Capitolo VIII.
Letteratura religiosa, biblica e narrativa.

§ 1. La efficacia della cultura latina sulla volgare più che in ogni altro genere si manifestò nel Medioevo nella letteratura religiosa. Naturalmente le preghiere, le vite del Redentore, della Vergine e dei Santi, i racconti dei miracoli e delle visioni, erano stesi in volgare (per comodo di coloro che non intendevano il latino) quasi sempre dai clerici; i quali avrebbero sdegnato e sospettato di impurità ogni fonte che non fosse latina. Perciò incontreremo qui un gran numero di traduzioni, di rifacimenti più o meno liberi: più raramente invece opere del tutto originali. Ciò scema l'importanza letteraria di questi documenti, i quali tuttavia sono degni di studio per altre considerazioni. Quanto alla materia, il sentimento religioso è nel Medioevo tanto profondo e, per così dire, tanto presente ad ogni istante e ad ogni atto della vita, che trascurarne le letterarie manifestazioni sarebbe un disconoscere gran parte del pensiero di quei secoli; e inoltre alcuni generi, come i canti religiosi e le leggende, o emanano schiettamente dal cuore del popolo o sono l'eco e il travestimento di antichissime tradizioni talora orientali e pagane: e in entrambi i casi offrono argomento di feconde ricerche. Quanto alla forma, la letteratura religiosa è importante perchè o con traduzioni o con prediche è quella che ci offre il maggior numero di documenti in prosa; sebbene anche qui, come in ogni altro genere letterario nel Medioevo, siano stati assai frequentemente svolti in poesia argomenti che a noi sembrerebbero ora i più ripugnanti a siffatta veste.
Le traduzioni della Bibbia furono incominciate assai presto. Già abbiamo notato un antico frammento del Vangelo di S. Giovanni (cap. II, § 9). Dell'antico testamento non abbiamo nessuna traduzione provenzale, completa, anzi a parlar propriamente nessuna traduzione. Ve ne è un rifacimento assai libero in prosa nel ms. della Biblioteca Nazionale di Parigi, 2376 (antico 8086,3), che pare di grafia anteriore al sec. XV.
Il testo, con qualche dubbio, lo si fa risalire al secolo XIII; esso comprende i libri storici del Vecchio Testamento, più qualche libro della genesi, il Levitico, i Numeri, le Profezie di Daniele. Finisce con una Summa de la trinitat e de la fe catholica e de los drechs que foron fachs apres la mort de Ihesu Christ, che non è affatto scrittura biblica, ma morale didattica. È ancora in buona parte inedito.
(1 : L'indice è dato dal Wollenberg nell'Arch., XVIII, 76. Egli ne pubblicò le vite di Susanna (ibidem, p. 85), di Ester (ibidem, XXX, 186) e di Tobia (ibidem XXXII. 337). Altri brani di traduzioni di rifacimento di libri del Vecchio Testamento appartenenti al periodo della decadenza, XIV e XV secolo, ancora inediti, sono notati dal Bartsch in Grundriss, pag. 87, e dallo Chabaneau, Biogr., p. 193.)
Un rifacimento molto libero della storia biblica, e in gran parte anche di storia leggendaria e profana, una specie, insomma, di Chronicon mundi è nel ms. A. F. 4, 52, di Santa Genovieffa a Parigi, e in altri. È in prosa ed appartiene al secolo XIV: ne pubblicò dei saggi il Bartsch.
(1 : In Provenzalisches Lesebuch, p. 177 e Chrestom. prov. p. 389. Sui mss. di questo Chronicon si cfr. Suchier, Denkm., I, 495 e sul contenuto e sulle fonti, in Appendice al volume stesso, un ampio studio di Paul Rohde. Va dalla creazione del mondo a Costantino; oltre la provenzale, se ne ha una versione guascona e una catalana. (N. E. Ambos dialectos occitanos, y bien comprensibles entre sí.))
Di traduzioni testuali della Bibbia (Nuovo Testamento) la letteratura provenzale possiede molti esemplari, ma nessuno che abbracci tutti i libri biblici; si ha memoria però che un testo volgare completo dovette esistere. Pietro Valdo, il celebre fondatore della setta valdese, presentò al papa Alessandro III nel Concilio Lateranense del 1179 la traduzione della Bibbia che egli aveva fatto fare nel 1175 da un chierico lionese suo amico, Stefano d'Ansa. Questa antica traduzione nel testo originale è perduta; non è improbabile che alcune parti di essa si sieno conservate, ringiovanite e modificate, nei testi che abbiamo, ma è impossibile provarlo con sicurezza. È questa la cosidetta Bibbia valdese, sebbene i più recenti e dotti illustratori di essa si accordino nel ritenere che di valdese ci sia poco o nulla, (2) e realmente nelle traduzioni bibliche la linea che separa l'ortodossismo dall'eresia è spesso così tenue che ci vuole a discernerla l'occhio d'un teologo esercitato. (2 : Foerster in Revue des lang. rom., XIII, 105, e Berger in Romania, XVIII, 353 e 523. Questa Bibbia valdese comprende il Nuovo testamento e qualche libro del Vecchio. I mss. di essa, più noti, sono 1° a Carpentras, 2° a Cambridge, 3° a Grenoble, 4.° a Zurigo, 5° a Dublino, 6° a Ginevra. Altri frammentarii, e le relazioni che corrono tra loro, furono studiate nell'articolo del Berger sopracitato. Di essi furono pubblicati sparsamente alcuni brani (elencati da Chabaneau, Biogr., p. 193): il solo ms. di Zurigo ha ultimamente avuto una completa diligentissima edizione per cura del prof. Salvioni (Archivio Glottologico, XI, 1-308. Gli fa seguito uno studio del Morosi sull'odierno valdese).)
Noi possiamo dire che il fatto dell'uso costante e generale di traduzioni della Bibbia, mostra nel mezzodì della Francia una latente ribellione alla Chiesa. Questa infatti non fu mai proclive a mettere i sacri testi alla portata di tutti temendone una interpretazione arbitraria ed eterodossa. L'uso, per esempio, della versione di Pietro Valdo fu proibito dal Concilio di Tolosa del 1229.
Con la Bibbia valdese fu spesso confusa una traduzione del Nuovo Testamento che è nel manoscritto 36 della Biblioteca del Palazzo delle Arti in Lione. Esso è del secolo XIII e contiene i 4 Evangeli, gli Atti degli Apostoli, l'Apocalisse e le Epistole di S. Paolo compresa la apocrifa ai Laodicesi. Probabilmente, ma al solito mancano sicure prove, fu questa invece una Bibbia albigese. (1 : Edizione fotolitografica a cura del prof. Clédat. Parigi, Leroux, 1888.) Il ms. termina con una serie di preghiere che tutte insieme costituiscono una specie di Rituale cataro.
Un'altra Traduzione del Nuovo Testamento, contenuta nel ms. 2425 della Nazionale di Parigi, ma incompleta al principio, è ancora quasi totalmente inedita; (1) e così pure è inedito un frammento di una Traduzione del Passio che è nel ms. 1919 della stessa biblioteca.
(1 : Ne furon pubbl. brevi passi dal Wollenberg, Archiv, XXVIII, 75.)
§ 2. Queste sono le versioni delle scritture sacre autentiche; al popolo però, secondo la Chiesa, dovevano bastare le spiegazioni domenicali degli Evangeli e i riassunti poetici che ne facevano i clerici. Uno di tali riassunti è il Poema sulla passione del Cristo che ho già menzionato (cap. II, § 7, nota). Ma al sentimento religioso popolare, prorompente in manifestazioni della più ingenua fede, non bastavano le spiegazioni e i compendi. Nei libri autentici del Nuovo Testamento c'è troppo poco e quel poco è troppo arido e scolorito; la rozza pietà medievale riempì a modo suo le lacune. Di tali edifici leggendari cominciati a innalzare fino dai primissimi tempi del Cristianesimo furono precipua base le numerose scritture apocrife; e parte su di esse, parte creando liberamente o accozzando i materiali più disparati, si rifecero le storie della Vergine e della fanciullezza di Cristo: si narrarono i fatti della Passione: si inseguirono con paurose fantastiche punizioni Giuda, Caiphas, Ponzio Pilato, i Giudei, tutti insomma i principali attori del gran dramma cristiano; si propalarono e si studiarono con angosciosa aspettazione le predizioni sibilline e apocalittiche della fine del mondo e dei segni tremendi che l'avrebbero preceduta. La religione popolare nel Medioevo, dice il Graf, è fatta per un terzo di dogma e per due terzi di leggenda. Vediamo ora quali di queste leggende ci sono rappresentate nella letteratura provenzale. Una delle più conosciute e amate scritture apocrife era l'Evangelium infantiae o: Liber de infantia Mariae et Christi Salvatoris. (1 : Ediz. Schade, Halis, 1869.)
Fu questa la fonte cui ricorse un anonimo poeta provenzale del secolo XIV, il quale ne rifece il racconto in 1301 versi dei soliti monotoni ottonari accoppiati. (2 : Il ms. è il 1745 (antico 7693) della Naz. di Parigi; edito da Bartsch, Denkm. p. 170. Altra redazione inedita del Vangelo dell'Infanzia è nei mss. I, G. 39. Naz. di Napoli e 38 Ashb. della Laurenziana. Si cfr. Romania, XIV, 306.)
Esso racconto fu copiato nel 1374 da un copista del Nord, certo Simone Bretelli di Tournay ed è per questo che la lingua mostra qua e là traccie di francese. Quanto all'argomento è una serie di azioni meravigliose o miracolose compiute dal bambino Gesù: si ricorda la famosa disputa coi dottori; la morte improvvisa di Arian maestro di scuola per aver percosso il bimbo che non voleva ripetere la lezione; i giuochi di Gesù e le scivolate a cavalcioni di un raggio di sole, e le stroppiature e le morti di molti fanciulli che vollero imitarlo, finchè commosso dai pianti dei parenti e dei genitori il bambino Gesù risuscitò i morti e guarì i piccoli feriti; e così di seguito altri miracoli che avrebbero, dice l'autore, convinto i più ostinati, ma... am tot so los fals jusieus, Non cresian quel fos vers dieus! (1 : Di altro frammento del Vangelo dell'Infanzia diede un saggio il Meyer nel Bull. de la Soc. des anc. textes, 2° fasc.) Cfr. Revue des lang. rom., XIII, 298. Uno studio importante di Edmondo Suchier è in Zeits. rom. Phil., VIII, 522, su cui vedi Rom. XIV, 306.) Da scritture apocrife latine deriva pure il Vangelo di Nicodemo, specialmente dalle Gesta Pilati e dal Descensus Christi ad inferos.
(2 : Mss. 1735 Naz. Parigi e, dal verso 1375, Brit. Mus. Harl 7403; edito con note dal Suchier, Denkm., p. 1 e 481 Si cfr. Wülcker: Das Evang. Nicodemi in der abendländischen Literatur. Paderborn, 1872.)
Lo si credette opera d'un Maestro Enea nominato nel Prologo, ma pare che questo Enea sia stato il traduttore dall'arabo in greco; l'anonimo provenzale avrà trovato questo nome nelle sue fonti latine. La versione provenzale consta di 2792 ottosillabi accoppiati, e racconta con molti particolari estranei agli evangeli autentici, il giudizio e la condanna di Cristo e con molta vivacità drammatica la discesa di questi all'inferno e la liberazione delle anime del Limbo; finisce narrando la venuta dell'Anti-Cristo e i 15 segni che precederanno la fine del mondo. Una libera versione della stessa leggenda in prosa provenzale, pure del sec. XIV, è edita dal Suchier (3 : Op. cit. p. 386.) in varie redazioni di manoscritti provenzali e catalani (N. E. como escribió Bastero, Crusca: Gramatica Provenzale, o Catalana, ch'è tutt'uno);
essa fa parte del sopra ricordato Chronicon mundi provenzale. Io ho accennato di sopra ai quindici segni della fine del mondo, che trovansi uniti col Vangelo di Nicodemo. Oltre a questa redazione (1) il Meyer ne pubblicò un'altra in istato frammentario. (2) (1 : Di cui è gemella una tradotta in prov. dal fr. edita dal Suchier, loc. cit. p. 156.)
(2 : In Daurel et Beton, p. XCVIII.)
Esse derivano da una delle più radicate e antiche credenze cristiane, la cui fonte è il pauroso libro della Apocalisse tanto studiato nel Medioevo, la credenza cioè in una prossima fine del mondo e in alcuni segni che la annuncieranno. Il germe di essa trovasi già ne' più antichi Padri, Tertulliano, Lattanzio, S. Agostino; quest'ultimo anzi dà il numero di 15, conservato poi da Beda, da S. Pier Damiano, da S. Tommaso d'Aquino, il quale però avverte che esso numero non ha alcuna base dogmatica.
Ma, più che tra i teologi, i Segni del giudizio furono noti e ripetuti tra il popolo; la cui fantasia era colpita e commossa dalle spaventose catastrofi del fuoco, de' mari, delle angeliche trombe risuscitanti i defunti. Ciò spiega il gran numero delle versioni che se ne hanno in ogni favella europea e le molte rappresentazioni sculte e dipinte nelle antiche cattedrali. (3 : Sui XV segni, vedi ogni indicazione in Meyer, op. cit. e in Romania, IX, 168 e XV, 290. Sulla leggenda cfr. Nölle, Die leg. von den fünfzehn Zeichen. Halle, 1879.)
Uno dei segni precursori è la Venuta dell'Anticristo la quale costituì una leggenda a parte, di cui finora non ci sono versioni provenzali separate, ma solo il già citato accenno nel Vangelo di Nicodemo. Una deviazione o sdoppiamento della leggenda dei XV segni, sono le Predizioni della Sibilla. Per solito la messa notturna del Natale dava luogo a una specie di sacra rappresentazione; sfilavano innanzi agli occhi dei fedeli, come in una serie di quadri plastici, molti testimonii delle verità cristiane, tra cui la Sibilla che ricordava e profetava la fine del mondo. Del canto della Sibilla abbiamo due redazioni provenzali, della fine del secolo XIII, in diciotto quartine di ottosillabi accoppiati, e varie redazioni catalane che, con qualche modificazione, derivano dal provenzale.
(1 : Suchier, Denkm., I, 462 e 568. Rom. IX, 353.)
(N. E. La lengua es la misma, la occitana. Tanto el provenzal como el catalán son dialectos de esta lengua, la de òc, oc, och, hoc, Languedoc, lenga d'òc : sí afirmativo. Otros dialectos son: lemosín, auvernhat, vivaroaupenc (Alpes), gascón : aranés, nissart (Niza, Nice), Peiregorc o Périgord, vaudois (valdense, Baudes, Vaud), Isère, etc.) Ecco, come esempio, le prime quattro strofette di una di queste: (2)
1. Us reis vendra perpetuals
del cel, que anc non fon aitals;
en carn vendra certanament
per far del segle jutjament
2. Mai del juzizi tot enans
parra una senha mot grans:
li terra gitara suzor
e tremira de gran pavor.
3. Apres s'esbadara mot fort,
donant semblant de greu conort,
e mostrara am critz, am trons
las enfernals confusions.
4. Uns corns mot trist resonara
del cel, quels mortz reissidara.
La luna el sols s'escurzira
nula estela non luzera.
(2 : “Verrà un re eterno dal cielo, qual mai non fu tale; in carne verrà certamente per far giudicio del mondo. Ma ben prima del giudizio, verrà un segnale molto grande: la terra getterà sudore, e tremerà di gran spavento. Indi molto forte moverassi, dando sembiante di fiero terrore, e mostrerà con grida, con tuoni, i tormenti infernali. Una ben triste tromba risuonerà dal cielo, a risvegliare i morti. La luna e il sole s'oscureranno, nè risplenderà stella alcuna.”)
Un'altra leggenda molto sparsa nel Medioevo è quella del Legno della croce. (1 : Vedi Mussafia, Leggenda d. 1. d. croce. Vienna, 1870. - W. Meyer, Die Gesch. d. Kreuzholzen, in Abhandl. der Bayer. Akad. 1881, p. 103-166. - Gaster, Greeko-Slavonic, ecc. Londra, 1887; Romania, XV, 326 e XVI, 252.)
Seth, figliuolo di Adamo, per incarico del vecchio suo padre, va alla porta del Paradiso terrestre e riceve dall'Angelo tre grani del pomo, ch'era stato cagione del primo peccato. Quei tre grani seminati crescono poi in pianta, la quale traverso vari miracoli, sotto la custodia di Mosè, poi di David e di Salomone, è messa nel tempio di Gerusalemme e poi dai Giudei buttata in luogo vile, finchè di essa si fa la croce del Cristo. Così si rannoda l'albero della scienza del bene e del male alla croce della redenzione. Di questa leggenda il Suchier pubblicò due redazioni provenzali in prosa del secolo XIV entrambe traduzioni di un originale latino. (2 : Denkm. I, 165.)
Ve ne fu anche una redazione in versi, dello stesso secolo, di cui rimane un frammento assai malconcio e sfigurato.
(3 : Edito da C. Chabaneau, in Revue des lang. rom. XXXII, pag. 480.)
La morte del Cristo vendicava il primo peccato di Adamo e d'Eva; ma essa stessa, l'uccisione dell'innocente Messia, costituiva un peccato che doveva avere la sua punizione; questo è il sentimento donde scaturisce la leggenda della Vindicta Salvatoris. Le circostanze poi parvero favorirne la formazione. Settantadue anni appena dopo la morte di Cristo, Gerusalemme ribelle all'impero, fu presa da Tito e distrutta dalle fondamenta, e gli Ebrei, o meglio i pochi superstiti dell'orribile massacro e della schiavitù, dovettero disperdersi lungi dalla patria, in un esilio che non ebbe più fine. Era impossibile che in questi avvenimenti i Cristiani non iscorgessero la Vendetta del Salvatore contro i suoi uccisori.
La distruzione di Gerusalemme costituisce dunque il nucleo della leggenda che rimane in tutte le versioni, che corsero innumerevoli nel Medioevo per ogni nazione cristiana; i particolari differiscono perchè alla leggenda, al solito, si sovrapposero diversi strati, e le si aggrupparono intorno altre leggende minori, come quelle di Pilato, della Veronica o Imago Christi (N. E. vera icona, iconica, Verónica) e di Giuseppe d'Arimatea. (1 : Sulla leggenda, v. P. Meyer, Bull. de la Soc. des anc. textes, 1875, p. 50, e il bel lavoro del Graf, Roma... nel Medioevo, vol. I, cap. XI.) In provenzale ne abbiamo pure una lunga narrazione in prosa, edita dallo Chabaneau, nel manos. Bibl. Nat. 25415 di Parigi, scritto nei dintorni di Beziers verso il 1373.
(2 : Revue des lang. rom., XXXII, 581 e XXXIII, 31.)
Una mutilata redazione in versi è rimasta solo in istato frammentario.
(3 : Revue des lang. rom., XXXII, 488.)
§ 3. Non sono così numerosi come si crederebbe i documenti provenzali che narrano la vita o esaltano il culto della Vergine Maria; sebbene questo culto non fosse certamente in Provenza meno popolare che altrove. Una delle forme più radicate di esso è la credenza nei Miracoli della Vergine che sono i più copiosi, i più meravigliosi fra tutti i miracoli, e, diciamolo pure, i più spesso ripugnanti ai sani principii di giustizia e di moralità. Ora la vergine sostiene con le sue bianche mani un ladro impiccato per furto, sol perchè ogni volta che rubava si raccomandava a lei; ora va in un monastero ad adempiere gli uffici di una monaca fuggita per darsi al vizio, sicchè quando questa torna pentita nessuno s'accorge della lunga assenza, e ciò perchè la monaca le recitava ogni giorno un'orazione; è insomma la pietà religiosa che si manifesta nella sua forma più infantile e più ingenua. Ogni nazione cristiana ne ebbe numerose versioni; in provenzale è rimasto un frammento in prosa (del secolo XIII?) che contiene tredici miracoli. Essi non sono però originali; tranne uno, sono una semplice e spigliata riproduzione volgare dal latino, del libro 7° dello Speculum historiale di Vincenzo Bellovacense.
(1 : Vedi Romania, VIII, 12 e IX, 300.)
Un tema spesso trattato, a quanto pare, furono le Sette allegrezze di Maria. Ce ne rimangono tre diverse redazioni; delle quali ricorderò una perchè ne fu autore Guì Folqueys, che, diventato papa col nome di Clemente IV (1265-68) concesse cento giorni d'indulgenza a chi recitasse la sua poesia. Essa è peraltro di 342 ottonari a coppia e abbastanza noiosa sebbene abbia purezza di lingua e facilità di verso.
Le sette allegrezze son contenute nei versi 140-195; il resto è prologo e preghiera finale, in cui con logico argomento, Clemente IV prega la Vergine d'esser pietosa ai peccatori perchè se Adamo ed Eva non avessero peccato, ella non avrebbe goduto le allegrezze che ebbe.
(1 : Edita dal Suchier, Denkm., I, 272 e 542. Altra redazione, ibidem 85 e 515; altra in Meyer, Daurel et Beton, p. XC. Un cantico, di carattere lirico, sulle Allegrezze è in Suchier, op. cit. 295.)
Alle sette allegrezze fanno riscontro i Sette dolori di cui abbiamo una redazione in prosa del secolo XIV. (2 : P. Meyer, Bull. de la Soc. des anc. textes, 1881. p. 58. Vi sono pure (Romania, I, 209) due preghiere in 112 ottosillabi rimati a coppia che parlano specialmente dei Sette Dolori.)
Del Pianto di Maria, abbiamo pure varie redazioni provenzali, poco interessanti, di cui pongo in nota l'edizione, oltre ad alcune fortemente catalanizzate (N. E. JA JA JA! Ya vuelve a salir el Narciso Feliu que Restori llevaba dentro), come quella, ad esempio, in settantasei decasillabi a strofa, edita dallo Chabaneau. (3 : Romania XIV, 538, Bull. de la Soc. des anc. textes, I, 61, e Revue des lang. rom., XXXII, 578 e XXXIII, 122. Un Lamento di Maria in doppia redaz. fu pubbl. dal Meyer (Rec. d'anc. textes, 131) e dal Milà (Observac. s. l. poes. Popular, 67.))
Questi pianti, del resto, hanno carattere piuttosto lirico che narrativo; e altrettanto mi pare possa dirsi di una lunga poesia di 288 dodecasillabi in quartine monorime, pubblicata dal Meyer: la quale celebra e spiega i diversi Nomi della Madre di Dio. (4 : Daurel et Beton, p. C. - Di un poema allegorico intitolato Lo Gardacors de Nostra Dona, di circa 900 versi, furon segnalati due mss. uno alla Colombina di Siviglia e l'altro alla Laurenziana. Il gardacors, giustacorpo, è un vestito contesto di tutte le umane perfezioni e virtù di cui è abbigliato il corpo di Maria. Cfr. Giornale di fil. rom., III, 106 e Romania, XIV, 493.)

§ 4. La terza fonte di narrazioni religiose, oltre al Vecchio e Nuovo Testamento e alla Vergine Maria, sono le vite dei santi. E questa una sorgente molto copiosa e di varia importanza, poichè accanto a vite e racconti veramente interessanti molti ne troviamo che non hanno guari interesse che come documenti linguistici. Ciò spiega perchè una parte di essi sia rimasta inedita e solo ne sieno pubblicati dei brevi saggi sufficienti a determinare la patria e l'età degli autori. I pochi frammenti di vite di santi che si credono appartenere al primo periodo della letteratura provenzale, li abbiamo accennati al capitolo II, § 7. I più antichi santi furono certamente gli Apostoli e il protomartire San Stefano. Gli atti di quelli fanno parte dei libri biblici più sopra esaminati; anche del martirio di San Stefano abbiamo già parlato. (1 : Cap. II, § 7. Una raccolta di Vite di Santi in prosa del sec. XIII è inedita nel ms. Libri Ashb. 107: ne dette un saggio P. Meyer in Rec. d'anc. textes, p. 136.) Una santa che ebbe in Provenza singolare culto e venerazione, fu la Madalena. A lei ed ai suoi santi compagni Marta, Lazzaro e Massimino, la tradizione attribuiva la prima predicazione e diffusione del cristianesimo in Provenza. I documenti provenzali che di lei trattano sono molti e alcuni molto interessanti. (2 : Chabaneau, St. Marie Madeleine dans la litt. prov. nella Revue des lang. rom., XXIII-XXIX. Oltre i documenti citati nel testo, è ivi pubblicata una Omelia su S. Mad. traduzione dal latino del sec. XIV.) In un ms., scritto dal copista Bertran Boisset nel 1375 trovasi una Vita beate Marie Magdalene in 1205 dodecasillabi rimati a coppia, la quale si può ritenere composta verso la fine del XIII secolo. (1 : Nostradamus, p. 256, dice che frate Rostang de Brignolle scrisse una vita di S. Mad. ma nulla ci autorizza a credere che sia questa.) L'opera è poco originale; non è che una riproduzione in versi provenzali degli Acta Sanctae Mariae Magdalenae; non manca però di momenti e luoghi abbastanza felici; vedasi il passo che narra di Maddalena ai piedi di Gesù in casa di Simon Fariseo:
Aitant longa cant fon, et ac tal pentiment
Quel cos li vol partir del gran dolor que ac
De son gran falhiment e dels mals que fag ac.
Ab la boca non poc retraire los peccatz,
Tant a gran mariment el cor de sos forfag;
Mais abrasa los pes de son senhor soven,
Bayzant los humilmens, ploran et repentent,
De lagremas los lava el baiza douzamens,
Et ab sos pels dauratz lo eisuga plazent.
Amb engent presios ela li on los pes, Plorant repentent de sos pecatz ades!
Simone fariseo pensa tra sè: se questi fosse Dio, saprebbe che donna è quella che egli accoglie così; ma Cristo gli legge in core e lo confonde; indi:
… se clenet ves ela e dis li:
“Fenna, vais sus, non plorar, mou d'aqui;
Car l'amor es tant grans que tu portas a mi,
Tos peccatz ti perdon; vai en pas en aisi,
Car mais non pecaras e tostems me amaras,
Et ieu amarai tu tant cant el mont seras.”
Depart se Magdalena dels pes de Jesu Crist,
Simon aus lo perdon e es dolent e trist;
E un de sa mainada en apres a parlat:
“Qui es doncas aquest qu'aisi a perdonat
Ayssela peccairis? Et es dons perdonaires?
Fay se dieus apelar, ieu cre qu'el sia jugayres.”
(1 : “La peccatrice, così com'ella è lunga, stendesi ai piedi di Gesù Cristo, con tal pentimento che il core le si vuol fondere dal gran dolore che ebbe per i gran falli e pei mali ch'ella commise. Con la bocca non può dire i peccati, tanto smarrimento ell'ha nel cuore delle sue colpe; ma abbraccia sovente i piedi del suo signore, baciandoli umilmente, piangendo e pentendosi; li lava con lagrime e li bacia dolcemente, e coi capelli dorati soavemente li asciuga: con unguento prezioso gli unge i piedi, piangendo e pentendosi ora de' suoi peccati.” “... si chinò verso lei e dissele: Donna, va, non piangere, movi di qui; poichè è sì grande l'amore che tu mi porti, ti perdono i tuoi peccati; vanne in pace, chè più non peccherai, e mi amerai sempre: ed io t'amerò fino che al mondo sarai. Partesi Maddalena dai piedi di Gesù Cristo. Simone ode il perdono e n'è dolente e triste; e un della masnada indi ha parlato: Chi è dunque costui che ha così perdonato quella peccatrice? È egli messer perdonatore? Ei si fa chiamar dio, io credo che sia un ciarlatano.”)
Nella seconda festa di Pasqua a Marsiglia si cantò fino al 1712 una Cantinella della S.a Maria Magdalena, la quale secondo il Raynouard e il Boris risalirebbe fino al secolo XI; ma essa è, tutt' al più, dell'anno 1300, e sarebbe perciò di poco posteriore al ritrovamento delle reliquie della Santa (9 dic. 1279), fatto che ravvivò d'assai il suo culto in Provenza.
È in 121 ottosillabi e senari alternati in quella forma che le Leys d'amors chiamano coblas crozadas unissonas; e ad ogni strofa segue il ritornello:
Predicant de Christ la lauzor
Los pagans convertia,
E Marsilha gitet d'error.
Qui predicant l'auzia
Si convertia mantenent.
___
Allegron si los pecadors,
Lauzan Santa Maria
Magdalena devotament.
(1 : “Predicando le lodi di Cristo convertiva i pagani e trasse d'errore Marsiglia. Chi l'udiva predicare tosto si convertiva. S'allegrano i peccatori lodando S. Maria Maddalena divotamente.”)
Una lunga vita di Santa Enimia pubblicò il Bartsch, nella quale si narra la vita molto leggendaria di questa Santa, che sarebbe stata figlia di Clodoveo re dei Franchi. Ne fu autore, come è detto nel prologo, un Maistre Bertrans de Masselha dietro preghiera del priore del convento, il che, oltre allo stile dell'opera e al fatto che essa è dichiarata una traduzione dal latino, ci autorizza a pensare che l'autore fosse un monaco. Consta di circa 2000 ottonari rimati a coppia e pare della seconda metà del secolo XIII. (2 : Bartsch, Denkm. 215. Cfr. Revue des lang. rom., XVI, 209.)
Un'opera assai interessante è la Vita di Sant'Onorato di Raimondo Feraut, nizzardo, terminata nel 1300. L'autore era priore della Roque-Esteron e scrisse per domanda di Maria d'Ungheria moglie di Carlo II conte di Provenza. La vita è un polimetro in 4 libri; la versificazione ne è assai variata ed elegante, e la lingua abilmente maneggiata è un ottimo modello di quel che era il volgare della bassa Provenza alla fine del secolo XIII.
(3 : Ogni indicazione sul S. Honorat si troverà in Romania, VIII, 481.)
Anche qui per altro non v'è originalità; i quattro libri di S. Onorato e una Vita di S. Porcario che li segue, non sono che una traduzione del Feraut dal latino, traduzione fedele ma graziosa. Il Feraut fu un fecondo scrittore; egli stesso nel polimetro ora citato dice che aveva già scritto una Vita di S. Albano, una Passione, un Compianto sulla morte di Carlo d'Angiò e un Computo (v. pag. 137). Dopo, cioè tra il 1300 e il 1325, anno in cui morì, tradusse dal latino una Natività di Maria Vergine e forse narrò in versi le leggende di San Tropez, di Santa Caterina, di Santa Barbe e altre ancora; ma pare sia una falsificazione del Nostradamus che egli scrivesse anche una vita di S. Armentario. (1 : Cfr. Revue des lang. rom., XX, 236, XXI, 210 e XXIX 157.)
Al secolo XIII appartengono pure le seguenti agiografie: Vita di San Giorgio di Pisidia in 801 ottosillabi a coppia: la narrazione, salvo qualche amplificazione, concorda con quella della Leggenda aurea di Jacopo da Varagine. (2 : Cfr Revue des lang. rom., XXXI, 139.)
Vita di Santa Margherita in due distinte redazioni; l'una (3 : P. Meyer, Romania, XIV, 524.) quasi inedita, consta di 1450 ottosillabi accoppiati e fu composta nel 1284; l'altra è di soli 570 versi. (4 : Edita dal Noulet: Vie de S. Marg. Toulouse 1875.)
Vita di Santa Dolcetta (Doucelina), in prosa originale; (5) è un'opera rimarchevole per stile e contenuto.
(5 : Edita da Albanes: Vie de S. Douceline, Marseille, 1879. Cfr. Hist. litt. de la France, XXIX, 526 e Revue des lang. rom., XVIII, 20. L'Albanes pubblicò anche (Marseille, 1876) una Vita di S. Benedetto fondatore del ponte d'Avignone, la quale non è che la traduzione di un testo latino relativo a detta fondazione; egli crede che la versione appartenga al XIII secolo, ma il ms. è circa del 1500 e mancano prove sicure che la traduzione sia di molto più antica. Cfr. Zeit. rom. Phil. II, 602.)
Dolcetta visse in Marsiglia verso la fine del secolo XIII e vi fondò l'ordine delle Beghine; la vita fu scritta poco dopo la sua morte ed è interessante anche come documento psichico sui fenomeni dell'estasi e della nevrosi ivi descritti come in nessun altro documento del Medioevo. Infine c'è un piccolo gruppo di scritture franco-provenzali, di cui fu autrice Margherita di Oyn prioressa di Pelatens o Poleteins; sono uno Specchio di Santa Margherita e una vita di Beatrice di Ornacieux.
(1 : Philipon, Oeuvres de Marguerite d'Oyngt. Lyon, Scheuring 1877. L'autrice morì nel 1310. Cfr. Hist. litt. de la France, XX, 307. Romania, VII, 142, e Zeits. rom. Phil. II, 605.)
Alle agiografie fin qui citate uniremo la menzione di una passione di San Giovanni Battista; sebbene ne riassuma brevemente la vita esso è un vero canto liturgico per la festa del santo, come appare dai versi finali: Pregen tug le baro
Ves Dieu fassans raso;
E pregem tug la festa
Que nos gart de tempesta,
E nos garde los blatz
Las vinhas e los pratz,
E patz del cel en terra
Jamais non ayam guerra.
Eleison.
(2 : “Preghiamo tutti il barone (S. Giovanni) che presso Dio ci faccia ragione e preghiamo tutti la festa che ci guardi di tempesta, e ci conservi le biade, le vigne e i prati, e pace del cielo in terra, che mai non abbiamo guerra; eleison.”)
Il ms. è una copia del secolo XVII, ma allo Chabaneau pare che il canto risalga al XIV. (1 : Revue des lang. rom. XXVI, 160.)
Di questo stesso secolo sono pure una Vita di San Trofimo, ancora inedita; (2) una lunga Vita di Sant' Alessio, (3) la quale consta di 1117 ottosillabi, monotoni e punto atti a render gradito l'argomento, ripugnante ad ogni animo bennato: il ricco giovane Alessio, per acquistare il paradiso, abbandona la vecchia madre, il padre e la moglie; poi torna travestito e per diciassette anni sta come ignoto mendicante sui gradini della sua casa, senza svelarsi agli addolorati parenti, che lo riconoscono solo dopo la sua morte; e parve santo e fu dei più venerati nel Medioevo!
(2 : Nei mss. 38 Ashb. della Laurenziana; I. G. 39. Naz. di Napoli; 13514 Naz. di Parigi. Un saggio dell'ultimo in Raynouard, Lex. rom. I, 571.)
(3 : Edita dal Suchier, Denkm., I, 125.)
§ 5. È da notare infine un piccolo gruppo di narrazioni religiose in prosa del secolo XIII affatto leggendarie.
Una delle forme più amate dal popolo, è quella della visione; e nulla poteva interessare così vivamente come la conoscenza di ciò che avviene nel mondo di là. Da questo sentimento muovono le rozze visioni medievali al modo stesso che il poema sacro di Dante; ma è forse la sola cosa che abbiano in comune.
(4 : Si veda Cancellieri, Osserv. sopra l'originalità di Dante. Roma 1814 e le indicazioni del Wagner. Visio Tungdali. Erlangen, 1882, pag. 6.)
Da antiche tradizioni irlandesi derivano i loro elementi, le leggende del
Viaggio di San Patrizio e Visione di Tindal. (1 : Du Mège; Voyage au purgatoire de S. Patrice et le libre de Tindal. Toulouse, 1832. Sulla leggenda cfr. Mussafia, La vis. di Tundalo, Vienna, 1870. Una versione catalana della Visio Tundali pubblicò il Baist, in Zeits. rom. Phil., IV, 318.) San Patrizio è l'apostolo Irlandese (372-466: altri 387-466) attorno al quale la fantasia popolare intessè varii racconti meravigliosi. Il purgatorio di San Patrizio, nel quale si vedevano le pene dei dannati, altro non è che una grotta del lago Dearg in Ultonia, dove forse si ritirava il Santo a pregare.
Altra celebre è la Visione di San Paolo e San Michele; (2 : Bartsch, Denkm., pag. 310-14.) il primo è guidato dal secondo a visitare le pene infernali, le quali sono tanto terribili e strazianti, che i due visitatori e tutti gli angioli pregano e ottengono da Dio che cessino i tormenti dei dannati dal venerdì sera al lunedì mattina. Non vi ha dubbio che il popolo e buona parte del basso clero prendeva tutto ciò per teologia purissima. Il racconto provenzale è breve ma ben sostenuto e vivace.
Al secolo XIV appartiene la traduzione provenzale, (3) che ho già avuto occasione di ricordare, della Leggenda aurea di Jacopo da Varagine (1230-98), pietoso e dotto arcivescovo di Genova.
(3 : Nel ms. 9759 Naz. di Parigi; qualche estratto in Revue des lang. rom., XXIII, 105 e XXIX, 279. Catalani sono i mss. parigini, esp. 44 e 227, inediti quasi totalmente.)
Ciò che lo rese popolare fu la sua Istoria seu legenda sanctorum, che dall'entusiasmo dei contemporanei ebbe il nome di Leggenda d'oro. È una raccolta, per ogni giorno dell'anno, delle vite dei santi più amati e venerati nel Medioevo, della quale (oltre la provenzale citata) ci sono versioni in ogni lingua d'Europa.
Una agiografia che merita d'essere inclusa tra le leggende è quella di Barlaam e Josaphat, di cui pure abbiamo una versione in prosa provenzale che pare del secolo XIV. (1 : Nel ms. 1049 Naz. di Parigi. Estratti in Bartsch, Prov. Lesebuch e Chrest. prov. in Zotenberg e Meyers, Gui de Cambrai. Stuttgart, 1864; in Revue des lang. rom., XXIII, 162. - Il Bartsch (Grundriss, pag. 88) nota anche una versione prov. della vita di Santa Flor (e non San Floro), ma non è certo risalga al secolo XIV. Molte altre vite inedite o andate perdute sono elencate dallo Chabaneau, Biogr., pag. 194.)
Il romanzo greco di Barlaam e Josaphat, attribuito a San Giovanni Damasceno, è noto non esser altro che un rifacimento cristiano di alcune tradizioni buddistiche; di modo che Buddha (Josaphat) col suo maestro Barlaam riuscirono ad avere un posto nel Martirologio romano alla data 27 novembre. Anche Jacopo da Varagine, nel libro sopra citato, racconta a lungo la fantastica vita di ambedue questi pretesi eremiti siriaci.