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sábado, 7 de noviembre de 2026

Capitolo IX. Letteratura religiosa, lirica e didattica. Letteratura dramatica, sacra e profana.

Capitolo IX.

Letteratura religiosa, lirica e didattica. Letteratura dramatica, sacra e profana.

Capitolo IX. Letteratura religiosa, lirica e didattica. Letteratura dramatica, sacra e profana. San Pietro di Lussemburgo


§ 1. Le opere religiose che non narrino storie bibbliche, vite e leggende di Santi possono dividersi in due classi: didattica e lirica. 
Con quest'ultimo appellativo intendiamo le preghiere e i cantici liturgici; o sieno essi di creazione originale o sieno parafrasi volgari di preghiere e di canti latini. E a questo proposito bisogna avvertire che qui si considerano solamente le liriche di carattere puramente rituale e chiesastico, destinate al canto nelle chiese o all'istruzione e edificazione dei fedeli; chè se si volesse comprendere tutte le canzoni di indole religiosa che si trovano sparse nei canzonieri e nelle Joyas del gay saber della scuola tolosana, sarebbe un allargare di troppo, non solo, ma un vero confondere cose essenzialmente distinte. Perchè a differenza dei canti liturgici e delle parafrasi di preghiere come il Pater, l'Avemaria, ecc., le poesie religiose dei trovatori sono liriche di inspirazione individuale in cui l'espressione del sentimento religioso non ha e non pretende di avere nessuna precisione dogmatica nè autorità esegetica, e tanto meno si propongono esse di servire a determinate cerimonie del culto.
Il gruppo delle preghiere e dei canti religiosi non è molto copioso; evidentemente molte di queste brevi poesie sono andate perdute. 
Di alcune poesie religiose tolte da un ms. di San Marziale di Limoges, abbiamo già parlato (cap. II, § 7). Posteriore al 1100 ma pur sempre assai antica è una Preghiera alla vergine, la quale per verità, non offre alcuno speciale interesse, se se ne toglie il periodo remoto cui essa risale. Ne diede notizia e ne pubblicò il testo P. Meyer nel volume primo della Romania (pag. 407).
Un vero manuale di Esortazioni e preghiere è il manoscritto Extravag. 268 di Wolfenbüttel, che contiene varie cose francesi e provenzali. L'autore scrisse nel 1254, mentre era in prigione nella quale restò 20 anni; questo è quanto si sa di lui con certezza. Dall'esame della lingua si può asserire fondatamente ch'egli era un italiano dell'Alta Italia. Le forme strofiche sono assai variate, come pure le qualità dei versi, e non senza eleganza. Vedansi per esempio queste due stanze di imitazione saffica:

Vergen cortesa     - vida vertadera,
en vos hai mesa          - voluntat entera,
hai ben apresa,     - qu'a la mar non pera,
merce, raina.
Valen pulcela         - de gracia plena
marina stela         - gardaç nos de pena,
hai rems e vela    - quel mund guida e mena,
(1 : Vergine cortese, vita veritiera, in voi ho messo ogni desiderio; o bennata (fate) ch'io non perisca in mare: merce regina. Valente pulzella di grazia piena, marina stella, guardateci di pena; o remo e vela che guida e governa il mondo, mercè regina.” Bekker, Prov. geist. Lieder nei Resoconti del l'Accad. di Berlino, 1842. Cfr. Em. Levy in Revue des lang. rom. XXXI, 173.)

Altre Canzoni a Maria si sono conservate.

Altre Canzoni a Maria si sono conservate. Una assai lunga edita dal Bartsch (1 : Denkm. p. 63-71.) ha più del sirventese religioso artistico che del vero canto chiesastico. Un'altra fu pubblicata dal Rayna. (2 : Giorn. di fil. rom, I, 87.)
Una terza, che potrebbe intitolarsi la salutazione angelica, è una cattiva riduzione dal francese. (3 . Suchier: Denkm., I, 285.)
Altre due meritano d'essere qui ricordate, sebbene appartengano alla poesia artistica. L'una è una Ballata alla Vergine, del re Giacomo II di Aragona (1291-1327); egli descrive una nave sbattuta dai marosi che simboleggia la chiesa pericolante per la simonia di Onorio IV e Niccolò IV, la debolezza di Celestino V e l'ambizione di Bonifacio VIII. 
(4 : De Lollis, in Revue des lang. rom., XXXI, 289.)
L'altra è una Canzone di Pietro di Corbiac, la quale, sebbene sia essa pure una delle solite enumerazioni di epiteti laudativi, è forse la più soave e la più armoniosa di tutte le preghiere a Maria Vergine. 
(5 : Raynouard, IV, 465. Bartsch, Chrest. prov. 209.)
Altre liriche sono pure un Cantico allo Spirito Santo, poco interessante, (6 : A. Thomas, in Romania, VIII, 211.) e un Cantico sulla risurrezione del Cristo: esso risale al 1300 o poco dopo, ed era cantato al sabbato
santo di Pasqua; consta di ventidue strofe di tre versi con alleluja, a questo modo: (1)

Quand Jesus Christ fon tormentat
Et de la crous desclavellat
En lo sepulcre fon pausat.
Ben fort fasion gardar lo vas,
Que non li fossa dereubat.
Alleluja.

(1: “Quando Gesù Cristo fu tormentato, e schiodato da la croce, fu posato nel sepolcro. Alleluja. - Ma Ponzio Pilato e Caifasso assai bene facevano guardar la fossa, che non fosse loro rubato. Alleluja.” Chabaneau, in Revue des lang rom., XIV, 5.)



Noteremo infine una abbastanza singolare Cantinella in Nativitate Domini, la quale incomincia:

Am grant alegrier annem vesitar

(2 : “Con grande allegrezza andiamo a visitare la Vergine Maria e il suo bel figlio caro.” Bartsch, Jahrbuch für engl. und rom. Phil., XII, 8.)

Essa ci attesta la persistenza nel secolo XIV, dell'uso di cantare i Noel alla notte di Natale, uso che c'è attestato per i secoli più remoti (capitolo II, § 7) e che ebbe grande sviluppo più tardi, tanto che i Noel costituirono un vero genere letterario.

§ 2. Il secondo gruppo delle liriche religiose è costituito, come dicemmo, dalle parafrasi di preghiere. Questo genere non può avere se non mediocri pregi letterarii; esso è anche rappresentato scarsamente; i documenti che ne restano son tutti del secolo XIV. Per cominciare dalle preghiere più solite, del Pater noster abbiamo tre versioni poetiche: una in 14 versi, quasi letterale; (1 : Suchier, Denkm., I, 291.) la seconda è una lunga e non bella parafrasi in 104 ottonarii a coppia, e la terza è di 36 versi, 4 per ogni punto del Pater latino. Il Meyer notò queste due ultime versioni in un ms. della Laurenziana, scritto verso la metà del secolo XIV da un tal Pietro de Serras farmacista e droghiere probabilmente in Avignone. (2 . Romania, XIV, 491 e 528.) 
Nello stesso ms. vi è anche un'esposizione del Pater in prosa provenzale che è un frammento di una traduzione del libro La somme le Roi del domenicano francese Laurent. (3 : Di questo libro, in tre mss. parigini e in uno di Oxford vi è una traduzione provenzale completa, diversa da quella donde fu tratto questo frammento. Il Bartsch (Grundriss, p. 89) ha dato a questa traduzione il titolo di Libro dei vizi e delle virtù. Cfr. più oltre, pag. 189 in nota.)
Dell'Ave Maria abbiamo quattro versioni. L'una in 7 strofe di 8 versi, della quale il Meyer pubblicò un saggio; (4 : Bull. de la Soc. des anc. textes, I, 76.) la seconda in 34 versi, edita dal Meyer dal ms. del Serras sopra accennato, è forse la men brutta; dò come esempio i versi corrispondenti al Benedicta tu in mulieribus: (5)
De totas santas ies eletas
Et sobre totas benezetas,
E benezet sia bon frucs
Del tieu ventre, quar la vertus
De l'Altisme s'olombrara
En te, e dedins te venra
Sant Espirit don concebras.
Aycel que tu engenraras
Sera apellat fil de Dieu, (N. E. Deus)
Per que seran deslieure los cieus (?) (N. E. cieus por la rima; ciels.)

(5 : “Di tutte le sante sei l'eletta e sopra tutte benedetta, e benedetto sia il buon frutto del tuo ventre, giacchè la virtù dell'Altissimo si adombrerà in te, e dentro verratti lo Spirito Santo, di che concepirai. Quegli che tu genererai sarà chiamato figlio di Dio, pel quale saranno riaperti i cieli.” Romania, XIV, 492.)

Le altre due, sono una parafrasi in 6 quartine, (1 : Chabaneau, Revue des lang. rom., XXIX, 242.) e una versione in 47 versi che è un misto di Ave Maria e di Litanie della Vergine, composta forse verso l'anno 1500. (2 : Dumége (Du Mège), Institutions de la Ville de Toulouse, IV, 199.) 
Del Credo abbiamo 2 parafrasi: una in 42 versi tolta dal solito ms. del Serras, (3 : Romania, XIV, 535.) l'altra in 72 versi poco belli, di cui ecco il principio:

De tot cor crezi fermament
e confessi verayament
los sans articles de la fe
que son fondament de tot be.
Tot premier crezi que Dieu es
Sobeiran a trastotas res;
tres personas certanament
son un ver Dieu ses partiment.

(4 : “Di tutto cuore credo fermamente, e veracemente confesso i santi articoli della fede che son fondamento d'ogni bene. E in prima credo che Dio è signore di tutte le cose; tre persone certamente sono un vero Dio senza divisione.” Chabaneau, in Revue des lang. rom., XXIX, 243.)

Dei Dieci comandamenti pure 2 parafrasi; una molto letterale del secolo XIV in 10 versi, (1 : Suchier, Denkm., I, 290.) l'altra, molto più recente, in 46 ottosillabi, composta nel 1552 da Giuseppe Cormys canonico del capitolo di Vence. 
(2 : P. Meyer, Revue des Soc. savantes, serie 6a, III, 432.)
Delle Litanie abbiamo una parafrasi in 68 strofe di cui ecco le due ultime:

Al jorn, Senher, del juzizi
Cant venras lo mont jujar,
Hon tracion ni mal vizi
Non si poyran amaguar,
Plasa ti que mi perdones
E non mi vulhas dapnar,
Mas am totz los santz mi dones
Qu'ieu al cel puesca montar.
Prec ti, Senher, que al peccayre
Qu'esto romans a parlatz
Per vezer lo sieu car payre
Sant Castor benaüratz,
Layses far vida tan digna
Que, cant el sera passatz,
A la tieu cara benigna
Per l'angel sia presentatz. 

(3: “Signore, al giorno del giudizio, quando verrai a giudicare il mondo, in che non si potranno celare nè tradimento nè mal vizio, piacciati che mi perdoni e non volermi dannare, ma dammi che con tutti i santi io possa salire al cielo. Ti prego, Signore, che al peccatore che ha recitato questa poesia per vedere il suo caro padre San Castoro ben avventurato, tu lasci fare così degna vita che, morto ch'ei sia, venga dall'angelo custode presentato alla tua benigna faccia.” Chabaneau, in Revue des lang. rom., XXIX, 209.)

Sant Castor benaüratz, Layses far vida tan digna Que, cant el sera passatz, A la tieu cara benigna Per l'angel sia presentatz.


Dal nome di car payre dato a San Castoro vescovo di Apt si induce che l'autore sia un aptesiano; e da indizii assai concludenti si fissa la data della composizione tra il 1317 e 1369. Una Litania in 33 quartine di ottosillabi rimati a coppia è attribuita nel solo ms. che la contiene (Mus. britt. Harleien 3183) a San Pietro di Lussemburgo. (1 : Suchier, Denkm., I, 291.)  (N. E. Nacido en Ligny-en-Barrois; su padre Guido de Luxemburgo, conde de esa localidad. Fue nombrado cardenal por el antipapa Clemente VII, por lo que no se le reconoce ese título en algunas fuentes.)

Questi fu vescovo di Metz e cardinale, e morì il 2 luglio 1387 a Villanuova presso Avignone; sembra però inverosimile che nella breve sua dimora in Provenza componesse poesie in provenzale.
Una terza Litania sarebbe una poesia scritta verso il 1340 da Peire de Ladils, di Bazas, ma è affatto artistica e punto liturgica. 
(2 : Noulet et Chabaneau, Deux mss. du XIV siècle, p. 129.)
Dei Salmi penitenziali abbiamo due versioni più o meno libere. La prima nel ms. 308 di Augers, quasi tutta di ottosillabi a coppia: ma talora anche a strofe varie, in un provenzale che rivela essere l'autore guascone; (3 : Revue des lang. rom., XX, 69 e XXVIII, 105.)
la seconda in un ms. del museo Calvet d'Avignone: è in ottonarii e oltre la parafrasi dei salmi (che non è completa) vi è anche quella del salmo 108; fu composta, pare verso la fine del secolo XIII, sebbene il ms. sia di un secolo almeno più recente; eccone un esempio corrispondente alle parole del De Profundis: “Quia apud dominum misericordia et copiosa apud eum redemptio. - Et ipse redimet Israel ex omnibus iniquitatibus ejus”:

Car enves Dyeu es pietatz
E misericordia e pas
Et aondosa redempcions
Ez envez el totas sasons
Et el cant a luy plazera
Tot Israel resemera
De la sieuas enequitas (N. E. la sieua enequita; las sieuas)
E de trastotz los syeus peccatz.

Come vedesi la traduzione è semplice e letterale, ma non manca di grazia. (1 : Chabaneau, Revue des lang. rom., XIX, 209.)

§ 3. La seconda classe di documenti religiosi, assai distinti dalla lirica, è di quelle opere che sono destinate o a confermare i fedeli nelle sane dottrine ortodosse o a confutare gli errori delle sette ereticali; le raccogliamo sotto il nome di opere didattiche. Le più vive ed efficaci, ognuno intende che sono le omelie e i sermoni del vescovo o del parroco: la predicazione incominciò coi primi tempi del cristianesimo, e naturalmente dovette seguire la evoluzione linguistica che s'andava lentamente compiendo nel popolo tra i secoli V e IX; non è supponibile che il predicante usasse sistematicamente il terso latino (dato che lo avesse saputo) innanzi a un uditorio che oramai non lo intendeva più.
(2 : Si è data importanza grande ai Concilii di Reims e di Tours dell'813 che raccomandano l'uso del volgare: “easdem homilias quisque episcopus aperte transferre studeat in rusticam romanam linguam... quo facilius cuncti possint intelligere, quae dicuntur”: ma la predicazione in volgare non cominciò allora di certo; il testo citato non è, io credo, che un richiamo a quegli ecclesiastici che facessero pompa del loro latino a spese della intelligibilità, richiamo che si capisce nel1'813 cioè in pieno fervore del cosidetto rifiorimento carolingio.)

Il fatto è invece che egli parlava al popolo nella favella popolare, ma se prendeva la penna per segnare qualche appunto del suo discorso, invincibilmente gli scivolavano sulla carta parole latine. La prima apparizione di frasi volgari nelle prediche scritte è, pel francese, in una omelia del IX secolo: i sermoni in provenzale risalgono solamente al secolo XII. Si tratta di due raccolte di Omelie e precetti religiosi; trenta in tutto, contenuti nel ms. lat 3548B di Parigi, proveniente dalla chiesa di San Marziale di Limoges, e destinati ad essere pronunciati nelle varie solennità dell'anno; sono certo, eccetto la traduzione del Vangelo su 
S. Giovanni (v. pag. 35) la prosa provenzale più antica: dalla lingua parrebbero essere della parte meridionale del Limosino. Il Meyer crede che sieno originali; lo Chabaneau inclina a crederli un rifacimento dal latino; ad ogni modo il loro pregio letterario è mediocre, salvo qua e là qualche mossa oratoria abbastanza felice. La loro importanza come documento linguistico non ammette discussione. (1 : Chabaneau, Revue des lang. rom., XVIII, 105, XXII, 157, XXIII, 53 e 157. Altri frammenti di prediche volgari su vario soggetto sono elencati dal Chabaneau, Biogr. p. 195.)
Un piccolo gruppo di opere religiose riguarda le differenze e le discussioni tra cattolici e albigesi. Un documento in 682 dodecasillabi, con qualche bioc è attribuito a un certo Izarn, ed è intitolato Las novas de l'heretge. 
È un dibattito tra Izarn e l'eretico Sicart de Figueiras; in cui il primo con molti argomenti (de' quali il più concludente e il più ripetuto è la minaccia del rogo: e s'aquest no vols creyre vec te'l foc aizinat) induce il secondo a rendersi cattolico. (1 : P. Meyer, Annuaire- bullet. de la Soc. de l'Hist. de Fr. 1879.)
(N. E. Otros críticos han rechazado a Izarn como autor.)
Un'altra poesia in 838 versi come i precedenti (qualche serie è andata perduta) è il pentimento dell'eretico. Un albigese prega Dio e in ispecial modo la Vergine Maria di ottenergli il perdono degli errori in cui perdurò per tanti anni; il tono e l'espressione delle due poesie, e l'essere un verso della prima ripetuta nella seconda, indurrebbero a credere ad una identità d'autori, la quale però non è assolutamente sicura. Se furon due, furono certo contemporanei, poichè le Novas furono scritte poco prima del 1244 e questo Pentimento prima del 1230. (2 : Suchier, Denkm., I, 214 e 532.)
Sono due opere importanti per la storia religiosa: rappresentandoci in modo vivace l'accettazione della fede ortodossa dopo i terribili argomenti della crociata albigese. (3 : P. Meyer (Rom. XIV, 521) dà notizia di una poesia di 166 versi, mutila in fine, che può mettersi in questa serie. È una Disputa tra una strega e un confessore, abbastanza curiosa e interessante.)
Della classe di opere didattiche destinate all'istruzione dei fedeli, noteremo il così detto Dottrinale di Raimon de Castelnou. (4 : Suchier, Denkm., I, 241 e 536. Abbiamo alcune liriche di un Raimon de Castelnou, ma l'identità dei due autori non è certa. V. Rom., XIV, 533.) 
È un insegnamento religioso, una specie di catechismo in volgare, mediocre nella sostanza e nella forma. Il poeta si pente dei versi mondani che ha fatto in altri tempi e protesta di cantar d'ora innanzi solo di cose sacre. Di altre opere, quasi del tutto inedite, basterà una menzione in nota; (1) qui accennerò a un Declaramens de motas demandas, breve brano di prosa del secolo XIII edito dal Bartsch; una versione più lunga è ancora inedita; in esso, come dice il titolo, si dichiarano molte domande le quali vertono specialmente sulle tradizioni religiose e costituiscono dei veri indovinelli: genere molto usato e amato nel Medioevo tra gli esperti di esegesi storica, quale poteva aversi allora. Simili dialoghi ebbero anche nel Medioevo il titolo di Dits de l'enfants sage. Ecco un breve passo del Declaramens: "Cals cieutat fo premieramen faita? - respos: Ninive.
Cals parlet ab la sauma? (coll'asino) - respos: Balaam. Cals fon mortz doas vetz et una vetz natz? - respos: Lazer. En cal montanha non plou? - respos en Gilboé, ecc.” (Denkm., pag. 360).

Cals parlet ab la sauma? (coll'asino) - respos: Balaam.

(1 : In poesia: Meditazioni di S. Agostino (ms. 944 bibl. di Tours. Cfr. Revue des lang. rom. a 1874, p. 318). - Contrizione e pene dell'inferno (658 versi ined. ms. 1745, Parigi). - Disputa del corpo e dell'anima (1166 ottosillabi, sec. XIV, ined. m. 14973, Parigi). - Le virtù e i vizi (dialogo, sec. XV o XVI). - Cfr. Paul Guillaume, Mystère de S. Antoni, p. 46.
(N. E. Le mystère de sant Anthoni de Viennès) - In prosa: Formula di confessione (Suchier, Denkm., 98). - Trattato di penitenza (fine sec. XIII; De Lollis; Studi fil. rom., fasc. XIII, 273). - Confessione generale di Olivier Mailhart (fine sec. XV; Du Mège: Hist. de Toulouse, IV, 199). 
- Traduzione del liber scintillarum (di Defensor, monaco di Ligugé, a torto attribuito al venerabile Beda. Prosa alverniate, sec. XIII, raccolta di sentenze morali. Inedito nel ms. parigino 1747, saggio in Bartsch, Chrest. 231). - Trattato dei 7 doni e Traduzione de quinque septenis (prose, nel ms. precedente). - Istruzioni per la quaresima (sec. XIII, ined. ms. 2428, Parigi). - Traduzione dell'Elucidarium (di Honorius d'Autun: cfr. Lambert, Catal. dei mss. della bibl. di Carpentras, I, 89). 
- Trattati varii (della Conoscenza del Creatore: della Via di salute: delle Regole di S. Tomaso: della Professione di monaci e monache: delle Cause di predestinazione: della Perfezione di religione: nel ms. parigino ined. 1852). La somme le Roi o Libro di vizi e virtù (cfr. più sopra, pag. 182 nota. - Laurent fu confessore di Filippo III (1270-1285) e della traduzione abbiamo due versioni, una provenzale e una valdese). Traduzione del Doctrinale sapientiae (di Guy de Roye, sec. XV; cfr. Revue des lang. rom. XVIII, 261). Disciplina clericalis (di Pietro Alfonso, tradotta in guascone. Pietro Alfonso, spagnuolo, giudeo convertito, fine sec. XII; l'opera è una raccolta di moralità e favole arabe e indiane). Libro di preghiere (sec. XIV; inedito nel ms. 41 Ashb. laurenziano). Officio della passione (sec. XIV; ms. parigino ined. 2434). Contemplazione della vita di Cristo (trad. da S. Bonaventura. Cfr. Romania, XII, 339). Regola di S. Benedetto (trad. in prosa, sec. XIII; ms. parigino ined. 2428; saggi in Bartsch, Chrest. 229). Regole dell'Ospedale di S. Giovanni in Gerusalemme (Mémoires de la Soc. archéol. du midi de la France, IV, 354). Brevi trattati in Anciens textes, a. 1881, pag. 57, 60, 61, 63.)

§ 4. Un gruppo a parte è formato dai documenti valdesi poetici e prosaici. Il Raynouard (II, 137-54) credeva, e con lui si credette fino al 1865, che essi fossero molto antichi anzi alcuni rimontassero nientemeno che al 1100. Ora si è indiscutibilmente provato che tutto ciò dipendeva da un errore di lettura; i documenti più antichi sono quelli in poesia, e appartengono al XV secolo. (1 : Tale questione è magistralmente riassunta da P. Meyer Revue critique d'hist. et de litt., I, 36. Per la prosa cfr. Montet: Hist. litt. des Vaudois du Piémont; le poesie sono edite nella Zeitschrift, IV, 330 e 521, tutte meno La nobla leyczon (già edita in Raynouard, II, 72, e in Archiv, LXII, 273) e la Confession (ed. Léger, Hist. gen. des églises des vallées du Piémont, I, 92). Della Nobla Leyczon c'è un'ultima edizione di E. Montet, Paris, Fischbacher, 1888; recensione in Zeit. XIII, 327.)
(N. E. Parabole de l’Enfant prodigue en langue vaudoise, extraite d’un Nouveau-Testament de la Secte des Vaudois, manuscrit du treizième siècle, de la Bibliothèque de Grenoble. “Un home aë diù filh, e lo plus jove dis al Païre: O Païre, dona a mi la partia de la substancia que se coven ami; e departie à lo la substancia.”)

Parabole de l’Enfant prodigue en langue vaudoise, extraite d’un Nouveau-Testament de la Secte des Vaudois, manuscrit du treizième siècle, de la Bibliothèque de Grenoble.


Essi sono tutti di contenuto morale, specie di prediche e di riassunti bibblici; basterà citarne qui i titoli: La barca, Lo novel sermon, Lo novel confort, La nobla leyczon, Lo payre eternal, Lo desprezi del mont, L'evangeli de li quatre semencz, La confession.
I documenti valdesi in prosa sono quasi tutti posteriori alla Riforma. Finiremo questa rassegna menzionando una breve poesia in 33 dodecasillabi monorimati scritti sotto un quadro della chiesa di Bar, nelle Alpi marittime. È una danza macabra, del XV e forse anche del XVI secolo, unico documento che la geniale letteratura di Provenza ci abbia lasciato di questa lugubre fantasia medievale, nella quale sfilano agli occhi dello spettatore i vari rappresentanti delle classi sociali, imperatore, papa, nobili, clerici, obbligati ciascuno a danzare l'estrema funebre danza con lo scheletro sghignazzante che raffigura la morte. (1 : Revue des lang. rom., XIV, 161 e XX, 101.)

La letteratura dramatica, sacra e profana.

§ 5. La letteratura dramatica provenzale non è tale da meritare un capitolo a sè, per il numero assai esiguo di monumenti che ci ha tramandato. È ben vero che in questo, più che in ogni altro genere letterario, le perdite subite sono state numerose, poichè non ci rimane che appena la quarta parte delle opere sceniche della cui esistenza abbiamo notizia sicura. (2 : L'elenco di esse è in Chabaneau: Biogr., pag. 189-92. Di indole generale ed ottima su questo argomento è l'opera di Petit de Julleville: Hist. du théâtre en France. Les Mystères.)

Ma se dal valore di quelle che ci sono rimaste possiamo arguire il valore
delle perdute - ed è una induzione assolutamente lecita e plausibile - non abbiamo gran motivo di rimpiangere ciò che s'è smarrito, ed anzi, nella letteratura occitanica, è forse questa la perdita di cui meno dobbiamo dolerci.
Il teatro medievale in genere non riconosce punto come suo progenitore il teatro classico greco-romano. In Roma stessa la tragedia e la comedia perdettero assai presto il favore popolare, e, dal secondo secolo in poi, la produzione dramatica fu scarsa e destinata più alla lettura che alla scena. Un genere letterario così poco radicato, non doveva evidentemente offrire alcuna resistenza alla bufera delle invasioni barbariche. Ciò che rimase, fu, da una parte, il gusto del volgo pei giuochi di forza e di destrezza dei saltimbanchi e prestigiatori, histriones e joculatores, destinati a perpetuarsi, malgrado lo sdegno della Chiesa, fino ad essere i modesti progenitori dei trovatori e della grand'arte provenzale; dall'altra parte, nei chiostri e nelle rade scuole tramandantisi la fiaccola semispenta del classicismo, rimase la tradizione del dialogo dramatico, il quale parve una buona forma per questioni religiose e morali. Così si ebbe il Conflictus virtutum ac vitiorum (VI-VII secolo): 
il Conflictus veris atque hiemis (VIII secolo?) in cui si vedeva un personaggio vestito di verzura disputare con un altro coperto di paglia sui pregi dell'Estate e dell'Inverno; il Conflictus ovis et lini (secolo IX) e altre fredde e sbiadite allegorie, impotenti a uscire dal ristretto ambito claustrale e scolastico che le aveva prodotte e incapaci di dar vita a nulla di nuovo e d'originale.
I germi del teatro popolare del Medioevo furono i solenni riti della Chiesa cristiana. Le grandi funzioni della venuta di Cristo a Natale, della sua passione e della sua morte a Pasqua, sono di per sè veri drammi, semplici se vuolsi ma potenti, e tali che agevolmente erano compresi da tutti e a cui nessuno in que' secoli di fede ardente poteva assistere senza una profonda commozione. Alcune parti di esse cerimonie si prestavano assai bene ad essere dialogizzate; e prima con una persona sola abbigliata da angelo o da profeta e poi con più persone, prima in latino e volgare e poi in solo volgare, si cominciò a rappresentare al vivo sull'altar maggiore o nella navata della chiesa il fatto cui i testi rituali alludevano. Abbiamo già citato (v. pag. 164) a proposito del canto della Sibilla quella specie di rappresentazione che avveniva alla notte di Natale. Il numero dei Profeti o testimonii del Cristo (1) andò sempre aumentando; e come questa così ogni altra sacra rappresentazione accrebbe via via il numero degli attori e l'apparato scenico. Dall'altare maggiore prima e poi dalla navata della chiesa, si passò sul sacrato ove si costrusse il palco occorrente: di lì a una piazza della città. Così sorse il dramma popolare del Medioevo, il Mistero.
(1 : Questi personaggi che sfilavano sull'altare maggiore dinanzi agli occhi del popolo, pronunciando ciascuno la propria testimonianza, nel documento più antico rimastoci (ms. latino 1139 di Parigi, proveniente da un chiostro di S. Marziale di Limoges, della fine del sec. XI), sono: Isaia, Geremia, Daniele, Mosè, David, Virgilio e la Sibilla.)

§ 6. Data tale origine, rimane alquanto improprio l'appellativo di profana dato a una parte della letteratura dramatica medievale; perchè sebbene il Mistero s'andasse sempre più scostando dalla Chiesa esso non potè, almeno nei primi secoli, dimenticare del tutto le sue origini religiose e le cerimonie sacre donde traeva il nascimento, non foss'altro per farne la parodia. Tale il caso della famosa festa dei pazzi, o Ludus stultorum. Nella festa di S. Stefano o di S. Giovanni Battista o pel capo d'anno, nelle chiese e perfino nei cimiteri eleggevasi il re o l'abbate dei matti (Abbas o episcopus stultorum, o fatuorum, o innocentium) e si beveva, si facevano lazzi, si cercava di superarsi nel canto a forza d'urlare (fort cridar) e la parte vincitrice dimostrava la sua gioia “... clamando, sibilando, ululando, cachinnando, deridendo, ac cum manibus demonstrando”. La Chiesa fece di tutto per togliere simile scandalo, ma ne rimangono traccie fino in pieno Cinquecento. Un testo del secolo XIV della chiesa di Viviers, ha due benedizioni del vescovo dei matti che sono due quartine in provenzale. (1 : Glossario del Du Cange (ediz. Henschel, III, 959), alla parola Kalendae.)
E il solo documento dramatico di Provenza che, fino a un certo punto, si possa ritenere appartenente alla letteratura profana.


§ 7. Venendo alla dramatica sacra, era naturale che dopo i misteri della incarnazione e della redenzione si estendesse il drama a tutta la vita di Cristo; e si passasse poi alla vita della Vergine e dei Santi. Naturalmente erano più accette al popolo, e anche più facilmente sceneggiabili le azioni meravigliose, e così accanto ai Misteri si ebbe un'altra varietà dramatica, quella dei Miracoli. La prima rappresentazione di cui si abbia notizia in Francia è infatti un miracolo o Ludus de miraculis beati Marcialis, e fu a Limoges nel 1290. (1 : S'intende vera rappresentazione scenica; nelle chiese ho già notato, di più antico, i Testimoni del Cristo. Ancora assai antico è lo Sponsus o mistero delle vergini saggie e delle folli, della metà del secolo XII, che è però connesso con le solite testimonianze del Cristo: misto di latino e volgare, non provenzale però come credette il Raynouard (II, 139), ma francese della regione del Poitou. Ultima edizione: Bartsch, Langue et litt. fr. Paris 1887; cfr. Stengel, Zeitschrift, III, 233.)
Il fatto che ogni città e villaggio aveva per proprio patrono un Santo, dotato immancabilmente di facoltà taumaturgiche, contribuì non solo ad accrescere il numero di queste opere sceniche, ma ad accendere tra i vari paesi l'emulazione nell'esporle con pompa smoderata e con solenni apparati. Il palco (eschafault, parloir) assunse proporzioni grandiose; ricordevole dell'antica scena religiosa, altar maggiore o coro, donde era nato, ritenne sempre per dir così una rigorosa contemporaneità di esposizione. Era diviso in piani; in alto il paradiso, in mezzo la terra e sotto l'inferno; tramezze secondarie separavano i vari luoghi dove dovevano svolgersi i diversi episodi: insomma tutto l'ambiente necessario allo svolgimento del drama intiero era fin dal principio sotto gli occhi dello spettatore. Ciò aveva molti danni evidenti, ma due grandi vantaggi, e cioè di dare immediatamente all'azione una certa materiale unità e di evitare i frequenti cambiamenti di scena che tanto raffreddano la emozione del pubblico.
Forse il più antico mistero provenzale rimastoci è uno Sposalizio di nostra Donna, della fine del secolo XIII o principio del XIV. Nonostante il titolo, la rappresentazione giunge fino alla adorazione dei pastori, vale a dire comprende anche la natività di Cristo. Pare appartenga alla Provenza propriamente detta. (1 : Ined. in due mss., Colombina di Siviglia, 7, 2, 34 (circa 850 ottosillabi a coppia) e Laurenziano (Laurenziana) 105 Libri-Ashb. (664 versi id.). Cfr. Giornale di fil. rom., III, 106 e Romania, XIV, 496. Alla drammatica sulla Vergine, si potrebbe ascrivere un Dialogo di Maria con la croce edito dal Meyer, Daurel et Beton, p. LXXII.)
Contemporaneo, se non forse anteriore, è un breve frammento di 22 versi, che probabilmente costituiscono la breve parte di un attore, appartenente a un mistero sulla Natività o sugli Innocenti. Il frammento fu trovato nel Perigord e, con alcune movenze di versificazione, ci dà indizio che non tutto l'antico teatro provenzale fosse soggetto alla influenza francese. (2 : Cfr. Revue des lang. rom., VII, 414 e Romania, IV, 152.)
Al secolo XIV appartiene un Mistero della passione di circa 2400 versi, forse originariamente catalano. (N. E. Me pregunto si algún provenzal u occitano entenderá ese texto catalán, o necesitará una gramática como Lo Donatz proensal, o las Razos de trobar, de autor catalán, y algún diccionario como el Lexique Roman de Raynouard.)

barretina, barret, berret, béret, boina, birrete, gorra

Oltre un frammento di mano catalana, ne abbiamo una copia (ms. parigino 4232) quasi completa, eseguita da un copista guascone.
(3 : Descrizione in Meyer: Daurel et Beton, p. LXXI e CXIX. Cenno del frammento in Revue des lang. rom., XVII, 301 e saggio del ms. guascone, ibid. XXVIII, 5.)

Artur Quintana i Font, Arturico Quintanilla y Fuentecica

Di un altro Mistero della Passione rappresentato a Caylus nel 1510, ma composto senza dubbio assai prima, s'è conservato un insignificante frammento di 8 versi. (1 : Petit de Julleville, op. cit., 98 e 139.) 
La Passione del resto, come era naturale, fu argomento assai favorito di rappresentazioni sceniche, delle quali nei registri e archivi di varie città si è raccolto un buon numero di indicazioni. (2 : Chabaneau, Biogr., pag. 190, nota 1.a)

L'opera migliore che la Provenza abbia lasciato in questo genere è il Mistero di Sant'Agnese, polimetro di circa 1000 versi, incompleto al principio. L'argomento di questo, come di ogni altro mistero sacro, è inutile riferirlo; per avere la tela del drama basta leggere la vita leggendaria del santo in qualche opera, martirologio o Bollandisti o simile, che riporti i testi tradizionali. Non è dunque il merito dell'invenzione, ma la varietà dei metri usati e la vivacità dell'esposizione che forma il pregio della Sant'Agnese. L'anonimo autore ha seguito da presso il suo originale latino (una Vita attribuita a S. Ambrogio), e l'interesse dell'opera è accresciuto dall'averci lasciato ricordo di canti popolari, e molte parti ancora con la musica del tempo. (3 : Edizioni: Bartsch, Berlin, 1869. Sardou, Paris, 1877, con esempi musicali trascritti. Paleografica: Monaci, Roma, 1880.)

Di un Ludus sancti Jacobi si è conservato un frammento di 705 ottosillabi rimati a coppia, trascritti assai scorrettamente alla fine di un registro notarile del 1495 a Manosque, e l'opera non è di molto più antica.

Di un Ludus sancti Jacobi si è conservato un frammento di 705 ottosillabi rimati a coppia, trascritti assai scorrettamente alla fine di un registro notarile del 1495 a Manosque, e l'opera non è di molto più antica. L'argomento è un miracolo di S. Giacomo di Compostella, e si può arguire che il ludus fosse assai lungo, con pezzi di musica intercalati e col fol (buffone) che senza prender parte all'azione rallegrava gli uditori co' suoi lazzi. Non è improbabile che sia rifacimento di un testo latino. 
(1 : 1 Edito da Arnaud, Ludus, ecc., Marseille, 1858. Cfr. Jahrbuch, III, 196.)
Della stessa epoca, cioè tra il 1450 e il principio del Cinquecento, è un gruppo di misteri che potrebbe dirsi gruppo alpino. Essi infatti furono scoperti negli archivii di Puy-Saint-André e Puy-Saint-Pierre presso Briançon, dipartimento delle Alte-Alpi. Sono, un Mistero di S. Pietro e Paolo in circa 6000 versi; un Misterio di S. Ponzio in 6033 ottosillabi a coppia, divisi in tre giornate; (2 : Edito dal Guillaume, Revue des lang. rom., vol. XXXI e XXXII.) 
San Ponzio fu vescovo di Cimiez (a. 257-61) e la sua festa cade il 14 maggio: il mistero segue la vita data dai Bollandisti. Un Mistero di 
S. Antonio del Viennese in 3966 ottosillabi; il ms. è del 1503 ma l'opera è senza dubbio del secolo antecedente; (3 : Edito dal Guillaume. Gap, 1884.) una Moralitas sancti Eustacii (4) in 2849 ottosillabi che comprendono la conversione, il martirio e i miracoli del santo, e fu rappresentata nel 1504 (esso è però più antico) a Puy-Saint-André sotto la direzione del curato del luogo, Bernardo Chancel. 
(4 : Edita dal Guillaume, Revue des lang. rom., volume XXI e XXII. 
- L'Autore fu forse lo stesso del mistero seguente.)
Questi, anni dopo, e cioè il 20 giugno 1512, diresse anche la rappresentazione di un Mistero di S. Andrea il cui ms. (autografo?) è del 1512; ne fu autore un cappellano, forse del luogo stesso, per nome Marcellino Richard il quale probabilmente rimaneggiava un mistero più antico; quel che ci è rimasto non è che la seconda parte del drama. 
(1 : Edito da J. Fazy, Aix, 1883.) 
Tutti questi misteri hanno scarsissimi meriti letterari.
Son questi i pochi avanzi del teatro provenzale. Oltre, come dissi, a memorie di molte opere perdute, è rimasto qualche nome di autore e cioè (oltre il succitato Richard) si ha ricordo di due scrittori (o copisti?) di farse rappresentate ad Avignone nel 1488, certi Peyrard e Philippon. Anche un ciabattino di Avignone, certo Joan Billietti, detto Petit-Jean, morto verso il 1520, fu autore di farse e moralità ivi recitate nel 1498. Nulla di tutto ciò è sorvissuto. (2 : V. questi nomi nell'indice delle Biogr. dello Chabaneau.) 
Ma, tra il popolo almeno, l'indirizzo medioevale del teatro continuò ancora lungo tempo: verso la fine del XVII secolo il rabbino Mardocheo Astruc compose una Regina Esther che, malgrado il titolo classico di tragedia non è in fondo che un ludus dramatico come quelli del Medioevo. Importante perchè ci attesta questa persistenza del gusto popolare, detta tragedia, come opera letteraria, non ha assolutamente merito alcuno. (3 : Cfr. Romania, VI, 300.)