mutilata redazione in versi è rimasta solo in istato frammentario. 
(3 : Revue des lang. rom., XXXII, 488.)

§ 3. Non sono così numerosi come si crederebbe i documenti provenzali che narrano la vita o esaltano il culto della Vergine Maria; sebbene questo culto non fosse certamente in Provenza meno popolare che altrove. Una delle forme più radicate di esso è la credenza nei Miracoli della Vergine che sono i più copiosi, i più meravigliosi fra tutti i miracoli, e, diciamolo pure, i più spesso ripugnanti ai sani principii di giustizia e di moralità. Ora la vergine sostiene con le sue bianche mani un ladro impiccato per furto, sol perchè ogni volta che rubava si raccomandava a lei; ora va in un monastero ad adempiere gli uffici di una monaca fuggita per darsi al vizio, sicchè quando questa torna pentita nessuno s'accorge della lunga assenza, e ciò perchè la monaca le recitava ogni giorno un'orazione; è insomma la pietà religiosa che si manifesta nella sua forma più infantile e più ingenua. Ogni nazione cristiana ne ebbe numerose versioni; in provenzale è rimasto un frammento in prosa (del secolo XIII?) che contiene tredici miracoli. Essi non sono però originali; tranne uno, sono una semplice e spigliata riproduzione volgare dal latino, del libro 7° dello Speculum historiale di Vincenzo Bellovacense. 
(1 : Vedi Romania, VIII, 12 e IX, 300.)
Un tema spesso trattato, a quanto pare, furono le Sette allegrezze di Maria. Ce ne rimangono tre diverse redazioni; delle quali ricorderò una perchè ne fu autore Guì Folqueys, che, diventato papa col nome di Clemente IV (1265-68) concesse cento giorni d'indulgenza a chi recitasse la sua poesia. Essa è peraltro di 342 ottonari a coppia e abbastanza noiosa sebbene abbia purezza di lingua e facilità di verso. 
Le sette allegrezze son contenute nei versi 140-195; il resto è prologo e preghiera finale, in cui con logico argomento, Clemente IV prega la Vergine d'esser pietosa ai peccatori perchè se Adamo ed Eva non avessero peccato, ella non avrebbe goduto le allegrezze che ebbe. 
(1 : Edita dal Suchier, Denkm., I, 272 e 542. Altra redazione, ibidem 85 e 515; altra in Meyer, Daurel et Beton, p. XC. Un cantico, di carattere lirico, sulle Allegrezze è in Suchier, op. cit. 295.)
Alle sette allegrezze fanno riscontro i Sette dolori di cui abbiamo una redazione in prosa del secolo XIV. (2 : P. Meyer, Bull. de la Soc. des anc. textes, 1881. p. 58. Vi sono pure (Romania, I, 209) due preghiere in 112 ottosillabi rimati a coppia che parlano specialmente dei Sette Dolori.)
Del Pianto di Maria, abbiamo pure varie redazioni provenzali, poco interessanti, di cui pongo in nota l'edizione, oltre ad alcune fortemente catalanizzate (N. E. JA JA JA! Ya vuelve a salir el Narciso Feliu que Restori llevaba dentro), come quella, ad esempio, in settantasei decasillabi a strofa, edita dallo Chabaneau. 
(3 : Romania XIV, 538, Bull. de la Soc. des anc. textes, I, 61, e Revue des lang. rom., XXXII, 578 e XXXIII, 122. Un Lamento di Maria in doppia redaz. fu pubbl. dal Meyer (Rec. d'anc. textes, 131) e dal Milà (Observac. s. l. poes. Popular, 67.))
Questi pianti, del resto, hanno carattere piuttosto lirico che narrativo; e altrettanto mi pare possa dirsi di una lunga poesia di 288 dodecasillabi in quartine monorime, pubblicata dal Meyer: la quale celebra e spiega i diversi Nomi della Madre di Dio. (4 : Daurel et Beton, p. C. - Di un poema allegorico intitolato Lo Gardacors de Nostra Dona, di circa 900 versi, furon segnalati due mss. uno alla Colombina di Siviglia e l'altro alla Laurenziana. Il gardacors, giustacorpo, è un vestito contesto di tutte le umane perfezioni e virtù di cui è abbigliato il corpo di Maria. Cfr. Giornale di fil. rom., III, 106 e Romania, XIV, 493.)
(N. E. De las obras en lengua valenciana ni una palabra ha escrito, porque era una lengua bien diferente a la provenzal u occitana. Fragmento de la Biblia de Bonifaci Ferrer, última página, textos de Vicente Ferrer, la Vida de Jesuchrist o Vita Christi de Francesc Eiximenis, y la Vita Christi de Isabel de Villena, - editada por mí -, o Lo Cartoixà de Joan Roís de Corella, les Trobes en lahors de la Verge Maria, entre otros.)

Vita Christi de la Reuerent Abb´adl´atínta. (la t está damún de la radera a. pareix un muixó. (Abbadessa de la Trinitat)

§ 4. La terza fonte di narrazioni religiose, oltre al Vecchio e Nuovo Testamento e alla Vergine Maria, sono le vite dei santi. E questa una sorgente molto copiosa e di varia importanza, poichè accanto a vite e racconti veramente interessanti molti ne troviamo che non hanno guari interesse che come documenti linguistici. Ciò spiega perchè una parte di essi sia rimasta inedita e solo ne sieno pubblicati dei brevi saggi sufficienti a determinare la patria e l'età degli autori. I pochi frammenti di vite di santi che si credono appartenere al primo periodo della letteratura provenzale, li abbiamo accennati al capitolo II, § 7. I più antichi santi furono certamente gli Apostoli e il protomartire San Stefano. Gli atti di quelli fanno parte dei libri biblici più sopra esaminati; anche del martirio di San Stefano abbiamo già parlato. (1 : Cap. II, § 7. Una raccolta di Vite di Santi in prosa del sec. XIII è inedita nel ms. Libri Ashb. 107: ne dette un saggio P. Meyer in Rec. d'anc. textes, p. 136.)
Una santa che ebbe in Provenza singolare culto e venerazione, fu la Madalena. A lei ed ai suoi santi compagni Marta, Lazzaro e Massimino, la tradizione attribuiva la prima predicazione e diffusione del cristianesimo in Provenza. I documenti provenzali che di lei trattano sono molti e alcuni molto interessanti. (2 : Chabaneau, St. Marie Madeleine dans la litt. prov. nella Revue des lang. rom., XXIII-XXIX. Oltre i documenti citati nel testo, è ivi pubblicata una Omelia su S. Mad. traduzione dal latino del sec. XIV.)
In un ms., scritto dal copista Bertran Boisset nel 1375 trovasi una Vita beate Marie Magdalene in 1205 dodecasillabi rimati a coppia, la quale si può ritenere composta verso la fine del XIII secolo. (1 : Nostradamus, p. 256, dice che frate Rostang de Brignolle scrisse una vita di S. Mad. ma nulla ci autorizza a credere che sia questa.)
L'opera è poco originale; non è che una riproduzione in versi provenzali degli Acta Sanctae Mariae Magdalenae; non manca però di momenti e luoghi abbastanza felici; vedasi il passo che narra di Maddalena ai piedi di Gesù in casa di Simon Fariseo:

Als pes de Jesu Crist la pecairis s'estent
Aitant longa cant fon, et ac tal pentiment
Quel cos li vol partir del gran dolor que ac
De son gran falhiment e dels mals que fag ac.
Ab la boca non poc retraire los peccatz,
Tant a gran mariment el cor de sos forfag;
Mais abrasa los pes de son senhor soven,
Bayzant los humilmens, ploran et repentent,
De lagremas los lava el baiza douzamens,
Et ab sos pels dauratz lo eisuga plazent.
Amb engent presios ela li on los pes,
Plorant repentent de sos pecatz ades!

Simone fariseo pensa tra sè: se questi fosse Dio, saprebbe che donna è quella che egli accoglie così; ma Cristo gli legge in core e lo confonde; indi:
… se clenet ves ela e dis li: 
“Fenna, vais sus, non plorar, mou d'aqui;
Car l'amor es tant grans que tu portas a mi, 
Tos peccatz ti perdon; vai en pas en aisi, 
Car mais non pecaras e tostems me amaras, 
Et ieu amarai tu tant cant el mont seras.” 
Depart se Magdalena dels pes de Jesu Crist,
Simon aus lo perdon e es dolent e trist; 
E un de sa mainada en apres a parlat: 
“Qui es doncas aquest qu'aisi a perdonat 
Ayssela peccairis? Et es dons perdonaires? 
Fay se dieus apelar, ieu cre qu'el sia jugayres.” 

(1 : “La peccatrice, così com'ella è lunga, stendesi ai piedi di Gesù Cristo, con tal pentimento che il core le si vuol fondere dal gran dolore che ebbe per i gran falli e pei mali ch'ella commise. Con la bocca non può dire i peccati, tanto smarrimento ell'ha nel cuore delle sue colpe; ma abbraccia sovente i piedi del suo signore, baciandoli umilmente, piangendo e pentendosi; li lava con lagrime e li bacia dolcemente, e coi capelli dorati soavemente li asciuga: con unguento prezioso gli unge i piedi, piangendo e pentendosi ora de' suoi peccati.” “... si chinò verso lei e dissele: Donna, va, non piangere, movi di qui; poichè è sì grande l'amore che tu mi porti, ti perdono i tuoi peccati; vanne in pace, chè più non peccherai, e mi amerai sempre: ed io t'amerò fino che al mondo sarai. Partesi Maddalena dai piedi di Gesù Cristo. Simone ode il perdono e n'è dolente e triste; e un della masnada indi ha parlato: Chi è dunque costui che ha così perdonato quella peccatrice? È egli messer perdonatore? Ei si fa chiamar dio, io credo che sia un ciarlatano.”)

Nella seconda festa di Pasqua a Marsiglia si cantò fino al 1712 una Cantinella della S.a Maria Magdalena, la quale secondo il Raynouard e il Boris risalirebbe fino al secolo XI; ma essa è, tutt' al più, dell'anno 1300, e sarebbe perciò di poco posteriore al ritrovamento delle reliquie della Santa (9 dic. 1279), fatto che ravvivò d'assai il suo culto in Provenza. 
È in 121 ottosillabi e senari alternati in quella forma che le Leys d'amors chiamano coblas crozadas unissonas; e ad ogni strofa segue il ritornello:
Predicant de Christ la lauzor
Los pagans convertia,
E Marsilha gitet d'error.
Qui predicant l'auzia
Si convertia mantenent.
___
Allegron si los pecadors,
Lauzan Santa Maria
Magdalena devotament. 
(1 : “Predicando le lodi di Cristo convertiva i pagani e trasse d'errore Marsiglia. Chi l'udiva predicare tosto si convertiva. S'allegrano i peccatori lodando S. Maria Maddalena divotamente.”)

Una lunga vita di Santa Enimia pubblicò il Bartsch, nella quale si narra la vita molto leggendaria di questa Santa, che sarebbe stata figlia di Clodoveo re dei Franchi. Ne fu autore, come è detto nel prologo, un Maistre Bertrans de Masselha dietro preghiera del priore del convento, il che, oltre allo stile dell'opera e al fatto che essa è dichiarata una traduzione dal latino, ci autorizza a pensare che l'autore fosse un monaco. Consta di circa 2000 ottonari rimati a coppia e pare della seconda metà del secolo XIII. (2 : Bartsch, Denkm. 215. Cfr. Revue des lang. rom., XVI, 209.)
Un'opera assai interessante è la Vita di Sant'Onorato di Raimondo Feraut, nizzardo, terminata nel 1300. L'autore era priore della Roque-Esteron e scrisse per domanda di Maria d'Ungheria moglie di Carlo II conte di Provenza. La vita è un polimetro in 4 libri; la versificazione ne è assai variata ed elegante, e la lingua abilmente maneggiata è un ottimo modello di quel che era il volgare della bassa Provenza alla fine del secolo XIII.
(3 : Ogni indicazione sul S. Honorat si troverà in Romania, VIII, 481.)
(N. E. Véase un diciounari nissart-francès, Niza, Nice, patria chica de Raimond Féraut.)

Anche qui per altro non v'è originalità; i quattro libri di S. Onorato e una Vita di S. Porcario che li segue, non sono che una traduzione del Feraut dal latino, traduzione fedele ma graziosa. Il Feraut fu un fecondo scrittore; egli stesso nel polimetro ora citato dice che aveva già scritto una Vita di S. Albano, una Passione, un Compianto sulla morte di Carlo d'Angiò e un Computo (v. pag. 137). Dopo, cioè tra il 1300 e il 1325, anno in cui morì, tradusse dal latino una Natività di Maria Vergine e forse narrò in versi le leggende di San Tropez, di Santa Caterina, di Santa Barbe e altre ancora; ma pare sia una falsificazione del Nostradamus che egli scrivesse anche una vita di S. Armentario. (1 : Cfr. Revue des lang. rom., XX, 236, XXI, 210 e XXIX 157.)
Al secolo XIII appartengono pure le seguenti agiografie: Vita di San Giorgio di Pisidia in 801 ottosillabi a coppia: la narrazione, salvo qualche amplificazione, concorda con quella della Leggenda aurea di Jacopo da Varagine. (2 : Cfr Revue des lang. rom., XXXI, 139.) 
Vita di Santa Margherita in due distinte redazioni; l'una (3 : P. Meyer, Romania, XIV, 524.) quasi inedita, consta di 1450 ottosillabi accoppiati e fu composta nel 1284; l'altra è di soli 570 versi. (4 : Edita dal Noulet: Vie de S. Marg. Toulouse 1875.)
Vita di Santa Dolcetta (Doucelina), in prosa originale; (5) è un'opera rimarchevole per stile e contenuto. 
(5 : Edita da Albanes: Vie de S. Douceline, Marseille, 1879. Cfr. Hist. litt. de la France, XXIX, 526 e Revue des lang. rom., XVIII, 20. L'Albanes pubblicò anche (Marseille, 1876) una Vita di S. Benedetto fondatore del ponte d'Avignone, la quale non è che la traduzione di un testo latino relativo a detta fondazione; egli crede che la versione appartenga al XIII secolo, ma il ms. è circa del 1500 e mancano prove sicure che la traduzione sia di molto più antica. Cfr. Zeit. rom. Phil. II, 602.)

Dolcetta visse in Marsiglia verso la fine del secolo XIII e vi fondò l'ordine delle Beghine; la vita fu scritta poco dopo la sua morte ed è interessante anche come documento psichico sui fenomeni dell'estasi e della nevrosi ivi descritti come in nessun altro documento del Medioevo. Infine c'è un piccolo gruppo di scritture franco-provenzali, di cui fu autrice Margherita di Oyn prioressa di Pelatens o Poleteins; sono uno Specchio di Santa Margherita e una vita di Beatrice di Ornacieux. 
(1 : Philipon, Oeuvres de Marguerite d'Oyngt. Lyon, Scheuring 1877. L'autrice morì nel 1310. Cfr. Hist. litt. de la France, XX, 307. Romania, VII, 142, e Zeits. rom. Phil. II, 605.)
Alle agiografie fin qui citate uniremo la menzione di una passione di San Giovanni Battista; sebbene ne riassuma brevemente la vita esso è un vero canto liturgico per la festa del santo, come appare dai versi finali: Pregen tug le baro
Ves Dieu fassans raso;
E pregem tug la festa
Que nos gart de tempesta,
E nos garde los blatz
Las vinhas e los pratz,
E patz del cel en terra
Jamais non ayam guerra.
Eleison. 
(2 : “Preghiamo tutti il barone (S. Giovanni) che presso Dio ci faccia ragione e preghiamo tutti la festa che ci guardi di tempesta, e ci conservi le biade, le vigne e i prati, e pace del cielo in terra, che mai non abbiamo guerra; eleison.”)

Il ms. è una copia del secolo XVII, ma allo Chabaneau pare che il canto risalga al XIV. (1 : Revue des lang. rom. XXVI, 160.)
Di questo stesso secolo sono pure una Vita di San Trofimo, ancora inedita; (2) una lunga Vita di Sant' Alessio, (3) la quale consta di 1117 ottosillabi, monotoni e punto atti a render gradito l'argomento, ripugnante ad ogni animo bennato: il ricco giovane Alessio, per acquistare il paradiso, abbandona la vecchia madre, il padre e la moglie; poi torna travestito e per diciassette anni sta come ignoto mendicante sui gradini della sua casa, senza svelarsi agli addolorati parenti, che lo riconoscono solo dopo la sua morte; e parve santo e fu dei più venerati nel Medioevo!
(2 : Nei mss. 38 Ashb. della Laurenziana; I. G. 39. Naz. di Napoli; 13514 Naz. di Parigi. Un saggio dell'ultimo in Raynouard, Lex. rom. I, 571.)
(3 : Edita dal Suchier, Denkm., I, 125.)

§ 5. È da notare infine un piccolo gruppo di narrazioni religiose in prosa del secolo XIII affatto leggendarie.
Una delle forme più amate dal popolo, è quella della visione; e nulla poteva interessare così vivamente come la conoscenza di ciò che avviene nel mondo di là. Da questo sentimento muovono le rozze visioni medievali al modo stesso che il poema sacro di Dante; ma è forse la sola cosa che abbiano in comune.
(4 : Si veda Cancellieri, Osserv. sopra l'originalità di Dante. Roma 1814 e le indicazioni del Wagner. Visio Tungdali. Erlangen, 1882, pag. 6.)

Da antiche tradizioni irlandesi derivano i loro elementi, le leggende del
Viaggio di San Patrizio e Visione di Tindal. (1 : Du Mège; Voyage au purgatoire de S. Patrice et le libre de Tindal. Toulouse, 1832. Sulla leggenda cfr. Mussafia, La vis. di Tundalo, Vienna, 1870. Una versione catalana della Visio Tundali pubblicò il Baist, in Zeits. rom. Phil., IV, 318.) San Patrizio è l'apostolo Irlandese (372-466: altri 387-466) attorno al quale la fantasia popolare intessè varii racconti meravigliosi. Il purgatorio di San Patrizio, nel quale si vedevano le pene dei dannati, altro non è che una grotta del lago Dearg in Ultonia, dove forse si ritirava il Santo a pregare.
Altra celebre è la Visione di San Paolo e San Michele; (2 : Bartsch, Denkm., pag. 310-14.) il primo è guidato dal secondo a visitare le pene infernali, le quali sono tanto terribili e strazianti, che i due visitatori e tutti gli angioli pregano e ottengono da Dio che cessino i tormenti dei dannati dal venerdì sera al lunedì mattina. Non vi ha dubbio che il popolo e buona parte del basso clero prendeva tutto ciò per teologia purissima. Il racconto provenzale è breve ma ben sostenuto e vivace.
Al secolo XIV appartiene la traduzione provenzale, (3) che ho già avuto occasione di ricordare, della Leggenda aurea di Jacopo da Varagine (1230-98), pietoso e dotto arcivescovo di Genova.
(3 : Nel ms. 9759 Naz. di Parigi; qualche estratto in Revue des lang. rom., XXIII, 105 e XXIX, 279. Catalani sono i mss. parigini, esp. 44 e 227, inediti quasi totalmente.)
Ciò che lo rese popolare fu la sua Istoria seu legenda sanctorum, che dall'entusiasmo dei contemporanei ebbe il nome di Leggenda d'oro. È una raccolta, per ogni giorno dell'anno, delle vite dei santi più amati e venerati nel Medioevo, della quale (oltre la provenzale citata) ci sono versioni in ogni lingua d'Europa.
Una agiografia che merita d'essere inclusa tra le leggende è quella di Barlaam e Josaphat, di cui pure abbiamo una versione in prosa provenzale che pare del secolo XIV. (1 : Nel ms. 1049 Naz. di Parigi. Estratti in Bartsch, Prov. Lesebuch e Chrest. prov. in Zotenberg e Meyers, Gui de Cambrai. Stuttgart, 1864; in Revue des lang. rom., XXIII, 162. - Il Bartsch (Grundriss, pag. 88) nota anche una versione prov. della vita di Santa Flor (e non San Floro), ma non è certo risalga al secolo XIV. Molte altre vite inedite o andate perdute sono elencate dallo Chabaneau, Biogr., pag. 194.) 
Il romanzo greco di Barlaam e Josaphat, attribuito a San Giovanni Damasceno, è noto non esser altro che un rifacimento cristiano di alcune tradizioni buddistiche; di modo che Buddha (Josaphat) col suo maestro Barlaam riuscirono ad avere un posto nel Martirologio romano alla data 27 novembre. Anche Jacopo da Varagine, nel libro sopra citato, racconta a lungo la fantastica vita di ambedue questi pretesi eremiti siriaci.

miércoles, 4 de noviembre de 2026

Capitolo IV, lirica provenzale: primi trovatori. splendore della poesia trovadorica.

Capitolo IV.

La lirica provenzale: i primi trovatori. Periodo di splendore della poesia trovadorica.

Guglielmo, conte di Poitiers, Pos de chantar m'es pres talens,

§ 1. Guglielmo di Poitou, il più antico trovatore di cui ci sono rimaste poesie, fu principe valoroso ma leggiero. Trascinato dall'entusiasmo universale, prese parte con un numeroso esercito alla crociata del 1101, ma le sue truppe caddero nella traversata dell'Anatolia, ed egli a stento trovò rifugio in Antiochia presso Tancredi; donde, dopo aver visitato il Santo Sepolcro, mosse pel ritorno. Così triste pellegrinaggio non abbuiò il suo spirito. Tornato fra le liete brigate di Provenza egli stesso narrò in versi giocosi le miserie sofferte oltremare, e, come prima della partenza, si dà tutto alle guerre feudali e agli amori. Il cronista Guglielmo di Malmesbury lo chiama fatuus et lubricus e Goffredo Grosso: totius pudicitiae ac sanctitatis inimicus. Questi epiteti contengono qualche esagerazione inquantochè Guglielmo non era molto tenero pei clerici, per le chiese e i monasteri: ma che a lui piacesse la gioiosa vita ce ne assicura anche la biografia provenzale: “Il conte di Poitiers si fu uno dei più cortesi del mondo, e dei maggiori ingannatori di donne: e buon cavaliere d'arme, e largo nel donneare. E seppe ben trovare e cantare; e lungo tempo andò pel mondo per ingannare le donne.”
Le poesie che di lui ci rimangono, undici in tutto, confermano queste notizie; sono graziose, facili, ma senza profondità. Morì nel 1127, non senza dolersi de' suoi trascorsi, se s'ha da credere a una bella canzone piena di pentimento e di buoni propositi. (1 : Cfr. Chabaneau: Biog. des Troub., pag. 151; a quelle indicazioni si aggiunga: Sachse: Ueber das leben und die Lieder des Wil. IX. Leipzig, 1882. Prepara l'edizione delle sue poesie il prof. H. Suchier.)
Il periodo antico della lirica provenzale arriva fino alla metà del secolo (a. 1150) o poco oltre; ad esso appartengono pochi trovatori. Il visconte Eble II di Ventadour, contemporaneo ed amico di Guglielmo di Poitiers, fu pure buon poeta, ma di lui nulla ci rimane. Nel suo castello, allevato dal figlio di lui Eble III, crebbe Bernardo di Ventadour, il migliore dei poeti amorosi di Provenza. La sua biografia provenzale, scritta da Ugo di San Circ, dice testualmente così: “Bernardo di Ventadorn fu del Limosino, del castello di Ventadorn. Fu uomo di povera nascita, figlio di un servo del castello che era fornaio che scaldava il forno a cuocere il pane. Bello era e destro e seppe ben cantare e trovare ed era cortese e istruito. E il visconte suo signore si compiacque molto di lui e del suo trovare e fecegli grand'onore. Il visconte avea moglie molto gentildonna e gaia, che delle canzoni di Bernardo molto si compiacque e s'innamorò di lui ed egli della donna, si ch'ei fece suoi versi e canzoni per lei, e dell' amore ch'ei le aveva e del valore di lei. (1 : Il visconte ebbe due mogli; pare si tratti della prima, Margherita di Turenna. Su la vita e le opere di Bernardo si veda l'importante studio del Carducci, nella Nuova Antologia del 1881.)
Lungo tempo durò il loro amore, prima che il visconte e la gente se n'avvedesse; e quando il visconte se n'avvide, si straniò da lui, e fece ben serrare e guardare la donna. E la donna fece dare commiato a Bernardo, che si partisse e s'allontanasse da quella contrada. Ed ei se ne partì e andò alla duchessa di Normandia (2 : Eleonora d'Aquitania) che era giovane e di gran valore, ed apprezzava pregio e onore ed elogi, e piacevanle assai le canzoni e i versi di messer Bernardo. E lo ricevette e l'accolse assai bene. Lungo tempo stette nella sua corte, e innamorossi di lei ed ella di lui; e fecene molte belle canzoni. Mentr'era con lei, il re Enrico d'Inghilterra (3 : Enrico II de' Plantageneti (1154-1189)) la prese per moglie e la trasse di Normandia e menolla con sè. Bernardo sen rimase, triste e dolente; e sen venne al buon conte Raimondo di Tolosa e con lui stette fin che il conte morì. (4 : Raimondo V, morto nel 1194. Bernardo morì dunque dopo quest'anno.)
E Bernardo, per quel dolore, resesi monaco dell'abbazia di Dalon, ed ivi morì.”
Tornando ai trovatori del periodo antico è da ricordare Cercamondo, del quale la concisa biografia dice ch'ebbe questo nome per le continue sue peregrinazioni. Fu questi assai più antico di Bernardo, perchè una sua tenzone con un certo Guglielmino (Gulhalmi) si può fissare al 1137; di questo poeta Guglielmino nulla si sa. (1 : La tenzone comincia Car vei fenir tota dia; cfr. studio del Rajna in Romania VI, 115. Lo Zenker (Zeits. rom. Phil. XIII, 298) combattè l'opinione del Rajna, ma il Jeanroy (Romania XIX, 394) distrugge gli argomenti dell'oppositore. Contemporaneo o poco posteriore a Cercamondo fu Giraudo lo Ros, di cui ci restano 8 poesie.)
Scolaro di Cercamondo, figlio di ignoti e nudrito per cura di messer Aldric del Vilar, ei pure poeta, fu Marcabru di poco anteriore a Bernardo, ed è perciò il primo di cui si abbiano poesie in buon numero, (oltre quaranta). Ma egli amò la elocuzione oscura, e però molte di esse sono poco intelligibili; poche sono amorose, anzi egli si dichiara nemico giurato del bel sesso:
Que anc non amet neguna
Ni d'autra no fon amatz. 
(2 : “Che mai non amò alcuna, nè da alcuna fu amato.” - Su Marcabru, vedi studio del Suchier nel Jahrbuch. XIV, 158, e del Meyer in Romania, VI, 119.)

nè meglio tratta l'amore:
Fams ni mortaldatz ni guerra
No fai tan de mal en terra
Com amors qu'ab engan serra;
Escoutatz,
Quan vos veira en la bera,
No sera sos huehls mulhatz. 
(3 : Fame nè pestilenza nè guerra non fa tanto di male in terra come l'Amore che con inganno avvince; ascoltate: quando Amore vi vedrà nella bara non sarà neppur bagnato il suo occhio.”

Contemporanei di Marcabruno furono Ugo Catola, di cui ci rimane una tenzone con Marcabruno stesso e un grazioso Contrasto tra amante e amata, primo esempio di tal forma poetica; (1 : Bartsch: Chrest. prov. p. 61.) e Pietro di Valeira di cui pochissimo ci rimane e che il biografo stesso provenzale dice di poco valore.
Più famoso è Jaufrè Rudel principe di Blaia, cui Marcabruno inviò una sua canzone. La biografia di Giaufredo dice così: “Giaufredo Rudel di Blaia fu molto gentile uomo, principe di Blaia; e innamorossi della contessa di Tripoli (2) senza vederla, sol pel bene e la cortesia grande che egli udì di lei dire ai pellegrini tornati d'Antiochia... E per volontà di vederla crociossi e misesi in mare per andarla a vedere. E appunto nella nave lo colse una grave malattia sì che quelli con lui lo credettero morto nella nave: pure tanto fecero che per morto il condussero in un albergo a Tripoli. E fu fatto sapere alla contessa, e venne al suo letto e preselo tra le braccia. E come seppe ch'ell'era la contessa ricovrò la vista, l'udito e l'anelito, e lodò e rese grazie che Dio l'avesse tanto sostenuto in vita ch'ei l'avesse vista. E morì così tra le braccia della contessa; ed ella lo fece onoratamente seppellire nel chiostro del Tempio in Tripoli. E quel giorno stesso andò monaca, pel dolore ch'ell'ebbe di lui e della sua morte.”
(2 : La contea di Tripoli era allora in un ramo della famiglia dei Conti di Tolosa. La contessa fu o Odierna, moglie di Raimondo I conte di Tripoli, o la loro figlia Melisenda. La questione tutta è magistralmente riassunta da V. Crescini: Appunti su Jaufré Rudel. Padova, Ratti, 1890.)
Peccato che a creder vera così vaga e pietosa narrazione facciano ostacolo non già il fatto di per sẻ, chè anzi l'innamorarsi per sentite lodi è in tutto secondo lo spirito cavalleresco, e ne abbiamo altri esempi irrefutabili, (1) ma alcune circostanze storiche e cronologiche che attendono ancora una soluzione. In ogni modo non tutto deve essere falso: il Petrarca accenna con uno stupendo verso a:
“Jaufre Rudel che usò la vela e 'l remo
A cercar la sua morte.”
e delle poche poesie (sei in tutto) che abbiamo di Rudello, tre almeno si riferiscono a questo amore lontano che al poeta faceva doler tutto il cuore, a questo affetto per l'ignota bellezza, il quale doveva così pietosamente finire.
(1 : Vedi gli Appunti citati, p. 14 e 15. Rudel sarebbe morto secondo alcuni nel 1147, secondo altri verso il 1170.)

§ 2. Sorpassando l'anno 1150, più ci si avvicina alla fine del secolo, più si allarga il quadro della lirica provenzale: si entra nel periodo del pieno fiorimento, nel quale risplendono i più grandi maestri dell'arte, e non solo cresce il numero delle poesie che di ogni singolo poeta c'è rimasto, ma cresce di tanto il numero dei trovatori che, nonchè tener dietro a tutti, potremo appena menzionare i più degni. (2 : Il Bartsch (Grundriss) nota di Gaucelm Faidit 65 poesie rimasteci, di Giraud de Borneil 81, di Peire Cardenal 70; la media però oscilla tra il 12 e il 30; di trovatori ne elenca 460, ma ne mancano molti.)
Fra i contemporanei del già nominato Bernardo di Ventadorn è da ricordare Rambaldo III conte d'Orange (regn. 1150-73) buon poeta ma alquanto affettato: egli inspirò, sebbene le corrispondesse tiepidamente, un'ardente passione a Beatrice contessa di Die (1135-1189) che a lui diresse versi pieni di tenerezza appassionata e di spontaneità, pregio raro tra i poeti provenzali; (1 : Raynouard, III, 22.) ella meritò perciò di essere detta la Saffo di Provenza. (2 : Sulle poetesse provenzali; Cfr. Oscar Schultz: Die prov. Dichterinnen. Leipzig, 1888.)
Un trovatore di merito fu pure Pietro d'Alvernia (1148-1200); sotto un certo rispetto potrebbe essere considerato come un antico, poichè la biografia ci dice che egli non scrisse che dei vers e che soltanto dopo di lui, Giraldo di Borneil scrisse la prima canzone. Le poesie rimasteci, quasi una trentina, rivelano in generale più abilità che inspirazione. Una per altro è interessante perchè mette in satira dodici trovatori suoi contemporanei, tre soli dei quali giustamente celebri. Ecco come incomincia il satirico Pietro:
que chantan de maintas colors,
el sordejer cuida dir gen;
...
Daisso mer mal Peire Rotgiers,
per que n' er encolpatz premiers,
quar chanta d'amor a prezen;
e covengral melhs us sautiers
en la gleiz' o us candeliers
portar ab gran candel' arden.
que sembl' oire sec al solelh
ab son magre cantar dolen
qu'es chans de velha portaselh;
e sis vezia en espelh,
nos prezari' un aguilen. 
(1 : “Canterò di questi trovatori che cantano di molte guise e il peggiore pensa di dir bene... Di ciò merita rimprovero Pietro Rotgiers che ne sará incolpato pel primo: chè canta d'amore francamente e meglio converrebbegli un salterio o un candelliere portar nella chiesa con una gran torcia. - Il secondo è Giraldo di Bornello che sembra un otre secco al sole, col suo magro cantare dolente, che è canto da vecchia portatrice d'acqua; s'ei si vedesse in uno specchio non si pregierebbe un fior secco.”)
Il terzo è l'amoroso Bernardo di Ventadorn; gli altri ci sono ignoti o mal noti. (2 : Il serventese di P. d'Alvernia fu poi imitato dal Monaco di Montaudon in una sua poesia ove passa in rassegna 15 poeti suoi contemporanei. - In Raynouard, IV, 368.)
Ma i due accennati per primi meritano una menzione speciale. Pietro Rotgier aveva incominciato la carriera ecclesiastica, ma per amore dell'arte e della vita libera vi rinunciò e si stabilì in Narbona. Ivi regnava la celebre Ermengarda (reg. 1143-1192) figlia del conte Aimerico II, la quale divenne ben presto l'oggetto del culto e dei canti appassionati del nostro poeta. Vi si trattenne a lungo, ma infine per le dicerie sul suo amore, dovette partirsene e dopo varie peregrinazioni per la Provenza, la Castiglia e l'Aragona, finì monaco nell'abbazia di Grammont. 
(3 : Cfr. C. Appel: Leben u. Werke des Trob. P. R. - Berlin, 1882.)
L'altro trovatore, Giraldo di Bornelh (1175 circa 1220), di Excideuil nel Limosino, benchè di bassa nascita seppe con l'ingegno e l'arte sollevarsi ad alti onori; la biografia provenzale dice che: “Ei fu miglior trovatore di quanti erano stati prima o furono dopo di lui, sì che fu chiamato Maestro dei Trovatori e tale egli è per ognuno che si intenda di gentili poesie e ben composte d'amore e di sapienza. Assai fu onorato dai valenti uomini e intendenti, e dalle donne che ascoltavano i maestrevoli versi delle sue canzoni”.
Anche Dante lo tenne in gran conto e lo chiamò il cantore della rettitudine (Vulg. El. II, 2 e 6) ma non gli accordò il primato tra i poeti provenzali. E noto a tutti che egli preferiva Arnaldo Daniello:
Versi d'amore e prose di romanzi
Soverchiò tutti; e lascia dir gli stolti
Che quel di Lemosi credon ch'avanzi:
A voce più ch' al ver drizzan li volti.
E così ferman sua opinione
Prima ch' arte o ragion per lor s' ascolti.
(Purgat. XXVI, 118-23.)
Non paia irriverenza se, coi migliori giudici di poesia provenzale, noi non accetteremo la sentenza dantesca e preferiremo quel di Lemosi, cioè Giraldo. L'arte e la ragione non sono le sole cose che noi ricerchiamo nella poesia, e specialmente nella amorosa; ma è l'affetto vero e profondo e dell'affetto una espressione schietta immediata e viva. 
Che le strofe di Arnaldo dovessero parere, per le difficoltà di rima e d'artificio, meravigliose, noi concediamo: ma non in ciò sta l'eccellenza
del poeta. Giraldo, del resto, di cui possediamo una novantina di poesie, mostrò nella sua giovinezza di sapere affrontare e vincere le difficoltà del trobar clus, cioè dello stile poetico chiuso e condensato e della forma ricercata e oscura; ma egli medesimo, con intuito di vero poeta, rinnegò tali artifiziosità dicendo che poco val canto che non sia compreso:
... non a chans pretz entier
quan tuich non so parsonier
(1 : “Canto non ha intiero pregio quando non tutti ne sono partecipi.”)
Nei serventesi Giraldo seppe fare dell'alta poesia morale senza cadere al monotono nè eccedere nelle invettive; niuno come lui sentì piena e intera la dignità del suo ufficio, ed egli elevò, tra i primi, la voce per rampognare la corruzione della nobiltà feudale che doveva necessariamente condurre alla decadenza della poesia:
Jeu vi torneis mandar
E segre gens garnitz,
E pueys dels miels feritz
Una sazo parlar;
Ar es pretz de raubar
Buous, motos e berbitz;
Cavaliers si' aunitz
Ques met a domneiar
Pus que toca dels mans motos belans,
Ni que rauba gleizas ni viandans.

On son gandit joglar
Qu' ieu vi gent aculhitz?
...

E vi per cortz anar
De joglaretz petitz
Gen caussatz e vestitz
Sol per domnas lauzar:
Ar non auzon parlar
Tant es bos pretz delitz. 
(1 : “Vidi tornei ordinare, e armati a schiera, e dei colpi meglio assestati lunga stagione parlare: ora è pregio il rubar buoi, montoni e pecore; vile quel cavaliere che con dame fa il galante e poi ghermisce di sua mano le belanti greggie, e chiese e viandanti deruba. - Ove son fuggiti i poeti ch'io già vidi accolti ad onore?... E vidi andar per le corti giullari dappoco che, sol per lode di dame, ebbero e maglie e vestiti; e ora non osan mostrarsi, sì ogni buon pregio è morto.”)

Prima di parlare di Arnaldo Daniello, emulo di Giraldo nella estimazione dei posteri, è da ricordare Guglielmo di Cabestaing

Prima di parlare di Arnaldo Daniello, emulo di Giraldo nella estimazione dei posteri, è da ricordare Guglielmo di Cabestaing, e per il suo merito poetico e per la pietosa sua storia; eccola testualmente tradotta dalla più breve versione provenzale: “Guglielmo di Cabestaing fu un cavaliere della contrada del Rossiglione, che confina con Catalogna e col Narbonese. Ben fu avvenente e pregiato in armi, in servigio di dame e in cortesia. Ed era in quella contrada una dama che avea nome madonna Seremonda, moglie di ser Raimondo da Castel-Rossiglione, che molto era ricco e nobile e scontroso e bravo e fiero e orgoglioso. E Guglielmo di Cabestany amava la donna d'amore e cantava di lei e faceva di lei sue canzoni. E la donna, che giovin'era e gentile e bella e piacente, gli voleva bene più che a cosa al mondo. Fu detto a Raimondo: ed egli, com'uomo irato e geloso, indagò il fatto, e seppelo vero, e fe' chiuder la moglie ben forte. E quando venne un giorno che Raimondo trovò Guglielmo alla strada senza gran compagnia, lo uccise, e gli trasse il core del corpo e féllo portare da uno scudiere al suo albergo, e lo fece arrostire e far salsa, e lo diè a mangiare alla moglie. E quando la donna l'ebbe mangiato, ser Raimondo le disse di chi era, ed ella a udirlo perdè la vista e'l sentire. E come rinvenne disse: Signore, ben m'avete dato così buon mangiare che mai più altro ne mangierò. E quand'egli la udì, corse alla spada e volle darlene sul capo, ma ella corse al verone e lasciossi cader giù, ed è morta.” 
A narrazione così pietosa si fecero poi aggiunte e modificazioni, e, tra l'altre, che i due corpi fossero sepolti insieme e la loro tomba diventasse meta di amorosi pellegrinaggi di cavalieri e dame: anche si volle che il feroce marito fosse imprigionato da Alfonso II d'Aragona e fatto perire. Ma nulla di tutto ciò è vero, e noi non abbiamo qui che una versione di un'antica e assai sparsa leggenda popolare. Di storico non sonvi che i nomi de' personaggi, e forse il loro amore. (1 : Vedi Chabaneau: Biogr. des Troub. pag. 99, e G. Paris: Romania, VIII, 333 e XII, 359. Seremonda, già vedova di Ermengardo de Vernet sposò Raimondo da Castel-Rossiglione nel 1197, e in terze nozze Ademaro de Masset; ella viveva ancora nel 1221. Guglielmo di Cabestany, del cantone di Perpignan, prese parte nel 1212 alla battaglia de las Navas contro i Mori andalusi; ci rimane di lui una decina di poesie.) 
Anche è vero che Guglielmo è tra i pochi trovatori che, come Bernardo di Ventadorn, dimenticarono sovente il linguaggio convenzionale dell'amore cavalleresco per quello più schietto e vivo d'un affetto veramente sentito.
Tali non sono, come già dicemmo, i meriti per cui va giustamente famoso Arnaldo Daniello (circa 1180-1200); egli è il maestro e caposcuola dei poeti oscuri ed enigmatici. Nacque a Ribérac in Dordogna, e per molti anni sospirò, ma inutilmente, per la moglie di Guglielmo di Bouvila. 
Ei passa per inventore della sestina; le sue poesie amorose dovevano avere, forse dalla musica, una attrazione che a noi pare ora poco spiegabile; già s'è riferito il giudicio di Dante; il Petrarca non gli è meno favorevole:
Fra tutti il primo Arnaldo Daniello
Gran maestro d'amor, che alla sua terra
Ancor fa onor col suo dir novo e bello.

Stando a Benvenuto da Imola, antico comentatore della Divina Comedia, Arnaldo si trovò in vecchiezza povero di mezzi: con una canzone si diresse ai re di Francia e d'Inghilterra che lo soccorsero generosamente: morì in convento.
Men sapiente di Arnaldo Daniello ma più elegante nella semplicità della forma e nella delicatezza del sentimento fu Arnaldo di Mareuil. Il Petrarca lo chiama, al paragone del Daniello, il men famoso Arnaldo: ma è un giudicio non diviso, a quanto pare, dai compagni d'arte dei due trovatori, che citano assai più spesso e con maggior lode quel di Mareuil che quello di Ribérac. L'avvenenza della persona e la triplice abilità di poetare, cantare e leggere bene, gli valsero il favore di Adelaide di Tolosa sposa di Ruggiero II di Beziers (1167-1194). Dapprima egli si contentò di sospirare secretamente per lei: (1)
Belha domna, cui joys e jovens guida,
Ia no m'ametz, totz tems vos amarai,
Qu'amors o vol ves cui no m puesc guandir;
E quar conois qu'ieu am ab cor verai,
Mostram de vos de tal guisa jauzir:
Pensan vos bais e us maney e us embratz;
Aquest domneis m'es dous e cars e bos,
E no l me pot vedar negus gelos.
(1 : “Bella donna, cui gioia e giovinezza guida, se anche non mi amate io v'amerò sempre, chè così vuole Amore cui non posso sottrarmi; e poich'egli sa ch'io v'amo di cuor verace così m'insegna a godere di voi: che, cioè, nel mio pensiero io vi bacio e vi premo e vi abbraccio, e ciò mi appaga e m'è dolce e buono e non mel può vietare nessun geloso.”)

Ma la fiamma lungamente repressa divampò: le poesie di Arnaldo divennero sempre più ardenti e più esplicite: (2)
que anc formes el mon natura,
melhor que non posc dir ni sai,
plus bela que bels jorns de mai,
solelhs de mar, ombra d'estiu,
roza de mai, ploja d'abriu,
flors de beutat, miralhs d'amor,
claus de fin pretz, escrins d'onor,
mas de do, capdels de joven,
cims e razitz d'ensenhamen,
cambra de joi, locs de domnei,
Domna, mas jointas, vos soplei:
prendes m'al vostre servidor,
e prometes me vostr'amor.

(2 : “Donna, la più gentil creatura che mai natura formasse al mondo, migliore ch'io possa o sappia dire, più bella che bel giorno di maggio, spera di mare, ombra d'estate, rosa di maggio, pioggia d'aprile, fior di bellezza, specchio d'amore, chiave di fino pregio, scrigno d'onore, casa di doni, capitana di giovinezza, cima e radice di sapienza, camera di gioia, stanza di cortesia, Donna, a mani giunte vi supplico, prendetemi a servo e promettetemi il vostro amore.”)

Chi poteva resistere a simile valanga? Non Adelaide di certo. Ma poco tempo dopo imparò Arnaldo a sue spese che:
Femmina è cosa mobil per natura (N. E. la donna è mobile)
e che un amoroso stato
In cor di donna picciol tempo dura.

Il suo fortunato successore fu nientemeno che re Alfonso II d'Aragona (1162-96). Arnaldo, abbandonato e disilluso, si ritirò a Montpellier alla corte di Guglielmo VIII († 1202) dove, dice la biografia, molto indarno pianse e sospirò.
Poeta guerriero più che amoroso fu Bertrando dal Bornio. Ognuno ricorda come lo vide Dante nella nona fossa di Malebolge:
… il capo tronco tenea per le chiome 
Pésol con mano a guisa di lanterna 
E quel mirava noi, e dicea: “O me!” 

degno supplicio di chi aveva sparso la discordia tra padre e figlio. “Bertran de Born nacque, prima del 1140, in Altaforte presso Perigueux; sempre, dice la biografia, guerreggiava tutti i suoi vicini, il conte di Peiregors [Elia V, 1166-1205] e Riccardo fino che rimase conte di Peitieus [dal 1169 all'89]. Buon cavaliere fu e buon guerriero, e buon galante e buon trovatore, e dotto e ben parlante; e seppe stare al male e al bene. E molto poteva sul re Enrico d'Inghilterra e sul figlio di lui [Enrico dal Cortomantello, n. 1155 m. 1183] ma sempre voleva ch'essi avesser guerra insieme, il padre e il figlio e'l fratello l'un l'altro, e che il re di Francia guerreggiasse quel d'Inghilterra. E se aveano pace nè tregua e' si sforzava coi suoi serventesi di disfar la pace.” 
Tutta l'ardenza di questo accanito guerreggiatore è nelle sue poesie; niuno meglio di lui che Dante chiamò “illustre cantor d'armi”, seppe esprimere l'ebbrezza della battaglia e l'entusiasmo militare. Di lui ci rimane una quarantina o poco più di poesie. Come molti altri trovatori, anch'egli giunto a vecchiezza si sarebbe ritirato in un chiostro, a Dalon dell'ordine cisterciense. Morì d'età assai avanzata: probabilmente verso il 1207.
Un vero enigma, non solo per noi, ma anche pei suoi contemporanei, fu il trovatore Pietro Vidal (1175-1215 circa). In lui sono così commiste ragione e pazzia, buon senso e stranezza, che se ne meravigliavano i suoi stessi amici; Blacasso, il famoso protettore de' trovatori del quale Sordello in un sirventese giustamente celebre pianse la morte (1236), chiedeva a Vidal come mai avesse follia in tutto e nel poetare avesse senno e talenti. Vidal rispose evasivamente; ma un trovatore italiano, Bartolomeo Zorzi, lo difese asserendo che vera follia era il credere folle un uomo come Vidal, che faceva versi così belli. Ma tal difesa è, al più, un giuoco di parole; e che Pietro avesse un grano di pazzia asseriscono concordi le notizie biografiche provenzali. Molte donne amò; da tutte
credeva essere amato:
Cent donas ai faitas plorar
Et autras cent rir' e jogar.

Il fatto è che colle sue vanterie di godere i favori di tutte le dame fu, secondo l'umore dei mariti, ora preso a gioco, ora solennemente bastonato. Ma egli imperterrito correva da una in altra avventura; ora esiliato per aver risvegliato Adalasia viscontessa di Marsiglia a forza di baci, essendole penetrato in istanza mentre dormiva; ora, facendo senno a un tratto, scriveva serventesi ai re di Francia, di Spagna e d'Alemagna, pieni di virili e nobili idee; ora ricascando nelle stramberie, si vestiva con pelli di lupo in onore di Lupa di Penautier, e vagava carponi pei boschi, sì che fu preso e malamente battuto da alcuni pastori. La più strana gli occorse in Oriente, ove volea seguire la crociata del re inglese; ma si fermò in Cipro e vi sposò e si portò in Provenza una greca. Ed ecco che gli amici gli dànno a intendere ch'ella è nipote dell'imperatore di Costantinopoli e che a lui spetta di diritto l'impero! Vidal non era uomo da abbandonare così bella idea, e cominciò a spendere in navigli e a portare titoli imperiali. Ma dalla conquista fu forse distolto da altre avventure. È impossibile seguirlo ne' suoi molteplici viaggi: verso la fine del secolo lo troviamo in Italia alla corte di Bonifazio di Monferrato e allorchè questi si apprestava a passar il mare nel 1202, fu Pietro Vidal a intonare il canto della crociata. Poco prima era stato in Provenza tra i brillanti cortigiani di re Alfonso d'Aragona al cui buon umore egli doveva contribuire d'assai colle sue vanterie da capitan Fracassa:
Ai ieu e mai d'autras assatz,
E quan soi en cavals armatz
Tot quant trobi pesseg e franh:
Cent cavaliers ai tot sol pres
E d'autres cent ai tout l'arnes. 
(1 : “Le avventure di Galvano ho io, e molte altre assai, e quando sono armato a cavallo tutto quanto incontro io spezzo e frango; da solo ho fatto prigionieri cento cavalieri, e d'altri cento ho conquistato le armi.”)

L'anno di sua morte s'ignora, ma certo egli dovette seguitare incorreggibile fino alla fine, ridendo e facendo ridere.
Ma la gioia e la serenità del bel cielo di Provenza non dovea mantenersi più a lungo; grossi nuvoloni forieri di tempesta s'addensavano al nord e dalla parte di Roma: era imminente la crociata contro gli Albigesi.
Il passaggio dalla lieta poesia al feroce fanatismo ci è rappresentato da Folchetto di Marsiglia, di cui le prime poesie sono del 1180 circa. 
Egli era figlio di un mercante di Genova stabilito a Marsiglia:
Folchetto che a Marsiglia il nome ha dato
Ed a Genova tolto, ed all'estremo
Cangiò per miglior patria abito e stato
(Petrarca: Tr. d'Am. cap. IV)

Per lungo tempo stette alla corte di Adalasia moglie di Messer Barral visconte di Marsiglia, e in onore di lei scrisse le migliori sue poesie, nelle quali, pure non dipartendosi dalla castigatezza dell'amore cavalleresco, seppe con grande maestria far pompa del suo ingegno ricco di eleganti frasi e di ben tornite immagini. Ma le angoscie, forse, del non corrisposto amore, e la morte de' suoi migliori protettori, Ser Barral († 1192), Raimondo V di Tolosa († 1194) e Alfonso II d'Aragona († 1196) gli insegnarono la vanità degli affetti terreni e lo indirizzarono al cielo. 
Preso l'abito di monaco cisterciense divenne poco dopo abate di Toronet, diocesi di Fréjus, e nel 1205 vescovo di Tolosa. Il suo zelo nel perseguitare gli Albigesi parve ai contemporanei giusto compenso de' suoi peccati di gioventù: egli stesso, con ardente buona fede, si imponeva un rigoroso digiuno a pane ed acqua ogni qualvolta gli avvenisse di sentire cantare dai giullari qualcuna delle sue poesie giovanili. Con tutto ciò fa fremere il pensiero che nella sola Tolosa più di 1500 persone egli facesse ardere: un Albigese diceva di lui che:
... al seus faitz e als ditz
Ez a la captenensa, sembla mielhs Antecritz
Que messatges de Roma; 
(1 : “... ai suoi fatti, ai suoi detti e al suo modo d'agire par meglio l'Anticristo che un legato di Roma”. (Poema della Crociata albigese, v. 3325-27))

fa fremere il freddo sarcasmo ch'egli, predicando nel duomo di Tolosa, ebbe per un eretico a cui il conte di Monfort aveva fatto tagliare il naso e le labbra e strappar gli occhi. Ma erano colpe dei tempi più che sue, e parvero anzi ai Cattolici meriti grandissimi, tanto che Dante, nel canto IX del Paradiso, lo chiama:
… luculenta e cara gioia
Del nostro cielo.

Tra siffatte care gioie finiva la libertà della Provenza e con essa la lieta vita e l'amorosa poesia dei trovatori.

Nota. - Vietando la ristrettezza dello spazio una più ampia rassegna dei principali poeti provenzali, tolgo dal citato articolo del Meyer, nell'Encyclop. brittannica, il seguente quadro dei mecenati della poesia provenzale e dei trovatori da loro protetti:

In Provenza.

Eleonora di Guienna: Bernardo de Ventadorn. 
Enrico dal Cortomantello (regnò 1170-83) figlio d'Enrico II d'Inghilterra: Bertrando de Born.
Riccardo cor di lione: Arnaldo Daniello, Pietro Vidal, Folchetto di Marsiglia, Gaucelmo Faidit.
Ermengarda di Narbona (1143-92): B. de Ventadorn, Pietro Rogier, Pietro d'Alvernha.
Raimondo V conte di Tolosa: B. de Ventadorn, Pietro Rogier, Pietro Raimon, Ugo Brunet, Pietro Vidal, Folchetto di Marsiglia, Bernardo di Durfort. 
Raimondo VI conte di Tolosa (1194-1222): Raimondo di Miraval, Aimerico di Pegullan, Aimerico di Belenoi, Ademaro il Negro.
Alfonso II conte di Provenza (1185-1209): Elia di Barjols.
Barral visconte di Marsiglia (m. 1192): Pietro Vidal, F. di Marsiglia.
Guglielmo VIII sire di Montpellier (1172-1204): Pietro Ramon, Arnaldo di Mareuil, Folchetto di Marsiglia, Giraldo di Calanson, Aimerico di Sarlat.
Roberto Delfino d'Alvernia (1169-1234): Peirol, Perdigon, Pietro di Maensac, Gaucelmo Faidit. 
Guglielmo du Baus principe d'Orange (1182-1218): Rambaldo di Vacqueiras, Perdigon.
Savaric de Mauleon (1200-1230): Gaucelmo di Puicibot, Ugo di San Circq.
Blacatz, nobile provenzale (1200?-1236): Cadenet, Giovanni d'Aubusson, Sordello, Guglielmo Figueira. 
Enrico I conte di Rodez (1208-1222?): Ugo di San Circq.
Ugo IV (1222?-1274) e Enrico II (1274-1302) conti di Rodez: Giraldo Riquier, Folchetto di Lunel, Serverico di Girona, Bertrando Carbonel.
Nuno Sanchez conte di Rossiglione (m. 1241): Aimerico di Belenoi.
Bernardo IV conte di Astarac (1249-91): Giraldo Riquier, Amanieu de Sescas.

In Spagna:

reyna Petronila, comte Ramon Berenguer IV, Alfonso II


Alfonso II d'Aragona (1162-96): Pietro Rogier, Pietro Ramon, Pietro Vidal, Cadenet, Giraldo di Cabreira, Elia di Barjols, Monaco di Montaudon, Ugo Brunet.
Pietro II d'Aragona (1196-1213): Raimondo di Miraval, Aimerico di Pegulhan, Perdigon, Ademaro il Negro, Ugo di San Circq.
Giacomo I d'Aragona (1273 *1213-1276): Pietro Cardenal, B. Sicart de Maruejols, Giraldo Riquier, At di Mons. 
Pietro III d'Aragona (1276-85): Paoletto di Marsiglia, Giraldo Riquier, Serverico di Girona.
Alfonso IX di Leon (1138-1234): Pietro Rogier, Giraldo di Borneil, Aimerico di Pegulhan, Ugo di San Circq. (N. E. reinó de 1188 hasta 1230)
Alfonso X di Castiglia (1252-84): Bertrando di Lamanon, Bonifazio Calvo, Giraldo Riquier, Folchetto di Lunel, Arnaldo Plages, Bertrando Carbonel.

In Italia:

Bonifacio II marchese di Monferrato (1192-1207) Pietro Vidal, Rambaldo di Vacqueiras, Elia Cairel, Gaucelmo Faidit? 
Federico II Imperatore (1215-50): Giovanni d'Aubusson, Aimerico di Pegulhan, Guglielmo Figueira. 
Azzo VI (1196-1212) e Azzo VIII (1215-64) marchesi d'Este: Aimerico di Pegulhan, Rambertino de' Buvalelli.