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domingo, 8 de noviembre de 2026

Capitolo X. Cenni sulla storia letteraria provenzale dalla fine del secolo XV ai giorni nostri.

Capitolo X.

Cenni sulla storia letteraria provenzale dalla fine del secolo XV ai giorni nostri. (circa 1891)

Letteratura provenzale: Manuali Hoepli : Antonio Restori : Ramón Guimerá Lorente (Moncho de Beseit)

§ 1. Noi abbiamo condotto la storia della letteratura provenzale, in tutti i generi letterari, fino verso alla fine del secolo XV. Chi riguardi indietro il cammino percorso, vedrà che non tutti i generi giunsero, egualmente vitali, a questo limite estremo; alcuni, specialmente la lirica e la imitazione epica, s'erano spenti assai prima: altri s'erano trascinati più oltre; in complesso tutti sono colti, mano mano che si procede nel tempo, da una spossatezza invincibile e dalla sterilità.
Così è della lingua; chi legga i documenti scritti dal XI secolo ai primi del XVI osserverà modificazioni e varietà ma regolari e parche: non è un mutamento ma un normale sviluppo. Dopo il 1500 invece pullulano documenti di vari parlari, diversi tra loro e dalla lingua comune. È egli credibile che si sia la lingua mutata in pochi anni più che per lo innanzi in molti secoli? Evidentemente no; egli è che prima il provenzale costituiva un idioma letterario dalle cui norme erano frenati così gli scribi e notai dei vari municipi come i poeti e i prosatori delle varie provincie. Ma dal Trecento al Cinquecento, con moto che variava nelle diverse regioni (1) ma era in tutte continuamente accelerato, la lingua francese si impose come tipo idiomatico delle classi colte (le quale per dir vero continuarono a parlare i loro patois meridionali, ma così come la nostra aristocrazia e borghesia parla in milanese, in veneziano ecc.; cioè con la coscienza di non parlare in lingua) e i modelli letterarii furono esclusivamente le opere francesi. 
(1 : Il Bearn fu la più ribelle, e usò negli atti pubblici il suo idioma fino in pieno secolo XVII.)
Allora tutto ciò che si scrisse in idioma diverso dal francese non fu che produzione dialettale; ma anche in questa il francese, la lingua ormai letteraria di tutta la Francia, esercitò un'influenza diretta. Chi pensi alla azione costante e intima dell'italiano, per esempio, sulle varie opere in dialetto, non avrà bisogno di prove. Perfino nella materiale scrittura quest'azione si manifesta: perchè prima il provenzale aveva un sistema ortografico suo proprio che mantiene alle lettere il suono che press'a poco hanno in latino: ora l'ortografia si foggia su quella francese, e l'indole francese seguono pure le nuove parole furbesche, i vezzeggiativi, i termini tecnico-scientifici e quanto altro crea il popolo nella sua diuturna evoluzione idiomatica.
Carattere intrinseco di qualunque letteratura in dialetto è di essere essenzialmente locale. I classici della lingua letteraria si intendono e si apprezzano da tutta la nazione; ma, per citare l'esempio dei nostri migliori, il Porta e il Meli, se anche dovunque intesi, non possono in modo pieno e intimo esser gustati se non in Lombardia e in Sicilia. 
Per questo la storia della letteratura provenzale dopo il secolo XV è obbligata a spezzarsi in numerose storie locali, d'Avignone, di Marsiglia, di Montpellier, di Tolosa e via dicendo. Una storia generale o dovrebbe avere quasi tanti capitoli quante le città: eppure di secolo in secolo accozzare insieme le varie produzioni appartenenti allo stesso genere letterario, col rischio e svantaggio di presentare uniti documenti che nulla hanno di comune se non la casuale analogia del soggetto e i cui autori potrebbero essere perfettamente inintelligibili l'uno all'altro.

§ 2. Noi non dobbiamo qui tenere nè l'un metodo nè l'altro, ma noteremo semplicemente quei poeti e letterati che spiccano tra la falange dei minori, e segnano a grandi distanze il successivo cammino della letteratura vernacola provenzale. Alla prima metà del secolo appartengono Luigi Belaud de la Belaudière, nato a Grasse nel 1532 e morto nel 1588, e il suo amico Pietro Paul, 1565-1615 circa, le cui poesie furono pubblicate insieme nel 1595 a Marsiglia. Essi ebbero le lodi della poetessa marsigliese Marsiglia d'Altouvitis (1550-1606) e furono riguardati come restauratori della poesia provenzale. Ma questo onore è comunemente accordato a Pietro Goudoulì o Goudelin. Nacque a Tolosa nel 1579; studiò diritto, ma ben presto abbandonò le pandette per darsi alla poesia. Più volte premiato dall'Accademia dei giuochi florali, la fama di lui non restò circoscritta alla provincia, ma arrivò all'estero e le sue poesie furono conosciute in Italia e in Ispagna. Le sue opere (Obros de Goudoulì) furono raccolte ed edite a Tolosa nel 1684 e più volte reimpresse; è ammirabile sopratutto un' Ode in morte d'Enrico IV. 
Di carattere lieto, gioviale e spendereccio, fu amato da tutti i concittadini e ricevuto e onorato dal Duca di Montmorency allora governatore di Linguadoca, e che doveva più tardi (1632) finire sul patibolo. Per Goudoulì fu un grande dolore; il tempo lo consolò, e finì serenamente i suoi giorni nella sua città natale nell'anno 1649. Egli è ancora un modello per i poeti provenzali, non tanto per la profondità dei concetti quanto per la grazia squisita e la pura limpidità con cui sono espressi.
Suo contemporaneo fu Giovanni Bovde, autore di una poesia pubblicata nel 1624: Le passotens moundi (il passatempo tolosano). Più noto e più valente fu Daniele Sage, nato a Montpellier nel 1587. Nato di famiglia calvinista assistette all'assedio di Montpellier, fatto nel 1622 da Luigi XIII, ma pare non prendesse molto a cuore le questioni religiose: abiurò e fece dei versi faceti sulla sua abiura. Disgrazie di famiglia e la passione del giuoco lo ridussero alla miseria, e morì povero nel 1642. La raccolta delle sue poesie intitolata Folies ebbe gran voga: peccato che sieno quasi tutte macchiate d'oscenità.
Nel secolo XVII sono in gran numero i poeti provenzali, ma nessuno raggiunse l'altezza di Goudoulì. Poeta vario e fecondo fu Claudio Brueys
di Aix; la sua raccolta: Jardin deis Musos provençalos merita questo titolo; coltivò oltre la lirica anche la drammatica. Sono anche da ricordare Stefano Fontaine (m. 1652); il capitano Seguin (verso 1640) autore di liriche e commedie; Giovanni Bertet, famoso come epigrammista ed apprezzato anche da Luigi XIV pel quale compose nel 1672 la canzone intitolata: La campagno d'Hollando; Luigi Puech, che fiorì verso la metà del secolo e morì dopo il 1690, del quale le numerose poesie aspettano ancora un raccoglitore. (1 : Cfr. Parnasse provençal du P. Bougerel, edito da C. Chabaneau nella Revue des lang. rom XIX, 175 e 284.)
Ma più di tutti si resero popolari Nicola Saboly e Arnaldo Daubasse. Il primo nacque a Monteux presso Carpentras nel 1614. Passò baccelliere all'università di Avignone, indi maestro di musica nella chiesa di S. Pietro di quella città stessa. 
In tale qualità pensò di comporre dei canti di Natale (Noëls) i quali divennero ben presto popolarissimi, e si cantano ancora in tutta Provenza. E impossibile gustare, nelle traduzioni, i suoi canti, di cui tutto il fascino sta nella bellezza della frase, nella ricchezza della rima e nell'armonia. Morì ad Avignone nel 1675. Il Daubasse nacque a Moissac nel Quercy nel 1664; era operaio e fabbricante di pettini. La sua gioventù è poco nota: a 33 anni lo troviamo a Villanova d'Agen, ove stette fino alla sua morte (1727). Fu caro alle brigate eleganti ch'egli rallegrava co' suoi motti e con le gioiose poesie; ma il suo buon senso popolano lo salvò sempre dalla affettazione, e nel vivere e nello scrivere. I suoi versi ebbero due edizioni: una pessima, senza data, e l'altra discreta a Villanova, nel 1839.
Nel Settecento i vari idiomi del mezzogiorno della Francia vanno sempre più diversificandosi e si sciolgono da ogni regola tradizionale. Nessuno de' poeti di questo secolo si innalza molto sugli altri; in tutti però vi è brio e spirito. Come dovunque, anche in Provenza molti abati di quel tempo coltivarono la poesia, tra cui eccelle l'abate Favre, nato nel 1727 a Sommières nella bassa Linguadoca e morto priore di Celleneuve nel 1783. Le due opere sue più note sono: Lou sermoun de Moussu Sistre e Lou siéje de Cadaroussa (assedio di Caderousse, in tre canti) ambedue satire assai fini e festive. Fece anche dei travestimenti burleschi dell'Odissea e dei primi 4 libri dell'Eneide, un breve e originale romanzo in prosa e molte poesie staccate. (1 : Due edizioni. Montpellier, 1815 e 1839.)
Anche Claudio Peyrot, 1709-95, del Rouergue, priore di Pradinas, autore di un poemetto: Los quatre Sosous (le 4 stagioni), è celebrato per la bonomia unita al buonsenso e la giovialità dei suoi versi. Altri del clero, degni di menzione per poesie satiriche e gioiose e spesso un poco lascive, sono Pietro Cléric (1661-1740), Marcantonio Martin (1740-1821), Giovanni Coste, il gesuita Lacombe.
Tra i non appartenenti al clero, tralasciando alcune poesie che ci son giunte anonime, accenneremo a una storia poetica della guerra del 1707 del Duca di Savoja in Provenza, in cui, per verità, vi è molta storia e poca poesia. Ne fu autore lo scudiero Jean de Cabanes di Aix di Provenza (1653-1717). Della Guascogna nomineremo Bernardo di Saint-Salvy 
(m. 1834) autore di molte brevi e gioviali composizioni. Non meno arguto di lui ma imbrattato di oscenità fu Pietro Hellies, avventuriere pieno d'ardire e di vizi le cui poesie sono ancora quasi tutte inedite.
Molto stimato da' suoi contemporanei fu Francois-Toussaint Gros (1698-1748) di Marsiglia, autore di un gran numero di brevi composizioni, deboli di concetto, ma pregevoli per la completa padronanza che il poeta ha della sua favella natale; i suoi versi furono riuniti in un volume nel 1734. Pure di Marsiglia fu Giambattista Germain (m. 1781) autore di uno spiritoso poemetto edito nel 1760 intitolato: La bourrido dei Dieoux; la bourrido è una zuppa d'ova, aglio e olio, assai gustata a Marsiglia e, secondo il Germain, anche dagli Dei dell'Olimpo. Sono pure degni di ricordo Giambattista Coye (1711-1777) di Mouriés presso Arles e i due fratelli di Montpellier, Augusto (1759-1835) e Cirillo (1750-1824) Rigaud, il primo de' quali scrisse: Las véndémias dé Pignan, e il secondo: 
Las Amours dé Mounpéiè, due poemetti di una grazia veramente squisita. Nel Bearn poi ebbe, per tutto il secolo, molta voga la elegia pastorale: e cospicuo tra i poeti idillici fu Cipriano Despourrins (1698-1755) valoroso e popolarissimo poeta, protetto dal re Luigi XV e da madama di Pompadour.
In Tolosa la poesia non si abbandonò alla fatua eggerezza o all'idillio come in Linguadoca e in Bearn; la vecchia città si mantenne accademica e divota. Le brevi poesie gioiose che pure vi si scrissero furono per lo più attribuite con mala fede a Goudelin, a Mathelin o a Ponset, ma è roba indegna di loro. Opera seria, anzi troppo seria, è il lungo poema di 21 libri: Lo Miral moundi (lo specchio tolosano: ivi edito nel 1781) di cui non si sa se un certo Hillet fosse solamente l'editore o anche l'autore; altri lo attribuiscono a un ecclesiastico, certo Napian, affatto ignoto. È un quadro della vita umana, de' vizii e delle virtù d'ogni età: un vero manuale di pietà cristiana in cui la greve morale soffoca completamente la poesia.
Il teatro provenzale del diciottesimo secolo ci dà poche cose che abbiano un'importanza letteraria. Una pastorale di Daphnis e Alcimadure, rappresentata con successo nel 1754, opera in dialetto bastardo nerbonese-tolosano di Gian Giuseppe Cassanea (1711-1773): una commedia rappresentata a Marsiglia nel 1784: La beneficenza di Luigi XVI, opera di Gilles Blanc: un travestimento dialettale assai spiritoso del Misantropo di Molière, fatto nel 1797 da un magistrato di Cartres, Giuseppe Daubian-Delisle (1734-1822): e infine alcune operette sceniche del già citato abate Favre, del cavaliere Cousse de Latomy e dello stampatore Baour di Tolosa, sono quasi le sole cose che meritino un ricordo.
Un genere che ebbe molta voga furono i Noels che era uso cantare nell'ottava di Natale davanti al presepio. Uno degli scrittori più fecondi di simili canti, e che ottenne una larga popolarità, fu l'abate Cazaintre di Carcassona abile verseggiatore ma talvolta rasentante la trivialità. 
I cantici devoti furono pure moltissimi: un anonimo giunse perfino a scrivere in dialetto avignonese un Poema sulle sante parole - Dio sia benedetto! che ha mille quattrocento e venti versi.
All'avvicinarsi della Rivoluzione la musa vernacola di Provenza scema di fecondità: il rapido succedersi degli avvenimenti non permette lunghe composizioni, ma brevi poesie d'occasione che in generale sono più appassionate che belle. Sono canzoni, ammonimenti, petizioni in forma umoristica: dapprima in tono umile, non senza qualche lamento. 
A Lauragais i contadini cantavano:
“De qui depen que la ritchesso
le poudé, las haunous, les bés
se biren bés la Gentillesso,
tout d'un coustat, de l'autre rés?”
(1 : “Da che dipende che la ricchezza, il potere, gli onori, i beni, si girino verso la Nobiltà, tutto da una parte, nulla dall'altra?”)

Molti di questi lamenti popolari sono tolosani. Col crescere del Terrore gli inni diventano più feroci: non mancarono gli scherzi, come un compianto di M.r Font sul Calendario gregoriano ucciso dal repubblicano, nè gli scherni crudeli, come quando si cantava per le vie che i salassi della ghigliottina facevano tornar l'appetito alla Francia ammalata. Degno infine di menzione è un poemetto intitolato: La Francia rigenerata di Bernardy cittadino di Montauban.
Frattanto era nato chi doveva rigenerare, se non la Francia, almeno la cadente poesia provenzale: Giacomo Jansemin o Jasmin. Nacque ad Agen in Guascogna nel 1798 di povera famiglia: cominciò gli studi in Seminario ma, cacciatone poco dopo per una scappata giovanile, s'allogò garzone presso un parrucchiere, finchè potè metter bottega del proprio. Suoi autori prediletti erano Florian e Goudouli; la sua poesia si risente di queste letture. Cominciò a pubblicare uno Charivari nel 1825, cui seguirono numerose composizioni, che egli stesso riunì in quattro volumi (1843-53) col titolo di Papillotos. La sua fama sorpassò i limiti della provincia: a Parigi fu reso noto specialmente dal Nodier e dal Sainte-Beuve. Nel 1852 la sua fama fu consacrata da un premio dell'Accademia. Il pregio della sua poesia è nella tersa limpidità della frase e in uno strano fascino musicale. Morì, compianto da tutta Francia, nella sua città natale il 4 ottobre 1864.
Frattanto, oltre il Jansemin, altri minori avevano cooperato con lui a far rifiorire la poesia, e prenunziato il nuovo rinascimento. Citeremo il Diouloufet (1785-1840), Jean de Cabanes, Jacques Azaïs e Giacinto Morel (1756-1829). 
(1 : F. Donnadieu, Les précurseurs des félibres. Quantin, 1889.)
Ma più di tutti deve ricordarsi Giuseppe Roumanille. Nato a Saint-Remy nel 1818, fu dapprima insegnante in un istituto d'Avignone, poi editore-libraio. Si fece col lavoro una posizione e con la poesia una fama indiscussa. L'arte sua è semplice, non triviale; egli è il poeta delle tradizioni famigliari, delle credenze e delle leggende del suo paese. 
Il primo libro da lui pubblicato nel 1847 è Li margarideto, e nel 1864 una raccolta più importante: Lis Oubreto. Suoi coetanei sono Anselmo Mathieu, poeta vigoroso e vario, autore della Farandoulo (1) e Alfonso Tavan, insuperabile nel ritrarre con le strofe i paesaggi della sua Provenza, il cui libro capitale è intitolato: Amour e plour.
(1 : La farandola è una danza tradizionale di Provenza.)



Agli sforzi del Roumanille e di questi due or nominati si deve la fondazione della società del Félibrige (2) avvenuta nel piccolo castello di Fontségugne il 21 maggio 1854. (2: La parola deriva, con un poco di sforzo per verità, dal greco *gr, amante dello splendore; s'intende splendore artistico. Felibre equivarrebbe a maestro d'arte.)
Erano con loro altri quattro amici, Teodoro Aubanel, Federico Mistral, Jean Brunet, Paul Giera; (3) sette dunque, come i loro predecessori che fondarono il Consistori di Tolosa, ma indubbiamente di maggior valore artistico. (3 : L'ultimo morì prematuramente; il penultimo non ha scritto versi.)

Lo Tresaur dau Felibritge, Mistral, DICTIONNAIRE PROVENÇAL - FRANÇAIS

La nuova associazione intese a organizzare tutti gli amatori della Provenza, a ravvivare le sue glorie antiche e a coltivare gli ingegni moderni. Lo slancio ch'essa ebbe è incredibile; e la ragione è in questo che il felibrismo non è una risurrezione fittizia voluta da pochi letterati, ma un risveglio cosciente della nazione provenzale, e attinge assai largamente e profondamente nel sentimento popolare. Libri, riviste, società di varia natura e di scopi diversi si sono formate e affermate con mezzi potenti, tra cui non è lecito il non accennare almeno la tanto benemerita Société pour l'étude des langues romanes cui si deve la splendida Revue des langues romanes (1.° vol. 1870) e numerosissime altre pubblicazioni speciali, e infine il baldo e spiritoso Armana prouvençau, almanacco annuale (1.° anno 1855?) in cui si raccolgono le poesie de'migliori félibres. (1 : Un quadro assai compiutamente delineato delle riviste, gazzette, società poetiche ecc., della letteratura neo-provenzale, scritto dal Sachs, è nel volume LXI (a. 1879, pag. 427) dell' Archiv.)
Certo a questa organizzazione del felibrismo, ammirabile come società promotrice di studi e compensatrice di ingegni, (2) mancava e manca qualcosa di più intimo e vitale ogniqualvolta tenti di uscire dal campo letterario e affermarsi politicamente. (2 : I félibres, rinnovando gli antichi giuochi florali, hanno stabilito solenni feste nelle diverse città meridionali, ove si premiano così le migliori poesie come gli studi più profondi su argomenti attinenti alla patria letteratura.)
Perchè risvegliare la coscienza nazionale se la Provenza non è più una názione? E anche dal lato linguistico, questo volere di nuovo unificare i vari dialetti cominciando fin dall'ortografia, o riformare il tipo comune e ridargli il grado di lingua letteraria, a chè se esso non può che rimanere un dialetto, per quanto ingrandito e nobilitato?
I pericoli che a queste domande la risorgente Provenza volesse dare una risposta troppo radicale, furono avvertiti nel Nord e forse (per qualche esagerazione dei primi numeri dell'Almanacco, inseparabile del resto da ogni risorgimento) furono creduti assai maggiori del vero. 
Le scaramuccie tra i Franciman e i joueurs de fifre, se non molte furono certo abbastanza acri. (1 : Vedasi per esempio il molto acerbo e poco solido libro del Laincel, Des troubadours aux félibres. Aix, 1862.)
Ma questi ardori di neo-proseliti non avevano proprio ragione d'essere. 
Ai félibres per primi dorrebbe, anche se il potessero, che fosse data la benchè minima scossa alla robusta compagine della Francia, la più leggiera ferita alla loro grande patria. I migliori di essi, e la immensa maggioranza, continuarono nei loro studi e nella produzione di opere notevolissime: e questo pacifico movimento ha ormai convertito i diffidenti e disarmato gli irosi.
Tra i migliori è primo uno de' più grandi poeti viventi, il già ricordato Federico Mistral nato a Maillanne, dipartimento delle Bocche del Rodano, nel 1830. Il suo capolavoro è il poema Mirèio, pubblicato nel 1859, i cui pregi si imposero a tutta la Francia e la costrinsero all' applauso. 
La storia di Mirèio, la poetica fanciulla di Provenza, è di una elegiaca semplicità: ma, come dice il Saint-Renè Taillandier, “Mistral ha il dono di veder tutto in grande e d'imprimere un suggello di maestà primitiva alle scene e ai personaggi ch'egli descrive... Non manca la grazia in questo idillio, ma è grazia selvaggia, è un fiore agreste colto sulle dirupate balze delle Alpi.” A Mirèio seguì il poema Calendau nel 1867 e nel 1875 Lis isclo d'or che furono altrettante vittorie; Mistral lavora poi a un gran dizionario degli idiomi meridionali che intitolò: Lou trésor dou felibrige.

LOU TRESOR DÓU FELIBRIGE ou DICTIONNAIRE PROVENÇAL-FRANÇAIS

Accanto a lui porremo il suo amico Teodoro Aubanel (1829-1886), poeta dell'amore e della libera fantasia, le quali doti spiccano principalmente nel poemetto: La Miougrano entreduberto (la melagrana socchiusa); scrisse anche un dramma: Lou pan dou pecat (il pane del peccato; scene d'adulterio) che ebbe assai successo a Montpellier nel 1878. 

Mangrana, mangranes, magrana, magranes

Oltre i citati, la Provenza annovera tra i suoi buoni poeti, Félix Gras (n. 1844, cognato del Roumanille, autore di due poemi in dodici canti, Li Carbounié, scene della vita alpestre, e Toloza in cui rivive ancora la vecchia città e sanguinano le antiche ferite della crociata albigese. Tra i lirici, Bruneau, Cassan, Chailan, Gleizes, Roussel, Roux, Verdot e altri di non minor merito.
Anche in Linguadoca sono numerosi i félibres. Per vero, nessuno arrivò all'altezza del compianto Jansemin o di Federico Mistral. Annoverano però con orgoglio Gabriele Azaïs di Beziers (1805-1888) buon poeta e dotto autore di un dizionario degli idiomi romanzi del mezzodì della Francia, e Alberto Arnavielle, nato a Alais nel 1844, poeta di una rara ispirazione lirica. Ad essi si aggiungono Alessandro Langlade, nato a Lansargues nel 1820, autore del delicato idillio: Lous las d'amour (i lacci d'amore), Achille Mir di Carcassona che scrisse la gaia e fresca canzone: De la lauseto (della allodoletta) e i giovani poeti Ricard, Fourés e altri.
Infine il felibrismo si è affermato nella lontana Irlanda con un fèlibre e de' migliori, il principe Guglielmo Bonaparte-Wyse; in Catalogna, memore dell'antica affinità di sangue e di favella, con due artisti di primo ordine, Alberto Quintana e Vittorio Balaguer: ha sorpassato le Alpi con una raccolta di traduzioni di Nicola Semmola nel 1882 e con alcune delicatissime poesie del Portal, ingegnere a Palermo (1891): non gli è mancato il concorso di gentili poetesse, quali Rosa Anaïs Roumanille, M.ma d'Arbaud, Lazzarina Daniel, Leontina Goirand, Caterina Romeu, Lidia de Ricard; e comparando gli umili principî alle rapide conquiste può sperare, come augurava in uno splendido discorso il Mistral, (1) di riunire sotto il pacifico suo impero quanti ancora per diverse vie e in diversi paesi sono cultori dell'arte, degli studi e delle glorie della nostra antica civiltà latina. (1 : Lou felibrige e l'empèri dou soulèu. Montpellier, 1883.)