Capitolo II.
Lingua provenzale: confini e nomi. La Provenza Greco-Romana: invasioni barbariche: il basso latino. Primi documenti letterari.
§ 1. La lingua provenzale nel suo più ampio significato, abbraccia non solo tutto il mezzodì della Francia, ma oltre i Pirenei anche la Catalogna e l'antica contea di Valenza fino a comprendere le isole Baleari. In così vasto territorio dobbiamo fissare le divisioni e le distinzioni che naturalmente vi si produssero. E innanzi tutto staccheremo in modo definitivo dal complesso provenzale il gruppo catalano-valenziano, del quale linguisticamente fa parte - è bene notarlo - la contea del Rossiglione, quantunque al di qua dei Pirenei. La Catalogna per sue particolarità di lingua e più ancora di svolgimento letterario, sebbene più d'ogni altro paese abbia sentito e seguito l'impulso venuto di Provenza, merita un posto separato: e la storia della letteratura catalana non deve confondersi con quella della provenzale.
(N. E. JA JA JA! Este tío es peor que Narciso Feliu, el de los anales.)
(N. E. JA JA JA! Este tío es peor que Narciso Feliu, el de los anales.)
Al Sud dunque i Pirenei, a Levante le Alpi sono confini se non dappertutto esattissimi almeno ben visibili tra la lingua della Provenza e le favelle vicine. Non altrettanto agevole è il tracciare la linea che separa il Provenzale dal Francese. Essa linea è stata cercata con minuziosissime ricerche, (1) ma si capisce che queste non potevano dare un risultato indiscutibile. (1 : De Tourtoulon et Bringuier: Étude sur la limite géographique de la langue d'oc et de la langue d'oïl. Paris, 1876. Cfr. Suchier in: Z., II, 325. P. M. in: Romania, VI, 539.)
Dove manchi una barriera naturale e non si tratti di popoli di razza diversa, il confine tra due lingue o tra due dialetti non può essere come una cinta daziaria o una frontiera politica; non si passa bruscamente dall'una all'altra, ma per gradi insensibili. Dice in modo evidente Gaston Paris: “se si immagina una catena di contadini dal golfo di Marsiglia allo stretto della Manica, ciascun di essi intenderà perfettamente i suoi vicini di destra e di sinistra: intenderà meno se si salta uno o più gradi; ma se poi porrete di fronte il primo e l'ultimo (se essi non conoscono che il proprio dialetto non s'intenderanno affatto.” Dal provenzale al francese si passa dunque per sfumature, come tra i colori dell'iride: il che non toglie che siano due lingue veramente distinte come distinti sono, per esempio, il giallo ed il violetto dell'arcobaleno. Fatte queste riserve, diremo che comunemente per agevolare anche il metodo della trattazione, si suole dividere la lingua francese dalla provenzale con una linea che partendo dall' Atlantico al di sopra di Bordeaux salga al Nord, passando per la parte orientale della Charente e pel Settentrione della Haute Vienne e della Creuse, e toccando il Rodano poco sotto Lione si prolunghi fino alle Alpi traverso il Delfinato. (1 : In modo più spiccio, si tiri una linea dalla Rochelle a Grenoble: essa è press' a poco esatta. Cfr. Aubertin: Hist. de la langue et litt. fr., Paris, 1883, I, 159.)
Dell' alto Delfinato, di una porzione del Lionese fino alla Franca-Contea e al lago di Neufchâtel, comprendendo la Svizzera francese e parte della Savoja, l'insigne glottologo Ascoli, guidato da importanti caratteri glottici ha formato un sistema a parte da lui chiamato franco-provenzale, appunto perchè come geograficamente, così anche nella favella tiene caratteri dell'uno e dell'altro. Noteremo poi anche, che verso il Sud-Est quel gruppo di dialetti che sono compresi tra i Pirenei e la Garonna, ossia nella regione di Guascogna, presentano particolarità così distinte che alcuni dei più dotti romanisti come lo Chabaneau e il Luchaire, inclinano a considerarlo come lingua separata. Riassumendo, distingueremo quattro grandi varietà: il franco-provenzale al Nord Est; il provenzale al centro; il Guascone al Sud Ovest; e, oltre i Pirenei, il Catalano. (2 : Alberto de Sisteron, poeta del XII sec., divide la Francia, pel linguaggio, in due parti, Catalani e Francesi, e nei primi comprende la Provenza, il Limosino, la Guascogna, l'Alvernia e il Viennese. Cfr. Diez: Poésie des Troub., pag. 2 della traduz. fr.)
(N. E. Catalani = castellani, catalán = castellano. Por cierto, los catalanes de Barcelona, en 1505, aún decían òc, oc, och, hoc : sí afirmativo, como aún se dice en Vielha y se dijo en todos los dialectos de la lengua de òc, Languedoc, occitan, ocsitá, occità.)
§ 2. Questo breve esame linguistico non deve spaventare il lettore; soltanto dopo la precoce decadenza che colpì la letteratura provenzale, i dialetti si differenziarono assai e si isolarono sempre più gli uni dagli altri. Ma nella letteratura medioevale del Mezzodì della Francia vi fu assai maggiore unità di quanto potrebbesi credere: un tipo comune di linguaggio si stabilì, al quale più o meno come a lingua letteraria s'accostarono i trovatori e gli scrittori; tanto anzi, che il determinare a quale provincia appartennero gli autori delle molte opere giunteci anonime è una delle più difficili e più delicate indagini della scienza moderna.
Questa lingua letteraria che non offriva, nei suoi dialetti, differenze sostanziali, i cui poeti erano intesi e le loro poesie applaudite dalla Loira all'Ebro (N. E. y Toledo o León, v. Alfonso X el sabio), dal golfo di Guascogna alle Alpi, l'abbiamo finora chiamata provenzale. Ebbe anche altri nomi. Gli antichi trovatori la chiamavan generalmente roman o lengua romana, ma questo epiteto non può essere applicato ad una sola delle lingue nate dalla favella di Roma. E infatti con la stessa parola i Francesi designavano il loro volgare, ed uguale diritto a una simile denominazione avrebbero e l'italiano e lo spagnuolo e il portoghese.
Fu anche detta limosino (lengua de Lemosì) dal nome della provincia ove la si parlava con maggior purezza e che diede i migliori poeti.
Lo constata Raimon Vidal nelle sue Razos e le Leys d'amors rimproverano ai loro compatrioti tolosani alcuni vizi di lingua, opponendovi la correzione grammaticale del limosino. I primi trovatori, benchè guasconi e santongesi (1 : Per es., Cercamon, Marcabru, G. Rudel. Cfr. Chabaneau, in Rdlr., XV, 157.), scrissero in esso idioma e oggi ancora il limosino moderno merita d'esser detto il toscano dei dialetti provenzali.
I catalani poi ritennero questo nome di llemosi a significare il proprio idioma, il che è ad un tempo una verità ed una usurpazione. Verità perchè, come vedemmo, il catalano è un dialetto e non dei meno importanti, della lingua provenzale; usurpazione, perchè essi ristrinsero a sè un nome che doveva indicare il comune linguaggio del Mezzodì della Francia. (1 : Il vezzo di citare un dialetto per la lingua, ossia di prendere la parte pel tutto, spiega i nomi di lengua d'Alvernha o de Caersin (del Quercy), e perfino di gascon, che si trovano talora usati a indicare la lingua letteraria.)
Un terzo nome è quello di Lingua d'oc (o, in basso latino, lingua occitanica) prendendo la divisione dalla particella affermativa oc in provenzale, oïl nel francese antico, e sì in italiano. Questa denominazione ha per sè nientemeno che l'autorità di Dante, (2)
oltre a quella di alcuni trovatori della decadenza: ed avrebbe il merito d'esser più generale e meno atta ad equivoci.
(2 : De Vulg. Eloq., (N. E. De vulgari eloquentia, en latín) I, 8: alii oc, alii oïl, alii si affirmando loquuntur. Dante conosce anche il nome di provincialis o provenzale: usato poi da Francesco da Barberino, dall' autore del Novellino, da Fazio degli Uberti. Cfr. P. Meyer: La langue romane du Midi de la France et ses differents noms, negli Annales du Midi, N. 1.)
Pure non prevalse; ed il comune consenso le ha conservato il nome di lingua provenzale.
Tal nome non fu ignoto agli antichi: abbiamo visto Ugo Faidit (cap. I, § 2) chiamare la sua grammatica Donatz proensals; il nome di Provenza o Regno provenzale è poi quasi sempre usato da cronisti e da poeti quando intendono accennare al complesso politico dei paesi al Sud della Loira. (1 : Diez: Poesie, ecc., pag. 5, trad. fr.)
Perciò noi accetteremo questo nome, ma bisogna espressamente notare che con esso intendiamo la lingua letteraria generale e comune al Mezzodì della Francia, e non il dialetto della Provenza propriamente detta, il quale anzi di tutti i dialetti della lingua d'oc era il meno vicino alla purità classica. (2 : La Provenza, intesa in istretto e proprio significato, è presso a poco tra le Alpi, la Duranza, il Rodano e il mare.)
Ne abbiamo una prova parlante: verso il 1300 un poeta che nacque e scrisse nella Provenza, Raimond Feraud, si scusava di non scrivere in puro provenzale dicendo
Car ma lengua non es
de dreg proensales.
(N. E. Será imbécil este autor. Será que mi tocayo Féraud o Feraud escribía en noruego!)
§ 3. Finora della lingua provenzale abbiamo soltanto definito alcune particolarità esteriori: quali confini e quali nomi ebbe e quale ne conserva. È tempo di addentrarci in più intime ricerche. La prima domanda è naturalmente quella delle sue origini.
Nessuno ignora (N. E. no seas tan optimista) che la parte meridionale della Francia, abitata dagli Aquitani a Ovest, dai Celti ad Est, fu una delle prime conquiste di Roma e che, anzi, la si disse per antonomasia Provincia, donde il nome di Provenza. In questo paese a differenza di altri, per esempio, della Francia del Nord, Roma ebbe certo un'azione civilizzatrice almeno negli ordinamenti politici: ma è bene ricordare che ivi aveva trovato non barbari feroci, ma popolazioni che il contatto dei Greci aveva già dirozzate. Marsiglia era colonia greca; (1) essa aveva fatto sentire la propria influenza su tutta la costa e anche assai addentro nel paese; ad ogni nuovo scavo in Provenza si trovano monete, vasi greci, inscrizioni che attestano quanto vasto fosse il campo dei commerci e delle relazioni gallo-elleniche. (1 : Il Fauriel scrisse sulla influenza della civiltà greca nel Mezzodì della Gallia due dei più attraenti capitoli della sua opera (il 3° e il 4°); ma le sue affermazioni non hanno ancora trovato una prova sufficiente.)
Ognuno vede che il felice connubio della greca gentilezza e della forza romana doveva fare della Provenza un paese privilegiato, e in realtà il Mezzodì della Francia, fu, tra le provincie dell'impero, quella che più prontamente si latinizzò, e la più feconda di uomini illustri, di oratori, di storici, di poeti.
Questa accettazione dei costumi, della lingua, in una parola della civiltà di Roma, doveva essere e fu assai pronta nelle classi sociali più elevate, le quali avevano tutto l'interesse a confondersi coi dominatori; fu più lenta invece nelle masse popolari. Esse certo dovettero per lungo tempo conservare l'antica lingua celtica; e la lotta tra gli idiomi indigeni e il latino dovette nei bassi strati sociali essere più lunga e tenace. Il latino ne fu bensì vincitore, ma non senza profonde ferite. Secondo ogni apparenza questa lotta non finì completamente che nel IV secolo, ed è giusto il dire che alla vittoria del atino contribuì potentemente l'espandersi del cristianesimo. Il quale, se minò l'esistenza politica dell'impero di Roma, con l'adottarne la favella fu strumento efficacissimo a farla intendere e usare dai volghi, facendola discendere e penetrare tra le plebi cittadine, tra i contadini, tra gli schiavi, a profondità insomma dove l'efficacia della civiltà, dell'arte, della legge, della scienza, era nulla o quasi. Gli estremi avanzi degli idiomi indigeni, ultimo ricettacolo delle antiche superstizioni, furono allora cancellati dalla memoria del volgo e la vittoria del latino assicurata. Del latino però quale poteva parlarsi da plebe indotta e straniera; del sermo vulgaris o rusticus ben diverso dal terso e puro linguaggio dei poeti e degli oratori. Il quale, notisi, non piacque mai troppo alla chiesa; poichè se da una parte l'idioma celtico era la lingua dei Druidi e dei loro diabolici riti, dall'altra gli autori classici riboccavano delle non meno abbominevoli memorie di Giove, di Apollo e di Venere.
§ 4. Finchè per altro l'Impero rimaneva saldo, anche il latino classico restava fermo ed assoluto signore, nelle scuole, nei tribunali, in ogni cosa che si scrivesse o che, tra le classi colte, si dicesse. Le invasioni barbariche del V e del VI secolo rovesciando appunto le scuole ed i tribunali e sminuendo e distruggendo, in alcuni luoghi, affatto ogni azione delle classi colte sul popolo, fecero sì che i vari parlari del volgo non più compressi da una lingua officiale e saldamente ferma nelle sue basi grammaticali e sintattiche, si sviluppassero più liberamente e più rapidamente e, com'è naturale, nel loro sviluppo s'andassero sempre più gli uni dagli altri differenziando. Così dal tronco latino si separarono come rami le varie lingue che noi chiamiamo romanze o neo-latine. Accordare alle invasioni barbariche maggiore efficacia di quanto abbiam detto, efficacia che i barbari esercitarono indirettamente e inconsciamente, è una vecchia opinione ormai sfatata. Tranne pochi vocaboli, generalmente di cose di guerra, di caccia o di marina, nulla nella lingua provenzale attesterebbe una sovrapposizione germanica.
Ed è naturale: perchè se nei campi di battaglia vince quasi sempre, purtroppo, il popolo più barbaro, nel conflitto tra due lingue, vince sempre quella che oltre il numero dei parlanti, ha per sè più lunga e venerata tradizione letteraria e più ricchezza di idee, quella in una parola, che rappresenta una maggior somma di civiltà. Il Mezzodì della Provenza, sotto questo aspetto, fu più favorito che le regioni vicine:
nel V secolo all'Est si stanziarono i Burgundii, ad Ovest tra la Loira e i Pirenei, i Visigoti, popoli geniali e inclini alla civiltà latina assai più che, ad esempio, i Franchi al Nord, i Vandali in Africa, e i Langobardi in Italia.
(N. E. Lombardía, llena de barbas largas.)
(N. E. Lombardía, llena de barbas largas.)
Al principio del VI secolo Clodoveo re de' Franchi e cattolico, dopo avere sottomesso i Burgundii scese al Sud per combattere i Visigoti, ariani.
Ma ad onta di questa dominazione franca, nel Mezzodì l'elemento germanico rimase incomparabilmente minore del romano: e ciò spiega la profonda divisione che in tutto il Medio Evo è tra la Francia del Nord e del Sud, e gli sforzi continui di quest'ultima per sottrarsi alla signoria di quella. Le popolazioni del Mezzogiorno con cui oramai i Visigoti s'erano completamente fusi, continuavano a parlare il latino, la lingua romana rustica, o, come noi diciamo, il basso latino. Del quale è bene farsi una chiara idea.
§ 5. Fino dal V secolo Mamerto Claudiano scrive a Sapaudo che i solecismi e i barbarismi scacciano la grammatica a pugni e a calci.
(1 : “Grammaticam video... pugno et calce propelli,” Aubertin, op. cit., I, 54.)
Gli scrittori si sforzano ancora di tener viva nella Gallia la purezza classica: nomineremo Claudio Mario Vittore, Paolino, Salviano, e più di tutti Sidonio Apollinare. Ma dopo la caduta dell'Impero la dissoluzione precipita; il VI secolo non ha più, se ne togli l'italiano Fortunato, un poeta che meriti d'essere ricordato. Il linguaggio del volgo alterato dalla barbarie crescente, modificato liberamente dal popolo, subisce una degradazione insensibile e si trasforma, senza soluzione di continuità, in una lingua nuova, la quale pure essendo organicamente tutta latina, non offre del latino che un'immagine sfigurata.
Di questa nuova lingua le traccie si trovano nei documenti religiosi e notarili dei secoli VII, VIII e IX, (2) ma si badi che in essi lo scrivano si sforza sempre di accostarsi al latino: la lingua di quei documenti è, per così dire, una media proporzionale tra la lingua volgare che risonava tutto dì alle orecchie e sulle labbra dello scrivente e il latino ch'ei pretendeva di sapere e di scrivere.
(2 : I secoli anteriori al IX mostrano la corruzione del latino. Traccie volgari sono nei documenti del IX secolo; mescolanza di provenzale e di latino nell' XI sec.; tutti in provenzale, solo nel XII secolo. Numerosi documenti sono stati sparsamente editi in ogni tomo della Revue de langues romanes. La collezione più importante è il così detto Memorial des Nobles che comprende 613 documenti dell'Archivio di Montpellier, tra il 1020 e 1204. Circa un centinaio sono in provenzale: di questi il più antico è del 1130 (Rdlr, IV, 480, A. Montel. Ediz. Più completa nel 1886 per A. Germain). Bisogna poi ricordare le così dette Glosse viennesi (Jahrbuch, VIII, 1-13), specie di dizionario a uso tedesco, che raccoglie parole italiane e provenzali; è assai interessante per la linguistica; dell' VIII secolo, ma francesi, non provenzali, paiono essere le Glosse di Cassel e di Reichenau (Diez: Altroman. Glossare. Bonn, 1865).)
(N. E. Siglo IX, 842, Serments, juramens de Estrasburg en proto chapurriau y lo juramén del poble alemán.)
Ma che povera scienza! Si può infatti immaginare qual fosse il latino parlato quando il latino scritto si permette di queste licenze: “Praesentiam ipsius lui” (alla sua presenza); “Requiiscit membri bone memoriae Andolena bona caretate suam” (qui ri posano le membra di Andolena di buona memoria, amata per la sua carità); “se penetivit”
(si pentì), e infine si racconta che il papa Zaccaria, nell'VIII secolo, dovette rassegnarsi a convalidare dei battesimi fatti con questa strana formula; “In nomine de Patria, et Filia, et Spiritua sancta.”
La ignoranza e la corruzione linguistica furono però assai maggiori nella Francia del Nord che nella Meridionale. (1 : Di tale ignoranza si citano esilaranti esempi. Santo Ouen (VII sec.) tratta come scellerati Virgilio Omero e Menandro; fa di Tullio Cicerone due persone distinte. Il biografo di Santo Bavone confonde Titiro e Virgilio, e fa fiorire la lingua latina ad Atene, sotto il regno di Pisistrato!)
Infatti la vita letteraria non cessò mai interamente nella Provenza e nell'Aquitania: si hanno notizie di scuole ad Arles, a Vienna sul Rodano, a Poitiers; si insegnava la grammatica e il codice Teodosiano a Clermont; v'era una scuola monastica a Luxeuil in Borgogna. Anche il contatto con gli Arabi, durante l'VIII secolo, dovette influire per qualche cosa sull'indole della nuova letteratura; ma questa influenza da alcuni tanto esagerata, fu minima, se se ne toglie l'aver dato occasione, con le guerre ardenti e continue, a canti popolari storico-epici di cui però non conosciamo che l'esistenza. (N. E. Cosa que no pasó en la Valencia de España, Balansiya.)
Anche altre composizioni in lingua volgare possiamo constatare fino dall'epoca carolingia. Sul principio del IX secolo la chiesa raccomanda al clero di predicare in lingua romana: (1 : Cfr. Capit. VIII, § 2.)
sappiamo di canti volgari religiosi. Nulla di tutto ciò rimase, perchè nulla probabilmente ne fu scritto; l'uso del latino come lingua letteraria, rinforzato 'nel clero dal rifiorimento degli studi promosso da Carlomagno, rimaneva indiscusso: si parlava, si cantava e si pregava in volgare ma si scriveva in un gergo che voleva esser latino; e ciò perchè il discorso, il canto e la preghiera è di tutti, ma lo scrivere è solo di chi o bene o male ha studiato. Però quest'uso del latino toglieva alla grande maggioranza della popolazione ogni godimento intellettuale, vietandole la conoscenza di ogni produzione letteraria meno quella rozza dei cantatori di piazza e degli istrioni. E in questa condizione, tranne i chierici, erano tutti nobili e plebei, ricchi e poveri: v'era l'eguaglianza dell' ignoranza. Ma tra il secolo IX e il X, rimosso ogni pericolo da parte degli Arabi, spezzato da tempo il legame che riuniva la Provenza alla Francia, erano determinati dalla pace e dalla prosperità, nuovi bisogni e desideri nuovi. Ai quali si prestò la nuova lingua, che incominciò allora ad apparire capace di ricevere una forma artistica e meritevole perciò d'essere scritta.
§ 6. I primi documenti che ne abbiamo sono, e non è meraviglia, tutt'altro che popolari, ma scritti per diletto dei laici o per edificare i fedeli. Essi peraltro dimostrano tale relativa sicurezza e stabilità di metrica, di lingua e perfino di caratteri artistici, che possiamo risolutamente affermare che li dovette precedere una lunga serie di narrazioni e di canti, i quali forse perchè più popolari non furon creduti degni della scrittura. Il primo apparire di qualche cosa che arieggi il documento letterario è nientemeno che del principio del secolo X, e consiste in un ritornello provenzale ad una alba latina contenuta nel manoscritto vaticano “Regina 1462”. L'alba, o canto del mattino, è un genere che si svolse poi con eleganza nel periodo dei trovatori.
Questa ha già alcune delle caratteristiche di forma e di contenuto che conservò nei secoli XII e XIII; disgraziatamente il ritornello volgare è assai corrotto e guasto. Secondo il Rajna esso sarebbe da dividere così:
L'alba part umet mar atras ol poy
pasa bigil miraclar tenebras;
i quali due decasillabi (1) significherebbero:
(1 : Rajna: L'alba bilingue ecc., in: Studi di fil. rom., II, 67. Recens, in: Romania; avverto qui, una volta per tutte, che conto i versi alla francese, che cioè dà il nome al verso l'ultimo accento (così decasillabo quello che ha l'accento sulla 10a, settenario sulla 7a, ecc.). Nel 2.° verso si pronunci tenebrás.)
“L'alba, di là dall' umido mare, dietro il poggio, passa vigile a spiar per entro alle tenebre.” La frase per sè stessa mostra di non esser popolare. Avremmo invece degli accenni a cose veramente popolari nel mistero di S. Agnese. In questa sacra rappresentazione, per indicare su quale motivo musicale s'avevano da cantare le parole, si citano le prime parole di canti profani. Come esempio di tali citazioni dirò che il Planctum beatae Agnetis doveva esser cantato sull'aria della romanza popolare:
El bosc d'Ardena justal palais ausor
a la fenestra de la plus auta tor
(nel bosco d'Ardena presso l'eminente palagio, alla finestra della torre più alta). Il mistero di S. Agnese è del secolo XIV: questa romanza e le altre quattro citate sono certo assai più antiche, ma di quanto?
È ciò che non si può dire con certezza, e però è solo assai dubitativamente che le riponiamo tra i documenti più remoti della letteratura provenzale.
Un documento più importante e di molto interesse è il cosidetto Poema su Boezio. È un frammento di 257 decasillabi in un manoscritto del secolo XI della biblioteca d'Orleans. Il Bartsch ne pone la composizione verso l'anno 950, il Meyer invece con maggiore probabilità tra il 1000 e il 1050, ma anche con questa seconda data esso resta il più antico documento letterario, propriamente detto, di Provenza. La lingua di esso mostra essere del Limosino o della Marche; quanto al contenuto esso non è che un travestimento cristiano di alcuni passi del famoso libro De consolatione Philosophiae di Boezio. L'autore è certamente un ecclesiastico, il quale adotta la lingua e la metrica popolare (1) per spargere le sane dottrine della vanità delle cose mondane e della necessità di attendere al cielo. (1 : E propriamente della poesia epica. Sulle convenienze tra la epopea e il Boeci, cfr. Rajna: Origini dell' Ep. fr., p. 491. (Edizioni: Monaci; Facs. di ant. mss., 33-39, paleografica. Hündgen: Boethius. Oppeln, 1883, critica.)
Incomincia come al solito a vituperare la generazione presente e continua narrando come Boezio fu, per fellonia del re, incarcerato, e come nella carcere scendesse a consolarlo una donna celestiale che simboleggia la Filosofia cristiana, il cui abbigliamento e la cui bellezza sono minuziosamente descritti. Il merito estetico in questo frammento di poesia morale è scarso; è invece di alta importanza per la storia della lingua e della letteratura.
§ 7. Da un poema come questo alla poesia prettamente religiosa è facile il passo. (2 : Ricordo qui in nota le 129 strofe della Passione di Cristo e le 40 strofe della Vita di S. Ledgier (Leodegario); sono in un mss. della Bibl. di Clermont. La 1a, scritta in un paese intermedio tra la lingua d'oc e di oïl è solo semi-provenzale: è in ottosillabi rimati a coppia e divisa in quartine; risale al X sec. e non è forse che l'ultima parte, sola rimastaci, di una compiuta storia volgare di Cristo. La 2a, dello stesso secolo, borgognona, appartiene ancor più alla lingua d'oïl. (Cfr. G. Paris: Litt. fr., ediz. 1890, p. 201, 211).)
Noteremo prima un piccolo gruppo di vite di Santi, di cui abbiamo qualche frammento. Sono una Vita del beato Amando, vescovo di Rodez, di cui non ci restano che trentasette versi alessandrini conservatici in due opere del giureconsulto Dominicy di Cahors del 1645 e 1648: il Dominicy li credeva di 600 anni più antichi di lui, ma in realtà essi sono di assai più recenti e forse indegni di figurare tra i primi documenti provenzali; un frammento, assai più antico, di una Vita di S. Fides di Agen: sono 20 ottosillabi formanti due serie ineguali e monorime, conservatici dal Fauchet nel suo libro sull'origine della poesia francese edito nel 1581; essi sono secondo il Raynouard dell'XI secolo. (1 : Tutt' al più del principio del XII.)
Un altro frammento della Vita di S. Fides di Rouergue riportato dal Catel nella sua Storia dei Conti di Tolosa (1623) del quale non si può precisare l'antichità. Certo l'idea di parafrasare in versi una vita o un inno latino non potea venire che in una epoca in cui la poesia popolare esistesse di già. Altrettanto possiamo dire del Pianto di S. Stefano (2) che è un'epistola inframmezzata, ossia che si cantava alla festa del santo, in chiesa, dopo l'epistola canonica. In diciassette strofe di quattro ottosillabi monorimati, essa compendia brevemente la vita e il martirio del santo.
(2 : Esso, anzi, è forse posteriore al secolo XII. Il Gaudin (Rdlr, II, 133-39), ne pubblica due redazioni, ma la 2a non è provenzale ma francese, fortemente provenzalizzata dal copista (Cfr. Romania, I, 363).
(N. E. Planch de Sant Esteve; varias versiones, Villanueva, Raynouard, Saint Martial de Limoges.)


Di una epistola dello stesso genere su S. Giovanni Evangelista possediamo solamente le due prime strofe. Abbiamo infine un breve Intermezzo di sei decasillabi che si cantava nella messa di Natale sopra note musicali assai acute, a giudicarne dalla ingenua frase scritta dal cantore: “Un poc soi las, que trop fo aut lo sos;” esso trovasi in un manoscritto di S. Marziale di Limoges, ora a Parigi (manoscritto latino 1139). (1 : Su questi frammenti, v. le citazioni in Bartsch: Grundriss § 7; in generale però si nota nel Bartsch la tendenza di crederli più antichi di quel che realmente sono.)
Carattere più lirico, ma sempre ecclesiastico, hanno due poesie conservateci nello stesso manoscritto, le quali anche paiono più antiche delle precedenti. L'una è un Noel cioè canto per la notte di Natale, a strofe alternate, otto latine ed undici provenzali sul ritmo e sulla melodia dell'inno latino In hoc anni circulo. L'altra è una Preghiera alla Vergine in dodici strofette, alcune delle quali riporto come esempio delle ingenue preghiere della fine del secolo XI:
1. O Maria, deu maire,
deus t'es e fils e paire:
domna, preja per nos
to fil lo glorios.
2. E lo pair' aissamen
preja per tota jen;
e c'el no nos socor,
tornat nos es a plor.
...
5. Eva, moler Adam;
quar creet lo Setam,
nos mes en tal afan
per qu'avem set e fam.
6. Eva mot foleet
quar de queu frut manjet,
que deus li devedet,
e cel que la creet.
(1. O Maria, madre di Dio, Dio t'è figlio e padre, donna, prega per noi tuo figlio il glorioso.)
(2. E il padre altresì prega per tutti, e s'ei non ci soccorre, ci convien piangere.)
(5. Eva moglie d'Adamo, perchè credette a Satanai ci mise in questo affanno, che abbiamo sete e fame.)
(6. Eva molto commise follia che di quel frutto mangiò che le avea vietato Iddio, (ella) e (Adamo) che la credette).
Se a queste finora ricordate aggiungeremo due poesie di carattere religioso-didattico, un Atto di Fede e una formula di confessione in versi accoppiati di misura disuguale, di pochissimo interesse entrambe, e di cui non è neppur molto certa la remota antichità, avremo terminata la rassegna dei primi documenti poetici, morali e religiosi della letteratura provenzale. (1 : 1 Su queste e le precedenti poesie, cfr. P. Meyer: Anciennes poésies religieuses en langue d'oc. Paris, 1860.)
//
O Maria, Deu maire,
Deus t'es e fils e paire:
domna, preia per nos
to fil, lo glorios.
E lo pair' aissamen
preia per tota jen;
e c'el no nos socor,
tornat nos es a plor.
Confession.
Eva creet serpen
un agel resplanden;
per so nos en vai gen:
Deus n'es om veramen.
Car de femna nasquet,
Deus la femna salvet,
e per quo nasquet hom
que garit en fos hom.
quar creet lo Setam,
nos mes en tal afan
per qu'avem set e fam.
Eva mot foleet,
quar d'equeu frut manjet
que Deus li devedet,
e cel que la creet.
E c'el no la'n crees
e deu fruit no manjes,
ja no murira hom
chi ames nostre Don;
Mas tan fora de gen
ch'aner' a garimen;
cil chi perdut seran
ja per re no foran.
Adam menjet lo fruit
per que fom perdut tuit:
Adam no creet Deu,
a tot nos en vai greu.
Deus receubt per lui mort
e la crot a gran tort,
e resors al tert dia,
si com o dii Maria.
Aus apostols cumtet
e dis c'ap Deu parlet,
qu'eu poi de Galilea
viu lo verem angera.
Vida, qui mort aucis,
nos donet paradis;
gloria aisamen
nos do Deus veramen!
//
§ 8. Ci resta un altro documento poetico di materia affatto profana ma che pure è volto anch'esso a scopo didattico: è un frammento di un poema su Alessandro Magno, in 105 ottosillabi a serie monorime. (2 : Sulla versificazione di questo frammento, cfr. Rajna: Origini dell'Ep. fr., p. 500 in nota.)
Sulla storia favolosa dell'eroe macedone fu composto un romanzo greco nel secolo II, in Alessandria, conosciuto col nome di Pseudo-Callistene. Questo libro fu tradotto in latino nel IV secolo da un certo Julius Valerius, e questa traduzione fu fortemente abbreviata ai tempi di Carlomagno.
In tale stato venne alle mani di Alberico di Besançon (o Briançon) al principio dell'XI secolo, ed egli se ne servì pel suo poema in volgare, il quale (a giudicarne dal principio che solo ci rimane) nella gloria e nella morte prematura del suo eroe, vede illustrata la massima bibblica che tutto sulla terra è vanità. Il dialetto del poema è quello del Delfinato, vale a dire appartiene al territorio Borgognone o franco-provenzale, ed ha perciò mescolanza di caratteri linguistici, con prevalenza provenzale. È da lamentare la perdita di esso non solo perchè è il più antico dei molti poemi su Alessandro Magno, ma anche perchè si vede dal poco rimastoci che non era privo di qualche merito artistico. (1 : Cfr. G. Paris: Litt. fr., ediz. 1890, pag. 74, e le indicazioni bibliografiche a pag. 263.)
§ 9. In prosa, se noi facciamo astrazione dai documenti o carte legali in latino semivolgare che nulla hanno che fare con la letteratura, non abbiamo da assegnare a questo primo periodo se non un frammento di traduzione dell'Evangelo di S. Giovanni, comprendente i capitoli 13-17.
Si trova in un manoscritto del Museo Britannico (bibliot. Harl. 2928) del secolo XII; la traduzione però pare che risalga al secolo antecedente; essa è letterale ma non senza una certa elegante brevità. Il Meyer giudica che sia in dialetto valdese. Eccone un breve tratto posto a confronto della traduzione italiana del Diodati. (2 : Edito da C. Hofmann: Gelehrte Anzeigen der K. bayer. Akad. der Wissenschaften, 1858. Anche per questo Evangelo non si è assolutamente certi che risalga oltre il 1100.)
C. XIII, - 21. Cum (Jesus) ac aizo diith, fo torbaz per espirit, e afermet e diss: veramen, veramen vos dic que us de vos me trairá.
- 22. Donc esgardaven li disciple l'us l'autre, dobtan de cal o dezia.
- 23. Mas us de sos disciples era jazens eu se Jesu, lo cal amava Jesus.
- 24. Aquest cennet Peir, e diiss li: cals es. de cui o dii?
- 25. E ell cum jaguessa sobre lo peiz Jesu diiss li: dom, cals es?
- 26. Respon Jesus: aquell es cui eu darai lo pa molliat. E cum ac molliat lo pa, donet lo Juda Simó d'Escarioth.
- 27. E apres la bucella adonc intret en lui Sadenas.
(21. Dopo che Gesù ebbe dette queste cose, fu turbato nello spirito: e protestò, e disse: In verità, in verità, io vi dico, che l'un di voi mi tradirà. - 22. Laonde i discepoli si riguardavano gli uni gli altri, stando in dubbio di chi dicesse. - 23. Or uno de' discepoli, il quale Gesù amava era coricato in sul seno d'esso. - 24. Simon Pietro adunque gli fece cenno, che domandasse chi fosse colui, del quale egli parlava.
- 25. E quello inchinatosi sopra il petto di Gesù, gli disse: Signore, chi è? - 26. Gesù rispose: Egli è colui al quale io darò il boccone, dopo averlo intinto. Ed avendo intinto il boccone lo diede a Giuda Iscariot, figlio di Simon. - 27. Ed allora, dopo quel boccone, Satana entrò in lui.)
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Incipit sermo domini nostri Jesu Christi, quem fecit in cena sua quando pedes lavit discipulis suis.

13,1 Aván lo día festál della Pásca sabía lo Salvádre que la sóa óra vé
que traspásse d’aquést mún au páer. Cum agués amát los sós chi éren el
mún, en la fí los amét. 2 E fácha la céna, cum diábles ja agués més eu cór que Júdas lo traís, 3 sabens que lo páer li donéth tótas cháusas e sas más e que de Déu eissít he a Déu vái, 4 léva de la céna e páusa sos vestiméns. E cum ac présa la tóala, preceis s’én. 5 D’aquí aprés més l’áiga en la cóncha e enquéth a lavár los pés déus discíples e estérzer
ab la tóalia de que éra céins. 6 Dunc vénc a sáin Péire, e díiss li Péir: “Dóm, tu me lávas los pés?” 7 Respondét li Jesús e díiss li: “Zo que eu fáz, tu no sábs aóra, mas póis o sabrás.” 8 Díiss li Péir: “Ja no mé lavarás los pés.” Respondét lí Jesús: “Si éu nó t lavarái, non aurás párt ab mé.” 9 Díiss li Péir: “Dóm, no solamén los pés, mas neéps las más e lo cháp.” 10 Díis li Jesús: “Céll chi es lavát non a besóin que láu mas los pés, mas toz és néptes. E vos esz népte, mas no túih.” 11 Car sabía cals éra chi lo trairía: per zo díis: “Non esz tuih népte.” 12 Póis que lór ac lavát los pés e ac prés sos vestiméns, cum se fo asís, des cháp díiss a éuz: “Sabéz que vos ai fáith? 13 Vós me apelláz maiéstre e dóm, e dizét o bé, car eu o sói; 14 e per zó, si éu, dóns e máiestre, vos ai laváz los pés, e vos devéz l’us a l’áutre lavár los pés. 15 Eissémple vos ai donát que aissí cum eu o ai vós fáith que vos o fazát. 16 Veramén, veramén vos díc: non es lo sérs máier de so seniór, ni l’apóstols máer de celúi chi llo tramés. 17 Si aquéstas cháusas sabét, bonauráth serét si las faréz. 18 Non o dic de tot vos; eu sái cals elesquéi; mas per zó que la Scriptúra sía aumplída: Chi mandúia lo meu pá, levará escontra mé so taló.
19 Aóra vos o díc, ancéis que sia fáith, que creát, cum sera fáith, que eu sói. 20 Veramen, veramen vos o díc: chi recép cui eu trametrái, me recép, e chi me recép, recep cellúi chi mé tramés.” 21 Cum ac aizo díith, fo torbáz per espirít, e afermét e díss: «Veramen, veramen vos díc que us de vós me trairá.” 22 Donc esgardáven li discíple l’us l’áutre, dobtán de cál o dezía. 23 Mas us de sós discíples era jazéns eu se Jesú, lo cál amáva Jesus. 24 Aquést cennét Péir, e díis li: “Cals es de cúi o díi?”
25 E éll cum jaguéssa sóbre lo péiz Jesú, díiss li: «Dóm, cals és?”
26 Respon Jesús: «Aquéll es cui éu darái lo pá molliát.”
E cum ác molliát lo pá, donet ló Júda Simó d’Escarióth. 27 E aprés la bucélla adónc intrét en lúi Sadenás. E díiss li Jesús: “Zo que fás, fai tóst.” 28 E eizó negús non o ssáub déuz seénz cóntra que ló ill díiss.
29 Alcánt cuiáven, car Júdas avía las bórsas, que Jesus li diissés:
“Cúmpra acó que nos a óbs al día festál,” o que donés alcuna ré auz sofrachós. 30 El cum ac receubúda la bucélla, eissit s’én sémpre; e éra nóith. 31 E cum en fó eissíz, diiss Jesús: “Aóra es clarifiiáz lo fílls dell’óme, e Deus és clarifiiátz en lúi. 32 Si Deus és clarifiiátz en lúi, e Déus lo clarifiiará e se meésme, e sé manemá lo clarifiiará. 38 Filleth,
páuc sói enguéra ab vos: querret mé; e eissi cum eu diissíi aut Juéus, lai o eu váuc vos no podét venír, e vos díc o aóra. 34 Mandatum novum, noéll comandamén vos dó, que améz l’us l’áutre aissí cum eu vós améi. 35 En aizó conoisserán túith que mei discíple ész, si vos aurét amór entre vós.” 36 Díiss li Péir: “Dom, o vás?” Respondét Jesus: “Lái o éu váuc tu nu m póz ségre aóra; mas pois me segrás.” 37 Díiss li Péir:
“Per que no te posc segre aora? M’árma pausarái per té.” 38 Respón Jesus: “La tóa árma pausarás per mé? Veramen, veramen te díc: no chantará lo jáus (trecía : tercia) trecia que me abnéis per trés veiádas.”
14,1 E díiss a sós discíples: “Non turbetur cor vestrum, no sía turbát vóstre córs. Vos creét en Déu e e mé creéz. 2 En la maisó deu méu páer sun móutas maisós. Si que nó, eu vos agra díith que lo loc vos váuc aprestár. 3 E si éu irai e vos aparellarai lo loc, des chap venrái e recebrai vos a me meésme, que aqui o eu soi e vos siát. 4 E sabéz o eu váuc, e lla vía sabéz.” 5 Diss li Tomás: “Dóm, no sabém o vás; e cum podem la vía saber?” 6 Diis li Jesus: “Eu soi via, vertat e vida: negus om no vé au paer si per me nó. 7 Si mé aguessáz conogút, e u meu paer aguessáz
conogút; e d’eissa ora lo conoisseréz e ll’ avéz veúth.” 8 Diiss li Philips: “Dom, demostra nos lo páer, e es nos assaz.” Diiss li Jesus: “Eu tan gran temps soi ab vos e no m’avet conogút? Filip, cel chi me ve, ve lo paer.
Tu cum faitamen diz: demostra nos lo paer? 10 No cres que eu ell paer e l paer es e me? Las paraulas que eu parle a vos, no parle de me meesme, mas lo paer permanens e me meesme, el fai las obras.
11 No créez que eu el paer e l paer es e me? Sobrequetot per meesmas las obras creéz. 12 Veramen, veramen vos dic: cel chi cre e me, las obras que eu faz, cellas fara e maor d’aquestas las fara; car eu vauc au paer. 18 E calque chausa requerret el meu num, aizo farai, que sia clarifiiat lo paer eu fíll. 14 Si alcúna cháusa me querrét el meu num, aizó farái. 15 Si diligitis me, si vós me amát, gardáz los méus comandamens. 16 E eu preiarái lo páer, e dara vos áutre acosselliadór que permánia ab
vos durablamen, 17 l’espiríth de vertát, lo cál no pót lo múnz recébre, car no lo vé ni lo sáb. Mas vós lo conoisseréz, car ab vós permenrá e e vós er. 18 No vós grupirái órfes; venrái a vós. 19 Enguéra petíth, e l múnz ja no me vé; mas vos me veez, car eu víu e vós viurét.
20 Vos conoisseret en aquel día que eu soi eu páer e vos e me e eu e vos. 21 Ceu chi á los méus comandaméns e los gárda, aquell és chi mé áma. E chi me áma sera amáz del méu páer, e eu l’amarái e demostrarái li me meésme.” 22 Diiss li Judas, non aquéll d’Escarióth: “Dóm, cals cháusa es fácha, car a nos te es a demostrár e au mun nó?”
23 Respondét Jesus e diiss li: “Si quis diligit me, si alcús me áma, gardará la mía paráula, e l méus páer amara ló, e venrém a lúi e farém maisó chas lúi. 24 Ceu chi no m’áma no garda las mías paráulas.
E la paráula qu’avét auvída non es mía, mas d’aquell chi mé tramés, del páer. 25 Aquéstas cháusas vos ai parládas permanéns chás vos; 26 mas l’acosselliádre Sainz Espiríz, lo cál trametrá lo páer eu meu núm, el vós dozerá tótas cháusas e vos sózministrará tótas aquéllas cháusas que eu vós dirái. 27 Páz vos láise, la mía páz vos dó. Eu no la vós do aissí cum lo múnz la dóna. No sía turbáz lo vóstre cors. 28 Auvisz car eu vos diissii: vauc e véin a vós. Si vós me amassáz, vos certas esjauviráz, car eu váuc au páer; car lo páer es máer de mé. 29 E aóra vos o dissíi, anceis que sia fait, que vos creaz cum sera fait. 30 Ja no parlarái ab vós móutas cháusas, cár lo prínceps d’aquést mun vé e non a e mé alcúna
cháusa. 31 Mas per zó que lo múnz conóscha que éu ám lo páer e que aissí cum lo páer me donét lo comandamén aissi o fáz. Leváz, anném d’eici.
15,1 Ego sum vitis vera, eu sói véra viz e l méus páer es lo coutivádre.
2 Tot l’eissermen no pórtan frúith e mé tolra ló, e tot aquéll chi pórta frúih purjara ló que port plúis frúith. 3 Vos esz ja népte per la paráula que ai parláda a vós. 4 Permanéz e mé e eu e vós. Aissí cum l’eissermens no pót portar frúith de se meésme, si no permanrá en la viz, aissi fáchamen e vos, si e mé no permanrét. 5 Céu chí perma e mé e éu en lui, aquest pórta móut frúith; car ses mé neén podéz far.
6 Si alcús no permanrá e mé, sera fors més aissí cum l’eissermens, e sechará, e culliran ló e metran ló eu fóc e ardrá. 7 Si permanrét e mé, e llas mias paráulas permanrán e vós; calque cháusa volrét, querréz, e será vos fáita. 8 En aiso és clarifiiát lo méus páer que vós portét móut frúith e que siás fáit méi discíple. 9 Aissi cum lo páer me amét e eu vos améi. Permanét en la mía amór. 10 Si vos gardarét los méus comandaméns, permanrét en la mia amór, aissi cum eu gardéi los comandaméns del meu páer e permain en la sóa amór. 11 Aquéstas cháusas vos ái parládas que lo méus jaus sia e vos e l vóstre jáuis sia umplíz.
12 Hoc est preceptum meum, aizó és lo méus comandaméns que vós améz l’us l’áutre aisi cum éu vos améi. 13 Negús óm non á maór amór d’aquésta que páuse s’árma alcús per sós amíx. 14 Vos ész li méi amíc, si farét aquellas cháusas que eu vós comán. 15 Ja no vós dic sérs, car lo sérs no sáb que fáza sós séiner; mas vós diissíi amíx, car tótas las cháusas que auvíi del meu páer vos fezíi conogúdas. 16 Vos no me elesquész, mas eu vós elesquéi e pausei vós que annét e portez frúith e l vóstre frúith permánia, que cálque cháusa vos requerréz lo páer eu meu núm vos do. 17 Hec mando vobis, aquéstas cháusas vos comán que vós améz l’us l’áutre. 18 Si lo múnz vos aíra, sabchát que me ác en íra primér de vós. 19 Si vós fossáz del mún, lo múnz améra zo que era só; mas car vós non ész del mún, mas eu vos elesquéi del mún, per zo vós aíra lo múnz. 20 Mémbre vós della mía paráula que eu vos diissíi: non es lo sérs máer de só seniór. Si me perseguéren, e vos persegrán. Si gardéren la mía paráula, e lla vóstra gardarán. 21 Mas tótas aquestas cháusas vos farán, car no sáben cellúi chi mé tramés. 22 Si eu no vengués e agués parlát a éuz, non ágren péchát; … (la lacune n’est pas indiquée. e viiren Tobler] euuren.
24 aóra acértas e viiren e airéren e mé e u méu páer. 25 Mas que sía umplída la paráula chi és escríuta en la lor léi, que de gráth me águen en odi. 26 Cum autem venerit paraclitus, más cum venrá l’acosselliádre cui éu vos trametrái del páer, l’espiríte de vertáth, chí procé del páer, el portará testimóni de mé. 27 E vós portaréz testimóni, car am me ész déis lo comenzamen.
16,1 Aquéstas cháusas parléi a vós, que no siáz escandalizáth. 2 Fórs las sinagógas vos farán; mas la óra vé que trastót céll chi vós aucí se jútge donár servízi a Déu. 3 E farán aquéstas cháusas, car no conóguen lo páer ni mé. 4 Mas aquéstas cháusas ai a vós parládas, que cum venrá la lór óra remembrét que eu vós o diissíi. 5 Aquéstas cháusas acértas déis lo comenzamen no vos dissii, car ab vós éra. Vado ad eum qui misit me, mas aóra váuc a cellúi chi me tramés, e negús de vós no mé demánda:
o vás? 6 Mas car vós dissíi aquéstas cháusas, tristícia umplíth vóstre cór. 7 Más eu vós díc la vertát: vos cové que eu án; car si éu non irái, l’acosseliádre no venrá a vós. Mas si éu irái, ieu lo trametrái a vós.
8 E cum éll venrá, repenrá lo mún de pechát e de drechúra e de jútjamen; 9 de pecchát acértas, car no creéren e mé; 10 de drechúra acértas, car eu váuc al páer e ja no mé veirét; 11 de jutjamen acértas, car lo prínceps d’aquész mún es jutjáz. 12 Enguéra vos ai a dír móutas
cháusas; mas non o podét portár aóra. 13 Mas cum venrá l’espiríth de vertát, esseniará vós tóta vertát; car no parlará de se meésme, mas calque cháusa auvirá, parlará, e anunciará vós aquéllas cháusas que sún a venír. 14 El mé clarifiiará, car del méu o recebrá e anunciará vós ó.
15 Tótas las cháusas que lo páer á sun mías; per zo dissíi que del méu o recebrá e anunciará vós ó. 16 Modicum et jam, petít e ja no me veirét, e des cháp petít e veirez mé, car eu váuc au páer.” 17 Per zo dizíen alcánt
de sós discíples entr’éuz: “Qu’és aizó que nos díi: petít e ja no me veirét, e des cháp petit e veirez mé, e car vauc au páer?” 18 Per zo dizíen:
“Que es aizó que díi petit? No sabém que párla.”
19 Conóg acértas Jesus que lúi volien demandár, e díiss a éuz:
“D’aizó querét entre vós, car dissii: petíth e no mé veirét, e des cháp petít e veirez me. 20 Veramén, veramén vós díc que ploraret vos, mas lo munz jauvira. Vos seréz entristát, mas la vóstra tristícia será trastornáda en jáu. 21 La fémna, cum efánta, a tristícia que la sóa ora vé; mas cum efantat á l’efán, ja no lli mémbra de la dolór per lo jáu, car om es náz el mun. 22 E per zó vos avét aóra tristícia; mas des cháp vós veirái, e l
vóstre córs s’esjauvira, e lo vóstre jau negus óm no tolrá de vós: 23 e’n aquéu día vos no mé demandarét alcúna cháusa. Amen amen dico vobis, si quid petieritis, veramen, veramen vos díc: si alcúna cháusa querréz lo páer eu meu núm, dará a vós. 24 Trecía que aóra no quesísz alcúna cháusa eu méu num. Queréz que vóstre jáuis sia plés, e recebréz.
25 Aquéstas cháusas ai parládas a vós e semblánzas. Ve la óra cum eu no parlarái ja a vós en provérbis, ma aubértamen vos annunciarái del páer. 26 En aquell día querréz eu meu num; e no vos díc que éu preiarái lo páer de vos. 27 Car meésmes lo páer vos áma, car vós me amáz e creész que eu eissíi de Déu. 28 Eissíi del páer e venguíi eu mún: des
chap grup lo mún, e vauc al páer.”
29 Dízen li si discíple: “Ec, aóra párlas aubertamén e no díz alcú provérbi. 30 Aóra sabém que tótas cháusas sábs, e no t’es óbs que alcús te demánde. En aizó créem que de Déu eissíst.” 31 Respondét a éuz Jesus: “Aóra creéz; 32 ec, ve la óra e ja vé que vos siáz devís cháschús e sás próprias cháusas e me grupáz sól; e no sói sóls, car lo páer es ab mé. 33 Aquéstas cháusas vos ái parládas que aiáz páz e mé. El mún auréz pressúra; más fiaz vós: eu venquéi lo mún.”
17,1 Sublevatis oculis, aquéstas cháusas parlét Jesus e, sozleváz los ólls eu cél, díss: “Páer, la óra vé, clarifiia lo to fíll, que lo tós fíllz te clarifíge; aissí cum tu li donéz poestát de tóta chárn, que tot zo que tú li donést, des a éuz víta eterna. 3 Víta eterna és aquésta, que ill té conóschen sól e Jesum Críst lo cál tu tramesíst. 4 Eu te clarifigéi sobre térra, la óbra cosméi que tu mé donést que fáza. 5 E aóra tu, páer, clarifiia mé pres te meésme de la clardát que eu aguíi pres té, ancéis que fós lo múnz.
6 Lo to num manifestéi auz ómes que tu mé doníst del mún. Toi éren e doníst los mé e gardéren la tóa paráula. 7 Aóra conóguen que tótas las cháusas que tu mé doníst sun de té, 8 car las paráulas que tu mé doníst
donei a éuz, e ill recéuben e conóguen veramén que de té issii e creéren que tu mé tramesíst. 9 Eu préc per éuz, no préc per lo mún, mas pér aquész que mé doníst, car toi sún. 10 E tótas las mías cháusas sun tóas e las tóas sun mías. E soi clarifiiáz en éuz, 11 e já no sói eu món, e aquíst són eu mún, e eu vein a té, páer sáinz. Garda los cáls eu to num me doníst, que síen una cháusa aissí cum em nós. 12 Cum eu era ab euz los gardáva eu to num: los cáls me doníst gardéi e negús d’aquész
no períth, mas lo fílls de perdicio, que la escriptúra sia aumplída.
13 E aóra vein a té e aquéstas cháusas párle eu mún, que áien lo méu jaui umplít e se meésme. 14 Eu donéi a éuz la tóa paráula, e lo múnt ac éuz en odi, car no sún del mún, aissi cum eu no soi del mún. 15 No préc que los tóllas del mún, mas que los gárdes de mál. 16 No son del mún aissí cum eu no sói del mún. 17 Sanctifíia lós e vertát; la tóa paráula es vertát. 18 Aissí cum tu me tramesíst eu mún, e eu lós tramesíi el mún. 19 E per éuz eu sanctifíge mé meésme, que e ill síen sanctifiiát e vertát.
20 E no préc tánt solament per aquész, mas per aquéuz chi an a creér e mé per la paráula d’éuz: 21 que túith síen una cháusa aissi cum tu, páer, es en me e eu en té, que ill sien e nós una cháusa, que lo munz créa que tu me tramesíst. 22 E eu donei a euz la clardat que tu me donist, que sien una cháusa, aissí cum e nos em una cháusa, 23 eu en euz e tu e me, que sien cosmat en una cháusa, e lo munz conoscha que tu me tramesist e amest los aissi cum me amest. 24 Paer, voll que aquill que m
donist aqui o eu soi e ill sien ab me, que veen la mia clardat la cal me donist; car amést me avan lo costituemen del mún. 25 Páer jusz, lo múnz no té conóg, mas eu te conoguíi, e aquist conoguen que tu mé tramesíst. 26 E fezíi a éuz conogút lo to num e farai ló conogút, que la amórs per cál tu me amést sia en éuz e éu en éuz.
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