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sábado, 7 de noviembre de 2026

Capitolo IX. Letteratura religiosa, lirica e didattica. Letteratura dramatica, sacra e profana.

Capitolo IX.

Letteratura religiosa, lirica e didattica. Letteratura dramatica, sacra e profana.

Capitolo IX. Letteratura religiosa, lirica e didattica. Letteratura dramatica, sacra e profana. San Pietro di Lussemburgo


§ 1. Le opere religiose che non narrino storie bibbliche, vite e leggende di Santi possono dividersi in due classi: didattica e lirica. 
Con quest'ultimo appellativo intendiamo le preghiere e i cantici liturgici; o sieno essi di creazione originale o sieno parafrasi volgari di preghiere e di canti latini. E a questo proposito bisogna avvertire che qui si considerano solamente le liriche di carattere puramente rituale e chiesastico, destinate al canto nelle chiese o all'istruzione e edificazione dei fedeli; chè se si volesse comprendere tutte le canzoni di indole religiosa che si trovano sparse nei canzonieri e nelle Joyas del gay saber della scuola tolosana, sarebbe un allargare di troppo, non solo, ma un vero confondere cose essenzialmente distinte. Perchè a differenza dei canti liturgici e delle parafrasi di preghiere come il Pater, l'Avemaria, ecc., le poesie religiose dei trovatori sono liriche di inspirazione individuale in cui l'espressione del sentimento religioso non ha e non pretende di avere nessuna precisione dogmatica nè autorità esegetica, e tanto meno si propongono esse di servire a determinate cerimonie del culto.
Il gruppo delle preghiere e dei canti religiosi non è molto copioso; evidentemente molte di queste brevi poesie sono andate perdute. 
Di alcune poesie religiose tolte da un ms. di San Marziale di Limoges, abbiamo già parlato (cap. II, § 7). Posteriore al 1100 ma pur sempre assai antica è una Preghiera alla vergine, la quale per verità, non offre alcuno speciale interesse, se se ne toglie il periodo remoto cui essa risale. Ne diede notizia e ne pubblicò il testo P. Meyer nel volume primo della Romania (pag. 407).
Un vero manuale di Esortazioni e preghiere è il manoscritto Extravag. 268 di Wolfenbüttel, che contiene varie cose francesi e provenzali. L'autore scrisse nel 1254, mentre era in prigione nella quale restò 20 anni; questo è quanto si sa di lui con certezza. Dall'esame della lingua si può asserire fondatamente ch'egli era un italiano dell'Alta Italia. Le forme strofiche sono assai variate, come pure le qualità dei versi, e non senza eleganza. Vedansi per esempio queste due stanze di imitazione saffica:

Vergen cortesa     - vida vertadera,
en vos hai mesa          - voluntat entera,
hai ben apresa,     - qu'a la mar non pera,
merce, raina.
Valen pulcela         - de gracia plena
marina stela         - gardaç nos de pena,
hai rems e vela    - quel mund guida e mena,
(1 : Vergine cortese, vita veritiera, in voi ho messo ogni desiderio; o bennata (fate) ch'io non perisca in mare: merce regina. Valente pulzella di grazia piena, marina stella, guardateci di pena; o remo e vela che guida e governa il mondo, mercè regina.” Bekker, Prov. geist. Lieder nei Resoconti del l'Accad. di Berlino, 1842. Cfr. Em. Levy in Revue des lang. rom. XXXI, 173.)

Altre Canzoni a Maria si sono conservate.

Altre Canzoni a Maria si sono conservate. Una assai lunga edita dal Bartsch (1 : Denkm. p. 63-71.) ha più del sirventese religioso artistico che del vero canto chiesastico. Un'altra fu pubblicata dal Rayna. (2 : Giorn. di fil. rom, I, 87.)
Una terza, che potrebbe intitolarsi la salutazione angelica, è una cattiva riduzione dal francese. (3 . Suchier: Denkm., I, 285.)
Altre due meritano d'essere qui ricordate, sebbene appartengano alla poesia artistica. L'una è una Ballata alla Vergine, del re Giacomo II di Aragona (1291-1327); egli descrive una nave sbattuta dai marosi che simboleggia la chiesa pericolante per la simonia di Onorio IV e Niccolò IV, la debolezza di Celestino V e l'ambizione di Bonifacio VIII. 
(4 : De Lollis, in Revue des lang. rom., XXXI, 289.)
L'altra è una Canzone di Pietro di Corbiac, la quale, sebbene sia essa pure una delle solite enumerazioni di epiteti laudativi, è forse la più soave e la più armoniosa di tutte le preghiere a Maria Vergine. 
(5 : Raynouard, IV, 465. Bartsch, Chrest. prov. 209.)
Altre liriche sono pure un Cantico allo Spirito Santo, poco interessante, (6 : A. Thomas, in Romania, VIII, 211.) e un Cantico sulla risurrezione del Cristo: esso risale al 1300 o poco dopo, ed era cantato al sabbato
santo di Pasqua; consta di ventidue strofe di tre versi con alleluja, a questo modo: (1)

Quand Jesus Christ fon tormentat
Et de la crous desclavellat
En lo sepulcre fon pausat.
Ben fort fasion gardar lo vas,
Que non li fossa dereubat.
Alleluja.

(1: “Quando Gesù Cristo fu tormentato, e schiodato da la croce, fu posato nel sepolcro. Alleluja. - Ma Ponzio Pilato e Caifasso assai bene facevano guardar la fossa, che non fosse loro rubato. Alleluja.” Chabaneau, in Revue des lang rom., XIV, 5.)



Noteremo infine una abbastanza singolare Cantinella in Nativitate Domini, la quale incomincia:

Am grant alegrier annem vesitar

(2 : “Con grande allegrezza andiamo a visitare la Vergine Maria e il suo bel figlio caro.” Bartsch, Jahrbuch für engl. und rom. Phil., XII, 8.)

Essa ci attesta la persistenza nel secolo XIV, dell'uso di cantare i Noel alla notte di Natale, uso che c'è attestato per i secoli più remoti (capitolo II, § 7) e che ebbe grande sviluppo più tardi, tanto che i Noel costituirono un vero genere letterario.

§ 2. Il secondo gruppo delle liriche religiose è costituito, come dicemmo, dalle parafrasi di preghiere. Questo genere non può avere se non mediocri pregi letterarii; esso è anche rappresentato scarsamente; i documenti che ne restano son tutti del secolo XIV. Per cominciare dalle preghiere più solite, del Pater noster abbiamo tre versioni poetiche: una in 14 versi, quasi letterale; (1 : Suchier, Denkm., I, 291.) la seconda è una lunga e non bella parafrasi in 104 ottonarii a coppia, e la terza è di 36 versi, 4 per ogni punto del Pater latino. Il Meyer notò queste due ultime versioni in un ms. della Laurenziana, scritto verso la metà del secolo XIV da un tal Pietro de Serras farmacista e droghiere probabilmente in Avignone. (2 . Romania, XIV, 491 e 528.) 
Nello stesso ms. vi è anche un'esposizione del Pater in prosa provenzale che è un frammento di una traduzione del libro La somme le Roi del domenicano francese Laurent. (3 : Di questo libro, in tre mss. parigini e in uno di Oxford vi è una traduzione provenzale completa, diversa da quella donde fu tratto questo frammento. Il Bartsch (Grundriss, p. 89) ha dato a questa traduzione il titolo di Libro dei vizi e delle virtù. Cfr. più oltre, pag. 189 in nota.)
Dell'Ave Maria abbiamo quattro versioni. L'una in 7 strofe di 8 versi, della quale il Meyer pubblicò un saggio; (4 : Bull. de la Soc. des anc. textes, I, 76.) la seconda in 34 versi, edita dal Meyer dal ms. del Serras sopra accennato, è forse la men brutta; dò come esempio i versi corrispondenti al Benedicta tu in mulieribus: (5)
De totas santas ies eletas
Et sobre totas benezetas,
E benezet sia bon frucs
Del tieu ventre, quar la vertus
De l'Altisme s'olombrara
En te, e dedins te venra
Sant Espirit don concebras.
Aycel que tu engenraras
Sera apellat fil de Dieu, (N. E. Deus)
Per que seran deslieure los cieus (?) (N. E. cieus por la rima; ciels.)

(5 : “Di tutte le sante sei l'eletta e sopra tutte benedetta, e benedetto sia il buon frutto del tuo ventre, giacchè la virtù dell'Altissimo si adombrerà in te, e dentro verratti lo Spirito Santo, di che concepirai. Quegli che tu genererai sarà chiamato figlio di Dio, pel quale saranno riaperti i cieli.” Romania, XIV, 492.)

Le altre due, sono una parafrasi in 6 quartine, (1 : Chabaneau, Revue des lang. rom., XXIX, 242.) e una versione in 47 versi che è un misto di Ave Maria e di Litanie della Vergine, composta forse verso l'anno 1500. (2 : Dumége (Du Mège), Institutions de la Ville de Toulouse, IV, 199.) 
Del Credo abbiamo 2 parafrasi: una in 42 versi tolta dal solito ms. del Serras, (3 : Romania, XIV, 535.) l'altra in 72 versi poco belli, di cui ecco il principio:

De tot cor crezi fermament
e confessi verayament
los sans articles de la fe
que son fondament de tot be.
Tot premier crezi que Dieu es
Sobeiran a trastotas res;
tres personas certanament
son un ver Dieu ses partiment.

(4 : “Di tutto cuore credo fermamente, e veracemente confesso i santi articoli della fede che son fondamento d'ogni bene. E in prima credo che Dio è signore di tutte le cose; tre persone certamente sono un vero Dio senza divisione.” Chabaneau, in Revue des lang. rom., XXIX, 243.)

Dei Dieci comandamenti pure 2 parafrasi; una molto letterale del secolo XIV in 10 versi, (1 : Suchier, Denkm., I, 290.) l'altra, molto più recente, in 46 ottosillabi, composta nel 1552 da Giuseppe Cormys canonico del capitolo di Vence. 
(2 : P. Meyer, Revue des Soc. savantes, serie 6a, III, 432.)
Delle Litanie abbiamo una parafrasi in 68 strofe di cui ecco le due ultime:

Al jorn, Senher, del juzizi
Cant venras lo mont jujar,
Hon tracion ni mal vizi
Non si poyran amaguar,
Plasa ti que mi perdones
E non mi vulhas dapnar,
Mas am totz los santz mi dones
Qu'ieu al cel puesca montar.
Prec ti, Senher, que al peccayre
Qu'esto romans a parlatz
Per vezer lo sieu car payre
Sant Castor benaüratz,
Layses far vida tan digna
Que, cant el sera passatz,
A la tieu cara benigna
Per l'angel sia presentatz. 

(3: “Signore, al giorno del giudizio, quando verrai a giudicare il mondo, in che non si potranno celare nè tradimento nè mal vizio, piacciati che mi perdoni e non volermi dannare, ma dammi che con tutti i santi io possa salire al cielo. Ti prego, Signore, che al peccatore che ha recitato questa poesia per vedere il suo caro padre San Castoro ben avventurato, tu lasci fare così degna vita che, morto ch'ei sia, venga dall'angelo custode presentato alla tua benigna faccia.” Chabaneau, in Revue des lang. rom., XXIX, 209.)

Sant Castor benaüratz, Layses far vida tan digna Que, cant el sera passatz, A la tieu cara benigna Per l'angel sia presentatz.


Dal nome di car payre dato a San Castoro vescovo di Apt si induce che l'autore sia un aptesiano; e da indizii assai concludenti si fissa la data della composizione tra il 1317 e 1369. Una Litania in 33 quartine di ottosillabi rimati a coppia è attribuita nel solo ms. che la contiene (Mus. britt. Harleien 3183) a San Pietro di Lussemburgo. (1 : Suchier, Denkm., I, 291.)  (N. E. Nacido en Ligny-en-Barrois; su padre Guido de Luxemburgo, conde de esa localidad. Fue nombrado cardenal por el antipapa Clemente VII, por lo que no se le reconoce ese título en algunas fuentes.)

Questi fu vescovo di Metz e cardinale, e morì il 2 luglio 1387 a Villanuova presso Avignone; sembra però inverosimile che nella breve sua dimora in Provenza componesse poesie in provenzale.
Una terza Litania sarebbe una poesia scritta verso il 1340 da Peire de Ladils, di Bazas, ma è affatto artistica e punto liturgica. 
(2 : Noulet et Chabaneau, Deux mss. du XIV siècle, p. 129.)
Dei Salmi penitenziali abbiamo due versioni più o meno libere. La prima nel ms. 308 di Augers, quasi tutta di ottosillabi a coppia: ma talora anche a strofe varie, in un provenzale che rivela essere l'autore guascone; (3 : Revue des lang. rom., XX, 69 e XXVIII, 105.)
la seconda in un ms. del museo Calvet d'Avignone: è in ottonarii e oltre la parafrasi dei salmi (che non è completa) vi è anche quella del salmo 108; fu composta, pare verso la fine del secolo XIII, sebbene il ms. sia di un secolo almeno più recente; eccone un esempio corrispondente alle parole del De Profundis: “Quia apud dominum misericordia et copiosa apud eum redemptio. - Et ipse redimet Israel ex omnibus iniquitatibus ejus”:

Car enves Dyeu es pietatz
E misericordia e pas
Et aondosa redempcions
Ez envez el totas sasons
Et el cant a luy plazera
Tot Israel resemera
De la sieuas enequitas (N. E. la sieua enequita; las sieuas)
E de trastotz los syeus peccatz.

Come vedesi la traduzione è semplice e letterale, ma non manca di grazia. (1 : Chabaneau, Revue des lang. rom., XIX, 209.)

§ 3. La seconda classe di documenti religiosi, assai distinti dalla lirica, è di quelle opere che sono destinate o a confermare i fedeli nelle sane dottrine ortodosse o a confutare gli errori delle sette ereticali; le raccogliamo sotto il nome di opere didattiche. Le più vive ed efficaci, ognuno intende che sono le omelie e i sermoni del vescovo o del parroco: la predicazione incominciò coi primi tempi del cristianesimo, e naturalmente dovette seguire la evoluzione linguistica che s'andava lentamente compiendo nel popolo tra i secoli V e IX; non è supponibile che il predicante usasse sistematicamente il terso latino (dato che lo avesse saputo) innanzi a un uditorio che oramai non lo intendeva più.
(2 : Si è data importanza grande ai Concilii di Reims e di Tours dell'813 che raccomandano l'uso del volgare: “easdem homilias quisque episcopus aperte transferre studeat in rusticam romanam linguam... quo facilius cuncti possint intelligere, quae dicuntur”: ma la predicazione in volgare non cominciò allora di certo; il testo citato non è, io credo, che un richiamo a quegli ecclesiastici che facessero pompa del loro latino a spese della intelligibilità, richiamo che si capisce nel1'813 cioè in pieno fervore del cosidetto rifiorimento carolingio.)

Il fatto è invece che egli parlava al popolo nella favella popolare, ma se prendeva la penna per segnare qualche appunto del suo discorso, invincibilmente gli scivolavano sulla carta parole latine. La prima apparizione di frasi volgari nelle prediche scritte è, pel francese, in una omelia del IX secolo: i sermoni in provenzale risalgono solamente al secolo XII. Si tratta di due raccolte di Omelie e precetti religiosi; trenta in tutto, contenuti nel ms. lat 3548B di Parigi, proveniente dalla chiesa di San Marziale di Limoges, e destinati ad essere pronunciati nelle varie solennità dell'anno; sono certo, eccetto la traduzione del Vangelo su 
S. Giovanni (v. pag. 35) la prosa provenzale più antica: dalla lingua parrebbero essere della parte meridionale del Limosino. Il Meyer crede che sieno originali; lo Chabaneau inclina a crederli un rifacimento dal latino; ad ogni modo il loro pregio letterario è mediocre, salvo qua e là qualche mossa oratoria abbastanza felice. La loro importanza come documento linguistico non ammette discussione. (1 : Chabaneau, Revue des lang. rom., XVIII, 105, XXII, 157, XXIII, 53 e 157. Altri frammenti di prediche volgari su vario soggetto sono elencati dal Chabaneau, Biogr. p. 195.)
Un piccolo gruppo di opere religiose riguarda le differenze e le discussioni tra cattolici e albigesi. Un documento in 682 dodecasillabi, con qualche bioc è attribuito a un certo Izarn, ed è intitolato Las novas de l'heretge. 
È un dibattito tra Izarn e l'eretico Sicart de Figueiras; in cui il primo con molti argomenti (de' quali il più concludente e il più ripetuto è la minaccia del rogo: e s'aquest no vols creyre vec te'l foc aizinat) induce il secondo a rendersi cattolico. (1 : P. Meyer, Annuaire- bullet. de la Soc. de l'Hist. de Fr. 1879.)
(N. E. Otros críticos han rechazado a Izarn como autor.)
Un'altra poesia in 838 versi come i precedenti (qualche serie è andata perduta) è il pentimento dell'eretico. Un albigese prega Dio e in ispecial modo la Vergine Maria di ottenergli il perdono degli errori in cui perdurò per tanti anni; il tono e l'espressione delle due poesie, e l'essere un verso della prima ripetuta nella seconda, indurrebbero a credere ad una identità d'autori, la quale però non è assolutamente sicura. Se furon due, furono certo contemporanei, poichè le Novas furono scritte poco prima del 1244 e questo Pentimento prima del 1230. (2 : Suchier, Denkm., I, 214 e 532.)
Sono due opere importanti per la storia religiosa: rappresentandoci in modo vivace l'accettazione della fede ortodossa dopo i terribili argomenti della crociata albigese. (3 : P. Meyer (Rom. XIV, 521) dà notizia di una poesia di 166 versi, mutila in fine, che può mettersi in questa serie. È una Disputa tra una strega e un confessore, abbastanza curiosa e interessante.)
Della classe di opere didattiche destinate all'istruzione dei fedeli, noteremo il così detto Dottrinale di Raimon de Castelnou. (4 : Suchier, Denkm., I, 241 e 536. Abbiamo alcune liriche di un Raimon de Castelnou, ma l'identità dei due autori non è certa. V. Rom., XIV, 533.) 
È un insegnamento religioso, una specie di catechismo in volgare, mediocre nella sostanza e nella forma. Il poeta si pente dei versi mondani che ha fatto in altri tempi e protesta di cantar d'ora innanzi solo di cose sacre. Di altre opere, quasi del tutto inedite, basterà una menzione in nota; (1) qui accennerò a un Declaramens de motas demandas, breve brano di prosa del secolo XIII edito dal Bartsch; una versione più lunga è ancora inedita; in esso, come dice il titolo, si dichiarano molte domande le quali vertono specialmente sulle tradizioni religiose e costituiscono dei veri indovinelli: genere molto usato e amato nel Medioevo tra gli esperti di esegesi storica, quale poteva aversi allora. Simili dialoghi ebbero anche nel Medioevo il titolo di Dits de l'enfants sage. Ecco un breve passo del Declaramens: "Cals cieutat fo premieramen faita? - respos: Ninive.
Cals parlet ab la sauma? (coll'asino) - respos: Balaam. Cals fon mortz doas vetz et una vetz natz? - respos: Lazer. En cal montanha non plou? - respos en Gilboé, ecc.” (Denkm., pag. 360).

Cals parlet ab la sauma? (coll'asino) - respos: Balaam.

(1 : In poesia: Meditazioni di S. Agostino (ms. 944 bibl. di Tours. Cfr. Revue des lang. rom. a 1874, p. 318). - Contrizione e pene dell'inferno (658 versi ined. ms. 1745, Parigi). - Disputa del corpo e dell'anima (1166 ottosillabi, sec. XIV, ined. m. 14973, Parigi). - Le virtù e i vizi (dialogo, sec. XV o XVI). - Cfr. Paul Guillaume, Mystère de S. Antoni, p. 46.
(N. E. Le mystère de sant Anthoni de Viennès) - In prosa: Formula di confessione (Suchier, Denkm., 98). - Trattato di penitenza (fine sec. XIII; De Lollis; Studi fil. rom., fasc. XIII, 273). - Confessione generale di Olivier Mailhart (fine sec. XV; Du Mège: Hist. de Toulouse, IV, 199). 
- Traduzione del liber scintillarum (di Defensor, monaco di Ligugé, a torto attribuito al venerabile Beda. Prosa alverniate, sec. XIII, raccolta di sentenze morali. Inedito nel ms. parigino 1747, saggio in Bartsch, Chrest. 231). - Trattato dei 7 doni e Traduzione de quinque septenis (prose, nel ms. precedente). - Istruzioni per la quaresima (sec. XIII, ined. ms. 2428, Parigi). - Traduzione dell'Elucidarium (di Honorius d'Autun: cfr. Lambert, Catal. dei mss. della bibl. di Carpentras, I, 89). 
- Trattati varii (della Conoscenza del Creatore: della Via di salute: delle Regole di S. Tomaso: della Professione di monaci e monache: delle Cause di predestinazione: della Perfezione di religione: nel ms. parigino ined. 1852). La somme le Roi o Libro di vizi e virtù (cfr. più sopra, pag. 182 nota. - Laurent fu confessore di Filippo III (1270-1285) e della traduzione abbiamo due versioni, una provenzale e una valdese). Traduzione del Doctrinale sapientiae (di Guy de Roye, sec. XV; cfr. Revue des lang. rom. XVIII, 261). Disciplina clericalis (di Pietro Alfonso, tradotta in guascone. Pietro Alfonso, spagnuolo, giudeo convertito, fine sec. XII; l'opera è una raccolta di moralità e favole arabe e indiane). Libro di preghiere (sec. XIV; inedito nel ms. 41 Ashb. laurenziano). Officio della passione (sec. XIV; ms. parigino ined. 2434). Contemplazione della vita di Cristo (trad. da S. Bonaventura. Cfr. Romania, XII, 339). Regola di S. Benedetto (trad. in prosa, sec. XIII; ms. parigino ined. 2428; saggi in Bartsch, Chrest. 229). Regole dell'Ospedale di S. Giovanni in Gerusalemme (Mémoires de la Soc. archéol. du midi de la France, IV, 354). Brevi trattati in Anciens textes, a. 1881, pag. 57, 60, 61, 63.)

§ 4. Un gruppo a parte è formato dai documenti valdesi poetici e prosaici. Il Raynouard (II, 137-54) credeva, e con lui si credette fino al 1865, che essi fossero molto antichi anzi alcuni rimontassero nientemeno che al 1100. Ora si è indiscutibilmente provato che tutto ciò dipendeva da un errore di lettura; i documenti più antichi sono quelli in poesia, e appartengono al XV secolo. (1 : Tale questione è magistralmente riassunta da P. Meyer Revue critique d'hist. et de litt., I, 36. Per la prosa cfr. Montet: Hist. litt. des Vaudois du Piémont; le poesie sono edite nella Zeitschrift, IV, 330 e 521, tutte meno La nobla leyczon (già edita in Raynouard, II, 72, e in Archiv, LXII, 273) e la Confession (ed. Léger, Hist. gen. des églises des vallées du Piémont, I, 92). Della Nobla Leyczon c'è un'ultima edizione di E. Montet, Paris, Fischbacher, 1888; recensione in Zeit. XIII, 327.)
(N. E. Parabole de l’Enfant prodigue en langue vaudoise, extraite d’un Nouveau-Testament de la Secte des Vaudois, manuscrit du treizième siècle, de la Bibliothèque de Grenoble. “Un home aë diù filh, e lo plus jove dis al Païre: O Païre, dona a mi la partia de la substancia que se coven ami; e departie à lo la substancia.”)

Parabole de l’Enfant prodigue en langue vaudoise, extraite d’un Nouveau-Testament de la Secte des Vaudois, manuscrit du treizième siècle, de la Bibliothèque de Grenoble.


Essi sono tutti di contenuto morale, specie di prediche e di riassunti bibblici; basterà citarne qui i titoli: La barca, Lo novel sermon, Lo novel confort, La nobla leyczon, Lo payre eternal, Lo desprezi del mont, L'evangeli de li quatre semencz, La confession.
I documenti valdesi in prosa sono quasi tutti posteriori alla Riforma. Finiremo questa rassegna menzionando una breve poesia in 33 dodecasillabi monorimati scritti sotto un quadro della chiesa di Bar, nelle Alpi marittime. È una danza macabra, del XV e forse anche del XVI secolo, unico documento che la geniale letteratura di Provenza ci abbia lasciato di questa lugubre fantasia medievale, nella quale sfilano agli occhi dello spettatore i vari rappresentanti delle classi sociali, imperatore, papa, nobili, clerici, obbligati ciascuno a danzare l'estrema funebre danza con lo scheletro sghignazzante che raffigura la morte. (1 : Revue des lang. rom., XIV, 161 e XX, 101.)

La letteratura dramatica, sacra e profana.

§ 5. La letteratura dramatica provenzale non è tale da meritare un capitolo a sè, per il numero assai esiguo di monumenti che ci ha tramandato. È ben vero che in questo, più che in ogni altro genere letterario, le perdite subite sono state numerose, poichè non ci rimane che appena la quarta parte delle opere sceniche della cui esistenza abbiamo notizia sicura. (2 : L'elenco di esse è in Chabaneau: Biogr., pag. 189-92. Di indole generale ed ottima su questo argomento è l'opera di Petit de Julleville: Hist. du théâtre en France. Les Mystères.)

Ma se dal valore di quelle che ci sono rimaste possiamo arguire il valore
delle perdute - ed è una induzione assolutamente lecita e plausibile - non abbiamo gran motivo di rimpiangere ciò che s'è smarrito, ed anzi, nella letteratura occitanica, è forse questa la perdita di cui meno dobbiamo dolerci.
Il teatro medievale in genere non riconosce punto come suo progenitore il teatro classico greco-romano. In Roma stessa la tragedia e la comedia perdettero assai presto il favore popolare, e, dal secondo secolo in poi, la produzione dramatica fu scarsa e destinata più alla lettura che alla scena. Un genere letterario così poco radicato, non doveva evidentemente offrire alcuna resistenza alla bufera delle invasioni barbariche. Ciò che rimase, fu, da una parte, il gusto del volgo pei giuochi di forza e di destrezza dei saltimbanchi e prestigiatori, histriones e joculatores, destinati a perpetuarsi, malgrado lo sdegno della Chiesa, fino ad essere i modesti progenitori dei trovatori e della grand'arte provenzale; dall'altra parte, nei chiostri e nelle rade scuole tramandantisi la fiaccola semispenta del classicismo, rimase la tradizione del dialogo dramatico, il quale parve una buona forma per questioni religiose e morali. Così si ebbe il Conflictus virtutum ac vitiorum (VI-VII secolo): 
il Conflictus veris atque hiemis (VIII secolo?) in cui si vedeva un personaggio vestito di verzura disputare con un altro coperto di paglia sui pregi dell'Estate e dell'Inverno; il Conflictus ovis et lini (secolo IX) e altre fredde e sbiadite allegorie, impotenti a uscire dal ristretto ambito claustrale e scolastico che le aveva prodotte e incapaci di dar vita a nulla di nuovo e d'originale.
I germi del teatro popolare del Medioevo furono i solenni riti della Chiesa cristiana. Le grandi funzioni della venuta di Cristo a Natale, della sua passione e della sua morte a Pasqua, sono di per sè veri drammi, semplici se vuolsi ma potenti, e tali che agevolmente erano compresi da tutti e a cui nessuno in que' secoli di fede ardente poteva assistere senza una profonda commozione. Alcune parti di esse cerimonie si prestavano assai bene ad essere dialogizzate; e prima con una persona sola abbigliata da angelo o da profeta e poi con più persone, prima in latino e volgare e poi in solo volgare, si cominciò a rappresentare al vivo sull'altar maggiore o nella navata della chiesa il fatto cui i testi rituali alludevano. Abbiamo già citato (v. pag. 164) a proposito del canto della Sibilla quella specie di rappresentazione che avveniva alla notte di Natale. Il numero dei Profeti o testimonii del Cristo (1) andò sempre aumentando; e come questa così ogni altra sacra rappresentazione accrebbe via via il numero degli attori e l'apparato scenico. Dall'altare maggiore prima e poi dalla navata della chiesa, si passò sul sacrato ove si costrusse il palco occorrente: di lì a una piazza della città. Così sorse il dramma popolare del Medioevo, il Mistero.
(1 : Questi personaggi che sfilavano sull'altare maggiore dinanzi agli occhi del popolo, pronunciando ciascuno la propria testimonianza, nel documento più antico rimastoci (ms. latino 1139 di Parigi, proveniente da un chiostro di S. Marziale di Limoges, della fine del sec. XI), sono: Isaia, Geremia, Daniele, Mosè, David, Virgilio e la Sibilla.)

§ 6. Data tale origine, rimane alquanto improprio l'appellativo di profana dato a una parte della letteratura dramatica medievale; perchè sebbene il Mistero s'andasse sempre più scostando dalla Chiesa esso non potè, almeno nei primi secoli, dimenticare del tutto le sue origini religiose e le cerimonie sacre donde traeva il nascimento, non foss'altro per farne la parodia. Tale il caso della famosa festa dei pazzi, o Ludus stultorum. Nella festa di S. Stefano o di S. Giovanni Battista o pel capo d'anno, nelle chiese e perfino nei cimiteri eleggevasi il re o l'abbate dei matti (Abbas o episcopus stultorum, o fatuorum, o innocentium) e si beveva, si facevano lazzi, si cercava di superarsi nel canto a forza d'urlare (fort cridar) e la parte vincitrice dimostrava la sua gioia “... clamando, sibilando, ululando, cachinnando, deridendo, ac cum manibus demonstrando”. La Chiesa fece di tutto per togliere simile scandalo, ma ne rimangono traccie fino in pieno Cinquecento. Un testo del secolo XIV della chiesa di Viviers, ha due benedizioni del vescovo dei matti che sono due quartine in provenzale. (1 : Glossario del Du Cange (ediz. Henschel, III, 959), alla parola Kalendae.)
E il solo documento dramatico di Provenza che, fino a un certo punto, si possa ritenere appartenente alla letteratura profana.


§ 7. Venendo alla dramatica sacra, era naturale che dopo i misteri della incarnazione e della redenzione si estendesse il drama a tutta la vita di Cristo; e si passasse poi alla vita della Vergine e dei Santi. Naturalmente erano più accette al popolo, e anche più facilmente sceneggiabili le azioni meravigliose, e così accanto ai Misteri si ebbe un'altra varietà dramatica, quella dei Miracoli. La prima rappresentazione di cui si abbia notizia in Francia è infatti un miracolo o Ludus de miraculis beati Marcialis, e fu a Limoges nel 1290. (1 : S'intende vera rappresentazione scenica; nelle chiese ho già notato, di più antico, i Testimoni del Cristo. Ancora assai antico è lo Sponsus o mistero delle vergini saggie e delle folli, della metà del secolo XII, che è però connesso con le solite testimonianze del Cristo: misto di latino e volgare, non provenzale però come credette il Raynouard (II, 139), ma francese della regione del Poitou. Ultima edizione: Bartsch, Langue et litt. fr. Paris 1887; cfr. Stengel, Zeitschrift, III, 233.)
Il fatto che ogni città e villaggio aveva per proprio patrono un Santo, dotato immancabilmente di facoltà taumaturgiche, contribuì non solo ad accrescere il numero di queste opere sceniche, ma ad accendere tra i vari paesi l'emulazione nell'esporle con pompa smoderata e con solenni apparati. Il palco (eschafault, parloir) assunse proporzioni grandiose; ricordevole dell'antica scena religiosa, altar maggiore o coro, donde era nato, ritenne sempre per dir così una rigorosa contemporaneità di esposizione. Era diviso in piani; in alto il paradiso, in mezzo la terra e sotto l'inferno; tramezze secondarie separavano i vari luoghi dove dovevano svolgersi i diversi episodi: insomma tutto l'ambiente necessario allo svolgimento del drama intiero era fin dal principio sotto gli occhi dello spettatore. Ciò aveva molti danni evidenti, ma due grandi vantaggi, e cioè di dare immediatamente all'azione una certa materiale unità e di evitare i frequenti cambiamenti di scena che tanto raffreddano la emozione del pubblico.
Forse il più antico mistero provenzale rimastoci è uno Sposalizio di nostra Donna, della fine del secolo XIII o principio del XIV. Nonostante il titolo, la rappresentazione giunge fino alla adorazione dei pastori, vale a dire comprende anche la natività di Cristo. Pare appartenga alla Provenza propriamente detta. (1 : Ined. in due mss., Colombina di Siviglia, 7, 2, 34 (circa 850 ottosillabi a coppia) e Laurenziano (Laurenziana) 105 Libri-Ashb. (664 versi id.). Cfr. Giornale di fil. rom., III, 106 e Romania, XIV, 496. Alla drammatica sulla Vergine, si potrebbe ascrivere un Dialogo di Maria con la croce edito dal Meyer, Daurel et Beton, p. LXXII.)
Contemporaneo, se non forse anteriore, è un breve frammento di 22 versi, che probabilmente costituiscono la breve parte di un attore, appartenente a un mistero sulla Natività o sugli Innocenti. Il frammento fu trovato nel Perigord e, con alcune movenze di versificazione, ci dà indizio che non tutto l'antico teatro provenzale fosse soggetto alla influenza francese. (2 : Cfr. Revue des lang. rom., VII, 414 e Romania, IV, 152.)
Al secolo XIV appartiene un Mistero della passione di circa 2400 versi, forse originariamente catalano. (N. E. Me pregunto si algún provenzal u occitano entenderá ese texto catalán, o necesitará una gramática como Lo Donatz proensal, o las Razos de trobar, de autor catalán, y algún diccionario como el Lexique Roman de Raynouard.)

barretina, barret, berret, béret, boina, birrete, gorra

Oltre un frammento di mano catalana, ne abbiamo una copia (ms. parigino 4232) quasi completa, eseguita da un copista guascone.
(3 : Descrizione in Meyer: Daurel et Beton, p. LXXI e CXIX. Cenno del frammento in Revue des lang. rom., XVII, 301 e saggio del ms. guascone, ibid. XXVIII, 5.)

Artur Quintana i Font, Arturico Quintanilla y Fuentecica

Di un altro Mistero della Passione rappresentato a Caylus nel 1510, ma composto senza dubbio assai prima, s'è conservato un insignificante frammento di 8 versi. (1 : Petit de Julleville, op. cit., 98 e 139.) 
La Passione del resto, come era naturale, fu argomento assai favorito di rappresentazioni sceniche, delle quali nei registri e archivi di varie città si è raccolto un buon numero di indicazioni. (2 : Chabaneau, Biogr., pag. 190, nota 1.a)

L'opera migliore che la Provenza abbia lasciato in questo genere è il Mistero di Sant'Agnese, polimetro di circa 1000 versi, incompleto al principio. L'argomento di questo, come di ogni altro mistero sacro, è inutile riferirlo; per avere la tela del drama basta leggere la vita leggendaria del santo in qualche opera, martirologio o Bollandisti o simile, che riporti i testi tradizionali. Non è dunque il merito dell'invenzione, ma la varietà dei metri usati e la vivacità dell'esposizione che forma il pregio della Sant'Agnese. L'anonimo autore ha seguito da presso il suo originale latino (una Vita attribuita a S. Ambrogio), e l'interesse dell'opera è accresciuto dall'averci lasciato ricordo di canti popolari, e molte parti ancora con la musica del tempo. (3 : Edizioni: Bartsch, Berlin, 1869. Sardou, Paris, 1877, con esempi musicali trascritti. Paleografica: Monaci, Roma, 1880.)

Di un Ludus sancti Jacobi si è conservato un frammento di 705 ottosillabi rimati a coppia, trascritti assai scorrettamente alla fine di un registro notarile del 1495 a Manosque, e l'opera non è di molto più antica.

Di un Ludus sancti Jacobi si è conservato un frammento di 705 ottosillabi rimati a coppia, trascritti assai scorrettamente alla fine di un registro notarile del 1495 a Manosque, e l'opera non è di molto più antica. L'argomento è un miracolo di S. Giacomo di Compostella, e si può arguire che il ludus fosse assai lungo, con pezzi di musica intercalati e col fol (buffone) che senza prender parte all'azione rallegrava gli uditori co' suoi lazzi. Non è improbabile che sia rifacimento di un testo latino. 
(1 : 1 Edito da Arnaud, Ludus, ecc., Marseille, 1858. Cfr. Jahrbuch, III, 196.)
Della stessa epoca, cioè tra il 1450 e il principio del Cinquecento, è un gruppo di misteri che potrebbe dirsi gruppo alpino. Essi infatti furono scoperti negli archivii di Puy-Saint-André e Puy-Saint-Pierre presso Briançon, dipartimento delle Alte-Alpi. Sono, un Mistero di S. Pietro e Paolo in circa 6000 versi; un Misterio di S. Ponzio in 6033 ottosillabi a coppia, divisi in tre giornate; (2 : Edito dal Guillaume, Revue des lang. rom., vol. XXXI e XXXII.) 
San Ponzio fu vescovo di Cimiez (a. 257-61) e la sua festa cade il 14 maggio: il mistero segue la vita data dai Bollandisti. Un Mistero di 
S. Antonio del Viennese in 3966 ottosillabi; il ms. è del 1503 ma l'opera è senza dubbio del secolo antecedente; (3 : Edito dal Guillaume. Gap, 1884.) una Moralitas sancti Eustacii (4) in 2849 ottosillabi che comprendono la conversione, il martirio e i miracoli del santo, e fu rappresentata nel 1504 (esso è però più antico) a Puy-Saint-André sotto la direzione del curato del luogo, Bernardo Chancel. 
(4 : Edita dal Guillaume, Revue des lang. rom., volume XXI e XXII. 
- L'Autore fu forse lo stesso del mistero seguente.)
Questi, anni dopo, e cioè il 20 giugno 1512, diresse anche la rappresentazione di un Mistero di S. Andrea il cui ms. (autografo?) è del 1512; ne fu autore un cappellano, forse del luogo stesso, per nome Marcellino Richard il quale probabilmente rimaneggiava un mistero più antico; quel che ci è rimasto non è che la seconda parte del drama. 
(1 : Edito da J. Fazy, Aix, 1883.) 
Tutti questi misteri hanno scarsissimi meriti letterari.
Son questi i pochi avanzi del teatro provenzale. Oltre, come dissi, a memorie di molte opere perdute, è rimasto qualche nome di autore e cioè (oltre il succitato Richard) si ha ricordo di due scrittori (o copisti?) di farse rappresentate ad Avignone nel 1488, certi Peyrard e Philippon. Anche un ciabattino di Avignone, certo Joan Billietti, detto Petit-Jean, morto verso il 1520, fu autore di farse e moralità ivi recitate nel 1498. Nulla di tutto ciò è sorvissuto. (2 : V. questi nomi nell'indice delle Biogr. dello Chabaneau.) 
Ma, tra il popolo almeno, l'indirizzo medioevale del teatro continuò ancora lungo tempo: verso la fine del XVII secolo il rabbino Mardocheo Astruc compose una Regina Esther che, malgrado il titolo classico di tragedia non è in fondo che un ludus dramatico come quelli del Medioevo. Importante perchè ci attesta questa persistenza del gusto popolare, detta tragedia, come opera letteraria, non ha assolutamente merito alcuno. (3 : Cfr. Romania, VI, 300.)

Capitolo VIII. Letteratura religiosa, biblica e narrativa.

Capitolo VIII.

Letteratura religiosa, biblica e narrativa.

Capitolo VIII. Letteratura religiosa, biblica e narrativa.

§ 1. La efficacia della cultura latina sulla volgare più che in ogni altro genere si manifestò nel Medioevo nella letteratura religiosa. Naturalmente le preghiere, le vite del Redentore, della Vergine e dei Santi, i racconti dei miracoli e delle visioni, erano stesi in volgare (per comodo di coloro che non intendevano il latino) quasi sempre dai clerici; i quali avrebbero sdegnato e sospettato di impurità ogni fonte che non fosse latina. Perciò incontreremo qui un gran numero di traduzioni, di rifacimenti più o meno liberi: più raramente invece opere del tutto originali. Ciò scema l'importanza letteraria di questi documenti, i quali tuttavia sono degni di studio per altre considerazioni. Quanto alla materia, il sentimento religioso è nel Medioevo tanto profondo e, per così dire, tanto presente ad ogni istante e ad ogni atto della vita, che trascurarne le letterarie manifestazioni sarebbe un disconoscere gran parte del pensiero di quei secoli; e inoltre alcuni generi, come i canti religiosi e le leggende, o emanano schiettamente dal cuore del popolo o sono l'eco e il travestimento di antichissime tradizioni talora orientali e pagane: e in entrambi i casi offrono argomento di feconde ricerche. Quanto alla forma, la letteratura religiosa è importante perchè o con traduzioni o con prediche è quella che ci offre il maggior numero di documenti in prosa; sebbene anche qui, come in ogni altro genere letterario nel Medioevo, siano stati assai frequentemente svolti in poesia argomenti che a noi sembrerebbero ora i più ripugnanti a siffatta veste.
Le traduzioni della Bibbia furono incominciate assai presto. Già abbiamo notato un antico frammento del Vangelo di S. Giovanni (cap. II, § 9). Dell'antico testamento non abbiamo nessuna traduzione provenzale, completa, anzi a parlar propriamente nessuna traduzione. Ve ne è un rifacimento assai libero in prosa nel ms. della Biblioteca Nazionale di Parigi, 2376 (antico 8086,3), che pare di grafia anteriore al sec. XV. 
Il testo, con qualche dubbio, lo si fa risalire al secolo XIII; esso comprende i libri storici del Vecchio Testamento, più qualche libro della genesi, il Levitico, i Numeri, le Profezie di Daniele. Finisce con una Summa de la trinitat e de la fe catholica e de los drechs que foron fachs apres la mort de Ihesu Christ, che non è affatto scrittura biblica, ma morale didattica. È ancora in buona parte inedito. 
(1 : L'indice è dato dal Wollenberg nell'Arch., XVIII, 76. Egli ne pubblicò le vite di Susanna (ibidem, p. 85), di Ester (ibidem, XXX, 186) e di Tobia (ibidem XXXII. 337). Altri brani di traduzioni di rifacimento di libri del Vecchio Testamento appartenenti al periodo della decadenza, XIV e XV secolo, ancora inediti, sono notati dal Bartsch in Grundriss, pag. 87, e dallo Chabaneau, Biogr., p. 193.)

Un rifacimento molto libero della storia biblica, e in gran parte anche di storia leggendaria e profana, una specie, insomma, di Chronicon mundi è nel ms. A. F. 4, 52, di Santa Genovieffa a Parigi, e in altri. È in prosa ed appartiene al secolo XIV: ne pubblicò dei saggi il Bartsch. 
(1 : In Provenzalisches Lesebuch, p. 177 e Chrestom. prov. p. 389. Sui mss. di questo Chronicon si cfr. Suchier, Denkm., I, 495 e sul contenuto e sulle fonti, in Appendice al volume stesso, un ampio studio di Paul Rohde. 
Va dalla creazione del mondo a Costantino; oltre la provenzale, se ne ha una versione guascona e una catalana. 
(N. E. Ambos dialectos occitanos, y bien comprensibles entre sí.))

Di traduzioni testuali della Bibbia (Nuovo Testamento) la letteratura provenzale possiede molti esemplari, ma nessuno che abbracci tutti i libri biblici; si ha memoria però che un testo volgare completo dovette esistere. Pietro Valdo, il celebre fondatore della setta valdese, presentò al papa Alessandro III nel Concilio Lateranense del 1179 la traduzione della Bibbia che egli aveva fatto fare nel 1175 da un chierico lionese suo amico, Stefano d'Ansa. Questa antica traduzione nel testo originale è perduta; non è improbabile che alcune parti di essa si sieno conservate, ringiovanite e modificate, nei testi che abbiamo, ma è impossibile provarlo con sicurezza. È questa la cosidetta Bibbia valdese, sebbene i più recenti e dotti illustratori di essa si accordino nel ritenere che di valdese ci sia poco o nulla, (2) e realmente nelle traduzioni bibliche la linea che separa l'ortodossismo dall'eresia è spesso così tenue che ci vuole a discernerla l'occhio d'un teologo esercitato. 
(2 : Foerster in Revue des lang. rom., XIII, 105, e Berger in Romania, XVIII, 353 e 523. Questa Bibbia valdese comprende il Nuovo testamento e qualche libro del Vecchio. I mss. di essa, più noti, sono 1° a Carpentras, 2° a Cambridge, 3° a Grenoble, 4.° a Zurigo, 5° a Dublino, 6° a Ginevra. Altri frammentarii, e le relazioni che corrono tra loro, furono studiate nell'articolo del Berger sopracitato. Di essi furono pubblicati sparsamente alcuni brani (elencati da Chabaneau, Biogr., p. 193): il solo ms. di Zurigo ha ultimamente avuto una completa diligentissima edizione per cura del prof. Salvioni (Archivio Glottologico, XI, 1-308. Gli fa seguito uno studio del Morosi sull'odierno valdese).)

Noi possiamo dire che il fatto dell'uso costante e generale di traduzioni della Bibbia, mostra nel mezzodì della Francia una latente ribellione alla Chiesa. Questa infatti non fu mai proclive a mettere i sacri testi alla portata di tutti temendone una interpretazione arbitraria ed eterodossa. L'uso, per esempio, della versione di Pietro Valdo fu proibito dal Concilio di Tolosa del 1229.
Con la Bibbia valdese fu spesso confusa una traduzione del Nuovo Testamento che è nel manoscritto 36 della Biblioteca del Palazzo delle Arti in Lione. Esso è del secolo XIII e contiene i 4 Evangeli, gli Atti degli Apostoli, l'Apocalisse e le Epistole di S. Paolo compresa la apocrifa ai Laodicesi. Probabilmente, ma al solito mancano sicure prove, fu questa invece una Bibbia albigese. (1 : Edizione fotolitografica a cura del prof. Clédat. Parigi, Leroux, 1888.)
Il ms. termina con una serie di preghiere che tutte insieme costituiscono una specie di Rituale cataro.
Un'altra Traduzione del Nuovo Testamento, contenuta nel ms. 2425 della Nazionale di Parigi, ma incompleta al principio, è ancora quasi totalmente inedita; (1) e così pure è inedito un frammento di una Traduzione del Passio che è nel ms. 1919 della stessa biblioteca.
(1 : Ne furon pubbl. brevi passi dal Wollenberg, Archiv, XXVIII, 75.)

§ 2. Queste sono le versioni delle scritture sacre autentiche; al popolo però, secondo la Chiesa, dovevano bastare le spiegazioni domenicali degli Evangeli e i riassunti poetici che ne facevano i clerici. Uno di tali riassunti è il Poema sulla passione del Cristo che ho già menzionato (cap. II, § 7, nota). Ma al sentimento religioso popolare, prorompente in manifestazioni della più ingenua fede, non bastavano le spiegazioni e i compendi. Nei libri autentici del Nuovo Testamento c'è troppo poco e quel poco è troppo arido e scolorito; la rozza pietà medievale riempì a modo suo le lacune. Di tali edifici leggendari cominciati a innalzare fino dai primissimi tempi del Cristianesimo furono precipua base le numerose scritture apocrife; e parte su di esse, parte creando liberamente o accozzando i materiali più disparati, si rifecero le storie della Vergine e della fanciullezza di Cristo: si narrarono i fatti della Passione: si inseguirono con paurose fantastiche punizioni Giuda, Caiphas, Ponzio Pilato, i Giudei, tutti insomma i principali attori del gran dramma cristiano; si propalarono e si studiarono con angosciosa aspettazione le predizioni sibilline e apocalittiche della fine del mondo e dei segni tremendi che l'avrebbero preceduta. La religione popolare nel Medioevo, dice il Graf, è fatta per un terzo di dogma e per due terzi di leggenda. Vediamo ora quali di queste leggende ci sono rappresentate nella letteratura provenzale.
Una delle più conosciute e amate scritture apocrife era l'Evangelium infantiae o: Liber de infantia Mariae et Christi Salvatoris. (1 : Ediz. Schade, Halis, 1869.) 
Fu questa la fonte cui ricorse un anonimo poeta provenzale del secolo XIV, il quale ne rifece il racconto in 1301 versi dei soliti monotoni ottonari accoppiati. (2 : Il ms. è il 1745 (antico 7693) della Naz. di Parigi; edito da Bartsch, Denkm. p. 170. Altra redazione inedita del Vangelo dell'Infanzia è nei mss. I, G. 39. Naz. di Napoli e 38 Ashb. della Laurenziana. Si cfr. Romania, XIV, 306.)
Esso racconto fu copiato nel 1374 da un copista del Nord, certo Simone Bretelli di Tournay ed è per questo che la lingua mostra qua e là traccie di francese. Quanto all'argomento è una serie di azioni meravigliose o miracolose compiute dal bambino Gesù: si ricorda la famosa disputa coi dottori; la morte improvvisa di Arian maestro di scuola per aver percosso il bimbo che non voleva ripetere la lezione; i giuochi di Gesù e le scivolate a cavalcioni di un raggio di sole, e le stroppiature e le morti di molti fanciulli che vollero imitarlo, finchè commosso dai pianti dei parenti e dei genitori il bambino Gesù risuscitò i morti e guarì i piccoli feriti; e così di seguito altri miracoli che avrebbero, dice l'autore, convinto i più ostinati, ma... am tot so los fals jusieus, Non cresian quel fos vers dieus! (1 : Di altro frammento del Vangelo dell'Infanzia diede un saggio il Meyer nel Bull. de la Soc. des anc. textes, 2° fasc.) Cfr. Revue des lang. rom., XIII, 298. Uno studio importante di Edmondo Suchier è in Zeits. rom. Phil., VIII, 522, su cui vedi Rom. XIV, 306.)
Da scritture apocrife latine deriva pure il Vangelo di Nicodemo, specialmente dalle Gesta Pilati e dal Descensus Christi ad inferos. 
(2 : Mss. 1735 Naz. Parigi e, dal verso 1375, Brit. Mus. Harl 7403; edito con note dal Suchier, Denkm., p. 1 e 481 Si cfr. Wülcker: Das Evang. Nicodemi in der abendländischen Literatur. Paderborn, 1872.)

Lo si credette opera d'un Maestro Enea nominato nel Prologo, ma pare che questo Enea sia stato il traduttore dall'arabo in greco; l'anonimo provenzale avrà trovato questo nome nelle sue fonti latine. La versione provenzale consta di 2792 ottosillabi accoppiati, e racconta con molti particolari estranei agli evangeli autentici, il giudizio e la condanna di Cristo e con molta vivacità drammatica la discesa di questi all'inferno e la liberazione delle anime del Limbo; finisce narrando la venuta dell'Anti-Cristo e i 15 segni che precederanno la fine del mondo. Una libera versione della stessa leggenda in prosa provenzale, pure del sec. XIV, è edita dal Suchier (3 : Op. cit. p. 386.) in varie redazioni di manoscritti provenzali e catalani (N. E. como escribió Bastero, Crusca: Gramatica Provenzale, o Catalana, ch'è tutt'uno);
essa fa parte del sopra ricordato Chronicon mundi provenzale.
Io ho accennato di sopra ai quindici segni della fine del mondo, che trovansi uniti col Vangelo di Nicodemo. Oltre a questa redazione (1) il Meyer ne pubblicò un'altra in istato frammentario. (2) 
(1 : Di cui è gemella una tradotta in prov. dal fr. edita dal Suchier, loc. cit. p. 156.)
(2 : In Daurel et Beton, p. XCVIII.)
Esse derivano da una delle più radicate e antiche credenze cristiane, la cui fonte è il pauroso libro della Apocalisse tanto studiato nel Medioevo, la credenza cioè in una prossima fine del mondo e in alcuni segni che la annuncieranno. Il germe di essa trovasi già ne' più antichi Padri, Tertulliano, Lattanzio, S. Agostino; quest'ultimo anzi dà il numero di 15, conservato poi da Beda, da S. Pier Damiano, da S. Tommaso d'Aquino, il quale però avverte che esso numero non ha alcuna base dogmatica.
Ma, più che tra i teologi, i Segni del giudizio furono noti e ripetuti tra il popolo; la cui fantasia era colpita e commossa dalle spaventose catastrofi del fuoco, de' mari, delle angeliche trombe risuscitanti i defunti. Ciò spiega il gran numero delle versioni che se ne hanno in ogni favella europea e le molte rappresentazioni sculte e dipinte nelle antiche cattedrali. (3 : Sui XV segni, vedi ogni indicazione in Meyer, op. cit. e in Romania, IX, 168 e XV, 290. Sulla leggenda cfr. Nölle, Die leg. von den fünfzehn Zeichen. Halle, 1879.)
Uno dei segni precursori è la Venuta dell'Anticristo la quale costituì una leggenda a parte, di cui finora non ci sono versioni provenzali separate, ma solo il già citato accenno nel Vangelo di Nicodemo. Una deviazione o sdoppiamento della leggenda dei XV segni, sono le Predizioni della Sibilla. Per solito la messa notturna del Natale dava luogo a una specie di sacra rappresentazione; sfilavano innanzi agli occhi dei fedeli, come in una serie di quadri plastici, molti testimonii delle verità cristiane, tra cui la Sibilla che ricordava e profetava la fine del mondo. Del canto della Sibilla abbiamo due redazioni provenzali, della fine del secolo XIII, in diciotto quartine di ottosillabi accoppiati, e varie redazioni catalane che, con qualche modificazione, derivano dal provenzale. 
(1 : Suchier, Denkm., I, 462 e 568. Rom. IX, 353.)
(N. E. La lengua es la misma, la occitana. Tanto el provenzal como el catalán son dialectos de esta lengua, la de òc, oc, och, hoc, Languedoc, lenga d'òc : sí afirmativo. Otros dialectos son: lemosín, auvernhat, vivaroaupenc (Alpes), gascón : aranés, nissart (Niza, Nice), Peiregorc o Périgord, vaudois (valdense, Baudes, Vaud), Isère, etc.)
Ecco, come esempio, le prime quattro strofette di una di queste: (2)

1. Us reis vendra perpetuals
del cel, que anc non fon aitals;
en carn vendra certanament
per far del segle jutjament
2. Mai del juzizi tot enans
parra una senha mot grans:
li terra gitara suzor
e tremira de gran pavor.
3. Apres s'esbadara mot fort,
donant semblant de greu conort,
e mostrara am critz, am trons
las enfernals confusions.
4. Uns corns mot trist resonara
del cel, quels mortz reissidara.
La luna el sols s'escurzira
nula estela non luzera.

(2 : “Verrà un re eterno dal cielo, qual mai non fu tale; in carne verrà certamente per far giudicio del mondo. Ma ben prima del giudizio, verrà un segnale molto grande: la terra getterà sudore, e tremerà di gran spavento. Indi molto forte moverassi, dando sembiante di fiero terrore, e mostrerà con grida, con tuoni, i tormenti infernali. Una ben triste tromba risuonerà dal cielo, a risvegliare i morti. La luna e il sole s'oscureranno, nè risplenderà stella alcuna.”)

Un'altra leggenda molto sparsa nel Medioevo è quella del Legno della croce. (1 : Vedi Mussafia, Leggenda d. 1. d. croce. Vienna, 1870. - W. Meyer, Die Gesch. d. Kreuzholzen, in Abhandl. der Bayer. Akad. 1881, p. 103-166. - Gaster, Greeko-Slavonic, ecc. Londra, 1887; Romania, XV, 326 e XVI, 252.)
Seth, figliuolo di Adamo, per incarico del vecchio suo padre, va alla porta del Paradiso terrestre e riceve dall'Angelo tre grani del pomo, ch'era stato cagione del primo peccato. Quei tre grani seminati crescono poi in pianta, la quale traverso vari miracoli, sotto la custodia di Mosè, poi di David e di Salomone, è messa nel tempio di Gerusalemme e poi dai Giudei buttata in luogo vile, finchè di essa si fa la croce del Cristo. Così si rannoda l'albero della scienza del bene e del male alla croce della redenzione. Di questa leggenda il Suchier pubblicò due redazioni provenzali in prosa del secolo XIV entrambe traduzioni di un originale latino. (2 : Denkm. I, 165.) 
Ve ne fu anche una redazione in versi, dello stesso secolo, di cui rimane un frammento assai malconcio e sfigurato.
(3 : Edito da C. Chabaneau, in Revue des lang. rom. XXXII, pag. 480.)
La morte del Cristo vendicava il primo peccato di Adamo e d'Eva; ma essa stessa, l'uccisione dell'innocente Messia, costituiva un peccato che doveva avere la sua punizione; questo è il sentimento donde scaturisce la leggenda della Vindicta Salvatoris. Le circostanze poi parvero favorirne la formazione. Settantadue anni appena dopo la morte di Cristo, Gerusalemme ribelle all'impero, fu presa da Tito e distrutta dalle fondamenta, e gli Ebrei, o meglio i pochi superstiti dell'orribile massacro e della schiavitù, dovettero disperdersi lungi dalla patria, in un esilio che non ebbe più fine. Era impossibile che in questi avvenimenti i Cristiani non iscorgessero la Vendetta del Salvatore contro i suoi uccisori. 
La distruzione di Gerusalemme costituisce dunque il nucleo della leggenda che rimane in tutte le versioni, che corsero innumerevoli nel Medioevo per ogni nazione cristiana; i particolari differiscono perchè alla leggenda, al solito, si sovrapposero diversi strati, e le si aggrupparono intorno altre leggende minori, come quelle di Pilato, della Veronica o Imago Christi (N. E. vera icona, iconica, Verónica) e di Giuseppe d'Arimatea. (1 : Sulla leggenda, v. P. Meyer, Bull. de la Soc. des anc. textes, 1875, p. 50, e il bel lavoro del Graf, Roma... nel Medioevo, vol. I, cap. XI.)
In provenzale ne abbiamo pure una lunga narrazione in prosa, edita dallo Chabaneau, nel manos. Bibl. Nat. 25415 di Parigi, scritto nei dintorni di Beziers verso il 1373. 
(2 : Revue des lang. rom., XXXII, 581 e XXXIII, 31.) 
Una mutilata redazione in versi è rimasta solo in istato frammentario. 
(3 : Revue des lang. rom., XXXII, 488.)

§ 3. Non sono così numerosi come si crederebbe i documenti provenzali che narrano la vita o esaltano il culto della Vergine Maria; sebbene questo culto non fosse certamente in Provenza meno popolare che altrove. Una delle forme più radicate di esso è la credenza nei Miracoli della Vergine che sono i più copiosi, i più meravigliosi fra tutti i miracoli, e, diciamolo pure, i più spesso ripugnanti ai sani principii di giustizia e di moralità. Ora la vergine sostiene con le sue bianche mani un ladro impiccato per furto, sol perchè ogni volta che rubava si raccomandava a lei; ora va in un monastero ad adempiere gli uffici di una monaca fuggita per darsi al vizio, sicchè quando questa torna pentita nessuno s'accorge della lunga assenza, e ciò perchè la monaca le recitava ogni giorno un'orazione; è insomma la pietà religiosa che si manifesta nella sua forma più infantile e più ingenua. Ogni nazione cristiana ne ebbe numerose versioni; in provenzale è rimasto un frammento in prosa (del secolo XIII?) che contiene tredici miracoli. Essi non sono però originali; tranne uno, sono una semplice e spigliata riproduzione volgare dal latino, del libro 7° dello Speculum historiale di Vincenzo Bellovacense. 
(1 : Vedi Romania, VIII, 12 e IX, 300.)
Un tema spesso trattato, a quanto pare, furono le Sette allegrezze di Maria. Ce ne rimangono tre diverse redazioni; delle quali ricorderò una perchè ne fu autore Guì Folqueys, che, diventato papa col nome di Clemente IV (1265-68) concesse cento giorni d'indulgenza a chi recitasse la sua poesia. Essa è peraltro di 342 ottonari a coppia e abbastanza noiosa sebbene abbia purezza di lingua e facilità di verso. 
Le sette allegrezze son contenute nei versi 140-195; il resto è prologo e preghiera finale, in cui con logico argomento, Clemente IV prega la Vergine d'esser pietosa ai peccatori perchè se Adamo ed Eva non avessero peccato, ella non avrebbe goduto le allegrezze che ebbe. 
(1 : Edita dal Suchier, Denkm., I, 272 e 542. Altra redazione, ibidem 85 e 515; altra in Meyer, Daurel et Beton, p. XC. Un cantico, di carattere lirico, sulle Allegrezze è in Suchier, op. cit. 295.)
Alle sette allegrezze fanno riscontro i Sette dolori di cui abbiamo una redazione in prosa del secolo XIV. (2 : P. Meyer, Bull. de la Soc. des anc. textes, 1881. p. 58. Vi sono pure (Romania, I, 209) due preghiere in 112 ottosillabi rimati a coppia che parlano specialmente dei Sette Dolori.)
Del Pianto di Maria, abbiamo pure varie redazioni provenzali, poco interessanti, di cui pongo in nota l'edizione, oltre ad alcune fortemente catalanizzate (N. E. JA JA JA! Ya vuelve a salir el Narciso Feliu que Restori llevaba dentro), come quella, ad esempio, in settantasei decasillabi a strofa, edita dallo Chabaneau. 
(3 : Romania XIV, 538, Bull. de la Soc. des anc. textes, I, 61, e Revue des lang. rom., XXXII, 578 e XXXIII, 122. Un Lamento di Maria in doppia redaz. fu pubbl. dal Meyer (Rec. d'anc. textes, 131) e dal Milà (Observac. s. l. poes. Popular, 67.))
Questi pianti, del resto, hanno carattere piuttosto lirico che narrativo; e altrettanto mi pare possa dirsi di una lunga poesia di 288 dodecasillabi in quartine monorime, pubblicata dal Meyer: la quale celebra e spiega i diversi Nomi della Madre di Dio. (4 : Daurel et Beton, p. C. - Di un poema allegorico intitolato Lo Gardacors de Nostra Dona, di circa 900 versi, furon segnalati due mss. uno alla Colombina di Siviglia e l'altro alla Laurenziana. Il gardacors, giustacorpo, è un vestito contesto di tutte le umane perfezioni e virtù di cui è abbigliato il corpo di Maria. Cfr. Giornale di fil. rom., III, 106 e Romania, XIV, 493.)
(N. E. De las obras en lengua valenciana ni una palabra ha escrito, porque era una lengua bien diferente a la provenzal u occitana. Fragmento de la Biblia de Bonifaci Ferrer, última página, textos de Vicente Ferrer, la Vida de Jesuchrist o Vita Christi de Francesc Eiximenis, y la Vita Christi de Isabel de Villena, - editada por mí -, o Lo Cartoixà de Joan Roís de Corella, les Trobes en lahors de la Verge Maria, entre otros.)

Vita Christi de la Reuerent Abb´adl´atínta. (la t está damún de la radera a. pareix un muixó. (Abbadessa de la Trinitat)

§ 4. La terza fonte di narrazioni religiose, oltre al Vecchio e Nuovo Testamento e alla Vergine Maria, sono le vite dei santi. E questa una sorgente molto copiosa e di varia importanza, poichè accanto a vite e racconti veramente interessanti molti ne troviamo che non hanno guari interesse che come documenti linguistici. Ciò spiega perchè una parte di essi sia rimasta inedita e solo ne sieno pubblicati dei brevi saggi sufficienti a determinare la patria e l'età degli autori. I pochi frammenti di vite di santi che si credono appartenere al primo periodo della letteratura provenzale, li abbiamo accennati al capitolo II, § 7. I più antichi santi furono certamente gli Apostoli e il protomartire San Stefano. Gli atti di quelli fanno parte dei libri biblici più sopra esaminati; anche del martirio di San Stefano abbiamo già parlato. (1 : Cap. II, § 7. Una raccolta di Vite di Santi in prosa del sec. XIII è inedita nel ms. Libri Ashb. 107: ne dette un saggio P. Meyer in Rec. d'anc. textes, p. 136.)
Una santa che ebbe in Provenza singolare culto e venerazione, fu la Madalena. A lei ed ai suoi santi compagni Marta, Lazzaro e Massimino, la tradizione attribuiva la prima predicazione e diffusione del cristianesimo in Provenza. I documenti provenzali che di lei trattano sono molti e alcuni molto interessanti. (2 : Chabaneau, St. Marie Madeleine dans la litt. prov. nella Revue des lang. rom., XXIII-XXIX. Oltre i documenti citati nel testo, è ivi pubblicata una Omelia su S. Mad. traduzione dal latino del sec. XIV.)
In un ms., scritto dal copista Bertran Boisset nel 1375 trovasi una Vita beate Marie Magdalene in 1205 dodecasillabi rimati a coppia, la quale si può ritenere composta verso la fine del XIII secolo. (1 : Nostradamus, p. 256, dice che frate Rostang de Brignolle scrisse una vita di S. Mad. ma nulla ci autorizza a credere che sia questa.)
L'opera è poco originale; non è che una riproduzione in versi provenzali degli Acta Sanctae Mariae Magdalenae; non manca però di momenti e luoghi abbastanza felici; vedasi il passo che narra di Maddalena ai piedi di Gesù in casa di Simon Fariseo:

Als pes de Jesu Crist la pecairis s'estent
Aitant longa cant fon, et ac tal pentiment
Quel cos li vol partir del gran dolor que ac
De son gran falhiment e dels mals que fag ac.
Ab la boca non poc retraire los peccatz,
Tant a gran mariment el cor de sos forfag;
Mais abrasa los pes de son senhor soven,
Bayzant los humilmens, ploran et repentent,
De lagremas los lava el baiza douzamens,
Et ab sos pels dauratz lo eisuga plazent.
Amb engent presios ela li on los pes,
Plorant repentent de sos pecatz ades!

Simone fariseo pensa tra sè: se questi fosse Dio, saprebbe che donna è quella che egli accoglie così; ma Cristo gli legge in core e lo confonde; indi:
… se clenet ves ela e dis li: 
“Fenna, vais sus, non plorar, mou d'aqui;
Car l'amor es tant grans que tu portas a mi, 
Tos peccatz ti perdon; vai en pas en aisi, 
Car mais non pecaras e tostems me amaras, 
Et ieu amarai tu tant cant el mont seras.” 
Depart se Magdalena dels pes de Jesu Crist,
Simon aus lo perdon e es dolent e trist; 
E un de sa mainada en apres a parlat: 
“Qui es doncas aquest qu'aisi a perdonat 
Ayssela peccairis? Et es dons perdonaires? 
Fay se dieus apelar, ieu cre qu'el sia jugayres.” 

(1 : “La peccatrice, così com'ella è lunga, stendesi ai piedi di Gesù Cristo, con tal pentimento che il core le si vuol fondere dal gran dolore che ebbe per i gran falli e pei mali ch'ella commise. Con la bocca non può dire i peccati, tanto smarrimento ell'ha nel cuore delle sue colpe; ma abbraccia sovente i piedi del suo signore, baciandoli umilmente, piangendo e pentendosi; li lava con lagrime e li bacia dolcemente, e coi capelli dorati soavemente li asciuga: con unguento prezioso gli unge i piedi, piangendo e pentendosi ora de' suoi peccati.” “... si chinò verso lei e dissele: Donna, va, non piangere, movi di qui; poichè è sì grande l'amore che tu mi porti, ti perdono i tuoi peccati; vanne in pace, chè più non peccherai, e mi amerai sempre: ed io t'amerò fino che al mondo sarai. Partesi Maddalena dai piedi di Gesù Cristo. Simone ode il perdono e n'è dolente e triste; e un della masnada indi ha parlato: Chi è dunque costui che ha così perdonato quella peccatrice? È egli messer perdonatore? Ei si fa chiamar dio, io credo che sia un ciarlatano.”)

Nella seconda festa di Pasqua a Marsiglia si cantò fino al 1712 una Cantinella della S.a Maria Magdalena, la quale secondo il Raynouard e il Boris risalirebbe fino al secolo XI; ma essa è, tutt' al più, dell'anno 1300, e sarebbe perciò di poco posteriore al ritrovamento delle reliquie della Santa (9 dic. 1279), fatto che ravvivò d'assai il suo culto in Provenza. 
È in 121 ottosillabi e senari alternati in quella forma che le Leys d'amors chiamano coblas crozadas unissonas; e ad ogni strofa segue il ritornello:
Predicant de Christ la lauzor
Los pagans convertia,
E Marsilha gitet d'error.
Qui predicant l'auzia
Si convertia mantenent.
___
Allegron si los pecadors,
Lauzan Santa Maria
Magdalena devotament. 
(1 : “Predicando le lodi di Cristo convertiva i pagani e trasse d'errore Marsiglia. Chi l'udiva predicare tosto si convertiva. S'allegrano i peccatori lodando S. Maria Maddalena divotamente.”)

Una lunga vita di Santa Enimia pubblicò il Bartsch, nella quale si narra la vita molto leggendaria di questa Santa, che sarebbe stata figlia di Clodoveo re dei Franchi. Ne fu autore, come è detto nel prologo, un Maistre Bertrans de Masselha dietro preghiera del priore del convento, il che, oltre allo stile dell'opera e al fatto che essa è dichiarata una traduzione dal latino, ci autorizza a pensare che l'autore fosse un monaco. Consta di circa 2000 ottonari rimati a coppia e pare della seconda metà del secolo XIII. (2 : Bartsch, Denkm. 215. Cfr. Revue des lang. rom., XVI, 209.)
Un'opera assai interessante è la Vita di Sant'Onorato di Raimondo Feraut, nizzardo, terminata nel 1300. L'autore era priore della Roque-Esteron e scrisse per domanda di Maria d'Ungheria moglie di Carlo II conte di Provenza. La vita è un polimetro in 4 libri; la versificazione ne è assai variata ed elegante, e la lingua abilmente maneggiata è un ottimo modello di quel che era il volgare della bassa Provenza alla fine del secolo XIII.
(3 : Ogni indicazione sul S. Honorat si troverà in Romania, VIII, 481.)
(N. E. Véase un diciounari nissart-francès, Niza, Nice, patria chica de Raimond Féraut.)

Anche qui per altro non v'è originalità; i quattro libri di S. Onorato e una Vita di S. Porcario che li segue, non sono che una traduzione del Feraut dal latino, traduzione fedele ma graziosa. Il Feraut fu un fecondo scrittore; egli stesso nel polimetro ora citato dice che aveva già scritto una Vita di S. Albano, una Passione, un Compianto sulla morte di Carlo d'Angiò e un Computo (v. pag. 137). Dopo, cioè tra il 1300 e il 1325, anno in cui morì, tradusse dal latino una Natività di Maria Vergine e forse narrò in versi le leggende di San Tropez, di Santa Caterina, di Santa Barbe e altre ancora; ma pare sia una falsificazione del Nostradamus che egli scrivesse anche una vita di S. Armentario. (1 : Cfr. Revue des lang. rom., XX, 236, XXI, 210 e XXIX 157.)
Al secolo XIII appartengono pure le seguenti agiografie: Vita di San Giorgio di Pisidia in 801 ottosillabi a coppia: la narrazione, salvo qualche amplificazione, concorda con quella della Leggenda aurea di Jacopo da Varagine. (2 : Cfr Revue des lang. rom., XXXI, 139.) 
Vita di Santa Margherita in due distinte redazioni; l'una (3 : P. Meyer, Romania, XIV, 524.) quasi inedita, consta di 1450 ottosillabi accoppiati e fu composta nel 1284; l'altra è di soli 570 versi. (4 : Edita dal Noulet: Vie de S. Marg. Toulouse 1875.)
Vita di Santa Dolcetta (Doucelina), in prosa originale; (5) è un'opera rimarchevole per stile e contenuto. 
(5 : Edita da Albanes: Vie de S. Douceline, Marseille, 1879. Cfr. Hist. litt. de la France, XXIX, 526 e Revue des lang. rom., XVIII, 20. L'Albanes pubblicò anche (Marseille, 1876) una Vita di S. Benedetto fondatore del ponte d'Avignone, la quale non è che la traduzione di un testo latino relativo a detta fondazione; egli crede che la versione appartenga al XIII secolo, ma il ms. è circa del 1500 e mancano prove sicure che la traduzione sia di molto più antica. Cfr. Zeit. rom. Phil. II, 602.)

Dolcetta visse in Marsiglia verso la fine del secolo XIII e vi fondò l'ordine delle Beghine; la vita fu scritta poco dopo la sua morte ed è interessante anche come documento psichico sui fenomeni dell'estasi e della nevrosi ivi descritti come in nessun altro documento del Medioevo. Infine c'è un piccolo gruppo di scritture franco-provenzali, di cui fu autrice Margherita di Oyn prioressa di Pelatens o Poleteins; sono uno Specchio di Santa Margherita e una vita di Beatrice di Ornacieux. 
(1 : Philipon, Oeuvres de Marguerite d'Oyngt. Lyon, Scheuring 1877. L'autrice morì nel 1310. Cfr. Hist. litt. de la France, XX, 307. Romania, VII, 142, e Zeits. rom. Phil. II, 605.)
Alle agiografie fin qui citate uniremo la menzione di una passione di San Giovanni Battista; sebbene ne riassuma brevemente la vita esso è un vero canto liturgico per la festa del santo, come appare dai versi finali: Pregen tug le baro
Ves Dieu fassans raso;
E pregem tug la festa
Que nos gart de tempesta,
E nos garde los blatz
Las vinhas e los pratz,
E patz del cel en terra
Jamais non ayam guerra.
Eleison. 
(2 : “Preghiamo tutti il barone (S. Giovanni) che presso Dio ci faccia ragione e preghiamo tutti la festa che ci guardi di tempesta, e ci conservi le biade, le vigne e i prati, e pace del cielo in terra, che mai non abbiamo guerra; eleison.”)

Il ms. è una copia del secolo XVII, ma allo Chabaneau pare che il canto risalga al XIV. (1 : Revue des lang. rom. XXVI, 160.)
Di questo stesso secolo sono pure una Vita di San Trofimo, ancora inedita; (2) una lunga Vita di Sant' Alessio, (3) la quale consta di 1117 ottosillabi, monotoni e punto atti a render gradito l'argomento, ripugnante ad ogni animo bennato: il ricco giovane Alessio, per acquistare il paradiso, abbandona la vecchia madre, il padre e la moglie; poi torna travestito e per diciassette anni sta come ignoto mendicante sui gradini della sua casa, senza svelarsi agli addolorati parenti, che lo riconoscono solo dopo la sua morte; e parve santo e fu dei più venerati nel Medioevo!
(2 : Nei mss. 38 Ashb. della Laurenziana; I. G. 39. Naz. di Napoli; 13514 Naz. di Parigi. Un saggio dell'ultimo in Raynouard, Lex. rom. I, 571.)
(3 : Edita dal Suchier, Denkm., I, 125.)

§ 5. È da notare infine un piccolo gruppo di narrazioni religiose in prosa del secolo XIII affatto leggendarie.
Una delle forme più amate dal popolo, è quella della visione; e nulla poteva interessare così vivamente come la conoscenza di ciò che avviene nel mondo di là. Da questo sentimento muovono le rozze visioni medievali al modo stesso che il poema sacro di Dante; ma è forse la sola cosa che abbiano in comune.
(4 : Si veda Cancellieri, Osserv. sopra l'originalità di Dante. Roma 1814 e le indicazioni del Wagner. Visio Tungdali. Erlangen, 1882, pag. 6.)

Da antiche tradizioni irlandesi derivano i loro elementi, le leggende del
Viaggio di San Patrizio e Visione di Tindal. (1 : Du Mège; Voyage au purgatoire de S. Patrice et le libre de Tindal. Toulouse, 1832. Sulla leggenda cfr. Mussafia, La vis. di Tundalo, Vienna, 1870. Una versione catalana della Visio Tundali pubblicò il Baist, in Zeits. rom. Phil., IV, 318.) San Patrizio è l'apostolo Irlandese (372-466: altri 387-466) attorno al quale la fantasia popolare intessè varii racconti meravigliosi. Il purgatorio di San Patrizio, nel quale si vedevano le pene dei dannati, altro non è che una grotta del lago Dearg in Ultonia, dove forse si ritirava il Santo a pregare.
Altra celebre è la Visione di San Paolo e San Michele; (2 : Bartsch, Denkm., pag. 310-14.) il primo è guidato dal secondo a visitare le pene infernali, le quali sono tanto terribili e strazianti, che i due visitatori e tutti gli angioli pregano e ottengono da Dio che cessino i tormenti dei dannati dal venerdì sera al lunedì mattina. Non vi ha dubbio che il popolo e buona parte del basso clero prendeva tutto ciò per teologia purissima. Il racconto provenzale è breve ma ben sostenuto e vivace.
Al secolo XIV appartiene la traduzione provenzale, (3) che ho già avuto occasione di ricordare, della Leggenda aurea di Jacopo da Varagine (1230-98), pietoso e dotto arcivescovo di Genova.
(3 : Nel ms. 9759 Naz. di Parigi; qualche estratto in Revue des lang. rom., XXIII, 105 e XXIX, 279. Catalani sono i mss. parigini, esp. 44 e 227, inediti quasi totalmente.)
Ciò che lo rese popolare fu la sua Istoria seu legenda sanctorum, che dall'entusiasmo dei contemporanei ebbe il nome di Leggenda d'oro. È una raccolta, per ogni giorno dell'anno, delle vite dei santi più amati e venerati nel Medioevo, della quale (oltre la provenzale citata) ci sono versioni in ogni lingua d'Europa.
Una agiografia che merita d'essere inclusa tra le leggende è quella di Barlaam e Josaphat, di cui pure abbiamo una versione in prosa provenzale che pare del secolo XIV. (1 : Nel ms. 1049 Naz. di Parigi. Estratti in Bartsch, Prov. Lesebuch e Chrest. prov. in Zotenberg e Meyers, Gui de Cambrai. Stuttgart, 1864; in Revue des lang. rom., XXIII, 162. - Il Bartsch (Grundriss, pag. 88) nota anche una versione prov. della vita di Santa Flor (e non San Floro), ma non è certo risalga al secolo XIV. Molte altre vite inedite o andate perdute sono elencate dallo Chabaneau, Biogr., pag. 194.) 
Il romanzo greco di Barlaam e Josaphat, attribuito a San Giovanni Damasceno, è noto non esser altro che un rifacimento cristiano di alcune tradizioni buddistiche; di modo che Buddha (Josaphat) col suo maestro Barlaam riuscirono ad avere un posto nel Martirologio romano alla data 27 novembre. Anche Jacopo da Varagine, nel libro sopra citato, racconta a lungo la fantastica vita di ambedue questi pretesi eremiti siriaci.