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miércoles, 4 de noviembre de 2026

Capitolo IV, lirica provenzale: primi trovatori. splendore della poesia trovadorica.

Capitolo IV.

La lirica provenzale: i primi trovatori. Periodo di splendore della poesia trovadorica.

Guglielmo, conte di Poitiers, Pos de chantar m'es pres talens,

§ 1. Guglielmo di Poitou, il più antico trovatore di cui ci sono rimaste poesie, fu principe valoroso ma leggiero. Trascinato dall'entusiasmo universale, prese parte con un numeroso esercito alla crociata del 1101, ma le sue truppe caddero nella traversata dell'Anatolia, ed egli a stento trovò rifugio in Antiochia presso Tancredi; donde, dopo aver visitato il Santo Sepolcro, mosse pel ritorno. Così triste pellegrinaggio non abbuiò il suo spirito. Tornato fra le liete brigate di Provenza egli stesso narrò in versi giocosi le miserie sofferte oltremare, e, come prima della partenza, si dà tutto alle guerre feudali e agli amori. Il cronista Guglielmo di Malmesbury lo chiama fatuus et lubricus e Goffredo Grosso: totius pudicitiae ac sanctitatis inimicus. Questi epiteti contengono qualche esagerazione inquantochè Guglielmo non era molto tenero pei clerici, per le chiese e i monasteri: ma che a lui piacesse la gioiosa vita ce ne assicura anche la biografia provenzale: “Il conte di Poitiers si fu uno dei più cortesi del mondo, e dei maggiori ingannatori di donne: e buon cavaliere d'arme, e largo nel donneare. E seppe ben trovare e cantare; e lungo tempo andò pel mondo per ingannare le donne.”
Le poesie che di lui ci rimangono, undici in tutto, confermano queste notizie; sono graziose, facili, ma senza profondità. Morì nel 1127, non senza dolersi de' suoi trascorsi, se s'ha da credere a una bella canzone piena di pentimento e di buoni propositi. (1 : Cfr. Chabaneau: Biog. des Troub., pag. 151; a quelle indicazioni si aggiunga: Sachse: Ueber das leben und die Lieder des Wil. IX. Leipzig, 1882. Prepara l'edizione delle sue poesie il prof. H. Suchier.)
Il periodo antico della lirica provenzale arriva fino alla metà del secolo (a. 1150) o poco oltre; ad esso appartengono pochi trovatori. Il visconte Eble II di Ventadour, contemporaneo ed amico di Guglielmo di Poitiers, fu pure buon poeta, ma di lui nulla ci rimane. Nel suo castello, allevato dal figlio di lui Eble III, crebbe Bernardo di Ventadour, il migliore dei poeti amorosi di Provenza. La sua biografia provenzale, scritta da Ugo di San Circ, dice testualmente così: “Bernardo di Ventadorn fu del Limosino, del castello di Ventadorn. Fu uomo di povera nascita, figlio di un servo del castello che era fornaio che scaldava il forno a cuocere il pane. Bello era e destro e seppe ben cantare e trovare ed era cortese e istruito. E il visconte suo signore si compiacque molto di lui e del suo trovare e fecegli grand'onore. Il visconte avea moglie molto gentildonna e gaia, che delle canzoni di Bernardo molto si compiacque e s'innamorò di lui ed egli della donna, si ch'ei fece suoi versi e canzoni per lei, e dell' amore ch'ei le aveva e del valore di lei. (1 : Il visconte ebbe due mogli; pare si tratti della prima, Margherita di Turenna. Su la vita e le opere di Bernardo si veda l'importante studio del Carducci, nella Nuova Antologia del 1881.)
Lungo tempo durò il loro amore, prima che il visconte e la gente se n'avvedesse; e quando il visconte se n'avvide, si straniò da lui, e fece ben serrare e guardare la donna. E la donna fece dare commiato a Bernardo, che si partisse e s'allontanasse da quella contrada. Ed ei se ne partì e andò alla duchessa di Normandia (2 : Eleonora d'Aquitania) che era giovane e di gran valore, ed apprezzava pregio e onore ed elogi, e piacevanle assai le canzoni e i versi di messer Bernardo. E lo ricevette e l'accolse assai bene. Lungo tempo stette nella sua corte, e innamorossi di lei ed ella di lui; e fecene molte belle canzoni. Mentr'era con lei, il re Enrico d'Inghilterra (3 : Enrico II de' Plantageneti (1154-1189)) la prese per moglie e la trasse di Normandia e menolla con sè. Bernardo sen rimase, triste e dolente; e sen venne al buon conte Raimondo di Tolosa e con lui stette fin che il conte morì. (4 : Raimondo V, morto nel 1194. Bernardo morì dunque dopo quest'anno.)
E Bernardo, per quel dolore, resesi monaco dell'abbazia di Dalon, ed ivi morì.”
Tornando ai trovatori del periodo antico è da ricordare Cercamondo, del quale la concisa biografia dice ch'ebbe questo nome per le continue sue peregrinazioni. Fu questi assai più antico di Bernardo, perchè una sua tenzone con un certo Guglielmino (Gulhalmi) si può fissare al 1137; di questo poeta Guglielmino nulla si sa. (1 : La tenzone comincia Car vei fenir tota dia; cfr. studio del Rajna in Romania VI, 115. Lo Zenker (Zeits. rom. Phil. XIII, 298) combattè l'opinione del Rajna, ma il Jeanroy (Romania XIX, 394) distrugge gli argomenti dell'oppositore. Contemporaneo o poco posteriore a Cercamondo fu Giraudo lo Ros, di cui ci restano 8 poesie.)
Scolaro di Cercamondo, figlio di ignoti e nudrito per cura di messer Aldric del Vilar, ei pure poeta, fu Marcabru di poco anteriore a Bernardo, ed è perciò il primo di cui si abbiano poesie in buon numero, (oltre quaranta). Ma egli amò la elocuzione oscura, e però molte di esse sono poco intelligibili; poche sono amorose, anzi egli si dichiara nemico giurato del bel sesso:
Que anc non amet neguna
Ni d'autra no fon amatz. 
(2 : “Che mai non amò alcuna, nè da alcuna fu amato.” - Su Marcabru, vedi studio del Suchier nel Jahrbuch. XIV, 158, e del Meyer in Romania, VI, 119.)

nè meglio tratta l'amore:
Fams ni mortaldatz ni guerra
No fai tan de mal en terra
Com amors qu'ab engan serra;
Escoutatz,
Quan vos veira en la bera,
No sera sos huehls mulhatz. 
(3 : Fame nè pestilenza nè guerra non fa tanto di male in terra come l'Amore che con inganno avvince; ascoltate: quando Amore vi vedrà nella bara non sarà neppur bagnato il suo occhio.”

Contemporanei di Marcabruno furono Ugo Catola, di cui ci rimane una tenzone con Marcabruno stesso e un grazioso Contrasto tra amante e amata, primo esempio di tal forma poetica; (1 : Bartsch: Chrest. prov. p. 61.) e Pietro di Valeira di cui pochissimo ci rimane e che il biografo stesso provenzale dice di poco valore.
Più famoso è Jaufrè Rudel principe di Blaia, cui Marcabruno inviò una sua canzone. La biografia di Giaufredo dice così: “Giaufredo Rudel di Blaia fu molto gentile uomo, principe di Blaia; e innamorossi della contessa di Tripoli (2) senza vederla, sol pel bene e la cortesia grande che egli udì di lei dire ai pellegrini tornati d'Antiochia... E per volontà di vederla crociossi e misesi in mare per andarla a vedere. E appunto nella nave lo colse una grave malattia sì che quelli con lui lo credettero morto nella nave: pure tanto fecero che per morto il condussero in un albergo a Tripoli. E fu fatto sapere alla contessa, e venne al suo letto e preselo tra le braccia. E come seppe ch'ell'era la contessa ricovrò la vista, l'udito e l'anelito, e lodò e rese grazie che Dio l'avesse tanto sostenuto in vita ch'ei l'avesse vista. E morì così tra le braccia della contessa; ed ella lo fece onoratamente seppellire nel chiostro del Tempio in Tripoli. E quel giorno stesso andò monaca, pel dolore ch'ell'ebbe di lui e della sua morte.”
(2 : La contea di Tripoli era allora in un ramo della famiglia dei Conti di Tolosa. La contessa fu o Odierna, moglie di Raimondo I conte di Tripoli, o la loro figlia Melisenda. La questione tutta è magistralmente riassunta da V. Crescini: Appunti su Jaufré Rudel. Padova, Ratti, 1890.)
Peccato che a creder vera così vaga e pietosa narrazione facciano ostacolo non già il fatto di per sẻ, chè anzi l'innamorarsi per sentite lodi è in tutto secondo lo spirito cavalleresco, e ne abbiamo altri esempi irrefutabili, (1) ma alcune circostanze storiche e cronologiche che attendono ancora una soluzione. In ogni modo non tutto deve essere falso: il Petrarca accenna con uno stupendo verso a:
“Jaufre Rudel che usò la vela e 'l remo
A cercar la sua morte.”
e delle poche poesie (sei in tutto) che abbiamo di Rudello, tre almeno si riferiscono a questo amore lontano che al poeta faceva doler tutto il cuore, a questo affetto per l'ignota bellezza, il quale doveva così pietosamente finire.
(1 : Vedi gli Appunti citati, p. 14 e 15. Rudel sarebbe morto secondo alcuni nel 1147, secondo altri verso il 1170.)

§ 2. Sorpassando l'anno 1150, più ci si avvicina alla fine del secolo, più si allarga il quadro della lirica provenzale: si entra nel periodo del pieno fiorimento, nel quale risplendono i più grandi maestri dell'arte, e non solo cresce il numero delle poesie che di ogni singolo poeta c'è rimasto, ma cresce di tanto il numero dei trovatori che, nonchè tener dietro a tutti, potremo appena menzionare i più degni. (2 : Il Bartsch (Grundriss) nota di Gaucelm Faidit 65 poesie rimasteci, di Giraud de Borneil 81, di Peire Cardenal 70; la media però oscilla tra il 12 e il 30; di trovatori ne elenca 460, ma ne mancano molti.)
Fra i contemporanei del già nominato Bernardo di Ventadorn è da ricordare Rambaldo III conte d'Orange (regn. 1150-73) buon poeta ma alquanto affettato: egli inspirò, sebbene le corrispondesse tiepidamente, un'ardente passione a Beatrice contessa di Die (1135-1189) che a lui diresse versi pieni di tenerezza appassionata e di spontaneità, pregio raro tra i poeti provenzali; (1 : Raynouard, III, 22.) ella meritò perciò di essere detta la Saffo di Provenza. (2 : Sulle poetesse provenzali; Cfr. Oscar Schultz: Die prov. Dichterinnen. Leipzig, 1888.)
Un trovatore di merito fu pure Pietro d'Alvernia (1148-1200); sotto un certo rispetto potrebbe essere considerato come un antico, poichè la biografia ci dice che egli non scrisse che dei vers e che soltanto dopo di lui, Giraldo di Borneil scrisse la prima canzone. Le poesie rimasteci, quasi una trentina, rivelano in generale più abilità che inspirazione. Una per altro è interessante perchè mette in satira dodici trovatori suoi contemporanei, tre soli dei quali giustamente celebri. Ecco come incomincia il satirico Pietro:
que chantan de maintas colors,
el sordejer cuida dir gen;
...
Daisso mer mal Peire Rotgiers,
per que n' er encolpatz premiers,
quar chanta d'amor a prezen;
e covengral melhs us sautiers
en la gleiz' o us candeliers
portar ab gran candel' arden.
que sembl' oire sec al solelh
ab son magre cantar dolen
qu'es chans de velha portaselh;
e sis vezia en espelh,
nos prezari' un aguilen. 
(1 : “Canterò di questi trovatori che cantano di molte guise e il peggiore pensa di dir bene... Di ciò merita rimprovero Pietro Rotgiers che ne sará incolpato pel primo: chè canta d'amore francamente e meglio converrebbegli un salterio o un candelliere portar nella chiesa con una gran torcia. - Il secondo è Giraldo di Bornello che sembra un otre secco al sole, col suo magro cantare dolente, che è canto da vecchia portatrice d'acqua; s'ei si vedesse in uno specchio non si pregierebbe un fior secco.”)
Il terzo è l'amoroso Bernardo di Ventadorn; gli altri ci sono ignoti o mal noti. (2 : Il serventese di P. d'Alvernia fu poi imitato dal Monaco di Montaudon in una sua poesia ove passa in rassegna 15 poeti suoi contemporanei. - In Raynouard, IV, 368.)
Ma i due accennati per primi meritano una menzione speciale. Pietro Rotgier aveva incominciato la carriera ecclesiastica, ma per amore dell'arte e della vita libera vi rinunciò e si stabilì in Narbona. Ivi regnava la celebre Ermengarda (reg. 1143-1192) figlia del conte Aimerico II, la quale divenne ben presto l'oggetto del culto e dei canti appassionati del nostro poeta. Vi si trattenne a lungo, ma infine per le dicerie sul suo amore, dovette partirsene e dopo varie peregrinazioni per la Provenza, la Castiglia e l'Aragona, finì monaco nell'abbazia di Grammont. 
(3 : Cfr. C. Appel: Leben u. Werke des Trob. P. R. - Berlin, 1882.)
L'altro trovatore, Giraldo di Bornelh (1175 circa 1220), di Excideuil nel Limosino, benchè di bassa nascita seppe con l'ingegno e l'arte sollevarsi ad alti onori; la biografia provenzale dice che: “Ei fu miglior trovatore di quanti erano stati prima o furono dopo di lui, sì che fu chiamato Maestro dei Trovatori e tale egli è per ognuno che si intenda di gentili poesie e ben composte d'amore e di sapienza. Assai fu onorato dai valenti uomini e intendenti, e dalle donne che ascoltavano i maestrevoli versi delle sue canzoni”.
Anche Dante lo tenne in gran conto e lo chiamò il cantore della rettitudine (Vulg. El. II, 2 e 6) ma non gli accordò il primato tra i poeti provenzali. E noto a tutti che egli preferiva Arnaldo Daniello:
Versi d'amore e prose di romanzi
Soverchiò tutti; e lascia dir gli stolti
Che quel di Lemosi credon ch'avanzi:
A voce più ch' al ver drizzan li volti.
E così ferman sua opinione
Prima ch' arte o ragion per lor s' ascolti.
(Purgat. XXVI, 118-23.)
Non paia irriverenza se, coi migliori giudici di poesia provenzale, noi non accetteremo la sentenza dantesca e preferiremo quel di Lemosi, cioè Giraldo. L'arte e la ragione non sono le sole cose che noi ricerchiamo nella poesia, e specialmente nella amorosa; ma è l'affetto vero e profondo e dell'affetto una espressione schietta immediata e viva. 
Che le strofe di Arnaldo dovessero parere, per le difficoltà di rima e d'artificio, meravigliose, noi concediamo: ma non in ciò sta l'eccellenza
del poeta. Giraldo, del resto, di cui possediamo una novantina di poesie, mostrò nella sua giovinezza di sapere affrontare e vincere le difficoltà del trobar clus, cioè dello stile poetico chiuso e condensato e della forma ricercata e oscura; ma egli medesimo, con intuito di vero poeta, rinnegò tali artifiziosità dicendo che poco val canto che non sia compreso:
... non a chans pretz entier
quan tuich non so parsonier
(1 : “Canto non ha intiero pregio quando non tutti ne sono partecipi.”)
Nei serventesi Giraldo seppe fare dell'alta poesia morale senza cadere al monotono nè eccedere nelle invettive; niuno come lui sentì piena e intera la dignità del suo ufficio, ed egli elevò, tra i primi, la voce per rampognare la corruzione della nobiltà feudale che doveva necessariamente condurre alla decadenza della poesia:
Jeu vi torneis mandar
E segre gens garnitz,
E pueys dels miels feritz
Una sazo parlar;
Ar es pretz de raubar
Buous, motos e berbitz;
Cavaliers si' aunitz
Ques met a domneiar
Pus que toca dels mans motos belans,
Ni que rauba gleizas ni viandans.

On son gandit joglar
Qu' ieu vi gent aculhitz?
...

E vi per cortz anar
De joglaretz petitz
Gen caussatz e vestitz
Sol per domnas lauzar:
Ar non auzon parlar
Tant es bos pretz delitz. 
(1 : “Vidi tornei ordinare, e armati a schiera, e dei colpi meglio assestati lunga stagione parlare: ora è pregio il rubar buoi, montoni e pecore; vile quel cavaliere che con dame fa il galante e poi ghermisce di sua mano le belanti greggie, e chiese e viandanti deruba. - Ove son fuggiti i poeti ch'io già vidi accolti ad onore?... E vidi andar per le corti giullari dappoco che, sol per lode di dame, ebbero e maglie e vestiti; e ora non osan mostrarsi, sì ogni buon pregio è morto.”)

Prima di parlare di Arnaldo Daniello, emulo di Giraldo nella estimazione dei posteri, è da ricordare Guglielmo di Cabestaing

Prima di parlare di Arnaldo Daniello, emulo di Giraldo nella estimazione dei posteri, è da ricordare Guglielmo di Cabestaing, e per il suo merito poetico e per la pietosa sua storia; eccola testualmente tradotta dalla più breve versione provenzale: “Guglielmo di Cabestaing fu un cavaliere della contrada del Rossiglione, che confina con Catalogna e col Narbonese. Ben fu avvenente e pregiato in armi, in servigio di dame e in cortesia. Ed era in quella contrada una dama che avea nome madonna Seremonda, moglie di ser Raimondo da Castel-Rossiglione, che molto era ricco e nobile e scontroso e bravo e fiero e orgoglioso. E Guglielmo di Cabestany amava la donna d'amore e cantava di lei e faceva di lei sue canzoni. E la donna, che giovin'era e gentile e bella e piacente, gli voleva bene più che a cosa al mondo. Fu detto a Raimondo: ed egli, com'uomo irato e geloso, indagò il fatto, e seppelo vero, e fe' chiuder la moglie ben forte. E quando venne un giorno che Raimondo trovò Guglielmo alla strada senza gran compagnia, lo uccise, e gli trasse il core del corpo e féllo portare da uno scudiere al suo albergo, e lo fece arrostire e far salsa, e lo diè a mangiare alla moglie. E quando la donna l'ebbe mangiato, ser Raimondo le disse di chi era, ed ella a udirlo perdè la vista e'l sentire. E come rinvenne disse: Signore, ben m'avete dato così buon mangiare che mai più altro ne mangierò. E quand'egli la udì, corse alla spada e volle darlene sul capo, ma ella corse al verone e lasciossi cader giù, ed è morta.” 
A narrazione così pietosa si fecero poi aggiunte e modificazioni, e, tra l'altre, che i due corpi fossero sepolti insieme e la loro tomba diventasse meta di amorosi pellegrinaggi di cavalieri e dame: anche si volle che il feroce marito fosse imprigionato da Alfonso II d'Aragona e fatto perire. Ma nulla di tutto ciò è vero, e noi non abbiamo qui che una versione di un'antica e assai sparsa leggenda popolare. Di storico non sonvi che i nomi de' personaggi, e forse il loro amore. (1 : Vedi Chabaneau: Biogr. des Troub. pag. 99, e G. Paris: Romania, VIII, 333 e XII, 359. Seremonda, già vedova di Ermengardo de Vernet sposò Raimondo da Castel-Rossiglione nel 1197, e in terze nozze Ademaro de Masset; ella viveva ancora nel 1221. Guglielmo di Cabestany, del cantone di Perpignan, prese parte nel 1212 alla battaglia de las Navas contro i Mori andalusi; ci rimane di lui una decina di poesie.) 
Anche è vero che Guglielmo è tra i pochi trovatori che, come Bernardo di Ventadorn, dimenticarono sovente il linguaggio convenzionale dell'amore cavalleresco per quello più schietto e vivo d'un affetto veramente sentito.
Tali non sono, come già dicemmo, i meriti per cui va giustamente famoso Arnaldo Daniello (circa 1180-1200); egli è il maestro e caposcuola dei poeti oscuri ed enigmatici. Nacque a Ribérac in Dordogna, e per molti anni sospirò, ma inutilmente, per la moglie di Guglielmo di Bouvila. 
Ei passa per inventore della sestina; le sue poesie amorose dovevano avere, forse dalla musica, una attrazione che a noi pare ora poco spiegabile; già s'è riferito il giudicio di Dante; il Petrarca non gli è meno favorevole:
Fra tutti il primo Arnaldo Daniello
Gran maestro d'amor, che alla sua terra
Ancor fa onor col suo dir novo e bello.

Stando a Benvenuto da Imola, antico comentatore della Divina Comedia, Arnaldo si trovò in vecchiezza povero di mezzi: con una canzone si diresse ai re di Francia e d'Inghilterra che lo soccorsero generosamente: morì in convento.
Men sapiente di Arnaldo Daniello ma più elegante nella semplicità della forma e nella delicatezza del sentimento fu Arnaldo di Mareuil. Il Petrarca lo chiama, al paragone del Daniello, il men famoso Arnaldo: ma è un giudicio non diviso, a quanto pare, dai compagni d'arte dei due trovatori, che citano assai più spesso e con maggior lode quel di Mareuil che quello di Ribérac. L'avvenenza della persona e la triplice abilità di poetare, cantare e leggere bene, gli valsero il favore di Adelaide di Tolosa sposa di Ruggiero II di Beziers (1167-1194). Dapprima egli si contentò di sospirare secretamente per lei: (1)
Belha domna, cui joys e jovens guida,
Ia no m'ametz, totz tems vos amarai,
Qu'amors o vol ves cui no m puesc guandir;
E quar conois qu'ieu am ab cor verai,
Mostram de vos de tal guisa jauzir:
Pensan vos bais e us maney e us embratz;
Aquest domneis m'es dous e cars e bos,
E no l me pot vedar negus gelos.
(1 : “Bella donna, cui gioia e giovinezza guida, se anche non mi amate io v'amerò sempre, chè così vuole Amore cui non posso sottrarmi; e poich'egli sa ch'io v'amo di cuor verace così m'insegna a godere di voi: che, cioè, nel mio pensiero io vi bacio e vi premo e vi abbraccio, e ciò mi appaga e m'è dolce e buono e non mel può vietare nessun geloso.”)

Ma la fiamma lungamente repressa divampò: le poesie di Arnaldo divennero sempre più ardenti e più esplicite: (2)
que anc formes el mon natura,
melhor que non posc dir ni sai,
plus bela que bels jorns de mai,
solelhs de mar, ombra d'estiu,
roza de mai, ploja d'abriu,
flors de beutat, miralhs d'amor,
claus de fin pretz, escrins d'onor,
mas de do, capdels de joven,
cims e razitz d'ensenhamen,
cambra de joi, locs de domnei,
Domna, mas jointas, vos soplei:
prendes m'al vostre servidor,
e prometes me vostr'amor.

(2 : “Donna, la più gentil creatura che mai natura formasse al mondo, migliore ch'io possa o sappia dire, più bella che bel giorno di maggio, spera di mare, ombra d'estate, rosa di maggio, pioggia d'aprile, fior di bellezza, specchio d'amore, chiave di fino pregio, scrigno d'onore, casa di doni, capitana di giovinezza, cima e radice di sapienza, camera di gioia, stanza di cortesia, Donna, a mani giunte vi supplico, prendetemi a servo e promettetemi il vostro amore.”)

Chi poteva resistere a simile valanga? Non Adelaide di certo. Ma poco tempo dopo imparò Arnaldo a sue spese che:
Femmina è cosa mobil per natura (N. E. la donna è mobile)
e che un amoroso stato
In cor di donna picciol tempo dura.

Il suo fortunato successore fu nientemeno che re Alfonso II d'Aragona (1162-96). Arnaldo, abbandonato e disilluso, si ritirò a Montpellier alla corte di Guglielmo VIII († 1202) dove, dice la biografia, molto indarno pianse e sospirò.
Poeta guerriero più che amoroso fu Bertrando dal Bornio. Ognuno ricorda come lo vide Dante nella nona fossa di Malebolge:
… il capo tronco tenea per le chiome 
Pésol con mano a guisa di lanterna 
E quel mirava noi, e dicea: “O me!” 

degno supplicio di chi aveva sparso la discordia tra padre e figlio. “Bertran de Born nacque, prima del 1140, in Altaforte presso Perigueux; sempre, dice la biografia, guerreggiava tutti i suoi vicini, il conte di Peiregors [Elia V, 1166-1205] e Riccardo fino che rimase conte di Peitieus [dal 1169 all'89]. Buon cavaliere fu e buon guerriero, e buon galante e buon trovatore, e dotto e ben parlante; e seppe stare al male e al bene. E molto poteva sul re Enrico d'Inghilterra e sul figlio di lui [Enrico dal Cortomantello, n. 1155 m. 1183] ma sempre voleva ch'essi avesser guerra insieme, il padre e il figlio e'l fratello l'un l'altro, e che il re di Francia guerreggiasse quel d'Inghilterra. E se aveano pace nè tregua e' si sforzava coi suoi serventesi di disfar la pace.” 
Tutta l'ardenza di questo accanito guerreggiatore è nelle sue poesie; niuno meglio di lui che Dante chiamò “illustre cantor d'armi”, seppe esprimere l'ebbrezza della battaglia e l'entusiasmo militare. Di lui ci rimane una quarantina o poco più di poesie. Come molti altri trovatori, anch'egli giunto a vecchiezza si sarebbe ritirato in un chiostro, a Dalon dell'ordine cisterciense. Morì d'età assai avanzata: probabilmente verso il 1207.
Un vero enigma, non solo per noi, ma anche pei suoi contemporanei, fu il trovatore Pietro Vidal (1175-1215 circa). In lui sono così commiste ragione e pazzia, buon senso e stranezza, che se ne meravigliavano i suoi stessi amici; Blacasso, il famoso protettore de' trovatori del quale Sordello in un sirventese giustamente celebre pianse la morte (1236), chiedeva a Vidal come mai avesse follia in tutto e nel poetare avesse senno e talenti. Vidal rispose evasivamente; ma un trovatore italiano, Bartolomeo Zorzi, lo difese asserendo che vera follia era il credere folle un uomo come Vidal, che faceva versi così belli. Ma tal difesa è, al più, un giuoco di parole; e che Pietro avesse un grano di pazzia asseriscono concordi le notizie biografiche provenzali. Molte donne amò; da tutte
credeva essere amato:
Cent donas ai faitas plorar
Et autras cent rir' e jogar.

Il fatto è che colle sue vanterie di godere i favori di tutte le dame fu, secondo l'umore dei mariti, ora preso a gioco, ora solennemente bastonato. Ma egli imperterrito correva da una in altra avventura; ora esiliato per aver risvegliato Adalasia viscontessa di Marsiglia a forza di baci, essendole penetrato in istanza mentre dormiva; ora, facendo senno a un tratto, scriveva serventesi ai re di Francia, di Spagna e d'Alemagna, pieni di virili e nobili idee; ora ricascando nelle stramberie, si vestiva con pelli di lupo in onore di Lupa di Penautier, e vagava carponi pei boschi, sì che fu preso e malamente battuto da alcuni pastori. La più strana gli occorse in Oriente, ove volea seguire la crociata del re inglese; ma si fermò in Cipro e vi sposò e si portò in Provenza una greca. Ed ecco che gli amici gli dànno a intendere ch'ella è nipote dell'imperatore di Costantinopoli e che a lui spetta di diritto l'impero! Vidal non era uomo da abbandonare così bella idea, e cominciò a spendere in navigli e a portare titoli imperiali. Ma dalla conquista fu forse distolto da altre avventure. È impossibile seguirlo ne' suoi molteplici viaggi: verso la fine del secolo lo troviamo in Italia alla corte di Bonifazio di Monferrato e allorchè questi si apprestava a passar il mare nel 1202, fu Pietro Vidal a intonare il canto della crociata. Poco prima era stato in Provenza tra i brillanti cortigiani di re Alfonso d'Aragona al cui buon umore egli doveva contribuire d'assai colle sue vanterie da capitan Fracassa:
Ai ieu e mai d'autras assatz,
E quan soi en cavals armatz
Tot quant trobi pesseg e franh:
Cent cavaliers ai tot sol pres
E d'autres cent ai tout l'arnes. 
(1 : “Le avventure di Galvano ho io, e molte altre assai, e quando sono armato a cavallo tutto quanto incontro io spezzo e frango; da solo ho fatto prigionieri cento cavalieri, e d'altri cento ho conquistato le armi.”)

L'anno di sua morte s'ignora, ma certo egli dovette seguitare incorreggibile fino alla fine, ridendo e facendo ridere.
Ma la gioia e la serenità del bel cielo di Provenza non dovea mantenersi più a lungo; grossi nuvoloni forieri di tempesta s'addensavano al nord e dalla parte di Roma: era imminente la crociata contro gli Albigesi.
Il passaggio dalla lieta poesia al feroce fanatismo ci è rappresentato da Folchetto di Marsiglia, di cui le prime poesie sono del 1180 circa. 
Egli era figlio di un mercante di Genova stabilito a Marsiglia:
Folchetto che a Marsiglia il nome ha dato
Ed a Genova tolto, ed all'estremo
Cangiò per miglior patria abito e stato
(Petrarca: Tr. d'Am. cap. IV)

Per lungo tempo stette alla corte di Adalasia moglie di Messer Barral visconte di Marsiglia, e in onore di lei scrisse le migliori sue poesie, nelle quali, pure non dipartendosi dalla castigatezza dell'amore cavalleresco, seppe con grande maestria far pompa del suo ingegno ricco di eleganti frasi e di ben tornite immagini. Ma le angoscie, forse, del non corrisposto amore, e la morte de' suoi migliori protettori, Ser Barral († 1192), Raimondo V di Tolosa († 1194) e Alfonso II d'Aragona († 1196) gli insegnarono la vanità degli affetti terreni e lo indirizzarono al cielo. 
Preso l'abito di monaco cisterciense divenne poco dopo abate di Toronet, diocesi di Fréjus, e nel 1205 vescovo di Tolosa. Il suo zelo nel perseguitare gli Albigesi parve ai contemporanei giusto compenso de' suoi peccati di gioventù: egli stesso, con ardente buona fede, si imponeva un rigoroso digiuno a pane ed acqua ogni qualvolta gli avvenisse di sentire cantare dai giullari qualcuna delle sue poesie giovanili. Con tutto ciò fa fremere il pensiero che nella sola Tolosa più di 1500 persone egli facesse ardere: un Albigese diceva di lui che:
... al seus faitz e als ditz
Ez a la captenensa, sembla mielhs Antecritz
Que messatges de Roma; 
(1 : “... ai suoi fatti, ai suoi detti e al suo modo d'agire par meglio l'Anticristo che un legato di Roma”. (Poema della Crociata albigese, v. 3325-27))

fa fremere il freddo sarcasmo ch'egli, predicando nel duomo di Tolosa, ebbe per un eretico a cui il conte di Monfort aveva fatto tagliare il naso e le labbra e strappar gli occhi. Ma erano colpe dei tempi più che sue, e parvero anzi ai Cattolici meriti grandissimi, tanto che Dante, nel canto IX del Paradiso, lo chiama:
… luculenta e cara gioia
Del nostro cielo.

Tra siffatte care gioie finiva la libertà della Provenza e con essa la lieta vita e l'amorosa poesia dei trovatori.

Nota. - Vietando la ristrettezza dello spazio una più ampia rassegna dei principali poeti provenzali, tolgo dal citato articolo del Meyer, nell'Encyclop. brittannica, il seguente quadro dei mecenati della poesia provenzale e dei trovatori da loro protetti:

In Provenza.

Eleonora di Guienna: Bernardo de Ventadorn. 
Enrico dal Cortomantello (regnò 1170-83) figlio d'Enrico II d'Inghilterra: Bertrando de Born.
Riccardo cor di lione: Arnaldo Daniello, Pietro Vidal, Folchetto di Marsiglia, Gaucelmo Faidit.
Ermengarda di Narbona (1143-92): B. de Ventadorn, Pietro Rogier, Pietro d'Alvernha.
Raimondo V conte di Tolosa: B. de Ventadorn, Pietro Rogier, Pietro Raimon, Ugo Brunet, Pietro Vidal, Folchetto di Marsiglia, Bernardo di Durfort. 
Raimondo VI conte di Tolosa (1194-1222): Raimondo di Miraval, Aimerico di Pegullan, Aimerico di Belenoi, Ademaro il Negro.
Alfonso II conte di Provenza (1185-1209): Elia di Barjols.
Barral visconte di Marsiglia (m. 1192): Pietro Vidal, F. di Marsiglia.
Guglielmo VIII sire di Montpellier (1172-1204): Pietro Ramon, Arnaldo di Mareuil, Folchetto di Marsiglia, Giraldo di Calanson, Aimerico di Sarlat.
Roberto Delfino d'Alvernia (1169-1234): Peirol, Perdigon, Pietro di Maensac, Gaucelmo Faidit. 
Guglielmo du Baus principe d'Orange (1182-1218): Rambaldo di Vacqueiras, Perdigon.
Savaric de Mauleon (1200-1230): Gaucelmo di Puicibot, Ugo di San Circq.
Blacatz, nobile provenzale (1200?-1236): Cadenet, Giovanni d'Aubusson, Sordello, Guglielmo Figueira. 
Enrico I conte di Rodez (1208-1222?): Ugo di San Circq.
Ugo IV (1222?-1274) e Enrico II (1274-1302) conti di Rodez: Giraldo Riquier, Folchetto di Lunel, Serverico di Girona, Bertrando Carbonel.
Nuno Sanchez conte di Rossiglione (m. 1241): Aimerico di Belenoi.
Bernardo IV conte di Astarac (1249-91): Giraldo Riquier, Amanieu de Sescas.

In Spagna:

reyna Petronila, comte Ramon Berenguer IV, Alfonso II


Alfonso II d'Aragona (1162-96): Pietro Rogier, Pietro Ramon, Pietro Vidal, Cadenet, Giraldo di Cabreira, Elia di Barjols, Monaco di Montaudon, Ugo Brunet.
Pietro II d'Aragona (1196-1213): Raimondo di Miraval, Aimerico di Pegulhan, Perdigon, Ademaro il Negro, Ugo di San Circq.
Giacomo I d'Aragona (1273 *1213-1276): Pietro Cardenal, B. Sicart de Maruejols, Giraldo Riquier, At di Mons. 
Pietro III d'Aragona (1276-85): Paoletto di Marsiglia, Giraldo Riquier, Serverico di Girona.
Alfonso IX di Leon (1138-1234): Pietro Rogier, Giraldo di Borneil, Aimerico di Pegulhan, Ugo di San Circq. (N. E. reinó de 1188 hasta 1230)
Alfonso X di Castiglia (1252-84): Bertrando di Lamanon, Bonifazio Calvo, Giraldo Riquier, Folchetto di Lunel, Arnaldo Plages, Bertrando Carbonel.

In Italia:

Bonifacio II marchese di Monferrato (1192-1207) Pietro Vidal, Rambaldo di Vacqueiras, Elia Cairel, Gaucelmo Faidit? 
Federico II Imperatore (1215-50): Giovanni d'Aubusson, Aimerico di Pegulhan, Guglielmo Figueira. 
Azzo VI (1196-1212) e Azzo VIII (1215-64) marchesi d'Este: Aimerico di Pegulhan, Rambertino de' Buvalelli.