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viernes, 6 de noviembre de 2026

Capitolo VII. Letteratura profana: scientifica, didattica e morale.

Capitolo VII.

Letteratura profana: scientifica, didattica e morale.

Capitolo VII. Letteratura profana: scientifica, didattica e morale.


§ 1.° La scienza medievale è essenzialmente latina, cioè in possesso dei clerici e delle classi letterate. Essa perciò, a dispetto delle mutate condizioni di vita e di costumi, rimase anche in volgare un pallido riflesso della sapienza classica: si ripetevano ingenuamente i precetti politici di Aristotile e le regole militari di Vegezio con la ferma persuasione di fare opera utile agli Stati e agli eserciti dei tempi feudali. E, oltre questo continuo controsenso, altre cause contribuirono a intorbidare questo riflesso dall'antica scienza: innanzi tutto, il caso non raro che si fraintendesse il proprio modello, e in secondo luogo specialmente per le scienze d'osservazione e naturali, si trasceglievano dagli antichi autori piuttosto i fatti meravigliosi e fantasiosi che le nozioni più semplici ma positive. Sulla materia a questo modo raccolta agiva poi potentemente il sentimento religioso. Nel Medioevo la vita dell'uomo e dell'universo ha un solo scopo: la salute dell'anima e la glorificazione del Creatore; donde un continuo impulso a mutare l'osservazione positiva in meditazione subbiettiva, il fatto in simbolo, la nozione materiale in allegoria o in precetto morale. Le simmetrie anatomiche, i costumi degli animali, le virtù dei minerali, furono così convertite in moralità e, come può credersi, la stranezza dello scopo non poteva che indurre ad accumulare le stramberie e gli errori. Quanto alla esteriorità, la scienza passando dal latino al volgare dovè acconciarsi a quelle forme che più piacevano agli indotti di latino: quindi dovettero spesso vestirsi poeticamente di decasillabi e di alessandrini i gravi precetti dell'igiene e della chirurgia e perfino le nozioni della zoologia e della metereologia. Ciò spiega perchè questi trattati possono e devono far parte della storia di una letteratura medievale.

§ 2. Le opere di indole grammaticale e retorica furono già da noi accennate (V. pag. 1-8). Di trattati di diritto romano possediamo una libera traduzione, dal latino in prosa provenzale, del Codice di Giustiniano. Essa è del secolo XIII e non ne fu pubblicato che un breve passo. (1 : Nella Chrestomathie del Bartsch, p. 297. Essa è nei mss. parigini: spagn. 254 e fr. 1932.) 
Un altro trattato di diritto del secolo XIV è inedito nel ms. fiorentino 
ex-Libri, 101, e sappiamo che esistè anche una traduzione del Codice teodosiano, ma è andata perduta. (2 : Romania, XII, 338, Chabaneau, Biogr. p. 198.) (N. E. Biblioteca Nacional de Francia (BnF), signatura Nouvelles Acquisitions Françaises (NAF) 4504; Lo Codi.)

Un trattato di legge e di politica è l'Albre de battalles che fu scritto in francese da Onorato Bonnet priore di Salon verso i primi anni del regno di Carlo VI (1389-1422), e che parla dei doveri dei principi e dei diritti di Stato. Ne rimane una traduzione provenzale del secolo XV quasi totalmente inedita: (1 : Nel ms. parigino 7807. Un brano nella Chrestomathie del Bartsch, p. 397.) 
la lingua è già fortemente infrancesata.
Tra gli esercizi del Medio-evo ebbe, come ognuno sa, posto importantissimo la caccia; l'allevamento degli uccelli rapaci diventò una vera scienza. Ci resta un lungo trattato di 3780 ottosillabi rimati a coppia, intitolato Lo romans dels Auzels cassadors, che insegna a distinguere le varie specie degli uccelli da caccia, ad ammaestrarli e a curarne le malattie. Fu scritto sul principio del secolo XIII dal trovatore Daude o Deude de Pradas, che fu più tardi canonico di Magalona. Quest'opera è importante, oltrechè dal lato linguistico, anche come fonte del libro De Avibus rapacibus attribuito a Federico II, e di altri congeneri. (2 : Edito dal Monaci nel fasc. 12° degli Studi di fil. romanza.)

esparvé, cernícalo, halcón

Daude de Pradas scrisse anche poesie liriche ma, dice la sua biografia, non furono accolte con molto favore: ce ne resta una ventina. La sua vocazione era per la poesia didattica; oltre il citato poema, ne scrisse un altro di indole morale in 1810 ottosillabi sulle Quattro virtù cardinali, che sono: savieza, cortezia, mezura e drechura: dedicò quest'opera a Stefano di Chalençon vescovo di Puy dal 1220 al 1331. 
(3 : Edito da Austin Stikney: The rom. of Daude de Pradas ecc. Firenze, 1879.)
Ci rimangono completamente inediti, altri trattati di scienze varie, per esempio un Trattato di Botanica in prosa del secolo XIV (1 : Ms. ex-Libri, 105, cfr. Rom. XII, 241.) e un Trattato di Agrimensura, dello stesso secolo, che sembra essere una traduzione di un testo latino attribuito a un Arnaldo di Villanova maestro in medicina. Il traduttore provenzale fu molto probabilmente Arnaldo del Puey, notaio ad Arles verso il 1380-1400, e la traduzione è in prosa preceduta però da una lunga introduzione in versi. (2 : Due mss. uno a Carpentras (n.° 323) e uno ad Aix.) 
Altri trattati riguardano la scienza del tempo, per esempio il Poema del computo in 144 ottosillabi, composto negli ultimi anni del secolo XIII, forse da Raimon Feraut autore della Vita di S. Onorato (v. capit. seguente). È un dialogo in cui un interlocutore insegna all'altro il computo delle feste ecclesiastiche, mobili, fisse, e simili; ed è probabilmente una traduzione, ma l'originale latino non si conosce. 
(3 : Edito da Chabaneau, Revue des lang. rom. XIX, 63.)
Nomineremo poi due Calendarii e predizioni in prosa che più che altro sono avvertimenti di non mettersi in viaggio in dati giorni, non sposare in dati altri, e simili pregiudizi sciocchi. (4 . Uno edito da Suchier, Denkm. I, 107, l'altro dal Bartsch, Denkm. 315. 
A questa sezione può unirsi un trattato di Algorismo del sec XV, ined. nel ms. parigino, 4140.) 
Ai quali possiamo riattaccare le pratiche superstiziose della divinazione, di cui ci resta un curioso testimonio. In un vecchio muro di Cordes presso Albi fu trovato un foglio di pergamena piegato, con al margine tante cordicelle colorate e corrispondenti ciascuna a una risposta scritta nel testo. Si sceglieva un filo all'azzardo e si leggeva la propria sentenza.
Il foglio è una traduzione di un originale latino, che si conserva, intitolato Sortes Apostolorum, il quale però degli Apostoli non ha che il nome: le risposte sono 56 sentenze morali e, come si capisce, più o meno accomodate a qualunque domanda. (1 : È del sec. XIII, edito da Chabaneau, Revue des lang. rom. XVIII, 157. Vi furono pure le Sortes sanctorum, le Sortes prophetarum, ad onta che più volte la Chiesa severamente vietasse simile profanazione dei testi sacri.) 
Di altra natura, ma non meno superstiziose sono le credenze medievali nelle virtù delle gemme; donde i numerosi lapidarii dei quali celeberrimo e più spesso tradotto fu il Liber de gemmis di Marbode, vescovo di Rennes morto nel 1123. Ci son rimasti i frammenti di una traduzione in prosa provenzale del secolo XIII: le qualità delle pietre sono le più meravigliose che possa credersi ma i nomi loro sono così strani che è difficile capire di che gemma si parli. Ecco, ad esempio, un'indicazione buona pei cantanti: “Calcofons tocada a la cara si reveremen ab caste cors sia portada ela dona as aquel qui la porta dos tant de votz e que ya no rouquitgera; e es de negra color.” (2 : “Calcofonte, accostata al viso se con reverenza e con casto corpo sia portata dà a chi la porta il doppio di voce e che più non diventa rauca, ed ell'è di nero colore”. Edito dal Meyer in Jahrbuch, IV, 78 e V, 689.)
Altrettanto sicure e stupefacenti sono le cognizioni zoologiche che il Medio-evo ci ha tramandato nei suoi bestiarii. Ce ne rimane uno
moralizzato, ossia in cui i fatti son volti a precetto morale o religioso: esso è del XIII secolo, e pare una traduzione più o meno libera del famoso Physiologus: è questo un trattato di zoologia in versi greci, un commentario del quale è attribuito a Sant' Epifanio arcivescovo di Cipro (m. 406). (1 : Edito in Annuaire de l'assoc. pour l'encouragement des études grecques en France, a. 1873. La traduzione provenzale è edita dal Montet, nella Hist. littéraire des Vaudois du Piemont, p. 60 e 220.)
Un altro Piccolo bestiario provenzale, in prosa e anonimo anch'esso, pare alquanto più antico del precitato: esso pure espone i più accertati costumi degli animali; e per esempio, questi:
“De la vibra. La vibra can ve home nut ela non l'auza regardar de paor, e cant lo ve vestit nol preza re e sauta li desus. - De aspis. Aspis es la serp que garda lo basme; e cant hom vol aver del basme, hom lo adormis ab esturmens e pren hom del basme; e can ve que es enganatz, el se clau la una aurelha ab la coa e freta tan l'autra per terra tro que tota l'a clauza, per so que non auja los esturmens e velha.” 
(2 : “Della vipera. La vipera quando vede l'uomo nudo non l'osa guardare dalla paura: e quando lo vede vestito nol pregia punto e gli salta addosso. - Dell'aspide. Aspide è la serpe che custodisce il balsamo: e quando uom vuole avere del balsamo lo addormenta con istromenti e così prende del balsamo; e quando ei vedesi così ingannato, e' si chiude un'orecchia con la coda e frega l'altra orecchia per terra fin che tutta l'ha chiusa per non udire gli istromenti, e così veglia.” Edito dal Bartsch, Prov. Lesebuch, 162. Sui Bestiarii medievali vedasi lo studio del Kressner nel vol. LV (a. 1876) dell' Arch. f. d. s. d. neueren Sprachen.)
 
Una scienza che il Medio-evo coltivò con ardore, e nella quale se non nelle teorie generali almeno nella pratica usuale era più pericoloso l'abbandonarsi alla fantasia, fu la medicina e le varie sue branche. Abbiamo un Poema sull'igiene in 448 ottosillabi. Esso non è che traduzione di una famosa Epistola Aristotilis ad Alexandrum che è nel Secretum secretorum, libro molto in voga nel Medio-evo e che deriva direttamente da fonti arabiche. Il traduttore provenzale però attribuisce la lettera a Galian, Galeno, e dice di servirsi anche di Ippocrate, ma ci guarderem bene dal credergli. Questo poemetto fu conosciuto e citato da Matfré Ermengaud (1280-1322), è quindi più antico. I precetti igienici, del resto, sono di un'indiscutibile utilità; per esempio in Primavera:
Primaveira es plus tempratz
e adoncs es grans sanitatz
de mecinar o de sancnar
o de belhas domnas baisar,
o de manjar condutz tempratz
que ajan bonas qualitatz,
calletas grassas o perditz
e ueos tenres e pols farsitz
e laig de cabra al disnar
e laychuguetas al sopar. 
(1 : “Primavera è stagione più temperata, e dunque è gran sanità di medicarsi e far salasso o di baciare belle donne, o di mangiare acconcie vivande che abbian buone qualità, quagliette grasse o pernici e uova fresche e polli farsiti o capretto arrosto a pranzo e lattughine a cena.” Edito dal Suchier, Denkm. I, 201; un altro ms. segnalato dal Monaci è il Barberiniano, X, 129.)

A proposito di igiene, si può ricordare un breve squarcio di prosa che enumera Le virtù dell'acquavite toniche e medicinali; fu tradotto anche in catalano. (1 : Bartsch, Denkm. p. XXV e 314.) 
Attinenti all'argomento sono pure due brevi trattati De las sangnias cioè de' giorni più propizii a farsi salassare. (2 : Suchier, Denkm. I, p. 108 e 518.) 
Assai più importante è un Trattato di chirurgia in 1571 versi dodecasillabi, in principio a lasse monorime di 10 versi poi a strofe di quattro. Esso è traduzione dei primi tre libri di una ben nota Practica medicinae scritta verso il 1180 da Ruggiero di Parma che aveva studiato a Salerno. Questa traduzione in versi provenzali fu fatta verso il 1209 da un certo Raimondo d'Avignone, anch'egli medico-chirurgo e uscito dal celebre Studio salernitano. La traduzione è fedele ma qua e là sono intercalate interessanti osservazioni individuali. (3 : L'opera è inedita nel ms. 878 bibl. univ. di Bologna; ne diè notizia e saggi A. Thomas, Rom. X, 63 e 456. Una traduzione della stessa opera di R. da Parma, in prosa provenzale, è a Basilea nel ms. D. II, 11.)
Abbiamo poi un altro Trattato di chirurgia di Albucasis in prosa provenzale del XIV secolo; Albucasis morì a Zahara circa l'anno 1107.
(4 : Edito da Tourtoulon, Revue des lang. rom. I, 3 e 301. Restano poi le seguenti operette di minore importanza: due trattati d'anatomia e chirurgia, ined. nel già citato ms. di Basilea, nel quale pure sono due brevi studi sulla orina e sull'arte oculistica; una traduzione provenzale, ined. nel ms. fiorentino 43 Ashburn., della Anatomia e chirurgia scritta in francese, verso la fine del XIII secolo, dal celebre chirurgo Enrico de Mondeville. Infine dei frammenti di Ricette medicinali, alcune abbastanza curiose, editi sparsamente in Romania, XII, 100, Jahrbuch, IV, 80: Lexique roman del Raynouard. V, 602.)

§ 3. Indole più letteraria hanno le opere di natura enciclopedica, cioè che si propongono di riunire ed esporre in tutto o in parte, le scienze d'allora. Da ciò il nome molto usato di Tesoro che troviamo anche in provenzale. 
È un poemetto di 840 alessandrini, tutti rimati in ens, ne' quali si esplicano cognizioni di storia biblica e profana e delle sette arti liberali. Ne fu autore mastro Pietro di Corbiac il quale visse nella prima metà del XIII secolo e che aveva compiuto i suoi studi nella città di Orleans. 
(1 : Il Tesaur fu pubb. da Sachs: Le T. de P. de Corbiac. Brandebourg, 1859.) 
Assai più importante è il Breviario d'Amore di Matfré Ermengaud di Beziers. Dell'autore sappiamo che studiò legge, e che incominciò a scrivere la vasta sua compilazione nel 1282; più tardi entrò monaco nel convento di Beziers, ove scrisse altre cose che vedremo, e vi morì nel 1322. Il Breviari d'amor (parlando delle Leys d'amor dicemmo in quale ampio significato s'abbia da intendere questa parola) consta di circa 27.000 ottosillabi rimati a coppia e raccoglie ordinatamente lo scibile intero del XIII secolo. Incomincia dal dividere le scienze celesti dalle umane; parla di Dio, degli angeli e dei demonii; quanto alle cose umane, tratta degli elementi, della meteorologia, delle pietre, delle piante e degli animali. Poi dell'uomo e della sua storia, leggi e costumi, delle loro colpe e reciproci doveri. Tutta l'opera, di molto interesse per la storia della cultura e delle lettere, è raccolta da fonti diversissime, ma in complesso abbastanza unita ed omogenea. (1 : Il Breviari fu pubb. da Azais, con introduzione e glossario a Béziers, Benezech (e Parigi, Vieweg) nel 1881. I molti ms. che ne rimangono (Grundriss, p. 53 e Meyer, Rom. I, 379) attestano che l'opera fu molto gradita e letta.)
Altra opera della stessa indole è l'Elucidari de las proprietatz de totas res naturals; come il titolo stesso dice, trattasi di una enciclopedia di scienze naturali, teologia, matematica, filosofia, politica, architettura, retorica, pittura, fisiologia, anatomia, dietetica e altre. L'anonimo autore tradusse l'opera sua da fonti latine e specialmente dal De proprietatibus rerum di Bartolomeo de Glanvilla, per preghiera e desiderio di Gastone II conte di Foix (1315-1343). L'Elucidari è in prosa ma è preceduto da un prologo in versi decasillabi di 46 quartine, il qual prologo è intitolato Palayts de Savieza. È infatti la Saviezza che mostra il suo palazzo al conte Gastone o nella divisione delle sale gli designa la divisione delle varie scienze di cui si compone lo scibile. (2 : Il prologo è edito dal Bartsch, Denkm. 57. Il lucidario è nel ms. SF. 4 della bibl. S. Genovieffa a Parigi; varii estratti editi sparsamente; notizie copiose e indagini in Zeitschrift, XIII, 225 (C. Appel).)
Al principio del secolo XIV appartiene pure un anonimo Libro di Sidrac in prosa. È un dialogo, forma molto amata nel Medio-evo, tra un re che fa domande e il saggio Sidrac che risponde e scioglie ogni dubbio o questione. Tali libri, di cui vi sono numerose versioni latine e volgari, risalgono più o meno direttamente a fonti orientali. 
(3 : Sidrac è ined. nel ms. parigino 1158: un brano in Bartsch, Chrest., p. 307. Altro ms. é segnalato dallo Chabaneau. Rev. des lang. rom. XXXII, 475, n.)

Alla geografia si connette una traduzione provenzale in prosa di un Libellus de descriptione Hyberniae, ove si descrivono le meraviglie dell'Irlanda, e fu dedicato a papa Giovanni XXII (1316-34) da un frate Filippo della chiesa di Cork. (1 : Museo britannico: Additional mss. 19513 e 17920; nel primo è il testo latino, nel secondo la traduzione provenzale inedita.)
Molto più fantastica è la famosa Epistola del Prete Gianni diretta a un imperatore Federico (non si sa quale). Diceva la leggenda che il Prete Gianni era imperatore delle Indie e cristiano. Federico, al saper ciò, gli avrebbe scritto chiedendogli notizie di lui e di sua terra, e il Prete Gianni avrebbe risposto con questa famosa Epistola, che dal latino passò tradotta in ogni lingua volgare. La traduzione provenzale è del secolo XIV; vi son descritte le più pazze cose del mondo, mari senz'acqua, fiumi di ciottoli, provincie di sole donne, fontane di vita eterna, e simili. Il che non vieta al ben informato autore di concludere: tot so... tenguas per veritat fermament! (2 : Edita Bartsch, Denkm. Sulla leggenda del Prete Gianni, vedi due studi, del Brunet (Bordeaux, Lefebvre, 1877) e di Federico Zarncke (Resoconti Accad. sassone, classe fil.-stor. 1877, I, II).)

§ 4. Passiamo ora dalla letteratura scientifica alla didattica e morale; i tre generi però sono nel Medio-evo spesso riuniti in una sola opera, e la morale poi è difficile da separare dai precetti religiosi, avendo essa raramente una spiccata mi pronta profana. Al genere didattico puro appartiene un gruppo abbastanza numeroso di opere intitolate insegnamenti, perchè infatti l'autore si propone di insegnare a ciascuna classe di persone quali sieno i suoi obblighi e doveri. Il più antico è un Insegnamento per le Dame in senarii rimati a coppia, di Garin lo Brun che visse nel XII secolo, contemporaneo di Pietro d'Alvernia; la biografia dice ch'egli era castellano del Velay e che scrisse solo tenzoni. L'insegnamento è un seguito di luoghi comuni sul modo di contenersi. 
(1 : È nei mss. G. e N; cfr. Bartsch, Chrest. p. 87 e Jahrbuch, III, 399.) Nella stessa forma metrica furono scritti verso la fine del XII secolo gli Insegnamenti pei cavalieri che ci offrono una pittura interessante del modo di vivere dei signori in quel tempo. Ne è autore un nobile, Arnaut Guillem de Marsan che Raimon Vidal citò tra i protettori dei poeti. 
Infatti Arnaut raccomanda tra le altre cose la più larga ospitalità:

Larcx siatz en despendre
Et aiatz gent ostau
Ses porta e ses clau.
Non crezatz lausengiers
Que ja metatz portiers
Que feira de basto
Escudiers ni garso
Ni arlot ni joglar
Que lay vuelha intrar. 

(2 : “Siate nello spendere larghi, abbiate casa ospitale senza porta e senza chiave, né prestate fede a chi suggerisca che mettiate portinaio ad allontanar col bastone scudiero, garzone, cantastorie o giullare che domandi l'ingresso.” Edito in Bartsch, Prov. Lesebuch, 132, molti saggi in Mahn, Werke, III, 366 e Raynouard, II, 301-308 e V, 41.)

Abbiamo poi tre Insegnamenti pei giullari. Il primo anteriore al 1170, è di Giraldo de Cabreira e diretto al giullare Cabra:
Cabra juglar non puesc mudar
qu'eu non chan pos a mi sap bon, 
E volrai dir senes mentir
e comtarai de ta faison. 
(1 : “Giullar Cabra io non so star ch'io non canti, poichè m'è in piacere: e piacemi dire senza menzogna e contar de' tuoi modi.” Edito da Milà, Trov. en España, 265, e Monaci, testi, P. 32.) 

Il poeta rimprovera al giullare di non sapere un'infinità di cose, e intanto gliele enumera ed insegna. Lo stesso contenuto e la stessa forma metrica ha il secondo insegnamento diretto al giullare Fadet, che consta di 240 versi e fu scritto al principio del XIII secolo da Giraldo de Calanson. Posteriore è il terzo Insegnamento di cui è autore Bertran de Paris de Rouergue verso la fine di quel secolo: è in 10 strofe di otto decasillabi ciascuna e diretto al giullare Guordo: il contenuto è identico ai precedenti. (2 : Tutti tre sono editi dal Bartsch, Denkmäler.)
A questo gruppo che riguarda l'elemento giullaresco, si può riattaccare la Petizione di un giullare fatta da Guiraut Riquier (1254-92) al re di Castiglia, nel 1275, pregandolo di porre stabile divisione tra il titolo di trovatore e quel di giullare, lamentandosi della confusione in proposito. Ad essa segue (opera probabilmente dello stesso Riquier) la Dichiarazione di Alfonso X, nella quale, con lo stesso metro di senarii a coppia si finge che il re decreti la divisione tra buffoni, giullari e trovatori.
(1 : Cfr. Diez, Poesie (trad. fr. p. 79-86 e 403-410) Mahn: Werke, IV, 163 e 182.)
Entrambe le poesie sono documenti assai interessanti per la storia dell'ultimo periodo della lirica provenzale. Intorno al quale è pure importante una lunga poesia di circa 1728 ottosillabi rimati a coppia 
Sul decadimento della poesia, di cui è autore Raimondo Vidal di Bezaudun già citato a proposito della sua rettorica intitolata Las razos de trobar (v. pag. 1). Nell'opera sua egli non parla della intima natura della poesia ma ricorda i nomi di molti protettori di essa e deplora la decadenza dei poeti e il venir meno dell'antica liberalità. (2 : Ed. da Bartsch, Denkm. 144.)
Tornando agli insegnamenti, citeremo una poesia in 559 senarii rimati a coppia intitolata Insegnamenti sulle donne, nella quale si esaltano le virtù e più specialmente si enumerano i difetti muliebri. Ne fu autore il poeta catalano Serverico di Girona; questa poesia, di cui manca il principio e che ha meriti letterarii assai mediocri, è dedicata a Giacomo I re d'Aragona e di Valenza (N. E. e di Mallorca): fu quindi scritta tra il 1238 e il 1276. (3 : Ed. Suchier, Denkm. I, 256 e 539.) 
Contemporaneo di Serverico è il provenzale Amanieu de Sescas (1278-94), autore di due insegnamenti. Il primo, di 511 dei soliti senarii accoppiati, è intitolato ensenhamen de la donzela e il secondo di 471 versi uguali è l'ensenhamen del escudier: il titolo basta a indicare il contenuto delle due poesie, di cui lo stile è abbastanza scorrevole e piacente. (1 : Donzela, ed. Milà, Trov. en España, 416. Escudier, ed. Bartsch, Denkm., 101.) 
A imitazione di Amanieu, il cavaliere Lunel de Montech scrisse nel settembre del 1326 un Ensenhamen del guarso in un metro abbastanza raro, cioè in 382 ottosillabi e quadrisillabi alternati. Tolta la diversità del metro, l'imitazione è evidente: Lunel stesso cita Amanieu. Sola differenza è che questi rivolge i suoi precetti a un giovine nobile (escudier) mentre Lunel ammaestra un garzone (guarso) addetto a più umili uffici. (2 : Ed. Bartsch, Denkm., 114. - Un Ensenhamen de taula di circa 100 versi a coppia è nel ms. 105 Libri. Ashb. laurenziano. Insegna il modo di contenersi a tavola; anche in francese ci furono le Contenances de table e in italiano le Cortesie da desco di Bonvesin da Riva, ecc.)

§ 5. Un piccolo gruppo a parte è costituito da alcune poesie di indole allegorica, e che naturalmente riguardano la natura e gli uffici d'Amore. La prima è una Allegoria d'amore, specie di novella di oltre 400 ottosillabi a coppia misti di qualche verso più breve, nella quale compare Amore e al suo seguito sono personificate la Grazia, la Ritenutezza e la Volubilità. L'Allegoria è però incompleta; ne fu autore un Pietro Guglielmo, forse di Tolosa, e fu composta tra il 1234 e 1253.
(3 : Ed. con qualche lacuna dal Raynouard, Lex. rom. I, 405, e Mahn, Werke, I, 241.) 
Probabilmente dello stesso tempo è una poesia anonima di 1730 ottosillabi a coppia, cui si è dato il titolo di Corte d'Amore. Ivi l'Amor verace, antagonista dell'Amor falso, presso un mirabile castello donde fa guerra a Villania, tien parlamento co' suoi seguaci: (1)

Ez el mei loc ac un castel
Q'anc negus om non vi plus bel,
Que non ha una peira el mur
Non luisza con d'aur o d'azur
D'aqui guerezon Vilania;
Las claus son Pretz e Drudaria,
...
Davant la porta hac una font
E non a tan bella el mon,
Li sort en una conca d'aur:
De tot lo mont val lo tesaur;
N'a om' el mont, si n'a begut
Que cant qe es e cant qe fut
Non sapchza de be e d'onor,
Que non oblit ira e dolor.
Claus' es de lauriers e de pis,
E de pomiers de paradis;
De flors de lizs es coronada
Que nais menudet en la prada.
Aquis'asis a parlament
Amors e parlet bellament.

(1 : “V'è nel mezzo un castello che mai uomo non ne vide più bello, chè non v'è pietra nel muro che non luccichi d'azzurro e d'oro. Di colà guerreggiano Villania; le chiavi ne sono Pregio e Galanteria... Davanti alla porta v'è una fonte (al mondo non ve n'ha altra sì bella) che versa in una conca d'oro; più vale ch'ogni tesoro mondano poichè, dopo averne bevuto non v'è chi non sappia tutto il bene e l'onore che è e che fu al mondo, e non obblii ira o dolore. È cinta di lauri e di pini e di frutti di paradiso e coronata di gigli che nascon profusi nel prato. Qui s'assise a parlamento Amore, e ornatamente parlò.” Ed. Constans: Les Manuscrits prov. de Cheltenham, Maisonneuve 1882 e Revue d. l. rom. XX, 157.

Il dio loda i suoi seguaci Gioia, Sollazzo, Ardimento e simili, e scomunica l'amore venale. Indi entra nel castello tra gioie e feste. Questa notevole operetta è mutila verso la fine. Ancora più smaccatamente allegorico è un frammento di 188 settenari in coblas continuadas intitolato Castello d'amore; (1 : Il Chastel d'Amor fu ed. dal Thomas, Tolosa, 1889 e Annales du Midi I, 183. Cfr. Revue des lang. rom. XXXIII, 292.)
ivi abitano Dolcezza e Gioventù: i fossati sono di vedere, le porte di ben parlare, le finestre e gli usci di bel sembiante, le pareti delle camere di saluto, e così di seguito. Di questo poco solido castello non si conosce l'autore; pare assodato sia opera di un italiano del XIII secolo, forse della fine di esso. La prolungata allegoria per noi insoffribile, era più consona ai costumi e alle idee di quel tempo: Rolandino nel suo Liber Chronicorum ci ha lasciato memoria di festeggiamenti che ebbero luogo a Treviso col concorso delle più scelte dame di Padova nei quali ci fu veramente un castello assalito e difeso da signori e signore che personificavano con eleganti abbigliamenti altrettanti concetti amorosi. (2 : Ed. da Raynouard, IV, 405 e Mahn, Werke, I, 176.)

§ 6. Venendo alle opere di indole spiccatamente morale, ricorderemo l'antico Poema su Boezio del quale già s'è fatto parola (vedi pag. 30). 
Nel secolo XII il già citato trovatore Arnaldo di Mareuil scrisse, in circa 300 senarii rimati a coppia, alcuni Insegnamenti morali nei quali dopo molti saggi consigli, si lamenta, ricordando i secoli anteriori, della decadenza de' buoni costumi al suo tempo (vecchia lamentela dei moralisti!) e finisce raccomandando sè e i suoi versi alla sua donna. Verso la fine del secolo XIII fiorì il trovatore At de Mons, del quale ci restano cinque poemi d'indole didattico-morale. Il primo dà alcune Regole di vita, dietro domanda di un giullare, in 1500 senarii a coppia, senza alcun interesse per la storia della poesia. Segue una poesia di circa 600 senarii sulla Corruzione del mondo, e una lettera di quasi 2000 degli stessi versi diretta ad Alfonso X di Castiglia, in cui si tratta tra altre cose della Influenza degli astri sulla vita umana, e vi è annessa la risposta del re, che però è opera dello stesso poeta. Infine due brevi Lettere a Giacomo I re d'Aragona, su argomenti morali. In complesso i meriti letterarii sono assai mediocri. (1 : Ed. da W. Bernhard, Die Werke des Trob. n'At de Mons, Heilbronn, 1887. Cfr. Zeitschrift, XI, 559.)
Abbiamo già accennato a una poesia morale del poeta Sordello (v. pag. 105); essa è intitolata Documentum honoris e consta di 1327 ottosillabi rimati a coppia; è un poema di stile grave e pieno di nobili idee sui doveri umani e specialmente cavallereschi. (2 : Ed. da G. Palazzi negli Atti dell'Ist. veneto, ser. 6a vol. V. A questa categoria di poesie morali appartiene il Poema sulle quattro virtù cardinali già accennato a pag. 136.)
Verso la fine del secolo, e più precisamente nel 1224 fu scritto un Romans de mondana vida che contiene ammonimenti contro gli abusi del mondo e le solite lunghe lamentele contro il mondo truan e farssitz dove:
tug so mentidor o laire.
La poesia consta di 538 ottosillabi a serie ineguali di coblas crozadas, ossia a rime alterne tronche e piane: metro alquanto fuor dell'usato e qui trattato abbastanza felicemente. L'autore ne è il trovatore Folquet de Lunel nato nel 1244 e vissuto, specialmente alla corte dei conti di Rodez, fin verso la fine del secolo. (1 : Ed. da Franz Eichelkraut, Der Trob. Folquet de Lunel. Berlino, 1872.)
Altra operetta morale dello stesso tempo è una poesia in 867 ottosillabi a coppia la quale nel manoscritto è intitolata Livre de Senequa ma nel testo dicesi: aquest libre ha nom lo Savi; è una raccolta di saggi avvertimenti e di proverbi, come ce ne furon tante nel Medioevo, e sebbene l'anonimo autore dica che egli coglie i migliori fiori noi siamo autorizzati a credere che Seneca, Catone e Salomone sieno fonti molto lontane di questo rivoletto di sapienza medievale. (2 : Ed. dal Bartsch, Denkm., 192.)

Pels pratz Seneca e Catos
e pel vergier de Salamos,
Sapchatz non puesc cantar ni rire
ni dar conort,
tan veg en perielh de la mort
tota la gen;
c'om non pot garir per argen
ni per amix,
ni n'escapa paubres ni rix
savis ni fols.
(3 : “Sappiate che non posso cantare nè ridere, nè dar conforto, tanto io veggo in pericolo di morte tutta la gente, la quale uom non può schivare nè per amici nè per denaro, nè può sfuggirla povero o ricco, saggio o folle.” Ed. dal Bartsch, Denkm., 75. Cfr. Meyer, Jahrbuch, V. 393. )

Al secolo XIII appartiene pure una poesia anonima intitolata Arlabecca (nome di strumento, fr. rebec, ital. ribeba o ribeca, specie di chitarra a tre corde) e nello stesso metro triste e lento dell'Ensenhamen di Lunel de Montech; l'argomento è una meditazione sulla vanità del mondo e sulla potenza della morte.
Del secolo XIV abbiamo un Poemetto sull' avarizia in 10 quartine di decasillabi, che contiene i soliti luoghi comuni contro gli avari. L'autore si ignora, ma si può sospettare sia un certo Peyrat, che del resto è nome affatto nuovo nella letteratura provenzale. (1 : Ed. dal Meyer, Romania, I, 417.)
Al genere delle sentenze e proverbii appartengono le Coblas esparsas cioè strofe isolate, ognuna delle quali svolge un concetto morale e pratico. Ce ne restano 77 di Guglielmo de l'Olivier di Arles, della fine del secolo XIII, e 71 di Bertran Carbonel di Marsiglia (1270-1300), che scrisse anche canzoni e serventesi e tra i poeti della decadenza fu uno dei migliori. (2 : Ed. dal Bartsch, Denkm., 5 e 26.) 
Di Proverbi abbiamo una larga raccolta di 1469 quartine di senarii a rime incrociate di cui è autore un Guglielmo de Cerveyra, poeta catalano della seconda metà del secolo XIII. È una serie di massime e precetti derivata in gran parte dai proverbi di Salomone, ma in parte anche originale e di una forma piana e piacente. (1 : Ed. dal Thomas, Romania, XV, 25.)
Alla poesia morale appartengono le Epistole su varii argomenti didattici e sentenziosi. Di Giraut Riquier, già nominato a pag. 82 ce ne rimangono dodici, e tutte abbastanza interessanti. (2 . Ed. dal Mahn, Werke, vol. IV.)
Ma curiosa fra tutte è una Epistola che Matfré Ermengaud, anch'esso già citato (Cap. VII, § 3) diresse dal chiostro di Beziers alla propria sorella. Fu mandata in occasione del Natale, come dono invece dei soliti dolci e capponi, e Matfré spiega che un dono simile fece all'umanità anche Gesù Cristo: il tutto con una fede così infantile che rasenta la irriverenza. 
Egli dice, per esempio, che Cristo: (3)

... del sieu sanc mot precios e car
Nos a piment fag precios e fi
En lo ver Sant Sagrament atressi,
El sieu sant cors nos a dat per capo
Lo cals per nos en la crotz raustitz fo
E de lansa fo sotz l'anca feritz.
Estas neulas pastec sans esperitz
Ins el ventre de la verge Maria
On s'ajustec per mot grant bontat sia
Lo sant sucre de la divinitat
A la pasta de nostr'umanitat.

(3 : “... del suo sangue molto prezioso e caro ci ha fatto una salsa molto preziosa e fina nel verace santo sacramento, e il suo santo corpo ci ha dato per cappone il quale per noi fu arrostito sulla croce e fu sotto l'anca ferito di lancia. Lo Spirito santo impastò questi dolci nel ventre della vergine Maria dove per sua gran bontà si mescolò il santo zucchero della divinità alla pasta della nostra umanità.” Edita dal Bartsch, Denkm., p. 81.

Si può imparare di qui, che il secentismo barocco non fu ristretto alla sola Italia, nè fu solamente colpa del vituperato secolo decimosettimo.