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jueves, 5 de noviembre de 2026

Capitolo V, lirica provenzale, decadenza, influssi nelle letterature vicine.

Capitolo V.

La lirica provenzale: sua decadenza. Suoi influssi nelle letterature vicine.

Nell'anno 1209 due colonne di crociati, l'una da greco, l'altra da maestro si dirigevano sopra Tolosa, bruciando e uccidendo.

§ 1. Nell'anno 1209 due colonne di crociati, l'una da greco, l'altra da maestro si dirigevano sopra Tolosa, bruciando e uccidendo. Se nei crociati, minuti cavalieri o del basso clero, impulso a tale orribile devastazione fu un vero, per quanto cieco e fanatico, sentimento religioso, non così può dirsi del re di Francia, che la mosse, e dei capi che la diressero. Essi obbedirono a interessi politici e a cupidigia di acquisto: e se l'ultimo effetto di tanta rapina fu di fondare la grande e compatta unità della Francia, non è men vero che ciò si ottenne a tutte spese della Provenza, delle sue ricchezze, del suo sangue e, quasi direi, della sua anima: chè tale è veramente per un popolo la propria letteratura. 
Su di questa però, gli effetti della crociata non furono nè diretti, nè immediati. Non fu attaccata direttamente, perchè l'eresia albigese 
(o càtara o de' Poveri di Lione, varie forme d'una stessa fede), per i suoi precetti di mortificazione e d'austerità, per gli umili e modesti suoi procedimenti, aveva attecchito tra i pazienti contadini e i laboriosi operai più che ne' brillanti e romorosi castelli; e anche dei trovatori, sebbene nei loro serventesi siano assai frequenti le invettive a Roma falsa ed avara, pochissimi furono, che si sappia, infetti dall'eresia. Ma la crociata spense per sempre la vita elegante e liberale della nobiltà di Provenza e tolse così ai poeti di corte il loro principale aiuto: isolò i feudi lasciati ai Provenzali, e diede ai Francesi i più ricchi e i più vasti, per esempio la contea di Tolosa nel 1249 e nel 1246 quella di Provenza ai due fratelli del re di Francia: essa inaridì perciò le fonti della poesia cortigiana, e non mancò a ciò il sostegno di Roma; nel 1245 Innocenzo IV dichiarava in una bolla che la lingua provenzale è una lingua eretica e ne proibiva l'uso agli studenti. (1 : La crociata e il susseguente impoverimento della feudalità non fu la sola causa della morte precoce della poesia provenzale. Anche senza la tempesta albigese, col cadere del sistema feudale sarebbe caduta la poesia cavalleresco-amorosa che ne fu la più alta e più spirituale espressione. Ma pel sirventese, per i generi popolari, come la pastorella, l'alba, la canzonetta, e per i generi storico e didattico in poesia e in prosa, tale ragione non sussiste. Se essi non seguitarono a svolgersi per una via indipendente e nazionale, egli è che rapidamente durante il secolo XV si impose nel mezzodì della Francia la egemonia letteraria francese, e ciò che si continuò a scrivere in provenzale si ridusse a poco a poco al grado più basso di produzione dialettale.)

Pur tuttavia l'impulso del fiorente periodo anteriore non poteva cessare a un tratto e dalla fine della crociata, nel 1220 circa, alla fine del secolo, la poesia ebbe una vita di più in più moribonda. I molti e buoni trovatori ancora viventi ripararono dalla tempesta alle corti ospitali di Catalogna, di Aragona e d'Italia; e in Provenza rimase la torma dei bassi giullari e dei guastamestieri dell'arte. Qualche buono e dignitoso poeta sorse ancora, quasi estremo bagliore della luce che s'andava spegnendo: ma la poco agiata vita e la coscienza del proprio abbandono e isolamento si riflettono tristemente in quei canti d' un'età decaduta.
Degli ultimi trovatori, pochi nomi sono sorvissuti e poche poesie. Nomineremo Atto di Mons, Folco di Lunel, Serverico di Girona e, forse il migliore di tutti, Giraldo Riquier, del quale abbiamo un numero abbastanza rilevante di poesie. Fiorì tra il 1254 e 1292, e sono notevoli quei canti come albe, pastorelle, contrasti ove egli si sforzò di imitare la freschezza e la semplicità della poesia popolare. Era una buona via, ed è peccato che la Musa provenzale ormai stanca non la abbia seguita. 
La Provenza propriamente detta, dalla morte di Blacasso (1236) ai primi del secolo XIV, ci dà ancora una ventina di nomi, ma di questi tardi rappresentanti della poesia di corte non si conoscono le vicende, e non sappiamo se, come i primi trovatori, vivessero dei doni dei signori che visitavano o fossero, come i poeti di Tolosa, onesti artigiani allietanti i loro ozii col culto delle Muse. Tra gli ultimi il più notevole è forse Rostanh Berenguier di Marsiglia protetto da Folco di Villaret Gran mastro degli Ospitalieri tra il 1307 e il 1319; ecco un suo sirventese contro i Templari, acerbo preludio alla tremenda persecuzione che aprì contro di loro nel 1310 papa Clemente V:

Pos de sa mar man cavalier del Temple
Man cavall gris cavalcant si solombran,
E lurs cabeils saurs remiran s'enombran,
Mostran soven al mont malvays eysemple,
Ez es tan grieus e tan fers lur ergueilhs
C'om non los pot esguardar de dregz hueilhs,
Diguas mi, Bort, per quel papa los sufre
Pos sap e ves qu'ehn mans pratz, sotz vertz sims,
Don lur ressort deshonors e grieus crims,
Guastan lo ben que hom per Dieu lur hufre.
Car pos ho an per cobrar lo Sepulcre
E guastan ho menan rumor el segle
Ez enguanan lo pobol d'aquest segle
Contrafasen Guolias e Sahul, cre
Que desplassa a Dieu, car tan lonc tems
Hill ez aquill de l'Espital ensemps
Han sufertat que li falsa gens turgua
Haya tengut Iherusalem ez Acre,
Car son fugen plus fort que falcon sacre,
Per quem par tort quil segle non en purgua. 
(1 : “Poichè di qua dal mare molti cavalieri del Tempio si sollazzano cavalcando cavalli grigi e se ne stanno al rezzo curando i bei capelli biondi e dando spesso al mondo malvagio esempio, e tanto è greve e fiero il loro orgoglio ch'uom non li può guardare di buon occhio, dimmi, Bastardo, perchè il papa li soffre, già ch'ei sa e vede che in bei prati e sotto verdi fronde - onde lor viene disonore e grave colpa - sperdono i beni che in servigio di Dio son loro offerti? E poichè li hanno per ricovrar il Sepolcro e li sperdono nella vita romorosa del mondo, ingannando il popolo di questa terra, contraffacendo Golia e Saulle, io credo che ciò spiaccia a Dio, poichè per tanto tempo essi e quelli dell'Ospitale insieme hanno sofferto che la falsa gente turca abbia occupato Gerusalemme ed Acri, poichè ne fuggon come falcone sacro, onde mi par torto ch'ei non ne purghi la terra.” [La poesia è diretta a un bastardo del re d'Aragona. Al verso 14 il ms. ha guolias e sahulcre: il Meyer (Derniers Troub. de la Provence, in Bibl. de l'École des Chartes, tom. V serie 6a) non traduce; la mia lezione è una congettura che dò per quel che può valere].)

§ 2. Tali gli accenti della cadente poesia di Provenza: e ch'ella fosse ben morta lo si vide quando in Tolosa nel 1323 alcuni onesti e bene intenzionati borghesi vollero far rivivere la poesia fondando il Consistorio della Gaia Scienza, e assegnando fiori d'oro e d'argento (violeta, eglantina, soucis) in premio annuale alle migliori poesie. 
(1 : Cfr. Cambouliu, Renaissance de la poés. prov. à Toulouse in Jahrbuch, III 125. Chabaneau, Origine de l'Academie des Jeux floraux. Tolosa, Privat 1885. - Noulet, Recueil de poésies en langue romane couronnées par l'Academie, ecc., depuis l'an 1324 jusques en l'an 1498. Tolosa 1849.)
Noi abbiamo la raccolta sebbene non completa delle opere che furono coronate, e possiamo asserire che nulla è più contrario alla vera poesia. La formola per comporle era ormai stereotipata: saccheggiare gli antichi trovatori e adattare le loro frasi alle lodi della Vergine Maria assunta a protettrice di siffatti concorsi. Maria fu lodata dai concorrenti coi poetici nomi di Amors e di Clemenza; ed anzi quest'uso generò uno strano equivoco. Dopo il 1450, perdutasi la nozione esatta di quel che significava tal nome, si credette che Clemenza fosse stata la fondatrice o la restauratrice della Academia dei giuochi florali col qual nome si continuò fino a noi l'antico Consistorio tolosano. Dato così origine al mito, se ne completarono i particolari: a Clemenza fu aggiunto il cognome Isaura, perchè la si volle della nobil famiglia dei Conti Isaurici; e si trovò, e si fece segno a pubbliche onoranze, la sua tomba!
Come già si notò a suo luogo (Cap. I § 5) l'accademia tolosana incaricò il suo cancelliere Guglielmo Molinier, nel 1355, di stendere le Leys d'Amors, e vedemmo anche quale importanza ebbero tra i contemporanei e qual grande interesse hanno per noi. I poeti che furono coronati dal 1324 al 1498 furono poco più di 100, secondo l'elenco dello Chabaneau. 
Fino al 1355 si diede un sol premio, la violetta d'oro, alla migliore canzone; dal 1356, pur conservando la violetta come primo premio per le canzoni, si assegnò un fiore di caléndula o fiorrancio (souci) alla migliore ballata e una rosa silvestre (eglantina) pei sirventesi, pastorelle, e simili. Come esempio di questa tarda poesia ecco una canzone che la Dama di Villanuova presentò al concorso dell'anno 1496:
(N. E. Véase Du Mège y sus poemas apócrifos, como este de la dona de Vilanova, o el de “Bertran de Roaix”, canso de nostra dona.)

Quan lo printens acampat a las nivas,
E que tenen lo florit mes de may,
Vos uffriretz a manhs dictators gay
del gay saber las flors molt agradivas.

Reyna d'amors, poderosa Clamensa,
A vos me clam per trobar lo repaus,
Que si de vos mos dictatz an un laus
Aurey la flor que de vos pren naysensa.

Iotz lo mantel d'una verges sagrada
La flor nasquet per nostre salvamen:
Dosseta flor, don lo governamen
Nos portara la patz que molt agrada.
Baysar la flor, fons de tota noblessa
Sera tostems mon sobira desir,
E se del cel podi me far ausir
Mitigara del peccat la rudessa.

Maires del Christ, que sus totas etz pura,
Donatz, sius platz, poder d'estre fizel;
Gitatz nos len del gran serpen cruzel,
E mostras nos lo cami de dreytura.

(1 : “Quando primavera ha fugato le nubi, ed abbiamo il fiorito mese di maggio, voi offrirete a molti gentili poeti gli aggradevoli fiori del Gaio sapere. Regina d'amore, poderosa Clemenza, a voi per riposo io ricorro; chè se da voi hanno una lode i miei versi avrò il fiore che di voi nacque; il fiore nato per nostra redenzione da sotto il manto di una vergine santa, fior di dolcezza il cui impero ci darà la pace che ognun brama. Baciar quel fiore, fonte d'ogni nobiltà, sarà ognora mio sovrano desìo, e se del cielo posso io farmi dimora sarà mitigata la colpa del peccato. 
Madre di Cristo, sopra tutte pura, date, se vi piace, ch'io possa esservi fida; allontanateci dal gran serpente crudele e mostrateci il diritto cammino.” 
E evidente la studiata ambiguità fra il fiore del premio poetico e il fiore della redenzione, il paradiso.)

Con varie modificazioni, tra cui principale nel secolo XVI di ammettere al concorso poesie francesi, i Giuochi florali durarono fino a noi, ed ora anzi, pel risveglio affatto moderno della poesia provenzale, hanno preso una vera importanza.
(N. E. Véase la Renaixença, un invento más de quienes ya sabemos.)


§ 3. Meglio che in Provenza, la Musa occitanica trovò dalla fine del secolo XIII al XV oneste e liete accoglienze nei paesi vicini; ed è tempo ora di esaminare brevemente le sorti ch'ella ebbe al di là dei Pirenei e del Reno e al di qua delle Alpi. Ma non s'ha da credere che solamente dopo la Crociata albigese essa varcasse questi confini: i trovatori erano troppo girovaghi, e i loro canti troppo accetti a tutti i nobili, per non credere che fino dal primo periodo della letteratura essi non tentassero loro fortuna in Italia e in Catalogna. Solamente, ciò che prima era breve apparizione si mutò, dopo il 1215, in istabile dimora: e, riguardo alle lettere, que' minori e lontani centri di coltura che prima erano come satelliti, dopo che si spense il centro di irradiamento, assunsero una maggiore importanza individuale, seguitando ad avere ciascuno per sè e più o meno a lungo, una vita indipendente.
In Francia, malgrado la vicinanza del paese e l'affinità della lingua, la influenza della lirica provenzale è difficile a precisare.
(1 : P. Meyer, La poésie des Trouvères et celle des Troubadours, in Romania XIX 1-62.)
(N. E. La influencia de la lírica provenzal en el francés y otras lenguas románicas no es tan difícil de precisar. Ya en el año 842, en Estrasburgo, se documenta un proto chapurriau : serments, juramens, homenaches. Véanse textos parciales de Raynouard, como le Roman de Rainart, Marie de France, etc., aparte de los que vienen a continuación, después de Ch. de Troyes. También léase a Estebancico Pasquier, Les recherches de la France.)

In quanto a ricchezza artistica in generale, la Francia del Nord non aveva nulla da invidiare a quella del Sud; è dunque credibile che i trovatori avranno scelto di percorrer paesi ove la concorrenza fosse minore e non ancora formato il gusto letterario. Con tutto ciò i contatti tra la lirica francese e la provenzale sono innegabili ed antichi, come pure, in minor grado, la reazione di quella su questa. Ne sono prove certe forme caratteristiche di strofe e i nomi di serventese, stampita, ballata, che passarono dal Sud al Nord, e di retroenza che fece il viaggio inverso.
Che se poi, invece di badare ai prestiti materiali, pensiamo quanto più grande importanza abbia l'esempio e l'emulazione, allora la Provenza cresce di molto i suoi crediti verso il Nord. Il quale ebbe nei secoli XII e XIII alcuni centri - come la corte di Maria di Champagne (1164-98) - ove si coltivò la poesia amorosa, cavalleresca e convenzionalmente fine ed elegante, solo perchè le corti del Sud ne avevano dato l'esempio. 
La poesia di corte, lo stillato della scienza d'Amore, è in Francia un vero riflesso della primogenita musa di Provenza: e invece è a tutti noto che nei canzonieri francesi abbondano le poesie più leggiere, come pastorelle e romanze, le quali ci mostrano una grazia tutta originale e speciale. 
I migliori rappresentanti della poesia amorosa francese sono (oltre a Chrétien de Troyes per certi rispetti (1 : G. Paris, Litt. fr. (ed. 1890) p. 96.), Conon de Béthune († 1224), Gace Brulé (verso 1180), Blondel de Nesle, Gui de Couci († 1203), Tibaud de Champagne († 1253) e Adam de la Halle, ma però è difficile analizzare ciò ch'essi possono aver attinto dai trovatori. (2 : Aubertin (Histoire de la litt. fr. I. 468-72) difende risolutamente la completa originalità della lirica del Nord,)

Alla fine del secolo XIII la lirica francese, che oltre questi principali, conta quasi duecento poeti, cambia totalmente di carattere.
Nella penisola spagnuola la poesia provenzale ebbe accoglienze diverse secondo i diversi terreni in che ella tentò di allignare. Uno dei più ribelli fu la Castiglia. Non già che essa chiudesse le vie ai trovatori; sappiamo anzi di molti che vi trovarono lunga e gradita dimora. Ma i loro canti non fecero scuola; rimasero diletto dei pochi colti signori che ospitavano i poeti, mentre il popolo non abbandonò la vecchia sua poesia eroica e nazionale. Oltrechè è un fatto che il genio spagnuolo ripugna dalla lirica pura, e fino al 1400 esso ci ha dato una abbondante produzione di opere epiche o morali e didattiche, e nessun poeta lirico. Come tale suolsi generalmente considerare Juan Ruiz arciprete di Hita fiorito tra il 1300 e il 1351, ma la sua opera, documento solitario ed eccezionale, è troppo complessa per essere assegnata a un sol genere di poesia.
Ivi, pur non falsando mai lo spirito nazionale, vi è qualche cosa di detratto altronde, ma mal facilmente definibile. Col secolo XV invece, la corte di Giovanni II di Castiglia (1406-54) divenne centro di una pleiade di poeti nei quali è indubitabile un riflesso della musa provenzale. Riflesso, dico, e non - salvo pochi casi - imitazione pedissequa; perchè essi conservarono, pur tra le forme metriche desunte dalla poesia trovadorica, una fisonomia loro propria. Alla tradizione provenzale del resto non poteva a meno nel secolo XV di sovrapporsi un altro elemento, cioè l'imitazione italiana e classica. I nomi di Dante e del Petrarca si imponevano ben altrimenti che quelli degli antichi maestri d'amore! Pertanto se Enrico di Villena (1384-1434) fondava un Consistorio della gaia scienza, già il più grande de' suoi discepoli, Íñigo López de Mendoza marchese di Santillana (1398-1458), si metteva a imitare i classici italiani e così pure Juan de Mena, il Manrique, Alonzo di Cartagena, il Sanches (Sànchez), e quei moltissimi le cui canzoni ci sono pervenute nei Cancioneros di Baena e di Stuñiga (Stúñiga). (1 : F. Michel, Canc. de Juan Alfonso de Baena. Leipzig 1860. (Canc. de Stúñiga è il vol. 4° della Colecc. de libros raros ò curiosos.) Madrid 1872.)


Stuñiga (Stúñiga), cancionero

In ogni modo questa fioritura di poesia aulica dei secoli XV e XVI non insinuò le radici tra il popolo; il quale, e ben fece, all'allegorismo italiano messo in lingua spagnuola con metrica provenzale, continuò a preferire i cavallereschi suoi vecchi romances. In Portogallo la lirica provenzale ebbe una influenza diretta e positiva. (2 : Diez, Portugiesische Kunst- und Hofpoesie, pag. 26-36. Bonn 1863.) 
Ella si manifesta fin dai primi documenti di quella letteratura, che sono le poesie amorose dei poeti accolti alla corte del re Dionigi (1279-1323) e de' suoi successori fino a Duarte (1433-38). Il citato marchese di Santillana, in una sua celebre lettera, dice che in Portogallo vi fu una antica fioritura lirica (alludeva appunto all'età di re Dionigi) e che chiunque avesse voluto scrivere una canzone usava il dialetto galliziano, che appartiene infatti al dominio portoghese. Il fatto è rigorosamente vero: è noto che lo stesso re di Castiglia Alfonso X (reg. 1252-84) scrisse in gallego le sue cántigas. 
(3 : Trovatores galecio-portuguezez. Porto 1871; studio di Teofilo Braga, che è il più noto tra i pochi Portoghesi che studino la loro letteratura.) 
Ci furono conservate le poesie di oltre 120 poeti di quel periodo nelle raccolte che possediamo, tra cui la più importante è il Cancioneiro 4803 della Biblioteca Vaticana. (4 : Edito dal prof. E. Monaci, Halle, Niemeyer 1875, Le sue relazioni con gli altri Cancioneiros furono ricercate in uno studio del Braga: O Canc. portuguez da Vaticana e suas relações com outros cancioneiros dos seculos XIII e XIV, pubblicato nella Zeitschrift. f. rom. Phil. I, 41 e 179. Anche le Leys d'Amors pare che sieno state conosciute in Portogallo. Cfr. Chabaneau, Orig. des jeux floraux, pag. 3 n.° 8.)

pois é un pemento de Padrón de finais de verán, non che digo máis.


In esse poesie noi vediamo due correnti, l'aulica e la popolare. Le prime sono in tutto secondo il modello provenzale e, come ogni imitazione, sono bene architettate ma fredde e convenzionali; le altre invece costituiscono uno sciame di canzonette graziose e leggiere che nulla devono al provenzale se non l'impulso ad esser state raccolte e tramandate. Nel secolo XV anche in Portogallo si fa sentire, a traverso i modelli castigliani, l'influenza italiana e classica, che fece mutare pensiero e forma e distrusse o nascose ciò che di provenzaleggiante restava.
L'Aragona, e più specialmente la Catalogna, per la vicinanza alla Provenza dovevan meglio risentirne l'influsso: la Catalogna anzi, come già notammo (Cap. II § 1), è linguisticamente parlando una provincia del territorio occitanico e come tale fu considerata dagli stessi trovatori. Cosicchè nel suo primo periodo che va fino oltre la metà del 1300 la storia della sua poesia si confonde con quella della provenzale. Anche circostanze politiche, come le nozze di Berengario III di Barcellona con Dolcetta erede della contea di Provenza, assodarono l'unione, e quando tutta l'Aragona nel 1131 passò alla casa di Barcellona, un più ampio campo si aperse alle influenze provenzali. (N. E. ¿Sabría este imbécil algo de historia? Porque al abuelo de Petronila y bisabuelo de Alfonso II bien que lo ha nombrado antes, Guillermo de Poitiers, Poitou, Peitieus.)

Ramiro II, escucha, mira cómo se oyen las campanadas

Come si vede dal quadro del precedente capitolo, i re Alfonso II, Pietro II, Giacomo I e Pietro III, furono liberali protettori dei trovatori e con loro ricambiarono essi stessi strofe provenzali. (N. E. Y Alfonso IX de León, Alfonso X el sabio, y no estaban en Cataluña.)
Molti trovatori sono di nascita catalani e anch'essi, abbandonando l'uso del loro dialetto, si servirono del limosino o provenzale classico. 
Un carattere speciale di Catalogna in questo primo periodo è il maggior pregio che vi ebbero gli studi storico-morali e filosofici, pei quali si distinsero Bernart Desclot, Ramon Muntaner, Raimondo Lul.
(1 : Visse 1235-1315. Scrisse, in quasi puro provenzale 
(N. E. Ramón o Ramon Lull, mallorquín, mallorquí; con una L al principio y LL al final), un romanzo intitolato Blaquerna (Blanquerna), molte poesie, un Libro delle meraviglie; è poi famoso per opere filosofiche. Poeti catalani suoi contemporanei furono Serverico di Girona e Guglielmo de Cerveira. (N. E. que escribieron en puro provenzal u occitano, como cualquiera puede leer.))
Quanto alla poesia il novello impulso della Accademia tolosana fu sentito più in Catalogna che in Tolosa stessa. Nel 1393 Luigi di Averso Giacomo March, con commissione del re Giovanni I, fondarono un Consistorio a imitazione del tolosano. I re Martino e Ferdinando I lo dotarono di somme importanti perch'ei potesse dare premi alle poesie migliori. 
(N. E. Vaya, Fernando el de Antequera dotando de sumas importantes a los juegos florales en occitano. Por cierto, Martín I dijo hoc : sí antes de morir en Valdonzella; y Fernando I escribió en occitano también. Y era aragonés por parte de madre, por eso pudo ser rey de Aragón.)
Le dottrine delle Leys d'Amors restarono lungamente in vigore e ne sono prova le molte poesie che durante il XV e XVI secolo furono coronate ai concorsi dei Giuochi florali di Barcellona, di Valenza e di Palma. Anzi in quest'ultima città, nel 1550, ossia in pieno rinascimento, comparve un Art de trobar che non è che un compendio e un ultimo raffazzonamento del vecchio codice tolosano. Accanto a questo movimento ufficiale peraltro, la letteratura catalana (N. E. occitana) si sviluppava ulteriormente (N. E. a modo de la lengua valenciana, con siglo de oro): anch'essa alla imitazione provenzale sostituì modelli italiani, in ispecie Dante e il Boccaccio (1 : Andrea Febrer tradusse la Divina Comedia nel 1428. Indicazioni sulla storia lett. catalana nell'Enciclopedia del Körting, III 496-501, e in Chabaneau: Or. des. jeux floraux, pag. 3.) 
e così rinsanguata, verso la fine del secolo XV raggiunse con Ausias March il suo apogeo. (N. E. Ausiàs March, valenciano. Ramón Guimerá Lorente tradujo Il Decamerone al chapurriau, véase online o en Amazon.)
Anche nella lontana Alemagna, lontana, più ancora per l'indole della lingua e pei costumi che per ispazio di terra, arrivò la fama dei trovatori; e certo qualche poesia provenzale fu letta e gustata da qualche Minnesinger o cantor d'amore che possedeva l'idioma occitanico. Ma ciò non poteva essere che l'eccezione: la scuola dei Minnesänger si svolse da germi nazionali e per una via propria, essa ha caratteri intimi e formali e termini tecnici che attestano la sua originalità. Le non molte coincidenze di pensiero o di forma che coi trovatori offrono alcuni dei migliori Minnesänger tedeschi, come Henrick von Veldeck, Ugo di Werbenwag, Rumslaut, Barkart von Hohenfels, Rudolf von Rotenburg, Walter von Vogelveide, dimostrano la conoscenza, almeno per fama, dei metodi e procedimenti convenzionali della scienza poetica provenzale, ma l'imitazione è superficiale e non intacca la nazionale originalità del pensiero. Solo caso di vera e propria imitazione sostanziale è quello di Rodolfo conte di Neuenburg che saccheggiò le poesie di Folchetto da Marsiglia. (2 : Diez, Poesie des Troub. (trad. fran.) pag. 253-266.)

§ 4. Ed eccoci all'Italia. Una storia degli influssi di Provenza sulla nostra letteratura non è stata ancora fatta in modo compiuto e soddisfacente. Noi non faremo che indicarne i materiali. La venuta de' trovatori fra noi, tanta era l'affinità fra i due paesi e la buona accoglienza che eran sicuri di trovarvi, incomincia fino dal primo sorgere di quella letteratura. 
Non è assurdo il supporre che fin dal 1080, anno in cui Ruggero conte di Sicilia sposò Matilde di Raimon Berengiero, avesse la Sicilia qualche vaga conoscenza di quella poesia provenzale che più tardi vi menò sì gran rumore. Anche alla corte del gran Federico I Barbarossa (1152-1190) è probabile che i gentiluomini di Provenza aggregati al suo esercito portassero seco la fama e forse alcun giullare della nuova arte volgare. (1 : Bartoli, I primi due secoli, pag. 76.) 
Quello che è certo si è che alla prima sicura notizia di trovatori provenzali in Italia, noi troviamo già così conosciuta la loro lingua e apprezzata la loro arte, almeno nel ceto signorile e cortigiano, che i nostri signori si sentono in grado di tenzonare poeticamente con loro. Il che è difficile credere potesse avvenire senza lunga anteriore preparazione. Tra i più antichi trovatori che abbiano fatto dimora in Italia, abbiamo già notato (V. cap. precedente) Pietro Vidal, il quale si trovava verso il 1195 alla corte di Bonifazio marchese di Monferrato († 1207) e cantava, con quella mobilità tutta sua, di cose italiane con affetto di concittadino, lodando:
… la doussa terra de Canaves,
incuorando alla guerra i Pisani e alla pace i Milanesi, e protestando ch'egli vuol prender stabile dimora:
… entrels Lombartz joios
pres de mi dons qu'es gaia blanc' e liza.
(1 : Monaci, Testi antichi, pag. 67. “tra i Lombardi gioiosi, e presso la mia donna che è gaia bianca e grassoccia” Allude probabilmente a madonna Azalais moglie di Manfredi II marchese di Saluzzo. Cfr. Chabaneau, Biogr. di Troub. pag. 86 n a)

Unito al nome di Vidal troviamo quello di un italiano che ebbe con lui una tenzone, di poco anteriore al 1190, ed è Manfredi II Lancia. 
(2 : La tenzone è in Monaci, op. cit. p. 68. Il figlio di questo, Manfredi III Lancia che fu podestà di Milano nel 1253 e morì nel 1257, fu oggetto di due fiere invettive di Guglielmo de la Tor (Archiv. XXXIV 190) e di Ugo di S. Circ. (Mahn, Gedichte IV, 42). Si cfr. Schultz: Die Lebensverhältnisse der italienischen Trobadors nella Zeitschrift. rom. Phil. VII, 187, e la recensione del Casini nel Giornale stor. della Lett. ital. II 395.)

Non è improbabile che Vidal si trattenesse qui fino al 1202, nel qual anno il marchese Bonifacio partì a capo della quarta crociata.
Alla corte dello stesso marchese erano stati anche altri trovatori. Gaucelmo Faidit (1190-1240) di ritorno dalla terza crociata pare si trattenesse in Monferrato: certo cantò le lodi di Bonifazio e di sua sorella Beatrice, e dalla Provenza, dove lo attirava il suo amore per Maria di Ventadorn, scriveva al pros marques proponendosi di tornare a vederlo:
quar totz los faitz son de bela semblansa:
e diguas lim leialmen ses duptansa
que mos Conortz mi rete sai tan gen
perqu'ieu estauc que nols vei plus soven. 
(1 : “poichè le sue azioni son di bella sembianza; e digli (canzone), lealmente e senza dottanza che il Mio Conforto qui mi ritiene così gentilmente che per questo io sto che nol veda più sovente.” Mio Conforto è il nome poetico della dama amata.)

Lo rivide in Oriente, alla quarta crociata ove egli lo accompagnò, donde poi tornò in Provenza al vecchio amore.
Il trovatore che più famigliarmente visse in Monferrato fu Rambaldo di Vacqueiras (1180-1207). Questo eminente artista fu figlio di un povero cavaliere. Dopo aver preso attiva parte in Provenza alle questioni riguardanti la casa d'Orange, di cui egli era protetto, venne in Italia ov'era già noto di fama. Al passare per Genova un'avventura con una popolana non gli andò bene, chè alle lusinghe del poeta la donna risponde con ingiurie del dialetto genovese, che, come si sa, ne è ricchissimo. Rambaldo stesso ne fece un dialogo assai vivacemente umoristico:

Que no s cove ni s'eschai:
Ains taing ben, si a vos plai,
Que de bon sen vos enquera,
E que us ama ab cor verai,
E vos que m gitetz d'esmai.
Qu'eu vos sui hom e servire,
Quar vei e conosc e sai,
Quan vostra beutat remire
Fresca com rosa de mai,
Qu'el mon plus bella no sai,
Per qu'ieus am e us amarai,
E si bona fes mi trai
Sera peccatz.

La donna: Iujar, to provenzalesco
Si ben s'engauza de mi,
Non lo prezo un genoí,
Nè t'entend chiù d'un Toesco
O Sardesco o Barbarí,
Ni non ho cura de ti:
Vo' ti cavillar con mego?
Se lo sa lo meo marì
Malo piato avrai con sego.
Bel Messer, vero ve di'
Non voll'io questo lati:
Frare, zo aia una fi:
Provenzal, va mal vesti,
Lagame star.

(1 : “Donna non siate tanto fiera, chè non conviene e non sta bene, anzi è conveniente che, se vi piace, io di buon senno vi supplichi e che di cuor verace io v'ami, e che voi mi togliate di pena. Chè io sono vostro vassallo e servo, perchè vedo e conosco e so, riguardando alla beltà vostra fresca come rosa di maggio, che al mondo non ve n'è migliore; sì ch' io v'amo e v'amerò e se buona fede mi falla sarà peccato.” Vedi tutta la tenzone in Bartoli, op. cit. 80-81. È notevole che queste strofe genovesi e un'altra in un discordo poliglotta dello stesso Rambaldo sono i versi più antichi in lingua italiana ai quali si possa assegnare una data, essendo essi composti certamente innanzi al 1202, e questa tenzone forse prima del 1200.)

Che il povero Rambaldo fosse mal vestito, par vero: Alberto marchese Malaspina, tempo dopo, gli rinfacciava in una tenzone, già citata a pag. 50 d'averlo sfamato e albergato a Pavia. La fortuna del Vaqueiras cominciò quando fu accetto in corte del marchese Bonifacio II: egli fu vestito, regalato, fatro cavaliere, tenuto come amico e fratello d'armi. Quivi lo attendeva anche l'amore di Beatrice, sorella del Marchese. 
È famosa la poesia di Rambaldo, nella quale egli finge che tutte le donne d'Italia vengano ad assalire il Bel Cavaliere, cioè Beatrice, per torle bellezza e pregio e cortesia. Inutile dire che l'oste nemica è sconfitta vergognosamente. Beatrice pagò le lodi, se s'ha a credere alla biografia provenzale, col più ambito premio d'amore; ma a turbare la lieta vita di Rambaldo, venne la quarta crociata. Morto il conte di Sciampagna, i cavalieri francesi ne offersero il comando a Bonifazio, e con lui, dopo angosciosi dubbi, s'imbarcò il Vaqueiras. Combattè valorosamente in Sicilia e in Grecia e cadde probabilmente a fianco del suo signore nell'agguato che gli fu teso da una masnada di predoni del monte Rodope, nel 1207. Certo dopo quell'anno scompare ogni ricordo del grande trovatore.
Nell'occasione che l'ambasceria dei nobili francesi - vi era il Villehardouin, il futuro celebre storiografo della crociata - si presentava al Marchese annunciandogli la sua elezione a capo dell'impresa, troviamo in quella corte un altro Provenzale Folchetto da Romans del Viennese (1200-1230). Questi visse quasi sempre in Italia; e nell'occasione sopra accennata scambiò una strofa con un conte di Biandrate. 
(1 : Vedi questa breve tenzone in Monaci, op. cit. 87.) 
Molto probabilmente questi è Umberto di Biandrate, che altri documenti ci mostrano in relazione coi trovatori; per esempio una tenzone tra lui e Guglielmo della Torre (1220-55), e le lodi che ebbe da un poeta suo protetto, Nicoletto da Torino (1225-38 circa). Folchetto da Romans fu poi ospite di Azzo VI marchese di Este: ma anche là ricordò il suo primo benefattore, di cui pianse la morte, rinfacciando ai suoi discendenti di essere gretti ed avari. L'accusa non è al tutto fondata. Il marchese Guglielmo IV (1207-1225) dette anch'egli ospitalità ai poeti, tra cui è degno di ricordo Aimerico da Pegulhan di Tolosa (1205-66). 
Questi peregrinò per tutte le corti italiane, cantando in ammirevoli versi, or d'amore, or di crociate, or di compianto per le morti de' suoi protettori, che oltre il citato Guglielmo di Monferrato, furono il marchese Guglielmo di Malaspina nipote di quell'Alberto che poetò in provenzale: Azzo VI marchese d'Este († 1212), la cui figliola Beatrice egli lodò viva e pianse estinta, e verseggiò anche per Federico II imperatore, e deplorò la valorosa morte di Manfredi (1266).
Altro poeta degno di ricordo è Ugo di San Circ (1200-1256 circa). 
Egli venne in Italia prima del 1220, nel quale anno press' a poco ebbe una tenzone con Nicoletto da Torino; visitò la Lombardia e il Bresciano, poichè ivi conobbe due dame da lui ricordate, Alagia di Vidallana e Adonella del Bresciano: e fors'anche la corte di Corrado Malaspina, cugino del già citato Guglielmo, del quale egli ricorda le figlie Maria dei Monti e Selvaggia d'Auramala. Dopo il 1225 egli è nella gioiosa Marca di Treviso ove conobbe Azzo VII d'Este (1215-64) e il fratello di Ezzelino da Romano, Alberico, col quale scambiò una strofa in provenzale. Nel trevisano prese moglie e le cure della famiglia gli fecero lasciare per sempre la poesia; forse nella quiete della vita famigliare si diede a scrivere le cose sue più serie: egli infatti è l'autore di molte delle biografie di poeti provenzali che siam venuti citando.
Chiuderemo questa incompleta rassegna col nome di Guglielmo Figueira di Tolosa (1215-50). A differenza de' suoi compagni d'arte, egli preferì i popolani ai nobili, la taverna alle sale dei castelli. Era, dice la biografia, buon poeta e buon cantore, ma solo quand'era tra i suoi compagnoni; la presenza di un signore gli guastava il sangue. Contuttociò era partigiano dell'Imperatore Federico II e avverso a Roma e al papa, contro cui scagliò le più furibonde invettive che il Medioevo ci abbia lasciato.
(1 : Raynouard, IV 307 e 309. Molti trovatori, oltre i citati, furono in relazione con l'Italia o per versi mandati in lode o in biasimo di cose e persone nostre o per dimora che qui hanno fatto. Noterò i seguenti; Bernardo di Ventadorn (1145-95), Peirol d'Alvernia (1180-1220), Cadenet (? 1208-39 circa), Bernart de Bondeills (1180-1230), Elia Cairels (1220-30) Pietro Cardinal (1210-30), Cavaire (1225-50 circa), Palais (1200-1230), Pistoleta (1180-1200), Peire Raimon di Tolosa (il Giovine? dopo 1200), Elia Barjols (1200-1230, a torto creduto da alcuni italiano) Aimeric de Belenoi (1210-41), Guglielmo Augier Novella (? metà sec. XIII), Albert o Albertet de Sisteron (1220 circa: è forse identico con quell'Albert senza cognome che tenzonò con Simone Doria: fu chiamato anche Albert de Gapenses o Gapençais, Albert de Tarascon, Albertet de Savoia o de Saus), Joan o Joanet d'Aubusson creduto a torto italiano (1230-40 circa), Bertran d'Avignone e Raimon de Salas (tenzone 1215-30), Guilhem Raimon o Raimon Guilhem (2a metà sec. XIII), Mola (verso 1240; tenzonò col precedente; forse italiano), Aimerico senza cognome: (tenzonò con Guilhem Raimon), Bertran d'Aurel (metà sec. XIII) Pietro Guglielmo da Luzerna (italiano? 1220-40), Falconet (verso 1250), Taurel (tenzone col precedente), Guglielmo de la Tor (1220-55), Raimon Bistort d'Arles (verso 1230) Raimon Feraut (1285-1300) che fu al seguito di Carlo d'Angiò, Bertran d'Alamanon 
(id. nel 1259), Raimon de Tors (1244-85).
Alcuni dei sunnominati erano giullari insieme e poeti; tali anche furono, pare, in Italia, Messonget, Augier, Lambert, Amador, Budel, Complit Flor, Guglielmo di Dosfraires, Guglielmo Testapelada, Jacopi, Joanet lo Menor, Raimon, Euneiz, Lestanqer, Oton (tutti 1190-1250 circa).
Tutti i lavori, che trattano della poesia provenzale in Italia, editi fino al 1886, sono indicati negli articoli dello Schultz e del Casini che citai nella nota a pag. 95. Dopo il 1886 nulla è uscito d'importante, tranne i citati Testi antichi del Monaci. A uno studio compiuto su questo periodo della nostra storia letteraria attende, credo, il mio dotto amico T. Casini.)

§ 5. La gran diffusione della poesia provenzale in Italia non poteva non eccitare alcuno dei nostri alla emulazione degli stranieri. Si ebbero dunque poeti italiani in lingua provenzale, i quali insieme coi loro compagni e maestri d'oltralpe presero attiva parte alle lotte politiche e cittadine. La poesia provenzale però non scese profondamente negli strati popolari; pochi sono i trovatori italiani provenienti dal popolo, pochissime le poesie che abbiano l'impronta della popolarità. Il che io non credo provenisse da difficoltà di adattamento del pubblico italiano alla lingua straniera; se così fosse, non si spiegherebbe la diffusione ampia e profonda che contemporaneamente ebbero tra il volgo i racconti
epici francesi. Che per questi la difficoltà ad intenderli fosse maggiore si dimostra dallo sforzo che fecero i cantori per accostare la lingua di que' poemi al volgare italico, donde quelle varie sfumature tra il francese e l'italiano che in complesso e impropriamente diciamo scuola franco-veneta. Nulla di simile per le poesie provenzali; le quali rimasero gustate e apprezzate da una società più eletta, perchè così voleva la natura del contenuto, e l'indole ormai tradizionale della poesia occitanica. Una differenza sarebbe forse che qui la poesia amorosa non tiene così vasta parte del campo poetico come in Provenza, e gli odi e le lotte tra guelfi e ghibellini si esplicarono in numerosi canti e tenzoni di indole politica; ma, salvo poche eccezioni, sono tenzoni e canti che risuonarono nei castelli e nelle corti anzichè per le strade e sulle piazze. 
(1 : Oltre a qualcuno citato nella nota precedente, son qui da ricordare i seguenti poeti provenzali che a torto furono da alcuno creduti nati in Italia: Ugo da Pena (guerreggiò in Provenza sotto Carlo d'Angiò; (1246-85), Folchetto di Marsiglia (v. sopra; il padre fu genovese della famiglia degli Anfosso, ricchi banchieri), Albert o Albertet Cailla o Quaglia (verso 1200?), Guglielmo da Sylvecane (sec. XIII?), Pietro da Rouer (della Rovera: id.), Guglielma de Rozers (2a metà sec. XIII, prov. di nascita, ma abitò Genova dove forse era maritata), Ugo Catola (contemporaneo di Marcabrun.))

Di italiani poetanti in Provenzale, forse la prima menzione è di un tale Cossezen che viene duodecimo nella satirica rassegna che dei trovatori suoi contemporanei fa il già citato Pietro d'Alvernia (1148-1200); qualche strofa già riportammo a pagina 64, ed ora ecco quel che dice di Cossezen:
El dozes us petitz Lombartz
que clama sos vezis coartz,
et el es d'aquel eis parven:
perqu'us sonetz fai gualiartz
ab motz amaribotz bastartz,
e lui apel'om Cossezen.
(1 : “Viene duodecimo un piccolo Lombardo che chiama codardi i suoi vicini ed egli è tal quale come loro; ch'ei fa una musichetta falsa su parole amarognole e bastarde, e il suo nome è Cossezen.”)
(N. E. El nombre Cossezen podría significar coén o coent, que escuece, urticante, que produce escozor, debido a sus “palabras amargas y bastardas” : “motz amaribotz bastartz” : parole amarognole e bastarde.)

Sgraziatamente non possiamo contraddire al severo giudicio di Pietro poichè di Cossezen nulla ci si è conservato. Il primo di cui qualcosa ci rimanga sembra essere quel Manfredi Lancia di cui ricordammo la tenzone con Pietro Vidal. Suo contemporaneo fu Alberto marchese di Malaspina detto il Moro (1162-1210), figlio di Obizzo, del quale già menzionammo la tenzone con Rambaldo di Vaqueiras, e di cui abbiamo inoltre una canzone. (2 : Chabaneau, op. cit. Indice. Pare invece che solamente la tenzone sia sua.)
Verso la fine del secolo XIII fiorì pure Pietro della Cavarana (o Caravana) di cui ci resta un bel serventese, di impronta affatto popolare, destinato a incuorare le città lombarde contro Enrico VI, nel 1196. Il poeta eccita l'odio contro i Tedeschi:
La gent d'Alemaigna
non voillaz amar,
ni la soa compaigna
nous plaza usar,
c'al cor m'en fai laigna
ab lor sargotar.
(1 : “La gente d'Alemagna non vogliate amare, nè vi piaccia usare la lor compagnia; chè del loro singulto me ne vien schifo al cuore.”)
(N. E. Sargotar : sanglotar; sanglot, singlot : cas. hipo, it. singulto.)

Qui al singulto, e più oltre paragona la favella tedesca al latrare di cani arrabbiati; ad ogni strofa segue il fiero ritornello:

Lombart, beus gardaz
que ja non siaz
pejer que compraz
si ferm non estaz. 
(2 : “Guardatevi bene, Lombardi, che or non siate peggio che schiavi se non tenete fermo.” A torto si volle negare l'italianità del Cavarana, e fissare la data della poesia al 1236.)
Anche verso il 1200 poetò Pietro de la Mula, di cui ci restano due serventesi, e che fu, insieme a molti altri trovatori, alla corte di Otto del Carretto marchese di Cortemiglia. Dopo la fine del secolo XIII e durante il XIV i trovatori italiani ci si presentano molto numerosi. Tra il 1212 e il 1229 poetò Rambertino de' Buvalelli di Bologna cospicuo cittadino che prese attiva parte alla vita politica e ricoprì molte onorifiche cariche, tra cui le podesterie di Milano nel 1208, di Mantova nel 1215 e di Modena nel 1217. Più famoso è il mantovano Sordello, che Dante immortalò nel c. 6.° del suo Purgatorio. Nato in Goito nell'ultimo decennio del XII secolo, presto, dice il biografo provenzale, per l'avvenenza della persona e pei meriti dell'arte sua entrò in favore di Ezzelino e Alberico da Romano, col quale anzi tenzonò in provenzale. Si innamorò della loro sorella Cunizza (che Dante vide poi nel c. 9.° del Paradiso) la quale era da due anni moglie del veronese Riccardo conte di S. Bonifacio. Ella che, a detta di Jacopo della Lana antico commentatore di Dante, era così prodiga del suo amore che avrebbe tenuta grande villania a porsi a negarlo a chi cortesemente l'avesse domandata, si lasciò rapire da Sordello nel 1224. Lo scandalo fu grande, e le relazioni coi Da Romano divennero così difficili che, mentre Cunizza prendeva il volo con altri amanti, Sordello passò nel 1229 in Provenza. Ivi peregrinò per altri amori alle corti di Provenza, di Tolosa, del Rossiglione, e probabilmente in Castiglia e nel Poitou. Tornò in Italia, forse verso il 1259. È menzione di lui in una lettera (22 settembre 1266) di papa Clemente IV il quale rimprovera a Carlo I d'Angiò, che aveva allora conquistata la Sicilia, di lasciar Sordello in Novara infermo e senza soccorso. Deve esser morto poco dopo non sappiamo se in Italia o in Provenza, ma la testimonianza di Dante ci lascia credere che morisse di morte violenta o almeno improvvisa. (1 : L'ultimo ricordo di Sordello è in un serventese di Lanfranco Cigala scritto tra il 1268 e il 1273. Cfr. Studi di fil. rom. fasc. 12.°)
Sordello, pei meriti d'arte, è il migliore degli Italiani che scrissero in provenzale; di lui ci resta un poema morale e una quarantina di liriche tra cui il celebre compianto in morte di Blacasso (1236).
(1 : Prepara l'edizione critica di questo trovatore il dotto romanista italiano C. de Lollis.)
Merita pure un ricordo il trovatore Nicoletto da Torino, fiorito tra il 1225 e il 1238; di lui ci restano tre tenzoni con Folchetto da Romans, Ugo da 
S. Circ e Giovanni d'Aubusson. L'ultima, del 1236, celebra il valore di Federico II e i suoi apprestamenti contro le città lombarde. Posteriore a lui e più lodato, sebbene non ci resti che una tenzone sua con Raimon Guillem, è Ferrarino da Ferrara (1250-1306) che fu onorato prima dai 
Da Romano e poi, caduta la loro potenza nel 1260, da Gherardo da Camino, signore di Treviso. Egli, dice la biografia, meglio si intese di lingua e di poesia provenzale che niuno che fosse mai in Lombardia... 
e quando i marchesi (Azzo VII, Obizzo II e Azzo VIII da Este) facevano festa e correanvi giullari che sapesser di lingua provenzale, andavan tutti da lui e lo chiamavano loro maestro. Pare sia morto assai vecchio in Ferrara. Anche nella vicina Venezia risuonò la musa di Provenza: e veneziano fu Bartolomeo Zorgi (1266-1287) del quale ci restano 18 poesie provenzali. Zorgi era stato fatto prigione dai Genovesi nel 1266: mentre era prigioniero scambiò col genovese Bonifacio Calvo una bella tenzone, ciascuno in difesa della propria patria. Tornato a Venezia dopo sette anni di prigionia fu mandato governatore di Modon in Morea dove morì. Oltre al già nominato Bonifacio Calvo (1250-66), di cui ci restano 17 poesie, oltre due tenzoni e una canzone portoghese, Genova ha avuto una vera pleiade di trovatori provenzali. Tra essi, Luca Grimaldi (1242-62; nessuna poesia resta), Giacomo Grillo (id.) di cui resta una tenzone con un altro genovese, Simone Doria (1250-71) il quale ha altre due tenzoni; Perceval Doria (1250-83) di cui son perdute le poesie provenzali e che è forse lo stesso Dore cui sono attribuite due canzoni italiane nel Vat. 3793: Luchetto Gattilusi (1268-1300) e Lanfranco Cigala (1241-73) del quale sono ricordate più di trenta poesie che in gran parte ci restano e che è certo il migliore de' trovatori suoi compatrioti. 
(1 : Alla schiera de' trovatori italiani si debbono aggiungere (alcuno con qualche incertezza e alcuno italiano di regno e non di nascita) i seguenti pei quali m'è mancato lo spazio nel testo:
Coine (incerto se prov. o ital. Una tenzone con Ramb. de Vaqueiras). Conte di Briandrate (1202; v. pagina 98). Alberico da Romano (Una strofa con Sordello, verso il 1225). Il Pavese (Perticari dice Lodovico il Pavese; una strofa composta verso il 1225). Isabella (incerto se prov. o ital. Pare fosse alla corte dei Monferrato, e il Bartoli (op. cit. pag. 71) crede fosse della famiglia Malaspina; una tenzone con Elias Cairel) (1200-30). Tomaso II conte di Savoia (1235-59: nessuna poesia, ma sappiamo ne compose in prov. da Lanfranco Cigala). Federico II imperatore (1212-50. Una strofa, attribuitagli da Giovanni Nostradamus). Terramagnino da Pisa (Vedi pagina 4). Paolo Lanfranchi di Pistoia (Una poesia del 1284). Obs (Obizzo?) de' Biguli (probabilmente della famiglia De Bigolis di Piacenza. Nessuna poesia: ricordato da Guillem Raimon). Scot (genovese; forse Ogerio Scotto ricordato in una carta del 1256. Nessuna poesia; sappiamo però che tenzonò con Bonifacio Calvo). Arnaldo de Brancalò o Brancaleone (Italiano?? Data incerta. Una canzone religiosa); Luchetto Lascari di Pignone e frate Lascari de' conti di Tenda (citati, dal Bartoli, opera citata pag. 72). Rugetto o Ruggeretto da Lucca (Data incerta; nessuna poesia. Citato come poeta prov. dal Redi nel Bacco in Toscana, p. 97). 
Giacomo da Leona (sec. XIII, poeta italiano, sappiamo da Guittone d'Arezzo che scrisse anche in provenzale). Migliore degli Abbati (Fiorentino, contemp. di Carlo d'Angiò. Secondo la novella 80a del Novellino avrebbe poetato in prov.). Dante da Maiano (fine sec. XIII, due sonetti in provenzale). (N. E. Maiano, cerca de Fiesole, aunque se discute si era del mismo pueblo que F. Mistral, en la Provenza. Contemporáneo del Dante.)
Federigo III re di Sicilia (1296-1338. Due strofe scambiate con Pons Ugo III conte d'Ampurias). Anonimi rimangono un canto diretto a un giudice di Gallura, un compianto in morte di Manfredi, uno in morte del patriarca d'Aquileia Gregorio da Montelongo, uno in morte di re Roberto di Napoli (1243); ignorasi, naturalmente, se di autori italiani. Cfr. anche al cap. VII il Chastel d'amors.
I manoscritti o canzonieri provenzali che ci hanno tramandato le poesie trovadoriche sono per solito designati con lettere dell'alfabeto. La prima lista, quasi completa, fu data dal Bartsch, Grundriss p 27-31; è ripetuta, con notevoli accrescimenti, nei Testi antichi del Monaci, col X-XII. 
Le ultime aggiunte che vi si possono fare sono, a mia notizia, queste: “codice F. da esso proviene parte della miscellanea ambrosiana D. 465 inf. n.° 25, e fratello dell'ambrosiano è il parmense Palatino 990”. - “codice H. v. su esso alcuni appunti del De Lollis in Revue des lang. rom. XXXIII, 157. Edito paleogr. in Studi di fil. rom., vol. V.)

Contemporaneamente a questa tenacità di vita della poesia provenzale tra noi, sorgeva imitatrice di essa la poesia nostra volgare. Seguirne i passi e vedere come si svincolasse a poco a poco dai legami dell'imitazione diretta e come dalla fredda convenzionale rimeria erotica dei nostri più antichi sbocciasse il dolce stil nuovo, sarebbe invadere un campo non nostro; oltrechè tale studio fu già fatto e assai bene da Adolfo Gaspary nella sua Scuola poetica siciliana. Diremo solo che la tradizione provenzale in Italia sorpassò di non poco il secolo XIV. 
Dante ne fu conoscitore e scrisse egli stesso in quella lingua, e se sono incerte alcune liriche, son però certamente sue le terzine provenzali che chiudono il canto XXVI del Purgatorio. Il suo imitatore, Fazio degli Uberti, ha anch' egli otto terzine provenzali nel IV canto del suo Dittamondo. Nella Leandreida, poema anonimo, Arnaldo di Mareuil parla a lungo nella sua lingua materna. Ma sono queste le ultime traccie di composizione provenzale. Il Petrarca e il Boccaccio, l'uno per le liriche, l'altro per le sue novelle, attinsero spesso a fonti provenzali e mostrano di conoscere profondamente quella letteratura, ma nulla in quella lingua hanno scritto. La larga onda del classicismo seppellì per più di un secolo, insieme con molte cose del Medioevo, anche la letteratura occitanica. Non così però che se ne perdesse il ricordo, e già vedemmo che in Italia dov'ella aveva più tenacemente vissuto trovò poi i suoi primi illustratori. Ma quando, nel cinquecento, il Barbieri, il Castelvetro, e gli altri che citammo nel Cap. I, la ristudiarono con tanto amore, essi nol fecero che con intenti critici e storici, e a loro, come a noi, non fu dato che indagare e interrogare le sparse rovine del già maestoso edificio.

martes, 3 de noviembre de 2026

Capitolo II. Lingua provenzale: confini e nomi. La Provenza Greco-Romana (Restori)

Capitolo II.

Lingua provenzale: confini e nomi. La Provenza Greco-Romana: invasioni barbariche: il basso latino. Primi documenti letterari.

Capitolo II. Lingua provenzale: confini e nomi. La Provenza Greco-Romana

§ 1. La lingua provenzale nel suo più ampio significato, abbraccia non solo tutto il mezzodì della Francia, ma oltre i Pirenei anche la Catalogna e l'antica contea di Valenza fino a comprendere le isole Baleari. In così vasto territorio dobbiamo fissare le divisioni e le distinzioni che naturalmente vi si produssero. E innanzi tutto staccheremo in modo definitivo dal complesso provenzale il gruppo catalano-valenziano, del quale linguisticamente fa parte - è bene notarlo - la contea del Rossiglione, quantunque al di qua dei Pirenei. La Catalogna per sue particolarità di lingua e più ancora di svolgimento letterario, sebbene più d'ogni altro paese abbia sentito e seguito l'impulso venuto di Provenza, merita un posto separato: e la storia della letteratura catalana non deve confondersi con quella della provenzale.
(N. E. JA JA JA! Este tío es peor que Narciso Feliu, el de los anales.)

independència de Catalunya, frustrada


Al Sud dunque i Pirenei, a Levante le Alpi sono confini se non dappertutto esattissimi almeno ben visibili tra la lingua della Provenza e le favelle vicine. Non altrettanto agevole è il tracciare la linea che separa il Provenzale dal Francese. Essa linea è stata cercata con minuziosissime ricerche, (1) ma si capisce che queste non potevano dare un risultato indiscutibile. (1 : De Tourtoulon et Bringuier: Étude sur la limite géographique de la langue d'oc et de la langue d'oïl. Paris, 1876. Cfr. Suchier in: Z., II, 325. P. M. in: Romania, VI, 539.)
Dove manchi una barriera naturale e non si tratti di popoli di razza diversa, il confine tra due lingue o tra due dialetti non può essere come una cinta daziaria o una frontiera politica; non si passa bruscamente dall'una all'altra, ma per gradi insensibili. Dice in modo evidente Gaston Paris: “se si immagina una catena di contadini dal golfo di Marsiglia allo stretto della Manica, ciascun di essi intenderà perfettamente i suoi vicini di destra e di sinistra: intenderà meno se si salta uno o più gradi; ma se poi porrete di fronte il primo e l'ultimo (se essi non conoscono che il proprio dialetto non s'intenderanno affatto.” Dal provenzale al francese si passa dunque per sfumature, come tra i colori dell'iride: il che non toglie che siano due lingue veramente distinte come distinti sono, per esempio, il giallo ed il violetto dell'arcobaleno. Fatte queste riserve, diremo che comunemente per agevolare anche il metodo della trattazione, si suole dividere la lingua francese dalla provenzale con una linea che partendo dall' Atlantico al di sopra di Bordeaux salga al Nord, passando per la parte orientale della Charente e pel Settentrione della Haute Vienne e della Creuse, e toccando il Rodano poco sotto Lione si prolunghi fino alle Alpi traverso il Delfinato. (1 : In modo più spiccio, si tiri una linea dalla Rochelle a Grenoble: essa è press' a poco esatta. Cfr. Aubertin: Hist. de la langue et litt. fr., Paris, 1883, I, 159.)
Dell' alto Delfinato, di una porzione del Lionese fino alla Franca-Contea e al lago di Neufchâtel, comprendendo la Svizzera francese e parte della Savoja, l'insigne glottologo Ascoli, guidato da importanti caratteri glottici ha formato un sistema a parte da lui chiamato franco-provenzale, appunto perchè come geograficamente, così anche nella favella tiene caratteri dell'uno e dell'altro. Noteremo poi anche, che verso il Sud-Est quel gruppo di dialetti che sono compresi tra i Pirenei e la Garonna, ossia nella regione di Guascogna, presentano particolarità così distinte che alcuni dei più dotti romanisti come lo Chabaneau e il Luchaire, inclinano a considerarlo come lingua separata. Riassumendo, distingueremo quattro grandi varietà: il franco-provenzale al Nord Est; il provenzale al centro; il Guascone al Sud Ovest; e, oltre i Pirenei, il Catalano. (2 : Alberto de Sisteron, poeta del XII sec., divide la Francia, pel linguaggio, in due parti, Catalani e Francesi, e nei primi comprende la Provenza, il Limosino, la Guascogna, l'Alvernia e il Viennese. Cfr. Diez: Poésie des Troub., pag. 2 della traduz. fr.) 
(N. E. Catalani = castellani, catalán = castellano. Por cierto, los catalanes de Barcelona, en 1505, aún decían òc, oc, och, hoc : sí afirmativo, como aún se dice en Vielha y se dijo en todos los dialectos de la lengua de òc, Languedoc, occitan, ocsitá, occità.)

Loís Alibèrt: dialèctes occitans, catalan comprés

§ 2. Questo breve esame linguistico non deve spaventare il lettore; soltanto dopo la precoce decadenza che colpì la letteratura provenzale, i dialetti si differenziarono assai e si isolarono sempre più gli uni dagli altri. Ma nella letteratura medioevale del Mezzodì della Francia vi fu assai maggiore unità di quanto potrebbesi credere: un tipo comune di linguaggio si stabilì, al quale più o meno come a lingua letteraria s'accostarono i trovatori e gli scrittori; tanto anzi, che il determinare a quale provincia appartennero gli autori delle molte opere giunteci anonime è una delle più difficili e più delicate indagini della scienza moderna.
Questa lingua letteraria che non offriva, nei suoi dialetti, differenze sostanziali, i cui poeti erano intesi e le loro poesie applaudite dalla Loira all'Ebro (N. E. y Toledo o León, v. Alfonso X el sabio), dal golfo di Guascogna alle Alpi, l'abbiamo finora chiamata provenzale. Ebbe anche altri nomi. Gli antichi trovatori la chiamavan generalmente roman o lengua romana, ma questo epiteto non può essere applicato ad una sola delle lingue nate dalla favella di Roma. E infatti con la stessa parola i Francesi designavano il loro volgare, ed uguale diritto a una simile denominazione avrebbero e l'italiano e lo spagnuolo e il portoghese. 
Fu anche detta limosino (lengua de Lemosì) dal nome della provincia ove la si parlava con maggior purezza e che diede i migliori poeti. 
Lo constata Raimon Vidal nelle sue Razos e le Leys d'amors rimproverano ai loro compatrioti tolosani alcuni vizi di lingua, opponendovi la correzione grammaticale del limosino. I primi trovatori, benchè guasconi e santongesi (1 : Per es., Cercamon, Marcabru, G. Rudel. Cfr. Chabaneau, in Rdlr., XV, 157.), scrissero in esso idioma e oggi ancora il limosino moderno merita d'esser detto il toscano dei dialetti provenzali.
I catalani poi ritennero questo nome di llemosi a significare il proprio idioma, il che è ad un tempo una verità ed una usurpazione. Verità perchè, come vedemmo, il catalano è un dialetto e non dei meno importanti, della lingua provenzale; usurpazione, perchè essi ristrinsero a sè un nome che doveva indicare il comune linguaggio del Mezzodì della Francia. (1 : Il vezzo di citare un dialetto per la lingua, ossia di prendere la parte pel tutto, spiega i nomi di lengua d'Alvernha o de Caersin (del Quercy), e perfino di gascon, che si trovano talora usati a indicare la lingua letteraria.)
Un terzo nome è quello di Lingua d'oc (o, in basso latino, lingua occitanica) prendendo la divisione dalla particella affermativa oc in provenzale, oïl nel francese antico, e sì in italiano. Questa denominazione ha per sè nientemeno che l'autorità di Dante, (2)
oltre a quella di alcuni trovatori della decadenza: ed avrebbe il merito d'esser più generale e meno atta ad equivoci.
(2 : De Vulg. Eloq., (N. E. De vulgari eloquentia, en latín) I, 8: alii oc, alii oïl, alii si affirmando loquuntur. Dante conosce anche il nome di provincialis o provenzale: usato poi da Francesco da Barberino, dall' autore del Novellino, da Fazio degli Uberti. Cfr. P. Meyer: La langue romane du Midi de la France et ses differents noms, negli Annales du Midi, N. 1.)
Pure non prevalse; ed il comune consenso le ha conservato il nome di lingua provenzale. 
Tal nome non fu ignoto agli antichi: abbiamo visto Ugo Faidit (cap. I, § 2) chiamare la sua grammatica Donatz proensals; il nome di Provenza o Regno provenzale è poi quasi sempre usato da cronisti e da poeti quando intendono accennare al complesso politico dei paesi al Sud della Loira. (1 : Diez: Poesie, ecc., pag. 5, trad. fr.) 
Perciò noi accetteremo questo nome, ma bisogna espressamente notare che con esso intendiamo la lingua letteraria generale e comune al Mezzodì della Francia, e non il dialetto della Provenza propriamente detta, il quale anzi di tutti i dialetti della lingua d'oc era il meno vicino alla purità classica. (2 : La Provenza, intesa in istretto e proprio significato, è presso a poco tra le Alpi, la Duranza, il Rodano e il mare.)
Ne abbiamo una prova parlante: verso il 1300 un poeta che nacque e scrisse nella Provenza, Raimond Feraud, si scusava di non scrivere in puro provenzale dicendo
Car ma lengua non es
de dreg proensales.

(N. E. Será imbécil este autor. Será que mi tocayo Féraud o Feraud escribía en noruego!) 

§ 3. Finora della lingua provenzale abbiamo soltanto definito alcune particolarità esteriori: quali confini e quali nomi ebbe e quale ne conserva. È tempo di addentrarci in più intime ricerche. La prima domanda è naturalmente quella delle sue origini.
Nessuno ignora (N. E. no seas tan optimista) che la parte meridionale della Francia, abitata dagli Aquitani a Ovest, dai Celti ad Est, fu una delle prime conquiste di Roma e che, anzi, la si disse per antonomasia Provincia, donde il nome di Provenza. In questo paese a differenza di altri, per esempio, della Francia del Nord, Roma ebbe certo un'azione civilizzatrice almeno negli ordinamenti politici: ma è bene ricordare che ivi aveva trovato non barbari feroci, ma popolazioni che il contatto dei Greci aveva già dirozzate. Marsiglia era colonia greca; (1) essa aveva fatto sentire la propria influenza su tutta la costa e anche assai addentro nel paese; ad ogni nuovo scavo in Provenza si trovano monete, vasi greci, inscrizioni che attestano quanto vasto fosse il campo dei commerci e delle relazioni gallo-elleniche. (1 : Il Fauriel scrisse sulla influenza della civiltà greca nel Mezzodì della Gallia due dei più attraenti capitoli della sua opera (il 3° e il 4°); ma le sue affermazioni non hanno ancora trovato una prova sufficiente.)
Ognuno vede che il felice connubio della greca gentilezza e della forza romana doveva fare della Provenza un paese privilegiato, e in realtà il Mezzodì della Francia, fu, tra le provincie dell'impero, quella che più prontamente si latinizzò, e la più feconda di uomini illustri, di oratori, di storici, di poeti.
Questa accettazione dei costumi, della lingua, in una parola della civiltà di Roma, doveva essere e fu assai pronta nelle classi sociali più elevate, le quali avevano tutto l'interesse a confondersi coi dominatori; fu più lenta invece nelle masse popolari. Esse certo dovettero per lungo tempo conservare l'antica lingua celtica; e la lotta tra gli idiomi indigeni e il latino dovette nei bassi strati sociali essere più lunga e tenace. Il latino ne fu bensì vincitore, ma non senza profonde ferite. Secondo ogni apparenza questa lotta non finì completamente che nel IV secolo, ed è giusto il dire che alla vittoria del atino contribuì potentemente l'espandersi del cristianesimo. Il quale, se minò l'esistenza politica dell'impero di Roma, con l'adottarne la favella fu strumento efficacissimo a farla intendere e usare dai volghi, facendola discendere e penetrare tra le plebi cittadine, tra i contadini, tra gli schiavi, a profondità insomma dove l'efficacia della civiltà, dell'arte, della legge, della scienza, era nulla o quasi. Gli estremi avanzi degli idiomi indigeni, ultimo ricettacolo delle antiche superstizioni, furono allora cancellati dalla memoria del volgo e la vittoria del latino assicurata. Del latino però quale poteva parlarsi da plebe indotta e straniera; del sermo vulgaris o rusticus ben diverso dal terso e puro linguaggio dei poeti e degli oratori. Il quale, notisi, non piacque mai troppo alla chiesa; poichè se da una parte l'idioma celtico era la lingua dei Druidi e dei loro diabolici riti, dall'altra gli autori classici riboccavano delle non meno abbominevoli memorie di Giove, di Apollo e di Venere.


§ 4. Finchè per altro l'Impero rimaneva saldo, anche il latino classico restava fermo ed assoluto signore, nelle scuole, nei tribunali, in ogni cosa che si scrivesse o che, tra le classi colte, si dicesse. Le invasioni barbariche del V e del VI secolo rovesciando appunto le scuole ed i tribunali e sminuendo e distruggendo, in alcuni luoghi, affatto ogni azione delle classi colte sul popolo, fecero sì che i vari parlari del volgo non più compressi da una lingua officiale e saldamente ferma nelle sue basi grammaticali e sintattiche, si sviluppassero più liberamente e più rapidamente e, com'è naturale, nel loro sviluppo s'andassero sempre più gli uni dagli altri differenziando. Così dal tronco latino si separarono come rami le varie lingue che noi chiamiamo romanze o neo-latine. Accordare alle invasioni barbariche maggiore efficacia di quanto abbiam detto, efficacia che i barbari esercitarono indirettamente e inconsciamente, è una vecchia opinione ormai sfatata. Tranne pochi vocaboli, generalmente di cose di guerra, di caccia o di marina, nulla nella lingua provenzale attesterebbe una sovrapposizione germanica. 
Ed è naturale: perchè se nei campi di battaglia vince quasi sempre, purtroppo, il popolo più barbaro, nel conflitto tra due lingue, vince sempre quella che oltre il numero dei parlanti, ha per sè più lunga e venerata tradizione letteraria e più ricchezza di idee, quella in una parola, che rappresenta una maggior somma di civiltà. Il Mezzodì della Provenza, sotto questo aspetto, fu più favorito che le regioni vicine: 
nel V secolo all'Est si stanziarono i Burgundii, ad Ovest tra la Loira e i Pirenei, i Visigoti, popoli geniali e inclini alla civiltà latina assai più che, ad esempio, i Franchi al Nord, i Vandali in Africa, e i Langobardi in Italia.
(N. E. Lombardía, llena de barbas largas.)
Al principio del VI secolo Clodoveo re de' Franchi e cattolico, dopo avere sottomesso i Burgundii scese al Sud per combattere i Visigoti, ariani.
Ma ad onta di questa dominazione franca, nel Mezzodì l'elemento germanico rimase incomparabilmente minore del romano: e ciò spiega la profonda divisione che in tutto il Medio Evo è tra la Francia del Nord e del Sud, e gli sforzi continui di quest'ultima per sottrarsi alla signoria di quella. Le popolazioni del Mezzogiorno con cui oramai i Visigoti s'erano completamente fusi, continuavano a parlare il latino, la lingua romana rustica, o, come noi diciamo, il basso latino. Del quale è bene farsi una chiara idea.

§ 5. Fino dal V secolo Mamerto Claudiano scrive a Sapaudo che i solecismi e i barbarismi scacciano la grammatica a pugni e a calci. 
(1 : “Grammaticam video... pugno et calce propelli,” Aubertin, op. cit., I, 54.)
Gli scrittori si sforzano ancora di tener viva nella Gallia la purezza classica: nomineremo Claudio Mario Vittore, Paolino, Salviano, e più di tutti Sidonio Apollinare. Ma dopo la caduta dell'Impero la dissoluzione precipita; il VI secolo non ha più, se ne togli l'italiano Fortunato, un poeta che meriti d'essere ricordato. Il linguaggio del volgo alterato dalla barbarie crescente, modificato liberamente dal popolo, subisce una degradazione insensibile e si trasforma, senza soluzione di continuità, in una lingua nuova, la quale pure essendo organicamente tutta latina, non offre del latino che un'immagine sfigurata.
Di questa nuova lingua le traccie si trovano nei documenti religiosi e notarili dei secoli VII, VIII e IX, (2) ma si badi che in essi lo scrivano si sforza sempre di accostarsi al latino: la lingua di quei documenti è, per così dire, una media proporzionale tra la lingua volgare che risonava tutto dì alle orecchie e sulle labbra dello scrivente e il latino ch'ei pretendeva di sapere e di scrivere.
(2 : I secoli anteriori al IX mostrano la corruzione del latino. Traccie volgari sono nei documenti del IX secolo; mescolanza di provenzale e di latino nell' XI sec.; tutti in provenzale, solo nel XII secolo. Numerosi documenti sono stati sparsamente editi in ogni tomo della Revue de langues romanes. La collezione più importante è il così detto Memorial des Nobles che comprende 613 documenti dell'Archivio di Montpellier, tra il 1020 e 1204. Circa un centinaio sono in provenzale: di questi il più antico è del 1130 (Rdlr, IV, 480, A. Montel. Ediz. Più completa nel 1886 per A. Germain). Bisogna poi ricordare le così dette Glosse viennesi (Jahrbuch, VIII, 1-13), specie di dizionario a uso tedesco, che raccoglie parole italiane e provenzali; è assai interessante per la linguistica; dell' VIII secolo, ma francesi, non provenzali, paiono essere le Glosse di Cassel e di Reichenau (Diez: Altroman. Glossare. Bonn, 1865).)
(N. E. Siglo IX, 842, Serments, juramens de Estrasburg en proto chapurriau y lo juramén del poble alemán.)

Ma che povera scienza! Si può infatti immaginare qual fosse il latino parlato quando il latino scritto si permette di queste licenze: “Praesentiam ipsius lui” (alla sua presenza); “Requiiscit membri bone memoriae Andolena bona caretate suam” (qui ri posano le membra di Andolena di buona memoria, amata per la sua carità); “se penetivit” 
(si pentì), e infine si racconta che il papa Zaccaria, nell'VIII secolo, dovette rassegnarsi a convalidare dei battesimi fatti con questa strana formula; “In nomine de Patria, et Filia, et Spiritua sancta.” 
La ignoranza e la corruzione linguistica furono però assai maggiori nella Francia del Nord che nella Meridionale. (1 : Di tale ignoranza si citano esilaranti esempi. Santo Ouen (VII sec.) tratta come scellerati Virgilio Omero e Menandro; fa di Tullio Cicerone due persone distinte. Il biografo di Santo Bavone confonde Titiro e Virgilio, e fa fiorire la lingua latina ad Atene, sotto il regno di Pisistrato!)
Infatti la vita letteraria non cessò mai interamente nella Provenza e nell'Aquitania: si hanno notizie di scuole ad Arles, a Vienna sul Rodano, a Poitiers; si insegnava la grammatica e il codice Teodosiano a Clermont; v'era una scuola monastica a Luxeuil in Borgogna. Anche il contatto con gli Arabi, durante l'VIII secolo, dovette influire per qualche cosa sull'indole della nuova letteratura; ma questa influenza da alcuni tanto esagerata, fu minima, se se ne toglie l'aver dato occasione, con le guerre ardenti e continue, a canti popolari storico-epici di cui però non conosciamo che l'esistenza. (N. E. Cosa que no pasó en la Valencia de España, Balansiya.)
Anche altre composizioni in lingua volgare possiamo constatare fino dall'epoca carolingia. Sul principio del IX secolo la chiesa raccomanda al clero di predicare in lingua romana: (1 : Cfr. Capit. VIII, § 2.) 
sappiamo di canti volgari religiosi. Nulla di tutto ciò rimase, perchè nulla probabilmente ne fu scritto; l'uso del latino come lingua letteraria, rinforzato 'nel clero dal rifiorimento degli studi promosso da Carlomagno, rimaneva indiscusso: si parlava, si cantava e si pregava in volgare ma si scriveva in un gergo che voleva esser latino; e ciò perchè il discorso, il canto e la preghiera è di tutti, ma lo scrivere è solo di chi o bene o male ha studiato. Però quest'uso del latino toglieva alla grande maggioranza della popolazione ogni godimento intellettuale, vietandole la conoscenza di ogni produzione letteraria meno quella rozza dei cantatori di piazza e degli istrioni. E in questa condizione, tranne i chierici, erano tutti nobili e plebei, ricchi e poveri: v'era l'eguaglianza dell' ignoranza. Ma tra il secolo IX e il X, rimosso ogni pericolo da parte degli Arabi, spezzato da tempo il legame che riuniva la Provenza alla Francia, erano determinati dalla pace e dalla prosperità, nuovi bisogni e desideri nuovi. Ai quali si prestò la nuova lingua, che incominciò allora ad apparire capace di ricevere una forma artistica e meritevole perciò d'essere scritta.

§ 6. I primi documenti che ne abbiamo sono, e non è meraviglia, tutt'altro che popolari, ma scritti per diletto dei laici o per edificare i fedeli. Essi peraltro dimostrano tale relativa sicurezza e stabilità di metrica, di lingua e perfino di caratteri artistici, che possiamo risolutamente affermare che li dovette precedere una lunga serie di narrazioni e di canti, i quali forse perchè più popolari non furon creduti degni della scrittura. Il primo apparire di qualche cosa che arieggi il documento letterario è nientemeno che del principio del secolo X, e consiste in un ritornello provenzale ad una alba latina contenuta nel manoscritto vaticano “Regina 1462”. L'alba, o canto del mattino, è un genere che si svolse poi con eleganza nel periodo dei trovatori. 
Questa ha già alcune delle caratteristiche di forma e di contenuto che conservò nei secoli XII e XIII; disgraziatamente il ritornello volgare è assai corrotto e guasto. Secondo il Rajna esso sarebbe da dividere così:
L'alba part umet mar atras ol poy
pasa bigil miraclar tenebras;
i quali due decasillabi (1) significherebbero:
(1 : Rajna: L'alba bilingue ecc., in: Studi di fil. rom., II, 67. Recens, in: Romania; avverto qui, una volta per tutte, che conto i versi alla francese, che cioè dà il nome al verso l'ultimo accento (così decasillabo quello che ha l'accento sulla 10a, settenario sulla 7a, ecc.). Nel 2.° verso si pronunci tenebrás.)
“L'alba, di là dall' umido mare, dietro il poggio, passa vigile a spiar per entro alle tenebre.” La frase per sè stessa mostra di non esser popolare. Avremmo invece degli accenni a cose veramente popolari nel mistero di S. Agnese. In questa sacra rappresentazione, per indicare su quale motivo musicale s'avevano da cantare le parole, si citano le prime parole di canti profani. Come esempio di tali citazioni dirò che il Planctum beatae Agnetis doveva esser cantato sull'aria della romanza popolare:
El bosc d'Ardena justal palais ausor
a la fenestra de la plus auta tor
(nel bosco d'Ardena presso l'eminente palagio, alla finestra della torre più alta). Il mistero di S. Agnese è del secolo XIV: questa romanza e le altre quattro citate sono certo assai più antiche, ma di quanto? 
È ciò che non si può dire con certezza, e però è solo assai dubitativamente che le riponiamo tra i documenti più remoti della letteratura provenzale.
Un documento più importante e di molto interesse è il cosidetto Poema su Boezio. È un frammento di 257 decasillabi in un manoscritto del secolo XI della biblioteca d'Orleans. Il Bartsch ne pone la composizione verso l'anno 950, il Meyer invece con maggiore probabilità tra il 1000 e il 1050, ma anche con questa seconda data esso resta il più antico documento letterario, propriamente detto, di Provenza. La lingua di esso mostra essere del Limosino o della Marche; quanto al contenuto esso non è che un travestimento cristiano di alcuni passi del famoso libro De consolatione Philosophiae di Boezio. L'autore è certamente un ecclesiastico, il quale adotta la lingua e la metrica popolare (1) per spargere le sane dottrine della vanità delle cose mondane e della necessità di attendere al cielo. (1 : E propriamente della poesia epica. Sulle convenienze tra la epopea e il Boeci, cfr. Rajna: Origini dell' Ep. fr., p. 491. (Edizioni: Monaci; Facs. di ant. mss., 33-39, paleografica. Hündgen: Boethius. Oppeln, 1883, critica.)

Incomincia come al solito a vituperare la generazione presente e continua narrando come Boezio fu, per fellonia del re, incarcerato, e come nella carcere scendesse a consolarlo una donna celestiale che simboleggia la Filosofia cristiana, il cui abbigliamento e la cui bellezza sono minuziosamente descritti. Il merito estetico in questo frammento di poesia morale è scarso; è invece di alta importanza per la storia della lingua e della letteratura.

§ 7. Da un poema come questo alla poesia prettamente religiosa è facile il passo. (2 : Ricordo qui in nota le 129 strofe della Passione di Cristo e le 40 strofe della Vita di S. Ledgier (Leodegario); sono in un mss. della Bibl. di Clermont. La 1a, scritta in un paese intermedio tra la lingua d'oc e di oïl è solo semi-provenzale: è in ottosillabi rimati a coppia e divisa in quartine; risale al X sec. e non è forse che l'ultima parte, sola rimastaci, di una compiuta storia volgare di Cristo. La 2a, dello stesso secolo, borgognona, appartiene ancor più alla lingua d'oïl. (Cfr. G. Paris: Litt. fr., ediz. 1890, p. 201, 211).)
Noteremo prima un piccolo gruppo di vite di Santi, di cui abbiamo qualche frammento. Sono una Vita del beato Amando, vescovo di Rodez, di cui non ci restano che trentasette versi alessandrini conservatici in due opere del giureconsulto Dominicy di Cahors del 1645 e 1648: il Dominicy li credeva di 600 anni più antichi di lui, ma in realtà essi sono di assai più recenti e forse indegni di figurare tra i primi documenti provenzali; un frammento, assai più antico, di una Vita di S. Fides di Agen: sono 20 ottosillabi formanti due serie ineguali e monorime, conservatici dal Fauchet nel suo libro sull'origine della poesia francese edito nel 1581; essi sono secondo il Raynouard dell'XI secolo. (1 : Tutt' al più del principio del XII.)
Un altro frammento della Vita di S. Fides di Rouergue riportato dal Catel nella sua Storia dei Conti di Tolosa (1623) del quale non si può precisare l'antichità. Certo l'idea di parafrasare in versi una vita o un inno latino non potea venire che in una epoca in cui la poesia popolare esistesse di già. Altrettanto possiamo dire del Pianto di S. Stefano (2) che è un'epistola inframmezzata, ossia che si cantava alla festa del santo, in chiesa, dopo l'epistola canonica. In diciassette strofe di quattro ottosillabi monorimati, essa compendia brevemente la vita e il martirio del santo.
(2 : Esso, anzi, è forse posteriore al secolo XII. Il Gaudin (Rdlr, II, 133-39), ne pubblica due redazioni, ma la 2a non è provenzale ma francese, fortemente provenzalizzata dal copista (Cfr. Romania, I, 363).
(N. E. Planch de Sant Esteve; varias versiones, Villanueva, Raynouard, Saint Martial de Limoges.)

San Esteban, protomártir, el primer mártir, Sant Esteve, Stephanus

Di una epistola dello stesso genere su S. Giovanni Evangelista possediamo solamente le due prime strofe. Abbiamo infine un breve Intermezzo di sei decasillabi che si cantava nella messa di Natale sopra note musicali assai acute, a giudicarne dalla ingenua frase scritta dal cantore: “Un poc soi las, que trop fo aut lo sos;” esso trovasi in un manoscritto di S. Marziale di Limoges, ora a Parigi (manoscritto latino 1139). (1 : Su questi frammenti, v. le citazioni in Bartsch: Grundriss § 7; in generale però si nota nel Bartsch la tendenza di crederli più antichi di quel che realmente sono.)
Carattere più lirico, ma sempre ecclesiastico, hanno due poesie conservateci nello stesso manoscritto, le quali anche paiono più antiche delle precedenti. L'una è un Noel cioè canto per la notte di Natale, a strofe alternate, otto latine ed undici provenzali sul ritmo e sulla melodia dell'inno latino In hoc anni circulo. L'altra è una Preghiera alla Vergine in dodici strofette, alcune delle quali riporto come esempio delle ingenue preghiere della fine del secolo XI:

1. O Maria, deu maire,
deus t'es e fils e paire:
domna, preja per nos
to fil lo glorios.
2. E lo pair' aissamen
preja per tota jen;
e c'el no nos socor,
tornat nos es a plor.
...
5. Eva, moler Adam;
quar creet lo Setam,
nos mes en tal afan
per qu'avem set e fam.
6. Eva mot foleet
quar de queu frut manjet,
que deus li devedet,
e cel que la creet.

(1. O Maria, madre di Dio, Dio t'è figlio e padre, donna, prega per noi tuo figlio il glorioso.)
(2. E il padre altresì prega per tutti, e s'ei non ci soccorre, ci convien piangere.)
(5. Eva moglie d'Adamo, perchè credette a Satanai ci mise in questo affanno, che abbiamo sete e fame.) 
(6. Eva molto commise follia che di quel frutto mangiò che le avea vietato Iddio, (ella) e (Adamo) che la credette).

Se a queste finora ricordate aggiungeremo due poesie di carattere religioso-didattico, un Atto di Fede e una formula di confessione in versi accoppiati di misura disuguale, di pochissimo interesse entrambe, e di cui non è neppur molto certa la remota antichità, avremo terminata la rassegna dei primi documenti poetici, morali e religiosi della letteratura provenzale. (1 : 1 Su queste e le precedenti poesie, cfr. P. Meyer: Anciennes poésies religieuses en langue d'oc. Paris, 1860.)

//


O Maria, Deu maire,
Deus t'es e fils e paire:
domna, preia per nos
to fil, lo glorios.
E lo pair' aissamen
preia per tota jen;
e c'el no nos socor,
tornat nos es a plor.

Confession. 

Eva creet serpen
un agel resplanden;
per so nos en vai gen:
Deus n'es om veramen.
Car de femna nasquet,
Deus la femna salvet,
e per quo nasquet hom
que garit en fos hom.
quar creet lo Setam,
nos mes en tal afan
per qu'avem set e fam.
Eva mot foleet,
quar d'equeu frut manjet
que Deus li devedet,
e cel que la creet.
E c'el no la'n crees
e deu fruit no manjes,
ja no murira hom
chi ames nostre Don;
Mas tan fora de gen
ch'aner' a garimen;
cil chi perdut seran
ja per re no foran.
Adam menjet lo fruit
per que fom perdut tuit:
Adam no creet Deu,
a tot nos en vai greu.
Deus receubt per lui mort
e la crot a gran tort,
e resors al tert dia,
si com o dii Maria.
Aus apostols cumtet
e dis c'ap Deu parlet,
qu'eu poi de Galilea
viu lo verem angera.
Vida, qui mort aucis,
nos donet paradis;
gloria aisamen
nos do Deus veramen!

//

§ 8. Ci resta un altro documento poetico di materia affatto profana ma che pure è volto anch'esso a scopo didattico: è un frammento di un poema su Alessandro Magno, in 105 ottosillabi a serie monorime. (2 :  Sulla versificazione di questo frammento, cfr. Rajna: Origini dell'Ep. fr., p. 500 in nota.) 
Sulla storia favolosa dell'eroe macedone fu composto un romanzo greco nel secolo II, in Alessandria, conosciuto col nome di Pseudo-Callistene. Questo libro fu tradotto in latino nel IV secolo da un certo Julius Valerius, e questa traduzione fu fortemente abbreviata ai tempi di Carlomagno. 
In tale stato venne alle mani di Alberico di Besançon (o Briançon) al principio dell'XI secolo, ed egli se ne servì pel suo poema in volgare, il quale (a giudicarne dal principio che solo ci rimane) nella gloria e nella morte prematura del suo eroe, vede illustrata la massima bibblica che tutto sulla terra è vanità. Il dialetto del poema è quello del Delfinato, vale a dire appartiene al territorio Borgognone o franco-provenzale, ed ha perciò mescolanza di caratteri linguistici, con prevalenza provenzale. È da lamentare la perdita di esso non solo perchè è il più antico dei molti poemi su Alessandro Magno, ma anche perchè si vede dal poco rimastoci che non era privo di qualche merito artistico. (1 : Cfr. G. Paris: Litt. fr., ediz. 1890, pag. 74, e le indicazioni bibliografiche a pag. 263.)
§ 9. In prosa, se noi facciamo astrazione dai documenti o carte legali in latino semivolgare che nulla hanno che fare con la letteratura, non abbiamo da assegnare a questo primo periodo se non un frammento di traduzione dell'Evangelo di S. Giovanni, comprendente i capitoli 13-17. 
Si trova in un manoscritto del Museo Britannico (bibliot. Harl. 2928) del secolo XII; la traduzione però pare che risalga al secolo antecedente; essa è letterale ma non senza una certa elegante brevità. Il Meyer giudica che sia in dialetto valdese. Eccone un breve tratto posto a confronto della traduzione italiana del Diodati. (2 : Edito da C. Hofmann: Gelehrte Anzeigen der K. bayer. Akad. der Wissenschaften, 1858. Anche per questo Evangelo non si è assolutamente certi che risalga oltre il 1100.)

C. XIII, - 21. Cum (Jesus) ac aizo diith, fo torbaz per espirit, e afermet e diss: veramen, veramen vos dic que us de vos me trairá.
- 22. Donc esgardaven li disciple l'us l'autre, dobtan de cal o dezia. 
- 23. Mas us de sos disciples era jazens eu se Jesu, lo cal amava Jesus. 
- 24. Aquest cennet Peir, e diiss li: cals es. de cui o dii? 
- 25. E ell cum jaguessa sobre lo peiz Jesu diiss li: dom, cals es? 
- 26. Respon Jesus: aquell es cui eu darai lo pa molliat. E cum ac molliat lo pa, donet lo Juda Simó d'Escarioth. 
- 27. E apres la bucella adonc intret en lui Sadenas.
(21. Dopo che Gesù ebbe dette queste cose, fu turbato nello spirito: e protestò, e disse: In verità, in verità, io vi dico, che l'un di voi mi tradirà. - 22. Laonde i discepoli si riguardavano gli uni gli altri, stando in dubbio di chi dicesse. - 23. Or uno de' discepoli, il quale Gesù amava era coricato in sul seno d'esso. - 24. Simon Pietro adunque gli fece cenno, che domandasse chi fosse colui, del quale egli parlava. 
- 25. E quello inchinatosi sopra il petto di Gesù, gli disse: Signore, chi è? - 26. Gesù rispose: Egli è colui al quale io darò il boccone, dopo averlo intinto. Ed avendo intinto il boccone lo diede a Giuda Iscariot, figlio di Simon. - 27. Ed allora, dopo quel boccone, Satana entrò in lui.)

//

Incipit sermo domini nostri Jesu Christi, quem fecit in cena sua quando pedes lavit discipulis suis.

Traduction de l’évangile de Saint Jean, chap. 13 -17 (occitan)

13,1 Aván lo día festál della Pásca sabía lo Salvádre que la sóa óra vé 
que traspásse d’aquést mún au páer. Cum agués amát los sós chi éren el 
mún, en la fí los amét. 2 E fácha la céna, cum diábles ja agués més eu cór que Júdas lo traís, 3 sabens que lo páer li donéth tótas cháusas e sas más e que de Déu eissít he a Déu vái, 4 léva de la céna e páusa sos vestiméns. E cum ac présa la tóala, preceis s’én. 5 D’aquí aprés més l’áiga en la cóncha e enquéth a lavár los pés déus discíples e estérzer 
ab la tóalia de que éra céins. 6 Dunc vénc a sáin Péire, e díiss li Péir: “Dóm, tu me lávas los pés?” 7 Respondét li Jesús e díiss li: “Zo que eu fáz, tu no sábs aóra, mas póis o sabrás.” 8 Díiss li Péir: “Ja no mé lavarás los pés.” Respondét lí Jesús: “Si éu nó t lavarái, non aurás párt ab mé.” 9 Díiss li Péir: “Dóm, no solamén los pés, mas neéps las más e lo cháp.” 10 Díis li Jesús: “Céll chi es lavát non a besóin que láu mas los pés, mas toz és néptes. E vos esz népte, mas no túih.” 11 Car sabía cals éra chi lo trairía: per zo díis: “Non esz tuih népte.” 12 Póis que lór ac lavát los pés e ac prés sos vestiméns, cum se fo asís, des cháp díiss a éuz: “Sabéz que vos ai fáith? 13 Vós me apelláz maiéstre e dóm, e dizét o bé, car eu o sói; 14 e per zó, si éu, dóns e máiestre, vos ai laváz los pés, e vos devéz l’us a l’áutre lavár los pés. 15 Eissémple vos ai donát que aissí cum eu o ai vós fáith que vos o fazát. 16 Veramén, veramén vos díc: non es lo sérs máier de so seniór, ni l’apóstols máer de celúi chi llo tramés. 17 Si aquéstas cháusas sabét, bonauráth serét si las faréz. 18 Non o dic de tot vos; eu sái cals elesquéi; mas per zó que la Scriptúra sía aumplída: Chi mandúia lo meu pá, levará escontra mé so taló. 
19 Aóra vos o díc, ancéis que sia fáith, que creát, cum sera fáith, que eu sói. 20 Veramen, veramen vos o díc: chi recép cui eu trametrái, me recép, e chi me recép, recep cellúi chi mé tramés.” 21 Cum ac aizo díith, fo torbáz per espirít, e afermét e díss: «Veramen, veramen vos díc que us de vós me trairá.” 22 Donc esgardáven li discíple l’us l’áutre, dobtán de cál o dezía. 23 Mas us de sós discíples era jazéns eu se Jesú, lo cál amáva Jesus. 24 Aquést cennét Péir, e díis li: “Cals es de cúi o díi?” 
25 E éll cum jaguéssa sóbre lo péiz Jesú, díiss li: «Dóm, cals és?” 
26 Respon Jesús: «Aquéll es cui éu darái lo pá molliát.”
E cum ác molliát lo pá, donet ló Júda Simó d’Escarióth. 27 E aprés la bucélla adónc intrét en lúi Sadenás. E díiss li Jesús: “Zo que fás, fai tóst.” 28 E eizó negús non o ssáub déuz seénz cóntra que ló ill díiss. 
29 Alcánt cuiáven, car Júdas avía las bórsas, que Jesus li diissés:
“Cúmpra acó que nos a óbs al día festál,” o que donés alcuna ré auz sofrachós. 30 El cum ac receubúda la bucélla, eissit s’én sémpre; e éra nóith. 31 E cum en fó eissíz, diiss Jesús: “Aóra es clarifiiáz lo fílls dell’óme, e Deus és clarifiiátz en lúi. 32 Si Deus és clarifiiátz en lúi, e Déus lo clarifiiará e se meésme, e sé manemá lo clarifiiará. 38 Filleth, 
páuc sói enguéra ab vos: querret mé; e eissi cum eu diissíi aut Juéus, lai o eu váuc vos no podét venír, e vos díc o aóra. 34 Mandatum novum, noéll comandamén vos dó, que améz l’us l’áutre aissí cum eu vós améi. 35 En aizó conoisserán túith que mei discíple ész, si vos aurét amór entre vós.” 36 Díiss li Péir: “Dom, o vás?” Respondét Jesus: “Lái o éu váuc tu nu m póz ségre aóra; mas pois me segrás.” 37 Díiss li Péir: 
“Per que no te posc segre aora? M’árma pausarái per té.” 38 Respón Jesus: “La tóa árma pausarás per mé? Veramen, veramen te díc: no chantará lo jáus (trecía : tercia) trecia que me abnéis per trés veiádas.”
14,1 E díiss a sós discíples: “Non turbetur cor vestrum, no sía turbát vóstre córs. Vos creét en Déu e e mé creéz. 2 En la maisó deu méu páer sun móutas maisós. Si que nó, eu vos agra díith que lo loc vos váuc aprestár. 3 E si éu irai e vos aparellarai lo loc, des chap venrái e recebrai vos a me meésme, que aqui o eu soi e vos siát. 4 E sabéz o eu váuc, e lla vía sabéz.” 5 Diss li Tomás: “Dóm, no sabém o vás; e cum podem la vía saber?” 6 Diis li Jesus: “Eu soi via, vertat e vida: negus om no vé au paer si per me nó. 7 Si mé aguessáz conogút, e u meu paer aguessáz 
conogút; e d’eissa ora lo conoisseréz e ll’ avéz veúth.” 8 Diiss li Philips: “Dom, demostra nos lo páer, e es nos assaz.” Diiss li Jesus: “Eu tan gran temps soi ab vos e no m’avet conogút? Filip, cel chi me ve, ve lo paer. 
Tu cum faitamen diz: demostra nos lo paer? 10 No cres que eu ell paer e l paer es e me? Las paraulas que eu parle a vos, no parle de me meesme, mas lo paer permanens e me meesme, el fai las obras. 
11 No créez que eu el paer e l paer es e me? Sobrequetot per meesmas las obras creéz. 12 Veramen, veramen vos dic: cel chi cre e me, las obras que eu faz, cellas fara e maor d’aquestas las fara; car eu vauc au paer. 18 E calque chausa requerret el meu num, aizo farai, que sia clarifiiat lo paer eu fíll. 14 Si alcúna cháusa me querrét el meu num, aizó farái. 15 Si diligitis me, si vós me amát, gardáz los méus comandamens. 16 E eu preiarái lo páer, e dara vos áutre acosselliadór que permánia ab 
vos durablamen, 17 l’espiríth de vertát, lo cál no pót lo múnz recébre, car no lo vé ni lo sáb. Mas vós lo conoisseréz, car ab vós permenrá e e vós er. 18 No vós grupirái órfes; venrái a vós. 19 Enguéra petíth, e l múnz ja no me vé; mas vos me veez, car eu víu e vós viurét. 
20 Vos conoisseret en aquel día que eu soi eu páer e vos e me e eu e vos. 21 Ceu chi á los méus comandaméns e los gárda, aquell és chi mé áma. E chi me áma sera amáz del méu páer, e eu l’amarái e demostrarái li me meésme.” 22 Diiss li Judas, non aquéll d’Escarióth: “Dóm, cals cháusa es fácha, car a nos te es a demostrár e au mun nó?” 
23 Respondét Jesus e diiss li: “Si quis diligit me, si alcús me áma, gardará la mía paráula, e l méus páer amara ló, e venrém a lúi e farém maisó chas lúi. 24 Ceu chi no m’áma no garda las mías paráulas. 
E la paráula qu’avét auvída non es mía, mas d’aquell chi mé tramés, del páer. 25 Aquéstas cháusas vos ai parládas permanéns chás vos; 26 mas l’acosselliádre Sainz Espiríz, lo cál trametrá lo páer eu meu núm, el vós dozerá tótas cháusas e vos sózministrará tótas aquéllas cháusas que eu vós dirái. 27 Páz vos láise, la mía páz vos dó. Eu no la vós do aissí cum lo múnz la dóna. No sía turbáz lo vóstre cors. 28 Auvisz car eu vos diissii: vauc e véin a vós. Si vós me amassáz, vos certas esjauviráz, car eu váuc au páer; car lo páer es máer de mé. 29 E aóra vos o dissíi, anceis que sia fait, que vos creaz cum sera fait. 30 Ja no parlarái ab vós móutas cháusas, cár lo prínceps d’aquést mun vé e non a e mé alcúna 
cháusa. 31 Mas per zó que lo múnz conóscha que éu ám lo páer e que aissí cum lo páer me donét lo comandamén aissi o fáz. Leváz, anném d’eici.
15,1 Ego sum vitis vera, eu sói véra viz e l méus páer es lo coutivádre. 
2 Tot l’eissermen no pórtan frúith e mé tolra ló, e tot aquéll chi pórta frúih purjara ló que port plúis frúith. 3 Vos esz ja népte per la paráula que ai parláda a vós. 4 Permanéz e mé e eu e vós. Aissí cum l’eissermens no pót portar frúith de se meésme, si no permanrá en la viz, aissi fáchamen e vos, si e mé no permanrét. 5 Céu chí perma e mé e éu en lui, aquest pórta móut frúith; car ses mé neén podéz far. 
6 Si alcús no permanrá e mé, sera fors més aissí cum l’eissermens, e sechará, e culliran ló e metran ló eu fóc e ardrá. 7 Si permanrét e mé, e llas mias paráulas permanrán e vós; calque cháusa volrét, querréz, e será vos fáita. 8 En aiso és clarifiiát lo méus páer que vós portét móut frúith e que siás fáit méi discíple. 9 Aissi cum lo páer me amét e eu vos améi. Permanét en la mía amór. 10 Si vos gardarét los méus comandaméns, permanrét en la mia amór, aissi cum eu gardéi los comandaméns del meu páer e permain en la sóa amór. 11 Aquéstas cháusas vos ái parládas que lo méus jaus sia e vos e l vóstre jáuis sia umplíz. 
12 Hoc est preceptum meum, aizó és lo méus comandaméns que vós améz l’us l’áutre aisi cum éu vos améi. 13 Negús óm non á maór amór d’aquésta que páuse s’árma alcús per sós amíx. 14 Vos ész li méi amíc, si farét aquellas cháusas que eu vós comán. 15 Ja no vós dic sérs, car lo sérs no sáb que fáza sós séiner; mas vós diissíi amíx, car tótas las cháusas que auvíi del meu páer vos fezíi conogúdas. 16 Vos no me elesquész, mas eu vós elesquéi e pausei vós que annét e portez frúith e l vóstre frúith permánia, que cálque cháusa vos requerréz lo páer eu meu núm vos do. 17 Hec mando vobis, aquéstas cháusas vos comán que vós améz l’us l’áutre. 18 Si lo múnz vos aíra, sabchát que me ác en íra primér de vós. 19 Si vós fossáz del mún, lo múnz améra zo que era só; mas car vós non ész del mún, mas eu vos elesquéi del mún, per zo vós aíra lo múnz. 20 Mémbre vós della mía paráula que eu vos diissíi: non es lo sérs máer de só seniór. Si me perseguéren, e vos persegrán. Si gardéren la mía paráula, e lla vóstra gardarán. 21 Mas tótas aquestas cháusas vos farán, car no sáben cellúi chi mé tramés. 22 Si eu no vengués e agués parlát a éuz, non ágren péchát; … (la lacune n’est pas indiquée. e viiren  Tobler] euuren. 
24 aóra acértas e viiren e airéren e mé e u méu páer. 25 Mas que sía umplída la paráula chi és escríuta en la lor léi, que de gráth me águen en odi. 26 Cum autem venerit paraclitus, más cum venrá l’acosselliádre cui éu vos trametrái del páer, l’espiríte de vertáth, chí procé del páer, el portará testimóni de mé. 27 E vós portaréz testimóni, car am me ész déis lo comenzamen. 
16,1 Aquéstas cháusas parléi a vós, que no siáz escandalizáth. 2 Fórs las sinagógas vos farán; mas la óra vé que trastót céll chi vós aucí se jútge donár servízi a Déu. 3 E farán aquéstas cháusas, car no conóguen lo páer ni mé. 4 Mas aquéstas cháusas ai a vós parládas, que cum venrá la lór óra remembrét que eu vós o diissíi. 5 Aquéstas cháusas acértas déis lo comenzamen no vos dissii, car ab vós éra. Vado ad eum qui misit me, mas aóra váuc a cellúi chi me tramés, e negús de vós no mé demánda: 
o vás? 6 Mas car vós dissíi aquéstas cháusas, tristícia umplíth vóstre cór. 7 Más eu vós díc la vertát: vos cové que eu án; car si éu non irái, l’acosseliádre no venrá a vós. Mas si éu irái, ieu lo trametrái a vós.
8 E cum éll venrá, repenrá lo mún de pechát e de drechúra e de jútjamen; 9 de pecchát acértas, car no creéren e mé; 10 de drechúra acértas, car eu váuc al páer e ja no mé veirét; 11 de jutjamen acértas, car lo prínceps d’aquész mún es jutjáz. 12 Enguéra vos ai a dír móutas 
cháusas; mas non o podét portár aóra. 13 Mas cum venrá l’espiríth de vertát, esseniará vós tóta vertát; car no parlará de se meésme, mas calque cháusa auvirá, parlará, e anunciará vós aquéllas cháusas que sún a venír. 14 El mé clarifiiará, car del méu o recebrá e anunciará vós ó. 
15 Tótas las cháusas que lo páer á sun mías; per zo dissíi que del méu o recebrá e anunciará vós ó. 16 Modicum et jam, petít e ja no me veirét, e des cháp petít e veirez mé, car eu váuc au páer.” 17 Per zo dizíen alcánt 
de sós discíples entr’éuz: “Qu’és aizó que nos díi: petít e ja no me veirét, e des cháp petit e veirez mé, e car vauc au páer?” 18 Per zo dizíen: 
“Que es aizó que díi petit? No sabém que párla.”
19 Conóg acértas Jesus que lúi volien demandár, e díiss a éuz: 
“D’aizó querét entre vós, car dissii: petíth e no mé veirét, e des cháp petít e veirez me. 20 Veramén, veramén vós díc que ploraret vos, mas lo munz jauvira. Vos seréz entristát, mas la vóstra tristícia será trastornáda en jáu. 21 La fémna, cum efánta, a tristícia que la sóa ora vé; mas cum efantat á l’efán, ja no lli mémbra de la dolór per lo jáu, car om es náz el mun. 22 E per zó vos avét aóra tristícia; mas des cháp vós veirái, e l 
vóstre córs s’esjauvira, e lo vóstre jau negus óm no tolrá de vós: 23 e’n aquéu día vos no mé demandarét alcúna cháusa. Amen amen dico vobis, si quid petieritis, veramen, veramen vos díc: si alcúna cháusa querréz lo páer eu meu núm, dará a vós. 24 Trecía que aóra no quesísz alcúna cháusa eu méu num. Queréz que vóstre jáuis sia plés, e recebréz. 
25 Aquéstas cháusas ai parládas a vós e semblánzas. Ve la óra cum eu no parlarái ja a vós en provérbis, ma aubértamen vos annunciarái del páer. 26 En aquell día querréz eu meu num; e no vos díc que éu preiarái lo páer de vos. 27 Car meésmes lo páer vos áma, car vós me amáz e creész que eu eissíi de Déu. 28 Eissíi del páer e venguíi eu mún: des 
chap grup lo mún, e vauc al páer.”
29 Dízen li si discíple: “Ec, aóra párlas aubertamén e no díz alcú provérbi. 30 Aóra sabém que tótas cháusas sábs, e no t’es óbs que alcús te demánde. En aizó créem que de Déu eissíst.” 31 Respondét a éuz Jesus: “Aóra creéz; 32 ec, ve la óra e ja vé que vos siáz devís cháschús e sás próprias cháusas e me grupáz sól; e no sói sóls, car lo páer es ab mé. 33 Aquéstas cháusas vos ái parládas que aiáz páz e mé. El mún auréz pressúra; más fiaz vós: eu venquéi lo mún.”
17,1 Sublevatis oculis, aquéstas cháusas parlét Jesus e, sozleváz los ólls eu cél, díss: “Páer, la óra vé, clarifiia lo to fíll, que lo tós fíllz te clarifíge; aissí cum tu li donéz poestát de tóta chárn, que tot zo que tú li donést, des a éuz víta eterna. 3 Víta eterna és aquésta, que ill té conóschen sól e Jesum Críst lo cál tu tramesíst. 4 Eu te clarifigéi sobre térra, la óbra cosméi que tu mé donést que fáza. 5 E aóra tu, páer, clarifiia mé pres te meésme de la clardát que eu aguíi pres té, ancéis que fós lo múnz. 
6 Lo to num manifestéi auz ómes que tu mé doníst del mún. Toi éren e doníst los mé e gardéren la tóa paráula. 7 Aóra conóguen que tótas las cháusas que tu mé doníst sun de té, 8 car las paráulas que tu mé doníst 
donei a éuz, e ill recéuben e conóguen veramén que de té issii e creéren que tu mé tramesíst. 9 Eu préc per éuz, no préc per lo mún, mas pér aquész que mé doníst, car toi sún. 10 E tótas las mías cháusas sun tóas e las tóas sun mías. E soi clarifiiáz en éuz, 11 e já no sói eu món, e aquíst són eu mún, e eu vein a té, páer sáinz. Garda los cáls eu to num me doníst, que síen una cháusa aissí cum em nós. 12 Cum eu era ab euz los gardáva eu to num: los cáls me doníst gardéi e negús d’aquész 
no períth, mas lo fílls de perdicio, que la escriptúra sia aumplída. 
13 E aóra vein a té e aquéstas cháusas párle eu mún, que áien lo méu jaui umplít e se meésme. 14 Eu donéi a éuz la tóa paráula, e lo múnt ac éuz en odi, car no sún del mún, aissi cum eu no soi del mún. 15 No préc que los tóllas del mún, mas que los gárdes de mál. 16 No son del mún aissí cum eu no sói del mún. 17 Sanctifíia lós e vertát; la tóa paráula es vertát. 18 Aissí cum tu me tramesíst eu mún, e eu lós tramesíi el mún. 19 E per éuz eu sanctifíge mé meésme, que e ill síen sanctifiiát e vertát. 
20 E no préc tánt solament per aquész, mas per aquéuz chi an a creér e mé per la paráula d’éuz: 21 que túith síen una cháusa aissi cum tu, páer, es en me e eu en té, que ill sien e nós una cháusa, que lo munz créa que tu me tramesíst. 22 E eu donei a euz la clardat que tu me donist, que sien una cháusa, aissí cum e nos em una cháusa, 23 eu en euz e tu e me, que sien cosmat en una cháusa, e lo munz conoscha que tu me tramesist e amest los aissi cum me amest. 24 Paer, voll que aquill que m 
donist aqui o eu soi e ill sien ab me, que veen la mia clardat la cal me donist; car amést me avan lo costituemen del mún. 25 Páer jusz, lo múnz no té conóg, mas eu te conoguíi, e aquist conoguen que tu mé tramesíst. 26 E fezíi a éuz conogút lo to num e farai ló conogút, que la amórs per cál tu me amést sia en éuz e éu en éuz.

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